Il Quarantotto di Sciascia e di Nicastro

L. Sciascia, ritratto di Mario Francesconi

L. Sciascia, ritratto di Mario Francesconi

di Salvatore Costanza

Il barone «incoccardato» col tricolore al petto, che ospita, nel ’60, Garibaldi nel suo palazzo, è, per Sciascia, la figura esemplare del «nicodemismo» dei Siciliani al potere, nobili, vescovi e galantuomini, pronti «a cambiar bandiera», perché sanno «quel che fare» quando è il tempo di «badare alle cose proprie». Dalla rivoluzione del 1848 alla «conquista» garibaldina del ’60, novatori e reazionari hanno mutato campo, di volta in volta, seguendo le stesse regole del tornaconto politico e sociale, con la viltà, la paura e l’odio che si mascherano di festa».

Il racconto di Sciascia, Il Quarantotto, uscí nel 1958, nel periodo in cui si preparavano le celebrazioni dell’Unità d’Italia, e si presentava l’occasione per riflettere sull’impresa dei Mille, che l’aveva spinta dal Sud. Quell’anno usciva pure Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. I due autori riprendevano un tema classico del “verismo” siciliano, privilegiato da Verga e De Roberto, quello del Risorgimento “eroico” declinato nell’immagine di una Sicilia disillusa e immobile. Eppure Verga, «uomo di sentimenti e non di idee», era di per sé, secondo Sciascia, «un fatto risorgimentale», in quanto la Sicilia di cui narrava era stata «toccata» dall’esperienza dell’Unità d’Italia. Ma non evocando, né rappresentando, il passato in chiave di «realtà storicizzata» in rapporto al presente, non si può dire che Verga abbia scritto “romanzi storici”. Né appartiene a quest’ultima categoria di scritture Il Gattopardo, dove la prospettiva è rovesciata: «il presente si fa passato». Sciascia preferisce piuttosto il racconto che, utilizzando dati storici, lascia libera la trama per una immagine oggettiva (“notizia”) della Sicilia, fuori dello sfondo e dei valori in cui le vicende si collocano, e dalle quali egli trae il volto degli uomini che vivono la marginalità della storia.

FOTO1Scrivendo sul Risorgimento, Dal ’48 al ’60, Sebastiano Nicastro aveva ricostruito, agl’inizi del ’900, la vita di una piccola comunità (Mazara del Vallo), procedendo dalla struttura sociale alla situazione amministrativa, articolate nel quadro storiografico attraverso i momenti di sostanziale ambiguità che caratterizzavano i transiti politici, verificatisi senza «pericolose audacie, e prove di eroismo». Il libro, donatogli, nell’estate del ’57, dallo scrittore napoletano Luigi Compagnone, aveva suggerito a Sciascia l’increspatura storica del terzo racconto degli Zii di Sicilia: «Appena letto il libro, nel giro di quindici giorni, ho scritto il racconto Il quarantotto. Ma nessun critico notò la fonte: o per disattenzione o perché l’opera del Nicastro era pochissimo conosciuta». Analogie tra la storia mazarese di Nicastro e il testo letterario di Sciascia sono riscontrabili in episodi che ricalcano situazioni “esemplari”, come le giornate del ’48 e il comportamento della Guardia Nazionale:

«La mattina del 16 una grande dimostrazione percorse la città, portando in trionfo un ritratto di Pio IX; procedeva alla testa una squadra di cappelli, col fucile ad armacollo (…). Venne eletto un Comitato del quale furono chiamati a far parte i principali cittadini; a presidente S. E. il Vescovo che si atteggiava a caldo liberale» (Nicastro). – «In piazza c’era un ritratto del papa, c’erano molti galantuomini con le carabine in spalla» (Sciascia). – «Una sera i compagni d’armi, chiamati contro una combriccola di malviventi che svaligiava un magazzino, dovettero sostenere un conflitto cosí lungo e sanguinoso che una delle guardie impazzí dallo spavento» (Nicastro).  – «Una sera fu sparatoria d’inferno tra compagni d’arme e banditi. Un compagno d’arme svenne e restò rigido come una trave per ventiquattro ore» (Sciascia).

 Nella figura del barone, e in quella del Vescovo, costruite in simbiosi di atti e relazioni, Sciascia vuole esprimere, emblematicamente, l’equivoco di un Risorgimento in cui «si agitano bandiere a salutare» la rivoluzione, ma nel quale si innestano interessi di “classe”, mancanza di vigore politico, retaggi di dominî estranei e lontani. Il Vescovo, delatore d’intesa con l’Intendente borbonico, – le sue lettere «son di stile, sottili e insinuanti, a volte grondano accorata benevolenza per le vittime designate» – è personaggio ricalcato pure dal Nicastro, per delineare forme e caratteri dell’ambivalente potere della Chiesa, politico e morale:

«Uomo d’ingegno, sentiva altamente di sé, né sapeva rassegnarsi al sacrificio della propria individualità, aristocratico d’indole e di tratti, la modestia gli riusciva difficile, l’umiltà intollerabile; impetuoso e imperioso, stimandosi il padrone, non il pastore, del gregge dei credenti pretendeva da questi ubbidienza piú che affetto». 

Quel groviglio di vero e verosimile che si compone con perizia letteraria e arguzia nello scrittore di Racalmuto segue la “traccia” della ricerca nicastriana, e ne implica i risvolti di laica denunzia («il vescovo faceva quel che i vescovi oggi non possono piú fare»); ma i dati storiografici contraddicono ampiamente quei giudizi, estrapolati dalle Carte Di Giorgi, di un liberale mazarese, spinto da malanimo verso il presule per il sospetto di essere stato, nel 1850, il responsabile del suo arresto. Poi l’enfasi accattivante della prosa, e l’umorale anticlericalismo, dello storico risorgimentista hanno saputo esprimere l’animus polemico che i novatori nutrivano da tempo nei confronti di chi custodiva le immense ricchezze della Mensa vescovile di Mazara (10.955 ettari di terreno), verso cui s’indirizzavano le aspirazioni di curée proprietaria dei borghesi di Mazara, in seguito proficuamente beneficiati dai provvedimenti di eversione dell’Asse ecclesiastico, che Simone Corleo, già allievo e insegnante nel Seminario vescovile, avrebbe fatto approvare, nel 1862, dal Parlamento italiano.

Quando, però, il Nicastro lascia le zone ambigue della microstoria mazarese del ’48 per entrare nel «crepuscolo mattutino» del ’60, Sciascia preferisce affidarsi alla pura invenzione. Nel dialogo tra Garibaldi e un Nievo di fantasia, «fratello d’altro tempo», egli rievoca l’immagine, dolente e silente insieme, di una Sicilia che ha conosciuto sotto l’onda delle sue vicende storiche la sola “civiltà” politica della speranza, «la silenziosa fragile speranza dei Siciliani migliori, una speranza che teme se stessa, che ha paura delle parole ed ha invece vicina e familiare la morte». Entrare, quindi, nel «cuore della speranza», è il modo migliore per Sebastiano Nicastroconoscere e amare il popolo «in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice». Non certo agitando bandiere, e dispiegando illusioni rivoluzionarie.

Nel racconto di Sciascia, chi rievoca in prima persona le “notizie” del suo paese, sa di dover lasciare la sfera memoriale per agganciarsi alle prevedibili antinomie e insolvenze dello Stato unitario, ora che Garibaldi ha concluso la sua epifania patriottica. A Nievo non piace il «barone incoccardato», ma non piacciono nemmeno «i siciliani come Crispi», protagonista dell’«altra storia», che Sciascia si prepara a scrivere.

Al giovane «dal profilo nitido, la fronte alta, gli occhi che continuamente mutavano dall’attenzione alla noia, dalla soavità alla freddezza», ad Ippolito Nievo, l’autore del racconto Il Quarantotto faceva dire quelle parole, già citate, che esprimevano un giudizio paradigmatico sui Siciliani «che parlano poco, che non si agitano, che si rodono dentro e soffrono», mediante l’acquisto simpatetico che lo scrittore veneto avrebbe ricevuto da loro.

Nievo, in realtà, pensava tutt’altro della Sicilia e dei Siciliani. Pensava, intanto, allo scarso contributo militare dei picciotti, riuniti in «bande di semibriganti, che qui chiamano squadre», e che da tempo «battevano» l’interno dell’Isola, «con molta indifferenza del governo e qualche paura dei proprietari». E, conclusa l’impresa garibaldina, era convinto che i Siciliani si venissero «civilizzando a vapore».

Le osservazioni di Nievo, e degli altri intellettuali/soldati al seguito del Generale, manifestano la sostanziale indeterminatezza che caratterizza l’atteggiamento dei “quadri” garibaldini nei confronti del popolo dell’Isola. I riflessi di un mondo amaro e dolente, oppresso da secolari miserie, in cui tuttavia fermentano vaghe aspirazioni alla giustizia, e piú vicine istanze di progresso economico e sociale, giungono del tutto inattesi e sorprendenti a chi era abituato a considerare il «popolo di campagna» nella luce trasfigurante degli ideali romantici. Eppure proprio Nievo aveva riconosciuto in pagine d’indubbio significato il ruolo che le plebi rurali avrebbero potuto avere nella “rivoluzione nazionale”, se una diversa prospettiva – al di fuori di soluzioni astrattamente educatrici – avesse ispirato la condotta politica del Partito d’Azione.

Dal Nicastro, Sciascia trae alla fine del suo racconto la cronaca degli eventi dell’aprile/maggio 1860, quando, «tranne qualche insulto agli sbirri e qualche giglio scalpellato», il tempo, che il narratore (omodiegetico) vorrebbe «spinto a spallate e precipitarmici dietro», si ferma sul solito «armeggiare» di notabili, vescovi e galantuomini per conservare potere civico e roba. Del resto, lo stesso Nicastro potè esercitare il proprio estro narrativo ricostruendo ciò che avvenne prima, e dopo, il breve moto dell’aprile ’60:

«Trionfata la rivoluzione, la coccarda tricolore apparve sul petto di tutti, e molte case si imbandierarono. Ma nella plebe veniva meno la fiducia, vedendo che tanti schiamazzi non avevano portato alcun vantaggio; e i cappelli, pur preparando nuovi organi di Governo a tutela dell’ordine e a garanzia dei propri averi, non si decidevano ad un’azione innovatrice (…).  Il sindaco, che durante la notte aveva fatto abbassare dal balcone municipale il tricolore, lo rimandò al console sardo, e al posto degli stemmi borbonici danneggiati fece rimettere quelli abbattuti dal popolo nel ’48. La restaurazione era compiuta».

 Lo storico, attento piú che ai moventi politici a quelli sociali, annotava che quel moto ebbe «carattere essenzialmente negativo di reazione contro gli eccessi fiscali e sbirreschi», e non produsse, né poteva produrre, «un’azione innovatrice», per «aver afferrato le redini del potere i benestanti conservatori (i cappelli)». Poi, lo sbarco di Garibaldi a Marsala, la cui eco a Mazara arriva sui «colpi sempre piú insistenti» di un violento cannoneggiamento che si sentiva «verso maestro». «La mattina dell’11 maggio, – trascrive Nicastro dalla testimonianza del farmacista Di Giorgi – mi trovavo in un mio podere. Dapprima pensai che si trattasse delle solite esercitazioni di tiro delle corazzate inglesi»; e parallelamente Sciascia: «Mi trovai nel punto piú alto del paese, quando sentii un suono cupo e lontano, con continuità e cadenza: e pensai perciò ad una delle solite esercitazioni di tiro delle navi inglesi».

FOTO3Rievocando nel suo racconto un episodio della storia risorgimentale, Sciascia voleva solo dar rilievo a quei comportamenti “esemplari” che avevano permesso alla classe dominante dell’Isola di tramutare, «con l’entusiasmo della paura», le diacronie politiche, la prassi e le forme, in un sostanziale immobilismo. Peraltro, la monografia di Sebastiano Nicastro, scritta usando perizia del narrare, gli aveva fornito una doviziosa galleria di ritratti umani, ben inseriti in un contesto di “storia dal basso”. Nicastro seguiva i canoni della storiografia economico-giuridica appresi alla scuola di Amedeo Crivellucci. Se il criterio di concepire la storia locale come primo stadio di conoscenza della storia regionale e d’Italia si richiamava all’insegnamento di Carducci («per fare compiuta e vera la nostra storia nazionale ci bisogna rifar prima o finir di rifare le storie particolari»), l’interesse per gli aspetti dell’impianto amministrativo, oltre che economico, era tale da costituire il fondamento di una articolata “storia sociale”, che gli studi, anche i piú recenti, e l’agiografia dei valori risorgimentali hanno lasciato fuori dal proprio campo d’indagine.

L’approccio sociale della storia mazarese ha potuto rivelare la formazione, dopo il ’60, di un apparato amministrativo e finanziario in funzione degli interessi della borghesia locale, per lo sfruttamento di rendite parassitarie (uffici, demani e appalti), mediante la divisione in due partiti contrapposti su reti fazionali. La sfiducia nel rinnovamento della vita civile, e nel progresso economico, ha poi costituito la sorgente del piú profondo tratto dell’anima siciliana, le cui «istanze la storia pareva aver respinto definitivamente e senza appello».

Dialoghi Mediterranei, n.20, luglio 2016

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Salvatore Costanza, già docente di storia e di ecostoria negli istituti superiori e universitari, ha svolto attività di ricerca presso l’Istituto “G.G. Feltrinelli” di Milano, collaborando con la rivista “Movimento Operaio”. Ha dedicato alla Sicilia moderna e contemporanea il suo maggiore impegno di studioso con i libri sulla marginalità sociale (La Patria armata, 1989), sul Risorgimento (La libertà e la roba, 1998), sui Fasci siciliani e il movimento contadino (L’utopia militante, 1996). Ha ricostruito la storia urbanistica, sociale e culturale di Trapani in Tra Sicilia e Africa. Storia di una città mediterranea (2005). Nel 2000 ha ricevuto il Premio per la Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Di recente ha pubblicato un profilo attento e inedito di Giovanni Gentile negli anni giovanili.

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2 risposte a Il Quarantotto di Sciascia e di Nicastro

  1. arnaldo nesti scrive:

    trovo molto inteessante tutto il cntributo.Amerei conoscere qualche lettura su i lampedusani,la loro antropologia in genere e in particolare nel periodo risorgimentale.Grazie

  2. Buon lavoro al vostro istituto. Spero di leggere il libro di Costanza su Sciascia e di scriverne sul mio blog sui libri e sul tempo libero.

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