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Il popolo palestinese “jamàs serà vencido”?

71usn6arbjl-_sl1500_di Aldo Nicosia 

«Do you condemn Hamas?». Per la maggior parte degli italiani e dei nostri mezzi di distrazione e dis/informazione di massa, il conflitto israelo-palestinese sarebbe iniziato il 7 ottobre scorso. Senza un prima. Se l’ignoranza degli adulti o la loro voluta cecità e sordità sono conseguenze del pensiero unico del mainstream che diventa sempre più capillare e pervasivo a dispetto della presenza di canali alternativi, quella delle nuove generazioni dipende forse dai programmi di scuola media e superiore secondo cui tutto il conflitto si riduce a qualche data, nomi, guerre, ivi compresa l’affermazione che “Gerusalemme è la capitale d’Israele”. Per censura o autocensura, non vengono affrontati i nodi chiave della tragedia di un popolo massacrato, disperso, espropriato della propria terra, che in modo alquanto ironico subisce «la tragedia di essere vittima delle vittime»: così recita il sottotitolo della versione italiana de La questione palestinese [1]  dello storico ed intellettuale E. W. Said.

Se invece si cerca il punto di vista dell’“Altro”, basta allora leggere i testi dello storico israeliano Ilan Pappe, ormai esiliato e bandito dall’«unica democrazia del Medioriente» (La pulizia etnica della Palestina [2], 2008) o di Avi Shlaim (professore emerito dell’università di Oxford), con Il muro di ferro: Israele e il mondo arabo [3] (2003) o del classico Noam Chomsky, tanto per citare alcuni degli studiosi e storici più onesti e lucidi.

Nel suo testo On Palestine [4] (2015), facendo riferimento ad un suo articolo del 2006, Pappe definisce la politica israeliana contro la striscia di Gaza come un “incremental genocide” (lascio in originale per ovvie ragioni): 

«Israel’s present assault on Gaza alas indicates that this policy continues unabated. The term is important since it appropriately locates Israel’s barbaric action-then and now- within a wider historical context. (….) The Zionist strategy of branding its brutal policies as an ad hoc response to this or that Palestinian action is as old as the Zionist presence in Palestine itself. It was used repeatedly as a justification for implementing the Zionist vision of a future Palestine that has in it very few, if any, native Palestinians».

2286751483Questo obiettivo viene perseguito da Israele con costanza e determinazione fin dal 1948, la cosiddetta “nakba” per i palestinesi. Un’immane tragedia che ha creato centinaia di migliaia di profughi, nonché di vittime, raccontata magistralmente dall’immenso scrittore ed attivista politico Ghassan Kanafani (1936-1972), nel suo breve romanzo ‘A’id ilà Hayfa (“Ritorno a Hayfa”, 1969) [5], tradotto dalla prof. I. Camera D’Afflitto. A lui va anche il merito di aver fatto incrociare la tragedia palestinese con quella di due vittime della shoah ebraica.

Secondo il miraggio dei primi sionisti che riescono a farsi promettere dagli Inglesi la creazione di un focolare ebraico in Palestina, con la dichiarazione Balfour (1917), la Palestina era ideale come «terra senza popolo per un popolo senza terra». Tale affermazione delirante che fa a pugni con i dati storici della presenza palestinese, araba musulmana e cristiana su quelle terre, nella prima metà del ‘900 (anche a dispetto della concomitante massiccia emigrazione di ebrei dai Paesi europei), fa da pendant, a distanza di un secolo, alla reale visione sionista della futura Palestina, enunciata poc’anzi da Pappe.

Dopo aver diviso la resistenza palestinese tra Cisgiordania (con un governo devitalizzato come quello attuale) e la Striscia di Gaza, aver inondato la prima di centinaia di colonie illegali, la presenza di un movimento armato nemico come Hamas è funzionale alla logica della “legittima risposta” israeliana agli attacchi di missili o agli attentati kamikaze. Si sa che è molto facile provocare i palestinesi e Hamas. Esso serve ad Israele più di quanto non serva ai Palestinesi di Gaza. In ogni caso non li rappresenta tutti anche se ha vinto le ultime elezioni del 2006.

41klpfluqqlD’altronde ridurre il conflitto a Israele-Hamas, come si legge su quasi tutti i mass-media, è oltremodo riduttivo e fuorviante, visto che i 2.300.000 palestinesi che vivono a Gaza potrebbero anche avere un’altra visione della resistenza e dell’organizzazione di strutture e servizi para-statali. Il “piccolo” dettaglio che i media non spiegano è che da lì non si può neanche scappare, né verso l’Egitto, né ovviamente verso Israele. Dal 1993 (e ancor più dal 2005), Gaza è la più grande prigione a cielo aperto sulla faccia della Terra.

Dal 7 ottobre l’esercito israeliano deliberatamente e senza sosta bombarda ospedali, ambulanze, scuole (perfino dell’UNRWA, colpite anche nelle precedenti operazioni in particolare ‘Piombo Fuso’ 2009 e nel 2021), moschee, chiese, abitazioni e infrastrutture civili. Taglia acqua, elettricità e i beni di prima necessità, uccide giornalisti perché scomodi testimoni. L’intenzione è quella di punire il popolo palestinese, indiscriminatamente tutti, donne, bambini, anziani solo per il fatto di esser palestinesi e di essere imprigionati a Gaza, senza via di fuga, neanche dal mare. Una punizione collettiva, contraria alle più elementari regole del diritto bellico e internazionale. Forse colpisce pure i combattenti di Hamas, ma di striscio. I suoi leader, intanto, vivono indisturbati in Qatar o nel Regno Unito o godono di protezione turca. Perché non li vanno a cercare lì?

s-l1600A me sembra molto chiaro che l’obiettivo dei bombardamenti sia diverso da quello dichiarato, cioè smantellare Hamas. È credibile che Israele, con i suoi servizi di intelligence, non sappia come tale movimento si procura i suoi missili? L’operazione Tufan al-Aqsà (“Uragano di- al Aqsà”), è durata molte ore prima che intervenissero le forze israeliane: un esperto di conflitti mediorientali come Manlio Dinucci [6]  lancia l’ipotesi che certi vertici militari israeliani fossero già a conoscenza dell’operazione, ed abbiano lasciato fare i militanti di Hamas. A suo avviso si sarebbe trattato di una sorta di nuovo 11 settembre, in salsa mediorientale, funzionale ad obiettivi molto più vasti ed articolati. Sembra che i servizi segreti egiziani abbiano anche avvertito il governo israeliano dell’imminenza di un attacco di Hamas, ma…

La domanda che rivolgo a tre esperti di questione palestinese è già presente nell’interrogativo del titolo di questo articolo: con jamàs, “mai” in spagnolo, si ammicca ovviamente a Hamas. L’ipotesi è che l’obiettivo primario sia quello di annientare il popolo palestinese (“el peublo vencido” perché non “unido”), ma che invece non ci sia alcuna seria intenzione di distruggere tale movimento.

Pensi che la presenza di Hamas sia necessaria per Israele e serva a mantenere una certa narrazione dei fatti, cioè eterna vittima di “vili” attacchi, per giustificare reazioni sproporzionate e quindi annientare in tutti i modi il popolo palestinese? 

Simone Sibilio, prof. associato di Lingua e Letteratura Araba all’Università Cà Foscari di Venezia:

«Strategicamente la presenza di Hamas serve ad Israele per diverse ragioni. La resistenza di natura bellica di Hamas legittima ogni operazione militare di Israele nella Striscia, con ripetuti bombardamenti ai danni di civili e obiettivi non militari, e consente agli occhi dell’opinione pubblica mondiale di narrare il conflitto con Hamas come un conflitto contro il terrorismo islamico e per la sopravvivenza dello Stato ebraico. E ciò dal 2005, anno del disimpegno voluto da Sharon, narrato come generoso atto di concessione ai palestinesi, con lo smantellamento degli insediamenti coloniali e che ha di fatto trasformato quel lembo di territorio in una enclave sotto assedio dipendente unicamente dagli aiuti esterni.  Dal 2008 a prima di quest’ultima guerra su oltre 6500 vittime palestinesi, circa 5500 si registrano a Gaza. Va ricordato che preservando il controllo dello spazio aereo e marittimo, nonché il controllo sulle risorse economiche e sulle forniture, persino di base, acqua, elettricità, ecc., Israele de facto tiene imprigionata una popolazione di oltre 2milioni e 300 persone, di cui il 40% bambini e con un’età media di 18 anni, seconda solo al Niger, secondo i dati della Banca mondiale». 

Monica Macchi, docente di italiano L2, mediatrice culturale e linguistica in area arabo-islamica:

 «Rispondo con un altro gioco di parole “Hamas serà jamàs vencido?”. No, perché come scrivo nel mio libro I dannati della Terra Santa. Sionismo e colonizzazione israeliana nel cinema militante (Durango Ed.) Hamas è funzionale se non indispensabile ad una narrazione sionista che ha da sempre marchiato le relazioni con “l’Altro”(siano essi arabi, mizrahim o falashà [7]) col tratto di un’anticultura selvaggia, di una animalità (quanti titoli di giornale abbiamo dovuto leggere su “quelle bestie di Hamas”?!?) che, sotto il segno della dicotomia insanabile ordine/caos, va letta come superiorità/inferiorità: insomma una vera e propria “costruzione del barbaro” che porta allo smantellamento e alla negazione di quell’idea di Levante inteso come esperienze di contatti culturali che procedono per sincretismi ed ibridazioni che ci hanno fatto conoscere e amare Kahanoff [8], Mansel e Alcalay» [9]. 

Giuseppina Fioretti, docente ed attivista:

«Hamas fa senz’altro comodo alla politica di aggressione colonialista di Israele perché nelle azioni della Resistenza di Hamas si trova un capro espiatorio. Questa volta il governo israeliano si è spinto oltre e agli occhi del mondo porta avanti il tentativo di associare Hamas all’Isis, cercando di riportare indietro il mondo di venti anni. Chi conosce bene la situazione a Gaza e in Cisgiordania e chi si occupa dell’universo islamista palestinese sa bene che proprio Hamas non ha mai permesso la penetrazione dell’Isis in Cisgiordania e Gaza. Vorrei però ribadire che ridurre Hamas a un comodo espediente di Israele non è corretto. Hamas, che per l’Occidente è una formazione terroristica, resta una delle fazioni della Resistenza armata palestinese, Resistenza armata a cui un popolo oppresso ha diritto. Per l’Occidente è terrorista anche un combattente laico del Fronte Popolare palestinese. In ultima analisi, al popolo palestinese sotto occupazione si chiede di resistere secondo il gusto occidentale, con forme non violente. Lo hanno fatto, hanno adottato diverse forme di Resistenza ancora in atto, ma continuano ad essere ignorati. Il mondo si è indignato per le vittime israeliane dell’attacco di Hamas ma quando a Gaza per quasi due anni, a partire dal 2018, i palestinesi con le marce del ritorno hanno cercato di attirare l’attenzione del mondo, questo dov’era?». 

51wzltu0rylL’indifferenza dei Paesi occidentali all’ennesimo genocidio palestinese che si sta consumando in queste settimane, senza suscitare alcuno scandalo o reazione in quasi tutti i mass-media, non stupisce più chi conosce la storia dei reiterati attacchi a Gaza degli ultimi vent’anni [10]. La macchina della propaganda sionista è potentissima e si avvale della collaborazione, volontaria o prezzolata, dei mass-media dell’intero pianeta, nonché della passività della maggior parte dei telespettatori che comunque hanno accesso solo ad informazioni provenienti dal fronte israeliano. La disumanizzazione dei palestinesi è inscindibile dalla sistematica visione deformata dell’“Altro”, già discussa dal celebre saggio di E. W. Said, Orientalismo [11] (1991), e diffusa in modo più capillare da Hollywood (cfr. lo studio enciclopedico di Jack Shaheen, Reel Bad Arabs. How Hollywood Vilifies a People, 2006). In questi giorni è stata espressa anche dal Ministro della Difesa israeliano che ha pubblicamente definito i palestinesi “animali”, e adesso è ancora più accentuata, dopo l’ambiguo attacco del 7 ottobre da parte di Hamas.

6113pbf60nl-_ac_uf10001000_ql80_Il famoso comico egiziano Bassem Youssef (Basim Yusuf), partecipando qualche giorno fa ad un programma su una tv occidentale (totalizzando più di 15 milioni di visualizzazioni su Youtube in pochi giorni), alternando sarcasmo e humour nero, fa riflettere il suo intervistatore, Piers Morgan, su quale sarebbe il “tasso di cambio” (exchange rate) aggiornato all’ottobre 2023 tra uccisi, palestinesi ed israeliani. Mostrando come il numero dei primi sia sempre stato in un rapporto molto squilibrato rispetto a quello dei secondi, ci porta a domandarci: quanto vale la vita di un palestinese rispetto a quella di un israeliano? Quanto fa notizia in tv e giornali e altri mass-media il bombardamento di un ospedale?  

Il poeta Ibrahim Nasrallah scrive: «Siamo con la Palestina non perché palestinesi o arabi. Siamo con essa perché è una prova quotidiana della coscienza del mondo». La questione palestinese va vista come baluardo di un estremo residuo di umanità che caratterizza l’essere umano, di resistenza al sopruso, all’oppressione, alla negazione del diritto all’autodeterminazione. Di fronte al popolo palestinese non c’è solo una potente e sofisticata macchina di guerra che gode dell’appoggio incondizionato dell’Occidente e di buona parte degli altri continenti, dell’immunità totale rispetto ai suoi ripetuti abusi e crimini (dal 1947 in poi), ma una sovrastruttura che è servita a tanti governi per operazioni sottobanco, militari e non, in tutti i continenti. Mi sono sempre chiesto se siano gli Usa a controllare Israele, con il flusso generoso di dollari, oppure se sia Israele a tenere sotto scacco gli Usa, soprattutto ma non solo per via dei neo-cons al Congresso e in tutte le strutture di governo.

516ea-efql-_ac_uf10001000_ql80_Intanto le lobby legate alla vendita di armi ringraziano Israele e Hamas per aver provocato un’escalation del conflitto, necessaria dopo il flop del famoso contrattacco ucraino e l’inevitabile e rovinosa sconfitta degli amici di Biden & dei vertici dell’Unione Europea. Quindi adesso appaiono provvidenziali i nuovi “tagliagola” di Hamas (qualcuno ha mai visto le reali immagini degli eventi del 7 ottobre?), assimilata all’Isis e al-Qaeda, che poi non sono altro che creature dell’Occidente. Verrà sicuramente rispolverata la narrazione evergreen dello scontro di civiltà, dei buoni contro i cattivi, dello zampino dell’Iran, dell’Islam “nemico della civiltà” vs. un Israele “baluardo della democrazia in Medioriente”.

Come si esce da questo dualismo manicheista proposto dalla manipolazione mediatica? Che ruolo possono e dovrebbero svolgere gli intellettuali italiani e i gruppi solidali con la causa palestinese nell’invertire tale tendenza? 

Macchi:

«Con una contro-narrazione che si configura come auto-narrazione che fa rima con autodeterminazione: non a caso i manifestanti in piazza Tahrir nel 2011 hanno creato il neologismo RASD acronimo dei termini RAkib (monitora), Sawwir (fotografa), Dawwin (posta video). Ebbene a Milano i manifestanti nel corteo di sabato 20 ottobre hanno urlato Ash-sha‘b yurid tahrir Filastin (“Il popolo vuole liberare la Palestina”) e basterebbe analizzare questo slogan per segnare tutta la distanza con l’Islam politico a fronte di una manipolazione mainstream che non usa più né il termine Palestina né Gaza ma solo Hamas, come fossero intercambiabili e come se Hamas fosse diventato quello Stato che la Palestina non è mai riuscita ad essere. Ma soprattutto come esorta Ilan Pappe [12] serve “un nuovo dizionario che definisca Israele come uno Stato coloniale e la Resistenza dei palestinesi come una lotta anticoloniale”. E ricordare sempre che il paradigma centrale non è la religione o la cultura ma la terra: l’occupazione sionista è strutturale [13] e non una mera congiuntura». 

Fioretti:

«Il concetto di scontro di civiltà è funzionale a una politica di sfruttamento prettamente neocolonialista. I palestinesi sono stati spogliati della loro umanità e ridotti ad “animali viventi”, gli immigrati arabi e/o islamici sono stati ridotti a nemici per eccellenza dal razzismo di Stato. Le destre neocon in Europa con il loro appoggio a Israele cercano di legittimarsi come NON antisemiti e in quest’ottica va letta l’estrema islamofobia e l’adesione a campagne di vera e propria propaganda sionista.
Il ruolo degli intellettuali e accademici in questo momento è molto importante non solo per i diritti dei palestinesi ma anche per i nostri. Creare reti, promuovere inchieste e nelle Facoltà proporre corsi di studio e approfondimenti per destrutturare la narrazione dominante, si sta già facendo in alcune università.  Soprattutto i docenti di storia hanno grandi responsabilità quando permettono che nei talk show il giornalista di turno riscriva la storia recente con evidenti incongruenze e manipolazioni ed essi non presentano richiesta di rettifica». 

Sibilio:

«L’unica possibilità per contrastare la manipolazione mediatica del conflitto e la semplificazione manichea insita nella narrazione dominante è insistere sul processo storico, dal 1948, sui nessi causa-effetto e ricontestualizzare il conflitto nella prospettiva del diritto internazionale. Rimarcando la lampante illegalità in cui opera Israele con l’occupazione dei territori palestinesi e lo Stato di Apartheid imposto su di essi, denunciato dagli osservatori dell’ONU e dalle più credibili organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International e Human Rights Watch. Rimarcando il suo disprezzo per le risoluzioni internazionali dell’ONU e per le violazioni dei diritti umani, con i numerosi crimini di guerra commessi a Gaza, ma anche a Gerusalemme e in Cisgiordania attraverso la struttura dell’occupazione. Le colonie sono un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Gli intellettuali solidali con la causa palestinese dovrebbero smarcarsi da posizioni che riducono il conflitto a una polarizzazione tra due narrazioni contrastanti, riconducendo il dibattito in ottica storica e nel rispetto del diritto internazionale». 

9788834606162_0_500_0_75Conclusioni: come si evolverà il conflitto? 

Secondo Fioretti esso «si sta evolvendo in due direzioni: quella che nel disegno di Israele si deve compiere e cioè la cancellazione del popolo palestinese riducendolo a un popolo senza terra per le annessioni che si prepara a fare in Cisgiordania e distruggendo Gaza; l’altra evoluzione è il tentativo di rafforzare la destra neocon mondiale sottraendo sempre più potere all’ONU e cercando di rendere inefficace il diritto internazionale. In questa situazione, le vittime non saranno solo palestinesi ma lo saremo tutti». Condivido pienamente l’analisi di Fioretti, aggiungendo che stiamo assistendo alla stigmatizzazione del palestinese o di chi sostiene la causa della sua liberazione. Come è di recente successo ad artisti e sportivi russi, il pogrom prosegue con gli intellettuali palestinesi: di questi giorni è la decisione scioccante del direttore della Buchmesse di Francoforte di sospendere l’attribuzione di un prestigioso premio letterario alla scrittrice palestinese Adaniyya Shibli (in italiano è disponibile il romanzo Un dettaglio minore, a cura di Monica Ruocco. Il romanzo è stato già tradotto in 11 lingue). Suscita sconcerto il fatto che la maggior parte degli italiani stia ignorando la tragedia di Gaza e dei suoi civili innocenti, concentrandosi solo ed esclusivamente sulle vittime israeliane (senza che ci sia ancora un’inchiesta che chiarisca i contorni della misteriosa operazione del 7 ottobre). La stampa occidentale, con i suoi silenzi ed omissioni complici, ha già creato le vittime di serie A e quelle di serie B. Le altre sono ignobilmente ignorate. Non si pensa a generazioni di bambini e adolescenti traumatizzati a vita da bombe a tappeto (ammesso e non concesso che non vengano sterminati e riescano ad arrivare all’età adulta). Attualmente, alla data del 26 ottobre secondo il ministero della sanità palestinese si contano 2913 bambini palestinesi massacrati e altre migliaia tra mutilati e feriti. Senza contare altre migliaia uccise dagli anni quaranta del secolo scorso ad oggi in Palestina. Chi fermerà e punirà questo osceno genocidio? 

Dialoghi Mediterranei, n. 64, novembre 2023
Note
[1] Edward William Said, The Question of Palestine, 1980.
[2] Ilan Pappe, The Ethnic Cleansing of Palestine, 2006
[3] Avi Shlaim, The Iron Wall: Israel and the Arab World, 2006.
[4] Ilan Pappe-Noam Chomsky, On Palestine, 2015.
[5] Ghassan Kanafani, Ritorno a Haifa-La madre di Saad, prima ed. 1985.
[6] Manlio Dinucci, pacifista, giornalista e geografo, è stato direttore esecutivo per l’Italia della International Physicians for the Prevention of Nuclear War, associazione vincitrice del Nobel per la pace nel 1985. È stato recentemente tra i fondatori del Comitato No Guerra NO NATO. Tra i suoi saggi menzioniamo L’arte della guerra (2015) e La guerra. È in gioco la nostra vita (2022)
[7] Il termine mizrahim definisce gli ebrei mediorientali che sovente sono accostati ai sefarditi, di origine magrebina o sud-europea. I falashà sono un popolo di origine etiope e di religione ebraica.
[8] Jacqueline Shohet Kahanoff, Mi-mizrah shemesh (“Sole dall’Est”), 1978.
[9] Ammiel Alcalay, After Jews and Arabs. Remaking Levantine Culture, 1993.
[10] Secondo l’organizzazione Human Rights Watch, anche nei recenti attacchi a Gaza è stato fatto uso di bombe al fosforo.
[11] Edward William Said, Orientalism, 1978.
[12] Ilan Pappe, Zionism as Colonialism: A Comparative View of Diluted Colonialism in Asia and Africa, in South Atlantic Quarterly, 2008: 611.
[13] Patrick Wolfe, Settler Colonialism and the Transformation of Anthropology: The Politics and Poetics of an Ethnographic Event, 1999.

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Aldo Nicosia, ricercatore di Lingua e Letteratura Araba all’Università di Bari, è autore de Il cinema arabo (Carocci, 2007) e Il romanzo arabo al cinema (Carocci, 2014). Oltre che sulla settima arte, ha pubblicato articoli su autori della letteratura araba contemporanea (Haydar Haydar, Abulqasim al-Shabbi, Béchir Khraief), sociolinguistica e dialettologia (traduzioni de Le petit prince in arabo algerino, tunisino e marocchino), dinamiche socio-politiche nella Tunisia, Libia ed Egitto pre e post 2011. Nel 2018 ha tradotto per Edizioni Q il romanzo Il concorso di Salwa Bakr, curandone anche la postfazione. Ha curato per Progedit la raccolta Kòshari. Racconti arabi e maltesi (2021).

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