Stampa Articolo

Il plurilinguismo nella scrittura sperimentale di Luigi Meneghello

coverdi Rabeb Ben Abdennebi 

I libri di Luigi Meneghello sono mirabili e innovativi grazie alle straordinarie virtù della lingua e all’eccezionale bagaglio linguistico di cui sono dotati. Essi sono entrati nel novero delle opere indispensabili per la conoscenza della letteratura italiana moderna. Secondo Lepschy, nei testi di Meneghello, inventore di forme nuove e di un intelligente tessuto linguistico, «emerge una visione originale e innovatrice della realtà linguistica italiana alla quale non solo i lettori comuni, ma anche i linguisti non erano preparati» [1].

Nella redazione delle sue opere, il letterato si avvale di strumenti nuovi e diversi rispetto a quelli comunemente adottati, dando vita a una singolare sperimentazione linguistica caratterizzata dalla presenza di un incantevole ibridismo tra lingua italiana e dialetto vicentino. Infatti, all’uso di una lingua italiana pura, lontana dagli influssi stranieri, Meneghello preferisce la lieve schiettezza del dialetto della propria area geografica.

L’utilizzo della materia dialettale non deriva dalla tradizione, ma risponde a motivazioni del tutto personali dello scrittore. La sua attenzione al dialetto è «non per snobistica curiosità di letterato»[2], ma nasce dalla profonda convinzione che esso costituisca un elemento linguistico eterogeneo e polivalente, necessario per infrangere il cerchio della realtà, per prendere coscienza delle cose e del mondo e per affrontare e esprimere nuove problematiche. « [...] la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua» [3]. 

La commistione tra italiano e dialetto costituisce, dunque, il tratto distintivo della scelta linguistica liberamente inventata di Meneghello. Dal punto di vista linguistico, Libera nos a malo si presenta come un romanzo (che in verità romanzo non è) elegantemente e squisitamente costruito, in cui si intrecciano tre forme di italiano:

«(a) l’italiano usato in proprio dall’autore, prezioso e ben cesellato; (b) un italiano diverso, più dimesso e quotidiano, che compare tipicamente nelle battute di dialogo dei personaggi, e nelle forme di indiretto libero, che potremmo chiamare “italiano popolare”; (c) il dialetto, che viene per lo più citato in corsivo, o fra virgolette, se riproduce pensieri o battute, spesso in indiretto libero» [4].

Il lettore è invitato a mettere in relazione queste tre lingue con i tre universi e i tre momenti intorno ai quali si articola l’opera:

«(a) l’italiano letterario con il mondo e la contemporaneità della scrittura; (b) l’italiano popolare con il mondo del protagonista giovane adulto, nel periodo in cui il paese sta cambiando (1940-60); (c) il dialetto con il mondo mitico dell’infanzia, e col paese dei vecchi, quale appare al protagonista bambino negli anni Venti» [5].

Il linguaggio impiegato da Meneghello costituisce, dunque, un appropriato e al tempo stesso piacevole impasto di italiano ufficiale, italiano parlato e dialetto vicentino. Nasce così un diversiloquio, strategia che caratterizza la creazione artistica meneghelliana. Esso

«confina con la lingua inventata, ma nasce non per gioco, bensì per l’urgenza del racconto. È formulazione in velocità che intreccia lingue diverse mescolando grammatiche e sintassi diverse. Lo scrittore viene a trovarsi nella condizione attribuita al balbuziente, il pensiero va più veloce dell’articolazione di parole, e allora si arrangia come può, afferra al volo ciò che serve da lingue primarie e acquisite» [6].

9788817664592-usA proposito dell’aspetto linguistico di Meneghello, Lepschy osserva con decisione: «in un libro letteratissimo come Libera nos la resa scritta delle forme parlate di italiano popolare è un modo di defamiliarizzarle, è una specie di straniamento che ne rende l’uso ancora più vivido ed efficace» [7].

L’italiano popolare [8] compare nei discorsi e nei dialoghi di Meneghello (in qualità di personaggio e non di narratore) e nei dialoghi dei personaggi che popolano l’opera, così come nelle loro riflessioni, le quali sono presentate in corsivo, tra virgolette o tramite lo stile indiretto libero. Nelle loro battute emergono espressioni tipiche del registro familiare e colloquiale, nettamente distinte dallo stile letterario che caratterizza la scrittura.

Nel libro sono riportati alcuni casi di italiano popolare scritti piuttosto che parlati. A titolo esemplificativo si può ricordare un episodio relativo alla Molina, una borgata di Malo, « [...] verso la fine della settimana si passava sotto a uno striscione di tela bianca teso sopra la strada. C’era scritto in tutte maiuscole QUESTA FESTA CINE» [9]. L’autore chiarisce il significato dell’avviso nei seguenti termini:

«Vuol dire naturalmente: “La prossima domenica (o anche: oggi che come sapete è domenica) la rappresentazione cinematografica si farà”. Qualcuno deve aver criticato l’avviso come poco corretto in fatto di lingua; vi è stata apportata perciò una modifica a mano, e l’ultima volta che lo vidi, di recente, diceva: QUESTA FESTA CINEMA. Nota che in M le feste è esclusivam. “le domeniche”; gli altri giorni festivi ze festa, ma non sono feste » [10].

La concordanza tra alcuni brani prende avvio «da ragioni tematiche, ma anche da aerei accostamenti capricciosi, da relazioni quasi svagamente, come avviene spesso in Meneghello». Nella maggior parte dei casi «i motivi contenutistici prevalgono sui motivi formali di collegamento, ma a volte si notano patenti espedienti di ripresa tra brano e brano, casi di anadiplosi, come nei poemi cavallereschi» [11]. 

In alcuni frammenti, le varietà del vernacolo, anche le più rozze, vengono accostate singolarmente alla lingua letteraria: «E dugavamo.ǀ [...] a Malo si zugava, si dugava al Feo.ǀ [...] continuava a dugare.ǀ Cosa si giocava?» [12].

Il compimento della ripresa può operare anche all’interno dei singoli paragrafi, «a mo’ di fattore aggregante del racconto tra le mobilissime aggregazioni aneddotiche con cambi continui di soggetti e argomenti o tra sequenze in successione» [13]: «[...] e Cicàna raccontava  [...] Cicàna era un grande raccontatore di film [...]; le bestemmie fioccavano.ǀ Cicàna sapeva un numero infinito di bestemmie [...]»[14].

Queste congiunzioni risentono di un modello narrativo di «facilità popolare»; però qualche volta esse «si vestono dei panni curiali di un saggismo serioso e paludato» [15]. Così sono uniti due passi in turno: «Gli aspetti del lavoro di cui ho parlato finora riguardano soprattutto ciò che Hannah Arendt nel suo bellissimo saggio sul lavoro umano chiama “labour” e distingue da “work”» [16]; «Non ricordo se ne parli la Arendt, ma la virtù che corrisponde a questo aspetto del lavoro è ovviamente la pazienza, la laboriosità, la voglia e la forza di lavorare molto» [17].

Per quanto riguarda il dialetto, Libera nos a malo «è insieme un testo in dialetto e sul dialetto, e pur essendo scritto per lo più in lingua è la raffigurazione di un mondo coordinato spiritualmente secondo le forme linguistiche del dialetto» [18].

Il libro offre una descrizione della vita a Malo negli anni Venti e Trenta, della cultura e delle tradizioni di quel paese… ma riesce a oltrepassare «una dimensione “locale” per diventare l’emblematico microcosmo che riassume l’intera società italiana alla vigilia dell’industrializzazione: si tratta di un patrimonio letterario e culturale che ci rappresenta e ci unisce tutti» [19].

L’uso del dialetto si configura pertanto come esito della profonda attenzione dell’autore alla realtà sommersa del villaggio della sua infanzia, di cui egli rende conto. Solo attraverso questo espediente espressivo è possibile cogliere il segreto delle cose e la loro verità nascosta. Ciascun termine dialettale rivela sensazioni e ricordi, elementi legati alla natura, alla vita quotidiana, alla personalità e ai sentimenti degli individui. «Il linguaggio costituisce insomma in Meneghello una rete che collega tutti gli aspetti della società» [20].

12Il dialetto è di solito esplicitamente riconoscibile e, in generale, utilizzato molto poco, «nonostante l’impressione che può rimanere, al lettore di Meneghello, di essere passato attraverso un’esperienza di totale immersione dialettale» [21], di aver fatto «una rinvigorente sauna dialettale» [22].

Bisogna sottolineare che, nel caso di Meneghello, non si tratta di uno scrittore in dialetto, semmai di un autore di libri «sul dialetto» e sulla reciprocità, riesposta, in tono rigoroso ma anche ironico e divertito, con la lingua: «bisognerebbe dirlo alla gente fin che c’è ancora tempo, che l’italiano non è una lingua parlata» [23].  

«Nel recupero della propria lingua materna agiscono ora il bambino di Malo (occhio intuitivo-sintetico), ora il professore di Reading (occhio analitico)» [24]. Meneghello non si limita al rammarico del passato, «e gioca invece ironicamente sulla nostalgia e sul distacco, con l’abilità di un vero filologo-linguista nell’evidenziare i significati reconditi delle parole, sino ai loro strati più antichi prerazionali [...]» [25]. 

Qualche volta si osserva un’opera fine e dotta, in cui lo scrittore-professore raffigura la lingua e dialoga con essa. Egli impiega con cura e attenzione gli strumenti critici della filologia per analizzare, con scrupolosità storica e scientifica, i diversi livelli linguistici della società maladense. In altre occasioni, invece, quando prevale il tono evocativo, il dialetto viene utilizzato per esplorare una tensione di maggiore libertà, diventando un veicolo espressivo polivalente, distinto dal linguaggio comune, troppo preciso e quindi potenzialmente inespressivo.

Il letterato concilia infatti l’obiettività dello studioso con il coinvolgimento di chi narra la propria fanciullezza e le proprie reminiscenze.

«Meneghello si abbandona al riaffiorire delle parole, ad ascoltare ciò che la lingua dice in lui. In dialetto si trovano anche lungo la narrazione dei brani che hanno le caratteristiche di piccole isole musicali, esemplificative di un discorso condotto fino a quel punto metalinguisticamente. Piccoli grumi, ispessimenti linguistici e semantici che ti scoppiano in faccia quando meno (o più) te lo aspetti: “Saègo tacà contare i granìti“ » [26].

Proprio per il suo intimo legame con la terra natale, l’autore, “dispatriato” in Inghilterra, afferma: «io non guardo a quel mondo passato con nostalgia, nel senso di desiderare che torni»; tuttavia, «m’importa il passato [...] in quanto ha dentro [...] le fibre di certe cose che m’interessano e che mi preme di chiarire. È un rapporto di studio, l’opposto della nostalgia» [27].

Meneghello esprime il proprio apprezzamento per il paese natale.

«Le piazze e le strade erano la nostra agorà; la nostra lingua, a differenza di quella attica, non si scriveva, ma era ricca e flessibile, e con essa si riproduceva come in uno specchio di parole il quadro rallegrante di una vita fatta non solo di triboli, ma anche di incontri, di avventure, di capricci alati, di riflessioni, di liberi eventi.
La lingua aveva strati sovrapposti: era tutto un intarsio. C’era la gran divisione della lingua rustica e di quella paesana, e c’era inoltre tutta una gradazione di sfumature per contrade e per generazioni. Strambe linee di divisione tagliavano i quartieri, e fino i cortili, i porticati, la stessa tavola a cui ci si sedeva a mangiare.
Sculièro a casa nostra, guciàro dalla zia Lena; ùgnolo presso il papà, sìnpio presso di noi. Si sentivano lunghe ondate fonetiche bagnare le generazioni: lo zio Checco non disse mai gi, neanche nei nomi propri, solo ji; del resto anche mio padre dice jèra piuttosto che géra. Anche la morfologia era a incastro: se abbiamo fatto la seconda guerra gérimo soldà, se la prima gerìvimo. Della a finale della prima persona dell’imperfetto nel numero dei meno, si avvertiva la soavità arcaica specialmente nei diagrammi del dialetto corretto» [28].

Quanto più ridotto e circoscritto è il quadro geografico dei parlanti e il cerchio di Malo, tanto più attraenti appaiono gli strati della lingua. In questo brano, che costituisce un’indimenticabile illustrazione di quella che Meneghello definisce lingua «intarsio», si individuano elementi lessicali («sculièro» e «guciàro»; «ùgnolo» e «sìnpio»), morfologici («gérimo» e «gerìvimo») e fonologici («jèra» e «géra») [29]. I termini del vernacolo sembrano fortemente ancorati alle cose, ai luoghi e alle persone. Meneghello si descrive come un bambino dialettofono. Nel brano seguente, il narratore si presenta come «il portavoce del sentimento della lingua degli italiani nella situazione di diglossia invalsa durante il regime fascista» [30]:

«Le cose andavano così: c’era il mondo della lingua, delle convenzioni, degli Arditi, delle Creole, di Perbenito Mosulini, dei Vibralani; e c’era il mondo del dialetto, quello della realtà pratica, dei bisogni fisiologici, delle cose grossolane. Nel primo sventolavano le bandiere [...]. L’altro mondo era certo, e bastava contrapporli questi due mondi, perché scoppiasse il riso. Ridevamo recitando con le donne di servizio:
Bianco rosso e verde
color delle tre merde
color dei panezèi
la caca dei putèi. 
Questa però non era sentita come critica alla Bandiera della Patria: che c’entra? La bandiera [...] si descriveva nei Pensierini a scuola; le tre merde erano allineate in orto [...]; sopraggiungeva la Colomba e ci stendeva sopra il pannolino umido che soffocava i colori in una tabe giallastra» [31].

18L’autore precisa che «Bianco rosso e verde era soltanto una frase in lingua», mentre «si sentiva che il dialetto dà accesso immediato e quasi automatico a una sfera della realtà che per qualche motivo gli adulti volevano mettere in parentesi» [32].  Proprio «in parentesi» poiché il vernacolo sollecita la curiosità, ma anche l’esitazione dei bambini maladensi, «inclini, come tutti i bambini, a riportare l’astratto alla rassicurante materialità del mondo “certo”» [33].

Per iniziare, Meneghello afferma che il vernacolo è «la sola lingua che conosco bene» [34]. Talvolta l’idioma è indicato dall’autore come «dialetto», altre volte come «lingua». Esso è designato come «dialetto» in rapporto all’italiano; tuttavia, nella prospettiva dello scrittore, il dialetto è concepito come una «lingua», anzi come “la” lingua, per il suo particolare pregio espressivo e semiotico.  Nel paese «[...] i servizi pubblici erano in comune, in comune la lingua, le scuole, le osterie, le chiese, i confessionali» [35]. Tuttavia, è evidente che a Malo la lingua comune è il dialetto vicentino e non l’italiano. Quest’ultimo, all’opposto, come il «mangiar bene» [36], indica «un discrimine di classe» ed è destinato ai «Signori».

Nelle comunicazioni quotidiane, i maladensi utilizzano esclusivamente l’idioma locale, come mostrano esempi quali: «”Ca spùa?” [‘Vuoi che sputi’] disse» [37], «Cossa ze sta? (‘Cos’è stato?’)» [38], «[...] “che lingua ze che le parla quelle lì?” (‘Che lingua parlano quelle lì?’)» [39].

Il beneficio dell’idioma risiede nella sua attitudine a unire i maladensi contro il resto dell’universo, come indica questa significativa rievocazione dell’autore-personaggio: «Sorridevamo del foresto, incapace di dire Chi ze? [‘Chi è’]» [40]; ne consegue che un forestiere si trova a entrare nel cosmo di Malo, dove si parla una lingua che «non può ridursi a una mera trasposizione di codice, che prescinda dalla considerazione delle culture, delle ideologie, dei contesti storici, delle norme sociali, dei costumi che possono collegare, ma soprattutto separare, i testi in traduzione» [41].

Secondo Meneghello, il dialetto rimanda a quella dimensione dell’esperienza «irriflessa, popolare», «della realtà pratica, dei bisogni fisiologici, delle cose grossolane» [42], che la tradizione letteraria tende a contestare o a falsificare. La lingua rievocata si configura come una lingua corporale. Il corpo del bambino, con tutte le sue funzioni fisiologiche vivaci e provocatorie, costituisce l’oggetto principale dell’opera meneghelliana.

«La serie dei SUPPORTI della personalità, le fasse, la cuna, lo spasseggio, il caregotto… Soggiornare sugli spalti dell’instabile torre, picchiando col cucchiaio la molto spotacciata tavoletta (…). Spasseggiare crucciati tra due stanghe in modo quasi ferroviario, scuotendo un sonagliolo per disacerbarsi. (…) Talvolta si era liberi in aria in posture girevoli, lanciati a candela da braccia che davano l’abbrivio (le travi ingrandivano come pulsando); gettati in spalla come fascinelle di rami da ardere; in volo nel portico, forniti di spinte bislunghe che la terra da sotto ingoiava in un sorso – poi ti afferravano, restavi imbragato là in alto, scimmiottino… (…) Ho avuto diversi abiti in maschera, da arlecchino, da balilla, da prima-comunione e da piarò. In tutti ho fatto le mie piangiate, perché il piacere di vivere ogni tanto mascherandosi si scioglie e fa il suo laghetto di pianto; solo in due me la sono fatta addosso, da balilla e da piarò» [43].

Alcuni studiosi hanno analizzato «la funzione del prelinguaggio» nella produzione letteraria di Meneghello e si sono interrogati «sulla pregnanza della sua lingua fisiologica, secondo una stratigrafia linguistica indicata» [44] dallo scrittore stesso:

«Ci sono due strati nella personalità di un uomo; sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi [...]
Ma questo nòcciolo di materia primordiale (sia nei nomi che in ogni altra parola) contiene forze incontrollabili proprio perché esiste in una sfera pre-logica dove le associazioni sono libere e fondamentalmente folli. Il dialetto è dunque per certi versi realtà e per altri versi follia» [45].

43In questo brano, di elevata rilevanza critica, il rapporto tra parole e cose si chiarisce grazie all’ampio potere del dialetto e alla vivacità della mente infantile, così autonoma e produttiva nel generare collegamenti prelogici. La complessa realtà linguistica locale si manifesta «sul piano orizzontale», individuando singoli uomini identificati come unità linguistiche compatte (la zia Lena, lo zio Checco) o, al più, suddivisi in generazioni (quella dei padri e quella dei figli). In ogni abitante di Malo si sviluppa una stratificazione successiva, in questo caso «verticale, secondo una logica del sopra e del sotto». È evidente che «la verticalità dello spazio riflette la sequenza temporale (antiche)», tuttavia «sono ben più forti i valori gerarchici immediatamente associati a superficiali (e all’implicito profonde, evocato dalla relazione oppositiva)».

La personalità di ciascun maladense, secondo il passo, è contraddistinta dalle prime esperienze linguistiche «incavicchiate» negli originari contatti con l’universo. Tali esperienze si configurano come «‘ferite’ che vanno a incidere tessuti intatti» [46] e che, successivamente, si trasformano più che in «‘cicatrici’» (termine assente nel dialetto paesano, costituendo una «mera traslitterazione dell’it.»), in «‘croste’», parola di diversa consistenza istruttiva [47].

Un ulteriore passo meditativo introduce un livello successivo di senso:

«Il paese di una volta aveva un suo pregio: formava una comunità umana modesta ma organica. Ci conoscevamo tutti, il rapporto tra i vecchi e i giovani era più naturale, il rapporto tra gli uomini e le cose era stabile, ordinato, duraturo. Duravano le case, le piccole opere pubbliche, gli arredi, gli oggetti dell’uso: tutto era incrostato di esperienze e di ricordi ben sovrapposti gli uni agli altri» [48].

I rimandi lessicali così chiari, «incrostati e sovrapposti», rivelano sul livello delle «cose» e della sostanza di Malo, la qualità dei termini dialettali attestando la densità, l’omogeneità e la coerenza vivace del microcosmo maladense e della sua lingua. In apparenza si osserva un’accumulazione di lingue «‘foreste’», corrispondenti alle lingue apprese durante la formazione scolastica del tempo, «in profondità troviamo le ferite-croste dei primi impatti dialettali nella preistoria dell’infanzia» [49].

L’originalità del dialetto risiede nel fatto che i suoi termini, quella mescolanza di «suoni e significati», si fissano nel pensiero degli abitanti di Malo in un periodo precedente all’età matura:

«per questo si legano inestricabilmente alle cose di cui facciamo esperienza per la prima volta, anzi sono le cose stesse, in un mix inscindibile di parola-suono, parola-cosa e parola-emozione ǀ pensiero: e questo imprinting resiste al tempo, e al sovrapporsi di altre lingue, quelle della ragione» [50].

In tal senso, si può considerare il processo linguistico come strettamente associato ai «tralci prensili dei sensi», «a un’esperienza psicofisica del mondo» [51]. L’idioma pare essere il solo mezzo espressivo capace di garantire, con massima spontaneità, un’appagata corrispondenza tra la conoscenza del mondo e la possibilità di comunicare spiriti e emotività: «lingua dell’infanzia come lingua in assoluto, secondo le acute intuizioni di Luigi Meneghello» [52]. In questo caso si può inserire il brano direttamente consecutivo:

«Sento quasi un dolore fisico a toccare quei nervi profondi a cui conduce basavéjo e barbastrìjo, ava e anguàna, ma anche solo rùa e pùa. Da tutto sprizza come un lampo-sgiantìzo, si sente il nodo ultimo di quella che chiamiamo la nostra vita, il groppo di materia che non si può schiacciare, il fondo impietrito.
Non dico che questo è il dialetto, ma che nel dialetto c’è questo» [53].

In appendice al libro, «figura utilmente un glossarietto esplicativo, corredato da “brevi ragguagli e appunti supplementari di natura non linguistica” a uso dei lettori» [54].

«M: Dialetto schietto di Malo dal terzo al sesto decennio del secolo XX, sia nelle forme ad esso peculiari, sia in quelle genericam. vicentine o venete.
Tras.: (Trasporto); Parola trasportata da M con alteraz. foniche e morfologiche; costrutto derivato da M; effusione linguist. dell’A.
F: Dialetto della campagna e del monte.
DC: Dialetto corretto (nel senso di “caffè corretto”); Varianti di M usate dagli abbienti del centro.
PLEB: Varianti di M giudicate tipiche dei popolani.
PUE: Varianti di M in uso tra i bambini (normalm.) fino all’età della ragione o (raram.) fino alla pubertà.
Par.: Parodia fonica e/o morfologica dell’ital. (accolta in M).
Straf.: Par. involontaria (corrente in M).
(Priv.): Informazioni o ricerche private.
(AV): Seguono istruzioni ai lettori di formazione linguistica alto-vicentina, e, tra virgolette doppie, varianti del testo ad essi riservate.
Ital.: La specie imperfetta di italiano che l’A. sa e scrive» [55].
In seguito, il letterato avvisa con ironia: «Si omette per semplicità ogni distinzione sistem. tra l’uso di MC (Malo Centro), MA (Malo Alto) e la terra incognita che è MB (Malo Basso); di altre import. distinzioni in seno a M non si tiene conto in lib. nos» [56]. 

Nel suo racconto

«Meneghello ritrova e descrive i processi del suo laboratorio, arrivando anche ad alcune definizioni che altro non sono che evidenziazioni di procedimenti applicati. In particolare ha per noi pregnanza indicativa la descrizione dell’operazione che egli mette in essere nella fase di maggior realizzazione dei suoi equilibrismi linguistici [...]» [57].

La sezione delle Note fornisce una preziosa chiave di lettura, non unicamente, e non tanto, nel senso riduttivo di chiarire e spiegare numerose espressioni impiegate nell’opera, quanto piuttosto, e innanzitutto, nell’esporre la condotta di Meneghello di fronte al vernacolo, all’italiano e a se stesso nelle molteplici fisionomie della sua «personalità linguistica»: come personaggio che aderisce al teatro di Malo, come protagonista del libro e, infine, come letterato che riflette sul proprio lavoro. Nelle tre prospettive, si tratta di uno scrittore che conosce e vive l’opposizione e l’interpenetrarsi di lingua e dialetto. «Le note di lingua si propongono principalmente di illustrare e esemplificare un metodo di lavoro, e i suoi materiali, non di documentare sistematicamente il dialetto di Malo» [58].

48Pellegrini vede in Meneghello «un prosatore sintetico», accanto al quale si colloca tuttavia un prosatore analitico e riflessivo, il professore di Reading, come rivela la sezione delle Note ai testi. I trasporti sono «forme italiane derivate dal dialetto», mentre le parodie e gli strafalcioni sono «forme derivate dall’italiano e usate nei discorsi in dialetto». Infatti «il movimento dall’italiano al dialetto produce delle “parodie” foniche o morfologiche, cioè parole italiane storpiate per l’interazione fra lingua e dialetto»[59] come «atinpùri» [60] (atti impuri), «rèola» [61] (aureola)…

Nella complessa produzione narrativa di Meneghello si riscontra inoltre un assai ricco studio del lessico del dialetto di Malo, con approfondite riflessioni sulle sue varietà. Con questo scrittore, infatti, il dialetto viene esposto e analizzato in tutte le sue varianti e distinzioni, «quelle che i sociolinguisti chiamano diatopiche e diastratiche» [62]: diatopiche («dialetto della campagna e del monte» [63], differenze fra strade, quartieri, perfino «i cortili, i porticati, la stessa tavola a cui ci si sedeva a mangiare» [64]); diastratiche (varianti «usate dagli abbienti del centro», varianti «tipiche dei popolani»); e anche diacroniche (forme primitive e nuove, varianti «in uso tra i bambini») [65].   Secondo questo complesso di idee, «[...] si fondano tutte le notizie su parole e frasi dialettali nei romanzi di Meneghello: mai parole lessicalizzate, sempre nessi suono-cosa-sensazioni»[66].

Quindi Meneghello non è soltanto uno scrittore, ma anche un abile e competente linguista. L’autore dimostra una profonda perizia nella conoscenza dell’idioma e dei suoi mutamenti negli ultimi decenni. È vero che il letterato è un raccoglitore di materiale dialettale «ma può contare in più sul suo orecchio finissimo, che gli fa cogliere le differenze tonali tra possibilità morfologiche e lessicali alternative, e confermare il famoso adagio secondo cui i sinonimi non esistono» [67].

Del resto, con la sigla (AV), il lettore comune, ovvero quello considerato «‘povero’» italofono, può avvalersi della tecnica dei «‘trasporti’», nella quale la parola dialettale viene standarizzata (essenzialmente nella fonologia e nella morfologia), attribuendone il significato, nei casi più difficili, al contesto (o alle note) [68].

Meneghello dedica alla lingua il massimo del suo interesse. L’artista «ha tratto strategie, tecniche, tutto quello che serve per forzare le parole grigiamente smerigliate a definire un po’ più vividamente le cose. Ne ha scritto, si è spiegato col suo solito garbo» [69]. Tra le tecniche impiegate, si può ricordare:

Il trasporto

«è lo spostamento di una parola di una lingua dentro un’altra lingua, ma senza che subisca rigetto e senza che perda la sua vibrazione e irradiazione, anzi studiando il modo per ottenerne la fluida, gradevole integrazione nella lingua che l’accoglie, tanto da avere un giro di frase inconcepibile sia in una lingua, sia nell’altra. Di preferenza si intende il precipizio di una parola vicentina dentro la lingua letteraria» [70].
In altri termini, questa tecnica consiste nella «creazione di una parola che deve parere italiano (non nel senso di essere creduta italiana, ma nel senso di armonizzare con l’italiano) e insieme rispecchiare il dialetto, e che può funzionare solo se sta in un contesto che permetta di percepire almeno l’aroma [...]» [71].

L’interferenza

«sfuma nel trasporto e viceversa. È l’ingresso del basso nell’alto o dell’alto nel basso, una cartina di tornasole, a volte, per mostrare la vuotezza, l’eccesso di solennità, l’artificiosità, anche la stupidità di molta produzione alta di discorso. Ma essa, se ho ben capito, può fare anche il contrario, coniugandosi esplicitamente con il trasporto: liberare la buona tradizione dalla gabbia in cui era stata storicamente chiusa; rivelare che è la produzione bassa di discorso – quella non irreggimentabile del dialetto – a offrire equivalenti adeguati alle vette irraggiungibili, ai sogni, della grande letteratura planetaria» [72].

I trasporti sono «le parti più vive e caratteristiche, quelle che ne costituiscono l’essenza» [73]. Nell’incipit delle Note a Libera nos a malo, Meneghello parla di questa opera linguistica:

«Non mi sono proposto [...] né di tradurre né di riprodurre il dialetto; invece ho trasportato dal dialetto alla lingua qualche forma e costrutto là dove mi pareva necessario, e sempre col criterio che questi miei “trasporti” nel loro contesto dovessero riuscire comprensibili al lettore italiano.
Se avessi scritto soltanto per i miei compaesani (come per un momento avevo pensato di fare), il libro sarebbe forse venuto un po’ meno brutto, ma solo noi da Malo l’avremmo potuto leggere» [74].

La lingua utilizzata nel resoconto è, in parte, un’invenzione dello scrittore. Egli illustra il proprio intento di rendere l’esperienza dialettale, vissuta in prima persona, accessibile anche a chi non conosce il dialetto. È apertamente dichiarata la rinuncia a qualsiasi forma di traduzione linguistica o di riproduzione imitativa. Innanzitutto «si percorre la via di fecondi innesti dialettali, la cui forma linguistica li renda compatibili con la lingua italiana, senza produrre effetti di rigetto, di oscura alterità (finalizzata, magari, a un esibito espressionismo, estraneo alla poetica meneghelliana)» [75].

Tuttavia alla rinuncia a una stesura dialettale, si affianca il fascino di una soluzione innovativa: la sfida di trasferire, riportare, addirittura “trasportare” nella lingua letteraria italiana, colta e raffinata, la materia dialettale, o almeno alcune delle sue parole principali.

In verità, ciò che Meneghello compie è «lasciare libero gioco alle interazioni linguistiche» che si producono in lui e «vedere cosa ne veniva fuori». Lo scrittore parla della  

«fase dei liberi scambi reciproci fra le due lingue, fra il dialetto e la lingua letteraria: il rapporto che in inglese si chiamerebbe interplay, in italiano mi piacerebbe dire «interazione» arieggiando un po’ il linguaggio della fisica moderna. [...] Io ho cercato di lavorare su queste interazioni con determinati esperimenti. In Libera nos li ho chiamati, un po’ semplicisticamente, “trasporti“» [76].

50Meneghello presenta, mediante uno stile rallegrato, oscillante tra il serio e il divertente, e le «abbreviazioni di aria filologica» [77] sopra ricordate, alcuni esempi di interazioni, diverse serie di espressioni in cui lingua e dialetto si uniscono, si sovrappongono e si associano. Si inizia con la parola «fragnòccola» [78]. Dai toscani, il termine corrispondente potrebbe essere «nocchino». È evidente che, in qualsiasi parte d’Italia, esista un oggetto simile e che, per questo, abbia il proprio nome. Quello dei toscani si può persino considerare «”italiano” benché non sia poi detto che sia la parola più usata nelle varie forme di italiano regionale che, tutto sommato, sono l’italiano» [79].

Si prosegue con questo esempio: al Solario, che si trova alle estremità del paese, vi è una sorta di primitiva colonia estiva:

«era una piccola giungla verde popolata di energumeni come quello soprannominato Pessàta; questa era la nominaglia di casa sua, e non bisognava assolutamente usarla in sua presenza. Durante una partita lo accusai di mentire; dissi “busiàro” e lui mi afferrò con la sinistra e a piccole fragnòccole di destra mi fece ritrattare. Dovetti dichiarare formalmente che non diceva bugie; mi allontanai alquanto e aggiunsi con ingannevole soavità: “Però dici pessàte“» [80].

Meneghello concentra la sua attenzione sull’espressione «piccole fragnòccole di destra». Ecco cosa fa l’autore esattamente: egli sceglie una parola del dialetto, «fragnòcola», la riscrive con doppia «c», quasi trasformandola in una parola italiana, che in sé costituirebbe una sorta di «caricatura del dialetto», ma «ha la funzione [...] di trasmettere al lettore qualcosa di ciò che per me significa la fragnòcola originaria» [81].

Secondo il letterato, le sillabe della parola «fragnòcola [...] hanno dietro delle realtà concrete che non ha per me nessuna parola italiana corrispondente; non sono solo diverse vibrazioni dell’aria che caratterizzano la parola, ma diverse vibrazioni della mente» [82]. Da menzionare è anche la parola «lòtare» [83], simile al verbo italiano lottare. Essa è scritta con una sola “t” (come avviene in dialetto); tuttavia, viene percepita come un «trasporto» e non come una citazione del dialetto.

58Meneghello indica sulla «ò» l’accento tonico. Alcuni filologi, che leggono l’opera con particolare attenzione «agli aspetti linguistici», e quindi «alla realizzazione grafica delle parole», notano parole che «portano segnato l’accento» anche quando non sembra necessario,  e si chiedono quale senso abbia questa scelta. Ad esempio, la parola «lòtare» è piana e non vi sono probabilità di fraintendimenti.

L’intellettuale cerca di chiarire le ragioni della propria tendenza a utilizzare, in determinati casi, l’accento grafico. Egli intende infatti distinguere il trasporto (ossia il termine ricalcato dall’italiano e integrato nel dialetto) dalla citazione dialettale (peraltro alquanto sporadica nel racconto). La parola si presenta sotto quattro forme: «lotare (dialetto), lotàre (trasporto n. 1), lottare (italiano), lottàre (trasporto n. 2)». Soltanto la forma italiana assume il significato di «fare la lotta», mentre le altre tre forme, riferite al medesimo verbo transitivo, significano «vincerla». Nel contesto di Malo, negli anni considerati, «lotare» una persona significa batterla, ossia prevalere su di essa nella lotta [84].

In numerosi episodi, l’affioramento impulsivo e scattante delle parole dialettali assume una funzione particolarmente significativa. In questo contesto, esse vengono impiegate per evocare i giochi infantili, come «S’ciopascóndare, ‘cercare i nidi’»:

«Ho un filo di parole, S’ciopascóndare contiene l’attesa nei nidi inaccessibili tra sciogliere di bidoni, cataste di fascine; gli anfratti, le muffe, le ragnatele, le tane profonde sotto bastioni di bisacche, nel fianco delle montagne dei bozzoli; il tempo che si ferma, i rumori che si chiudono, e il senso di essere usciti dal mondo e di stare a origliare. Si sosta rannicchiati tra sfasciumi, capovolti in imbuti soffici; si viaggia strisciando nei cunicoli proibiti degli essiccatoi.
Ma di ciò che c’era di inesprimibile nel rito puerile, del mistero sottinteso, del panico dei bambini nascosti e del bambino che li cerca, solo l’altro nome riporta qualcosa, Cucò. È il gioco metafisico, smarrito, nei luoghi e nei tempi disertati dall’uomo, legnaia tezza cantina granaio; il gioco allusivo» [85].

La scrittura di Meneghello, pur guidando il lettore con estrema precisione all’interno di spazi reali, lo proietta improvvisamente in una dimensione altra. Si consideri, a tal proposito, il seguente frammento, di particolare intensità lirica, in cui l’io narrante si ricerca e si orienta entro spazi rievocati attraverso la memoria:

«Maggio in orto, api, calabroni; virgulti, germogli, foglie tenere, e bai dappertutto, in aria in terra sulle foglie. Mi vede questo bao? Vede un bao grando; è tutto fatto a bai il mondo, bai-bimbissóli, bai-lumèghe, bai-sórze, bai-càn, bai-òmini, bai-angeli che zòla come questo bao. Zòla via bao!
Nel zufolo delle api filandiere c’era il bandolo di una cosa che dardeggiava dentro e fuori dal tempo; mi sentivo uscire dal nostro man-loked set, lo spazio infinito e il tempo infinito erano gocciole di suono a mezz’altezza, press’a poco alte come la mura dell’orto, che fioccavano in aria senza cadere.
Si sapeva che erano solo ave. Ava: una giuggiola che si muove, una strega striata, minuscola; un bao che non è un bao, un segreto che non si può penetrare perché non parla, una goccia gialla che punge» [86].

Il brano presenta due trasporti: il primo è «bao», al plurale «bai», che, secondo Meneghello, corrisponde a «baco», pur assumendo il significato più ampio di insetto di qualsiasi tipo, nonché di lieve stato di malessere; il secondo è «ava», al plurale «ave», ossia «ape». A proposito di tali termini, lo scrittore osserva:

«Queste due parole mi colpiscono come parole che potrebbero benissimo essere parole italiane: anche la nostra pronuncia non differisce troppo da quella di un senese o di un fiorentino colto che le vedesse scritte. Usandole però in un contesto intensamente letterario (il mistero della natura e della vita percepito da un bambino che parla dialetto) mi pare evidente che non c’è bisogno di alterarle in alcun modo; qui, dato il contesto tutto fondato su trasporti d’ogni specie, non occorre nemmeno l’accento grafico per mostrare ciò che è evidente, che non sono pietruzze dialettali incastrate nelle frasi italiane, ma trasporti» [87].

71Attraverso il procedimento dei «trasporti» da una lingua all’altra e nonché mediante l’accostamento imprevisto di codici linguistici differenti «si forma continuamente sulla pagina meneghelliana una zona franca di interferenze e miscidazioni, in cui traspare qualcosa di es-lege» [88], come emerge nell’invocazione all’ape, «[...] strega striata, minuscola; [...] goccia gialla che punge. Ava aveta, do lo ghètu ‘l basavéjo? / Ava: sa te me bèchi te lo incatéjo» [89].  

Trasportare la parlata di Malo nella forma scritta implica, quasi inevitabilmente, «intrappolarla in un’altra lingua, travestirla, ridicolizzarla. La si può solo citare dentro un discorso altro. E a sua volta questo discorso altro funziona come un metadiscorso che prova a restituire per approssimazioni l’attualità viva di quel mondo dialettale perduto» [90], come chiaramente evidenziato da questo commento a una filastrocca locale:

 «[...] si sentiva che il dialetto dà accesso immediato e quasi automatico a una sfera della realtà che per qualche motivo gli adulti volevano mettere in parentesi. Si sentiva anche che in questo gli adulti facevano la commedia, e si ammirava il modello (purtroppo inimitabile) del piccolo anonimo popolano che aveva radicalizzato la protesta fino a investire i rapporti fondamentali dell’uomo, Famiglia e Religione.
Aveva subìto fremendo certe imposizioni dei genitori: poi l’intervento gratuito dell’autorità ecclesiastica lo esasperava del tutto. Di questa esperienza ci ha lasciato lui stesso un conciso documento.
Me pare me mare
me manda cagare
el prete me vede
mi taco scoréde. 
Era evidentemente molto arrabbiato: ma è impensabile che a questo precorritore della gioventù bruciata, nell’atto di manifestare il suo sentimento, non venisse anche un po’ da ridere» [91].

Il passo di Meneghello si distingue per la sua specificità. Esso comprende una citazione di un brano in dialetto e un commento colto e semiarguto, impostato secondo uno stile «mezzo filologico e mezzo sociologico». Diversamente dal brano dialettale, istintivo e incisivo, il commento è redatto con uno stile volutamente presuntuoso. A una lettura attenta, è difficile che «non venisse anche un po’ da ridere»: «lo scoreggiatore» di terra come «precorritore della gioventù bruciata!» [92]. Si tratta, infatti, di «una perifrasi ironica», una figura assai privilegiata dall’autore, che si diletta nel prendere le distanze dal proprio dialetto nativo, assumendo il ruolo di astuto traduttore e conciliatore nei confronti del lettore istruito.

In situazioni analoghe, vengono spesso proposti «detti o motti popolari». Tali espressioni, di norma, incarnano modelli di immediatezza, impulsività e schiettezza; tuttavia, nel contesto dell’opera di Luigi Meneghello, la dinamica cambia sensibilmente. In questo e in altri contesti, l’autore, pur con tono scherzoso, mostra come il vernacolo, anche nelle sue forme più spontanee, sia capace di elaborare e organizzare opinioni, esperienze e stati d’animo. Nel passo seguente, si osserva il modo in cui viene decodificata la bestemmia:

«La bestemmia è un istituto di una certa importanza, non è vero che sia solo un ausilio espressivo degli inarticulate: [...] la bestemmia vera è quella arrabbiata, che “tira giù” il soprannaturale, ed esprime un giudizio di fondo – rozzo ma indipendente – sul funzionamento del mondo» [93]. 

77Attraverso tali riformulazioni, le espressioni originali mantengono la loro rilevanza e la loro naturalezza; al contempo, il loro vigore espressivo emerge con maggiore evidenza per effetto del contrasto. Già in Maredè, maredè…, Meneghello osserva che «l’originale vitalità dialettale non si attenua, anzi sembra intensificarsi» [94] quando una frase in dialetto viene «trasportata» e impiegata in italiano.   

Meneghello analizza l’uso delle «doppie». La pronuncia delle doppie è esaminata in diverse circostanze; per esempio: lavarsi «il colo» [95], con una nota eterogenea e accurata [96]; «crolla» [97], pronunciata con «una elle e mezzo» [98]; «È cotto»: «La Este si sforzava di pronunciare la parola cotto con la doppia ti, come l’aveva trovata in un giornaletto, ma le veniva con una e mezza» [99]; e la sequenza di epiteti pronunciati da uno sposo «Troia! Roia! Luia! Vac-ca! Brutta puttana!» [100], in cui «Troia! Roia! Luia!: Come insulti sono sinon. di vaca! Naturalm. vaca! differisce da vac-ca! ma è diffic. spiegare in che modo» [101].    

In un ulteriore passo compaiono «gli orolojaji la cui nominaglia è Ruet-te» [102]. A ciò segue un commento particolarmente dettagliato:

«Ruette essendo un soprannome scherzoso, si dice con la doppia. L’uso delle doppie, come gli aspetti del verbo russo, è difficile da spiegare ai foresti: la doppia si adopera in genere per caratterizzare, per imitare, per fingere di dire una cosa e dirne invece un’altra; è una  specie di schinca linguistica, che ti lascia lì. Se poi entriamo nella sfera delle doppie ss e delle doppie zz, le regole sono praticamente inutili.
Questa lingua, benché non registrata, benché territorialmente limitata [...],benché tutta divisa in se stessa e di continuo terremotata, non è però uno strumento da prendersi a gabbo. Gli utenti della Koinè “italiana”, passando per di qui qualche volta ci si provano. Ma noi possiamo rispondere: “Non c’è modo di mettervelo per iscritto, ma fin che abbiamo fiato possiamo cojonarvi anche noi, pajazzi!”. Ma per capire la differenza tra pajassi e pajazzi bisognerebbe che venissero ad abitare qui per qualche anno» [103].

Nel passo riportato, le forme «pajassi» e «pajazzi» vengono trascritte rispettivamente con due «s» e due «z». Tuttavia, l’autore riflette nuovamente sull’argomento nelle Note di morfologia elementare, collocate in appendice a Maredé maredé…, dove si discute della grafia «ts» e «dz»: «Per la nostra pronuncia della ‘zeta’, sorda o sonora (in parole importate generalmente dall’IT) uso per la sorda -ts- e per la sonora -dz-». Con questa grafia, il risultato menzionato precedentemente diverrebbe: «Non c’è modo di mettervelo per iscritto, ma fin che abbiamo fiato possiamo cojonarvi anche noi, pajatsi! Ma per capire la differenza tra pajassi e pajatsi (quest’ultimo proferito con la forza di una doppia ts) bisognerebbe che venissero ad abitare qui per qualche anno» [104].

Riguardo a «Non c’è modo di mettervelo per iscritto», lo scrittore osserva: «Veramente in questo modo glielo avremmo appunto messo per iscritto…», aggiungendo la necessità di distinguere fra «pajassi con la sibilante sorda, semplice o doppia, e pajatsi con l’affricata sorda, semplice o doppia» [105]. L’efficacia di tale distinzione fra «pajassi» e «pajazzi» viene ulteriormente evidenziata dalla loro contrapposizione all’italiano letterario «pagliacci». 

Nel racconto vengono riportate le due prediche sui «Tormenti Eterni», redatte con straordinaria perizia. Di seguito, i due testi:

«Ci spiegavano a Dottrina:
Sa tulì su na manà de sàbia, quanti granèi che ghe sìpia? Che gh’in sìpia mezo miliòn? E lora, quanti ze che gh’in sarà su tuta la spiaja? Un miliòn de miliardi? E lora, quanti che gh’in sìpia su tute le spiaje de sto mondo? E sui Deserti? E soto el mare, che ghe ze montagne de sàbia? E mi ve digo che se i ghe dizesse a un Danato: ti te saré scotà e sbuzà coi feri de fogo par tanti ani quanti che ze i granèi de sàbia che ghe ze in tuto ‘l mondo, el Danato el se metaria a sigare dala gioja. E invense quando che tuti sti ani finamentre sarà passà, alè! se taca n’antra volta. E domàn de matina anca voialtri podaressi svejarve Danati» [106].

Riascoltiamo il discorso al Feo:

«Saèlo cossa sto Inferno? Mi a go rancurà na branchinèla de sabiòn e a go tacà contare i granìti. A garò coesto contare na meda ora, a garò coesto, e a ghinarò contà on mejàro e medo. Ma sa gaèa fenìo sta branchinèla? Seh, monega: na presa la jera. E mi a jera lìve ca laorava pensare te la me testa laorava, se invense de granìti de sabiòn a ghe fusse ani, tute le branchinèle de sabiòn che ghe ze sto-mondo, e le caretà de sabiòn, e le montagne de sabiòn e le spiaje-del-mare oltra in cào che l’è tuto on sabiòn: sempre ani, cava on granéto cava on ano, e i ghe ga-ito ai Danati-de-l’inferno, fenìo el sabiòn fenìo l’inferno; se la fusse lacussìta, sti Danati-de-l’inferno se ciamarìsseli contenti? Da ver cavà on terno a ghe pararìa! E invense tuti sti mejàri de stramejàri de ani, co ben i fenisse, casso!, i scomensa danovo. Sa ve l’Inferno stanote, i scomensa doman-de-matina bonora» [107].

Entrambi i testi concernono «l’idea dell’Inferno», fondata sul «Sistema di Necessità analogo a quello che vige quaggiù», il quale costituisce il supporto della «teologia semplificata e forse un po’ svisata» [108] di Malo, a difesa dell’affermazione secondo cui, in questa vita, «Ciò che conta è dunque l’altro mondo» [109].

119La centralità della questione, all’interno del contesto dell’educazione religiosa degli abitanti di Malo, e la marcata necessità di diffonderla tra di loro, trovano una meritevole risonanza nella raffinatezza, anche linguistica, di Luigi Meneghello. La «ricreazione» delle molteplicità diatopiche (e diastratiche) del vernacolo palesa, da una parte, l’urgenza di offrire una documentazione linguisticamente affidabile e obiettiva di una prospettiva nodale della società di Malo, quale la religione; dall’altra, l’urgenza di adattare le scelte linguistico-stilistiche sia al contenuto da trasmettere sia ai destinatari, appartenenti a contesti socio-culturali differenti: più progrediti gli abitanti di Malo, dove «C’erano “signori”, gente e poveri; ma molte parti della vita si condividevano» [110] e vale «un sistema di valori [...] di antica formazione prevalentemente rurale e popolare, che aveva adottato anche idee di origine urbana e colta, ma le aveva assimilate e trasformate a modo suo» [111]; invece più sottosviluppati quelli del Feo, un «luogo [...] sul ciuffo dei monti, qua sopra Monte di Malo», che, scrive l’autore, «non ci pareva facesse parte del mondo: [...] secondo noi ci abitava una schiatta primitiva di uomini, con le loro capre, le donne, i bambini e le galline. C’era inoltre un prete, una scoletta, un’osteria, e una volta all’anno la sagra» [112]. 

Le due varianti di predica citate: la prima, «vivacizzata dall’incalzare delle interrogative per sollecitare l’attiva partecipazione degli ascoltatori», in idioma di Malo, la seconda, «a volte zoppicante nella sintassi e punteggiata di interiezioni “basse”, nella parlata rustica del Feo» [113],  cioè in idioma della campagna e del monte.

Per facilitare la lettura della predica ai non maladensi, lo scrittore correda l’opera di un essenziale Glossarietto per il discorso sui Tormenti Eterni, in cui sono annotate le parole italiane equivalenti a quelle dialettali di Malo e del Feo [114]. Egli intende evitare di volgarizzare le due varianti, persuaso che «Finché si trascrive in italiano non si può andare oltre a un certo punto per arrivare alla verità di chi non parla italiano [...]» [115].

In Libera nos a malo, il letterato «arriva a quel nocciolo di materia primordiale, indistruttibile, alla sfera pre-logica, lascia parlare la sua parte di follia». Si tratta «di una realtà che si stabilisce in dialetto, nasce in una fase di prescrittura in forma dialettale e, anche se viene espressa in italiano, può in fondo essere perfettamente realizzata e compresa solo fra i membri della comunità nella quale si è prodotta» [116]. «Sappiamo del resto che in seguito Meneghello si è mosso sempre di più secondo un modello non solo binario (dialetto versus lingua), ma ternario (dialetto versus lingua italiana versus lingua inglese)» [117].

L’autore costituisce un punto di raccordo tra la cultura italiana del Novecento e quella europea del medesimo periodo. In tutti i suoi libri, seppur in misura diversa, si può parlare di una forte interazione, di un «interplay» tra il polo culturale italiano e quello inglese. L’intellettuale manifesta un costante entusiasmo per i significati inglesi, che gli appaiono al contempo sensibilmente differenti e più precisi rispetto ai corrispettivi italiani. Nel lessico meneghelliano si rileva la presenza di peculiari contaminazioni con parole inglesi.

Ciò conduce alla nascita di una scrittura fondata su uno stile colto e consapevole. «È, dunque, un inserto inglese, un altro dei tanti che vivacizzano la pagina letteraria di Meneghello, ne inverano i contenuti nostrani con un tratto di signorile aristocrazia, di sovranazionale diplomatica conferma degli asserti (se così si può dire)» [118].  Nell’esempio seguente si racconta di don Emanuele «che appare in sovrimpressione con l’angelo della visitazione» [119],  di Wallace Stevens: «One of the countrymen: / Cossa ze sta?/ The angel: / I am the angel of reality [...]» [120].

Nel passo si avvicendano i versi più geniali del grande poeta americano e l’idioma rustico dei contadini in una mescolanza di insolito fascino, «come se lingua italiana, lingua straniera, dialetto veneto fossero davvero uno strumento unico, armonico, modellato da un’unica mentalità – e causa di un unico piacere nell’ascolto» [121].

La dedica di Libera nos a malo è collocata, per «aggravio di reticenza», tra le appendici. Le parole di questa dedica sono ancora di Wallace Stevens (Angel Sorrounded by Paysans) e dichiarano l’appartenenza dell’io alla collettività: «I am one of you and being one of you / Is being and knowing what I am and know» [122]. Nell’opera si incontra una sorta di «epigrafe-esergo collocata, anche qui curiosamente, nel corpo stesso del testo e non sulla soglia di esso» [123]: «You mustn’t expect a romantic paese like Marostica, my dear.» / (Viaggiatore inglese accompagnando un amico a Malo, verso la metà del sec. XX) [124].

Le molteplici parole inglesi, molte delle quali entrate nel dizionario italiano, sono citate in corsivo se utilizzate come correlative di parole dialettali. «La donna onta non merita stima» [125]: in questa frase il riflesso sociale è immediato ma sfavorevole. Si tratta di un ulteriore esempio di plurilinguismo meneghelliano che racchiude codici differenti, il dialetto maladense e l’inglese. Essi contribuiscono all’esplicitazione del significato con effetti allegri e talvolta ridicoli: «”Onta” vuol dire insomma untidy; nei casi gravissimi si diceva, e mio padre dice tuttora, che una donna era “un luamàro” che vuol dire most untidy» [126]. L’autore impiega la prospettiva inglese, altra e distante, per osservare e giudicare un mondo che conosce assai bene: quello di Malo.   

Il libro è corredato da un inesauribile repertorio che spazia dalla fauna alle preghiere in latino. Essa viene risemantizzata mediante una schiettezza e una spontaneità contemporanee e sapienti «e maneggiata dal sopravvenuto giudizio, secondo una tradizione che conosce antenati illustri, da Boccaccio a Sacchetti» [127]. «Anche le citazioni del Vangelo offrono il destro a sapide battute» [128], come dimostra questo brano, in cui il termine Cristo viene adoperato in una dimensione del tutto comune:

 «“Ricordati che prima di Dio vengo io, capito? “  dice un padre eccezionalmente devoto, bellicosamente devoto, a uno dei suoi molti figliuoli [...] E ricordati che Gesù Cristo ha detto che per prima cosa la barba bisogna farsela per se stessi, capito? “ È evidente dal modo in cui lo dice che crede non solo nella bontà di questa massima, ma anche che sia stato davvero Gesù Cristo a insegnarla. “E uno scriba alzatosi gli disse: Domine quid me oportet facere ut salvus fiam? E Gesù gli ripose: Barbam“» [129].

8-lnmIn conclusione, l’opera di Meneghello trae la sua forza dal suo linguaggio che si rivela come utile strumento di descrizione e di riflessione su temi sociali e politici di grande rilievo. La lettura dei racconti di Meneghello testimonia la sua capacità e la sua perizia come linguista. Egli lavora profondamente sulla tecnica espressiva che ha una priorità assoluta nei suoi libri. La particolare attenzione dello scrittore al linguaggio nella proposizione delle sue esperienze è basilare e la scelta di un registro linguistico insolito e di un eterogeneo stile dà luogo a resoconti che sono classificati dalle case editrici come romanzi, ma che in realtà non sono racconti tradizionali: sono piuttosto narrazioni a sfondo autobiografico che hanno spesso un andamento saggistico e non mai di storia personale romanzata.

L’invenzione linguistica di Meneghello si origina dall’avvicinamento o dallo scontro di codici linguistici differenti, opposti e ben distinti (lingua e dialetto, scritto e parlato, serio e ironico, cultura riflessa e cultura popolare), realizzando un’elegante fusione di elementi espressivi  eterogenei e inducendo nel lettore una nuova concezione della realtà; o probabilmente dall’esistenza di una particolare attitudine che concede a rivelare alcune parti dell’esperienza inafferrabili con gli ordinari mezzi conoscitivi. 

Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026 
Note
[1] Giulio Lepschy, Introduzione, a LUIGI MENEGHELLO, Opere scelte, Progetto editoriale e introduzione di Giulio Lepschy, A cura di Francesca Caputo con uno scritto di Domenico Starnone, Quarta edizione, («I Meridiani»), Verona, Mondadori, 2010, cit.: LVII.
[2] Ibidem, cit.
[3] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, con un saggio di Cesare Segre, Ottava edizione, («i grandi romanzi BUR»), Bergamo, Rizzoli, 2007, cit.: 37.
[4] Giulio Lepschy, Introduzione, a LUIGI MENEGHELLO, Opere scelte, cit.: LVIII.
[5] Ibidem, cit.
[6] Domenico Starnone, Il nocciolo solare dell’esperienza, in LUIGI MENEGHELLO, Opere scelte, cit.: XXXVI.
[7] Giulio Lepschy, Introduzione, a LUIGI MENEGHELLO, Opere scelte, cit.: LIX.
[8] Il concetto di italiano popolare è utilizzato per la prima volta all’inizio degli anni Settanta. Nel discutere l’argomento, si oppongono le opinioni di «linguisti che lo ritengono un idioma caratteristicamente parlato, e che può essere studiato solo imperfettamente su una documentazione scritta insufficiente e svisante, e di altri che lo considerano un fenomeno tipico dello scritto, cioè il modo abnorme di chi non adotta scrivendo il registro del tradizionale italiano letterario, e rende invece (di solito contravvenendo anche alle convenzioni ortografiche) forme che, di fatto normali nell’uso parlato familiare, appaiono solecistiche nella scrittura» (Ibidem, cit).
[9] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 86.
[10] Ivi, cit.: 268.
[11] Antonio Daniele, La grammatica narrativa di Luigi Meneghello, in Per Libera nos a malo, A 40 anni dal libro di Luigi Meneghello, Atti del convegno internazionale di studi “In un semplice ghiribizzo” (Malo, Museo Casabianca, 4-6 settembre 2003), a cura di Giuseppe Barbieri e Francesca Caputo, Cornuda (Treviso), Terra Ferma, 2005, cit.: 95.
[12] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 41-42.
[13] Antonio Daniele, La grammatica narrativa di Luigi Meneghello, in Per Libera nos a malo, cit.: 95.
[14] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 64-65.
[15] Antonio Daniele, La grammatica narrativa di Luigi Meneghello, in Per Libera nos a malo, cit.: 95.
[16] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 102.
[17] Ibidem, cit.
[18] Ernestina Pellegrini, Vorrei far splendere quella sgrammaticata grammatica, in Su/Per Meneghello, a cura di Giulio Lepschy, («Saggi di cultura contemporanea, 144»), Milano, Comunità, 1983, cit.: 23.
[19] Fernando Bandini, Dialetto e filastrocca infantile in Libera nos a malo e Pomo pero, in Su/Per Meneghello, cit.: 74.
[20] Cesare Segre, L’ora del dialetto, in LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: VI.
[21] Giulio Lepschy, Introduzione, a LUIGI MENEGHELLO, Opere scelte, cit.: LXI.
[22] ERNESTINA PELLEGRINI, Luigi Meneghello, cit.: 31.
[23] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 246.
[24] Ernestina Pellegrini, “Vorrei far splendere quella sgrammaticata grammatica”, in Su/Per Meneghello, cit.: 23.
[25] Il Novecento, Storia della letteratura italiana, 6, Critica letteraria, a cura di Alberto Casadei, Bologna, Il Mulino, 2005, cit.: 124.
[26] ERNESTINA PELLEGRINI, Luigi Meneghello, cit.: 51.
[27] CARLACHIARA PERRONE, «Ceramica linguistica»: La scrittura di Luigi Meneghello, Volume 35, Volume pubblicato con il contributo dell’Università di Salento, Dipartimento di Filologia, Linguistica e Letteratura, («Galatina»), S.l, Congedo, 2008, cit.: 46.
[28] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 107.
[29] Giulio Lepschy, Introduzione, a LUIGI MENEGHELLO, Opere scelte: LXIV.
[30] CARLACHIARA PERRONE, «Ceramica linguistica», cit.: 34.
[31] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 30.
[32] Ibidem, cit.
[33] CARLACHIARA PERRONE, «Ceramica linguistica», cit.: 35.
[34] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 252.
[35] Ivi, cit.: 96.
[36] Ibidem, cit.
[37] Ivi, cit.: 122.
[38] Ivi, cit.: 201.
[39] Ivi, cit.: 247.
[40] Ivi, cit.: 41.
[41] CARLACHIARA PERRONE, «Ceramica linguistica», cit.: 65.
[42] STEFANO RE – LUCA SIMONI, L’invenzione letteraria, 3**, Epoche Autori Testi della letteratura italiana ed europea, Tomo 2, Dagli anni Venti alle tendenze contemporanee, Prima edizione, Castello, Signorelli, 1997, cit.: 1552.
[43] Ernestina Pellegrini, «Il piano inferiore del mondo ha un orlo di monti celesti ed è colmo di paesi», in LUIGI MENEGHELLO, Il tremaio, Note sull’interazione tra lingua e dialetto nelle scritture letterarie, con interventi di Cesare Segre, Ernestina Pellegrini e Giulio Lepschy, («Biblioteca di Lingue e Culture Locali, 2»), Collana diretta da Gabrio Vitali e Giulio Orazio Bravi, Bergamo, Pierluigi Lubrina, 1986, cit.: 66.
[44] Ernestina Pellegrini, La scrittura notturna di Luigi Meneghello, in Tra le parole della «virtù senza nome», La ricerca di Luigi Meneghello, Atti del convegno internazionale di studi Malo, Museo Casabianca 26-28 giugno 2008, a cura di Francesca Caputo, Premessa di Giuseppe Barbieri e Francesca Caputo, («Biblioteca di “Autografo”, 12»), fondata da Maria Corti, Novara, Interlinea, 2013, cit.: 152.
[45] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 36-37.
[46] LUCIANO ZAMPESE, La forma dei pensieri, Per leggere Luigi Meneghello, («Strumenti di Letteratura Italiana, 43»), Collana diretta da Franco Musarra, Firenze, Franco Cesati, 2014, cit.: 86.
[47] Ibidem.
[48] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 95.
[49] LUCIANO ZAMPESE, La forma dei pensieri, cit.: 87.
[50] Ibidem, cit.
[51] Ibidem, cit.
[52] Ivi, cit.: 88.
[53] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 37.
[54] CESARE SEGRE – CLELIA MARTIGNONI, Testi nella storia, La letteratura italiana dalle Origini al Novecento, 4, Il Novecento, a cura di Gianfranca Lavezzi – Clelia Martignoni – Pietro Sarzana – Rossana Saccani, S.l, Mondadori, 1992, cit.: 1469.
[55] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 254.
[56] Ibidem, cit.
[57] ANTONIO DANIELE, Dal centro al cerchio, L’esperienza narrativa di Luigi Meneghello, Prima edizione, («Romantica Patavina, 7»), Padova, Cleup, 2016, cit.: 55.
[58] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 252.
[59] Giulio Lepschy, Introduzione, a LUIGI MENEGHELLO, Opere scelte, cit.: LX.
[60] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 8.
[61] Ivi, cit.: 27.
[62] ERNESTINA PELLEGRINI, Luigi Meneghello, cit.: 31.
[63] Cesare Segre, L’ora del dialetto, in LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: IV.
[64] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 107.
[65] Cesare Segre, L’ora del dialetto, in LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo: IV.
[66] Ibidem, cit.
[67] Ivi, cit.: VI.
[68] LUCIANO ZAMPESE, La forma dei pensieri: 194.
[69] Domenico Starnone, Il nocciolo solare dell’esperienza, in LUIGI MENEGHELLO, Opere scelte, cit.: XXXIV-XXXV.
[70] Ivi, cit.: XXXV.
[71] Paolo Zublena, «Però non si può più rifare con le parole», Osservazioni su lingua, dialetto ed esperienza in Libera nos a malo di Luigi Meneghello, in Luigi Meneghello, trapianti e interazioni linguistiche, a cura di Cecilia Demuru e Anna Gallia, («”Autografo”, 54»), Rivista di letteratura fondata da Maria Corti, Diretta da Maria Antonietta e Angello Stella, anno XXIII, Novara, Interlinea, 2015, cit.: 21.
[72] Domenico Starnone, Il nocciolo solare dell’esperienza, in LUIGI MENEGHELLO, Opere scelte, cit.: XXXV.
[73] LUIGI MENEGHELLO, «Vorrei far splendere quella sgrammaticata grammatica», in Il tremaio, cit.: 26.
[74] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 252.
[75] LUCIANO ZAMPESE, La forma dei pensieri, cit.: 99.
[76] LUIGI MENEGHELLO, «Vorrei far splendere quella sgrammaticata grammatica», in Il tremaio, cit.: 26.
[77] CESARE SEGRE – CLELIA MARTIGNONI, Testi nella storia, cit.: 1469.
[78] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 29.
[79] LUIGI MENEGHELLO, «Vorrei far splendere quella sgrammaticata grammatica», in Il tremaio, cit.: 27.
[80] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 29.
[81] LUIGI MENEGHELLO, «Vorrei far splendere quella sgrammaticata grammatica», in Il tremaio, cit.: 27.
[82] Ivi, cit.: 28.
[83] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 48.
[84] LUIGI MENEGHELLO, «Vorrei far splendere quella sgrammaticata grammatica», in Il tremaio: 29.
[85] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 43-44.
[86] Ivi, cit.: 36.
[87] LUIGI MENEGHELLO, «Vorrei far splendere quella sgrammaticata grammatica», in Il tremaio, cit.: 30.
[88] ERNESTINA PELLEGRINI, Luigi Meneghello, cit.: 33.
[89] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 36.
[90] Stefano Brugnolo, Malo come forma di vita tra passato e futuro, in Tra le parole della «virtù senza nome», cit.: 68.
[91] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 30-31.
[92] Ivi, cit.: 31.
[93] Ivi, cit.: 96.
[94] Giulio Lepschy, Prose della volgar lingua, in Volta la carta la ze finia, Luigi Meneghello, Biografia per immagini, a cura di Giuliana Adamo e Pietro De Marchi, Prima edizione, («Visioni»), Pavia, Effigie, 2008, cit.: 184.
[95] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 18.
[96] Ivi: 257.
[97] Ivi, cit.: 21.
[98] Ivi, cit.: 257.
[99] Ivi, cit.: 154.
[100] Ivi, cit.: 162.
[101] Ivi, cit.: 276.
[102] Ivi, cit.: 108.
[103] Ibidem, cit.
[104] Giulio Lepschy, In che lingua?, in Per Libera nos a malo, cit.: 18.
[105] Ibidem, cit.
[106] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 186.
[107] Ivi, cit.: 186-87.
[108] Ivi, cit.: 186.
[109] Ivi, cit.: 187.
[110] Ivi, cit.: 96.
[111] Ivi, cit.: 97.
[112] Ivi, cit.: 145.
[113] CARLACHIARA PERRONE, «Ceramica linguistica»: La scrittura di Luigi Meneghello, cit.: 67.
[114] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo: 277.
[115] Ivi, cit.: 271.
[116] ERNESTINA PELLEGRINI, Luigi Meneghello, cit.: 69.
[117] Cesare Segre, L’ora del dialetto, in LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: VI.
[118] ANTONIO DANIELE, Dal centro al cerchio, cit.: 77-78.
[119] Pietro De Marchi, Sémo inglesi, La Matter of Britain nei Piccoli maestri, in Maestria e apprendistato, Per i cinquant’anni dei Piccoli maestri di Luigi Meneghello, Atti del convegno di studi, Università degli studi di Milano (8 maggio 2014), Università degli studi di Milano Biocacca (9 maggio 2014), Comune di Malo (28 giugno 2014), a cura di Francesca Caputo, Introduzione di Bruno Falcetto, («Biblioteca di “Autografo”, 14»), fondata da Maria Corti, Novara, Interlinea, 2017, cit.: 89.
[120] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 201.
[121] Franco Marenco, Quale ruolo ha Meneghello nella cultura italiana di oggi?, in Tra le parole della «virtù senza nome», cit.: 49.
[122] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 284.
[123] Pietro De Marchi, Sémo inglesi, La Matter of Britain nei Piccoli maestri, in Maestria e apprendistato, cit.: 89.
[124] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 86.
[125] Ivi, cit.: 104.
[126] Ibidem: cit.
[127] ERNESTINA PELLEGRINI, Luigi Meneghello, cit.: 48.
[128] CARLACHIARA PERRONE, «Ceramica linguistica»: La scrittura di Luigi Meneghello, cit.: 62.
[129] LUIGI MENEGHELLO, Libera nos a malo, cit.: 198.

______________________________________________________________

Rabeb Ben Abdennebi, nata in Tunisia, dottoressa in letteratura italiana contemporanea ha ottenuto il master nel 2015 e il dottorato nel 2021 presso la Facoltà delle Lettere e delle Umanistiche della Manouba. All’inizio ha insegnato presso l’Istituto delle Lingua Applicate di Moknine dell’Università di Monastir. Attualmente è docente presso la Manouba.

______________________________________________________________

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Letture. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>