Il pluralismo che c’è già. Le dimensioni interculturali del presente

copertina  di Cinzia Costa

Nella storia delle scienze sociali, e non solo, le principali diatribe si sono combattute sulle questioni più elementari: per esempio, la definizione dell’oggetto di studio delle diverse discipline. Per quanto il corso della storia e degli studi proceda a ritmi pressoché veloci, accade spesso che l’evoluzione della ricerca e dei dibattiti conduca così lontano da far perdere di vista il punto di partenza. Così è accaduto anche per le scienze sociali in generale, e per la sociologia in particolare, relativamente ai temi dell’integrazione e dell’interculturalità. Questo è, infatti, uno dei temi più articolati e spinosi del dibattito sociologico, principalmente, ma anche antropologico, filosofico e politico.

Numerosissimi sono gli studi che si sono interrogati sulle modalità possibili di integrazione e che, analizzando esperienze e politiche nazionali o esaminando le opzioni teoriche e reali, hanno cercato di rispondere alla annosa domanda «Si può vivere insieme?» (Touraine,1998). Tutti hanno posto generalmente l’accento su come “gli altri” possano essere integrati all’interno di un tessuto sociale di per sé omogeneo, presentando dunque la questione sul piano dualistico Noi vs. Altri. Gli studiosi di tutte le discipline chiamate in causa si sono giustamente interrogati su quali fossero le risposte plausibili a questa domanda che appare riproporsi ciclicamente all’attenzione di ogni società impegnata ad affrontare l’incontro tra «differenze». Questo è anche quello che ha fatto Paola Rebughini nel suo ultimo libro In un mondo pluralista (Utet 2014), ove indaga sulle possibili declinazioni delle Grammatiche dell’interculturalità, sottotitolo del testo.

L’aspetto interessante del volume consiste infatti nel partire da un presupposto piuttosto banale, ma che necessita evidentemente di essere ribadito: l’interculturalità costituisce un dato di fatto, e questo è quanto più vero oggi, nel contesto contemporaneo, che si contraddistingue per essere quanto mai globale ed interconnesso. «Il pluralismo culturale è uno dei temi che caratterizzano maggiormente la nostra epoca storica, spesso definita come l’era della globalizzazione». Ricordarsi di pensare all’integrazione al presente e non più al futuro, come possibilità ed ipotesi, è una sfida che ogni società dovrebbe cogliere, e Rebughini riesce in modo molto stimolante a spostare il focus della questione e a focalizzare l’attenzione su un’altra domanda, che non riguarda più gli Altri (o il nostro modo di rapportarci agli Altri), ma Noi e il nostro percorso di autodefinizione.

Nello studio di Paola Rebughini il pluralismo costituisce un punto di partenza e non un punto di arrivo. Muove la sociologa dal dato di fatto che il pluralismo è qualcosa che attraversa tutta la storia del mondo euro-occidentale. Interrogarsi sul pluralismo significa dunque prima di tutto intraprendere una riflessione epistemologica sul modo in cui le scienze sociali hanno costruito, e anche decostruito, il concetto di “modernità” e anche l’immagine che le società occidentali hanno costruito di sé stesse. Ciò che Rebughini evidenzia più volte è che gli aspetti culturali tanto delle società “accoglienti” quanto di quelle “accolte” (e, di conseguenza, anche la presunta egemonia degli uni sugli altri) sono il risultato e il prodotto di processi storici e sociali, e non devono mai essere intesi come dati assunti in partenza.

Tutte le culture sono meticce. Il concetto di cultura che si trova alla base di tutte le riflessioni di Rebughini è quello che ne ha proposto l’antropologia interpretativa.

«Sul piano antropologico il pluralismo non va inteso come un semplice accostamento di differenze, di identità o di comunità, quanto piuttosto come la normale consistenza delle culture. Per l’antropologia, in particolar modo per l’antropologia interpretativa, tutte le culture sono intrinsecamente plurali e ibride, sono il prodotto di incontri, di traduzioni empiriche e pratiche, sono processi di continua invenzione e rielaborazione locale e situata; pluralismo, sincretismo, mélange sono quindi elementi essenziali di ogni cultura; poiché le culture “pure” non esistono» (ivi: XV).

Ciò che l’autrice propone è una riflessione sulla «genealogia storica dell’interculturalità stessa» e questo processo analitico parte proprio dalla analisi epistemologica della costruzione dell’egemonia del mondo occidentale come principale interprete della modernità, per passare poi alla critica del concetto di eurocentrismo sviluppatosi all’interno dello stesso mondo occidentale. Per fare ciò l’autrice passa in rassegna le linee di pensiero dei padri fondatori della sociologia, Durkheim e Weber, ma anche di intellettuali che hanno avuto una grande influenza nell’evoluzione degli studi sociologici, come Marx e Gramsci. Altri nomi scorrono tra le pagine del testo, quali principali rappresentanti del pensiero critico, e soprattutto autocritico, dell’Occidente: Parsons, Foucault, Lyotard, Derrida, Habermas.

foto1Il pensiero dei principali rappresentanti delle svolte intellettuali interne al dibattito euro-occidentale delle scienze sociali è qui presentato allo scopo di osservare il percorso che le scienze hanno adottato dalla loro nascita fino ad oggi, fino alla creazione di un paradigma interpretativo delle scienze che considerasse non solo “cosa viene detto”, ma anche “da chi” viene detto, ovvero che tenesse conto del fatto che le rappresentazioni del mondo non sono indipendenti dalla realtà in cui vengono prodotte. Questo tipo di approccio è stato caratteristico soprattutto di quelle correnti che hanno dato voce alla soggettività del ricercatore e dell’intellettuale, in considerazione del fatto che le caratteristiche, e in particolar modo le “differenze”, di chi parla influenzano ciò che viene detto; così a partire dagli anni Settanta e Ottanta in poi, il movimento femminista e i movimenti post-coloniali si sono fatti portavoce di nuove istanze, rivendicando le proprie “differenze” come costitutive di un punto di vista inedito e anticonvenzionale.

Nuovi punti di vista e orizzonti esogeni, ovvero tendenzialmente extraeuropei, prendevano voce per raccontare la storia da un’altra prospettiva, dalla prospettiva di chi non stava al centro della cosiddetta modernità. Ma un ulteriore passo veniva compiuto da chi proponeva una visione polifonica della storia universale, con l’intento di dimostrare che non esisteva un vero centro della storia.

«Lo scopo è quindi quello di mostrare come vi siano stati – e vi siano a maggior ragione ancora oggi – processi storici di continui contatti culturali ed economici tra le civilizzazioni e le comunità del pianeta, superando una visione eurocentrica e rivelando come tutte le culture siano in qualche modo meticce» (ivi: 83).

Eppure, sebbene dal punto di vista teorico gli studi abbiano fatto molti passi avanti, perché si registrino cambiamenti anche sul piano reale è necessario condurre un’analisi del piano normativo e del modo in cui sia possibile conciliare la pluralità del mondo e dei soggetti con il riconoscimento dell’eguaglianza e dell’universalità legislativa, soprattutto per quanto riguarda il campo dei diritti.

Uno degli aspetti di maggiore rilievo del volume di Paola Rebughini riguarda l’attenzione riservata al rapporto tra pluralismo e diritti umani; attraverso un excursus sulla storia dei diritti l’autrice riflette sulla possibilità di conciliare questi due elementi.

«Nonostante il relativo accordo su una base minima condivisa di diritti fondamentali della persona, le rivendicazioni di ciò che chiamiamo diritti umani si sono moltiplicate e diversificate nel tempo, soprattutto con il consolidarsi dei processi di globalizzazione e dei processi migratori. […] Il problema del valutare in che misura il concetto di diritti umani sia realmente universalizzabile è quindi tutt’altro che un problema puramente speculativo e teorico, esso riguarda infatti tanto le relazioni interculturali quanto quelle militari e geopolitiche» (ivi: 141-142).
 Hannah Arendt

Hannah Arendt

Quello che oggi più che mai pare venga chiamato in causa è il «diritto ad avere diritti» (Arendt, 1951), ovvero quel diritto garantito al soggetto indipendentemente dalla sua nascita e dalle sue condizioni economiche e sociali. Ancora una volta si assiste alla disumanizzazione dell’altro, alla riduzione dei soggetti a «schiuma della terra», così come osservava Hannah Arendt relativamente alla diffusione dei totalitarismi. Questo processo di svuotamento del soggetto altro è agevolato dalla sovraesposizione ai media che, bombardando di immagini ed informazioni, contribuiscono a sottrarre significato alla drammaticità degli eventi che accadono, molto spesso, ad un passo da noi. Ciò che resta, tuttavia, è la tensione tra la necessità di universalizzare e quella di differenziare i diritti, soprattutto in relazione alle notevoli diversità valoriali tra le società, destinate a generare divergenze anche solo sulla definizione del soggetto di diritto.

Un ultimo aspetto che merita grande interesse riguarda, in ultima istanza, l’esperienza diretta che le società occidentali, e in particolar modo l’Italia, si trovano già ad affrontare. La sociologa ha infatti compiuto in precedenza studi sulle seconde generazioni in Italia e ha tratto profitto dai dati empirici rilevati per ampliare la riflessione relativa al pluralismo.

Ciò che emerge in modo, ancora una volta, quasi banale ma analitico e sorprendentemente chiaro è che le società in cui viviamo sono già fortemente pluraliste: ciò è riscontrabile in modo piuttosto lampante nelle scelte economiche da parte dei giovani soggetti, negli stili di abbigliamento come nei regimi alimentari. Quello che i figli dei migranti abitanti delle nostre città mostrano apertamente è la flessibilità con cui possono scegliere e modificare la propria appartenenza, in relazione alle proprie  sensibilità individuali e ai contesti in cui si trovano ad interagire.

«Nella loro vita concreta, gli esseri umani, con i loro interessi sociali, il loro patrimonio culturale, la loro personalità individuale, cercano di essere diversi gli uni dagli altri, tentando di non lasciarsi manipolare dai messaggi e dalle pressioni di una società di massa, autoritaria o no, di delineare un proprio percorso individuale nel tempo e nello spazio» (Touraine, 1997:53).
Immigrati di Dario Fo

Gli Immigrati di Dario Fo

L’intersezionalità della definizione di sé è data dall’intreccio di diversi aspetti, che non riguardano solo il paese di origine o la religione professata: gli elementi che concorrono al posizionamento di un individuo derivano dall’intreccio tra le situazioni empiriche in cui i soggetti si trovano quotidianamente e i propri riferimenti astratti, dal punto di vista valoriale, nei diversi ambiti della propria vita sociale. In questo senso Rebughini parla del concetto di giustezza, facendo riferimento non solo all’impossibilità di definire cosa è giusto a priori, in astratto, ma anche alla necessità di ritrovare dei canoni in grado di dare ai soggetti le coordinate per orientarsi, appunto con giustezza, e per riuscire a tradurre esperienze e concetti valoriali in base ai differenti contesti in cui ci si trova ad agire. Queste sarebbero le caratteristiche di cui le seconde generazioni e i migranti in generale sarebbero portatori sani, in quanto le proprie esperienze personali ne hanno plasmato le capacità individuali e collettive. Questo tipo di elasticità è ciò che invece manca agli europei autoctoni.

Le riflessioni dell’autrice, che partono dall’epistemologia degli studi per giungere in modo assai più concreto all’esperienza sociale e politica delle nostre società, si rivelano quanto mai utili e necessarie oggi, alla luce degli ultimi avvenimenti di cronaca. Gli attentati terroristici avvenuti nello scorso novembre a Parigi hanno costituito una forte ferita nella storia del mondo occidentale. Per quanto la drammaticità dei fatti possa colpire a fondo, nella sfera più emotiva delle nostre società, riportare la discussione relativa al pluralismo culturale su un piano più strettamente politico e concreto è un dovere da cui le scienze sociali non possono prescindere. Le conseguenze più dirette rispetto ad eventi così tragici e dolorosi sono quelle che sono state facilmente condivise dall’opinione pubblica e dai governi più vicini alla Francia; quelle scorciatoie che, guidate da un pensiero pigro ed impaurito, hanno velocemente condotto alla condanna di qualsiasi possibile contatto con la diversità, e in particolare con il mondo islamico.

Sebbene tratto da un testo molto lontano da ciò che stiamo affrontando c’è una metafora di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che viene in mente e  si presta molto bene a spiegare questo tipo di meccanismo, molto diffuso.

«Come dei clinici abilissimi nelle cure, ma che si basassero su analisi del sangue e delle orine radicalmente erronee, e per far correggere le quali fossero troppo pigri, i Siciliani finivano con l’uccidere l’ammalato, cioè loro stessi, proprio in seguito alla raffinatissima astuzia che non era quasi mai appoggiata a una reale conoscenza dei problemi o, per lo meno, degli interlocutori» (Tomasi di Lampedusa, 1958: 89-90).

In linea con questo tipo di lucidissima analisi, si può forse affermare che continuare ad interrogarsi sulla domanda Si può vivere insieme?, come faceva appunto Touraine nel suo famoso testo Libertà, uguaglianza, diversità, conduca irrimediabilmente a risposte fallaci, in quanto pone la questione su un piano improprio. La risposta che quasi univocamente viene data a questa domanda è generalmente negativa, soprattutto alla luce di fatti tragici e dolorosi come quelli di Parigi; le conseguenze concrete sul piano reale riguardano la chiusura delle frontiere, reali e figurate, da parte dei Paesi dell’Occidente e la crescita di sentimenti di razzismo e xenofobia (nello specifico islamofobia), che hanno invece ripercussioni sulle frange più deboli della sociètà. Così, tutti i francesi di fede musulmana o di origine maghrebina a pochi giorni dagli attentati si sono trovati a soffrire, insieme ai connazionali, la perdite delle vittime del terrorismo e ad essere disconosciuti dai propri vicini di casa, che li hanno invece immolati come capri espiatori sull’altare della Patria, al suono della Marsigliese.

fotoN.4Più opportuno è invece, come fa Rebughini, cercare di capire Come si può vivere insieme, soprattutto considerato il fatto che viviamo già insieme da molto tempo. Cercare di riportare alla mente questi assunti, per quanto banali, può aiutarci ad affrontare in modo sensato una delle maggiori sfide a cui siamo chiamati oggi e ad interrogarci sulla vera questione dell’interculturalità: come possiamo incontrare l’alterità, cosa siamo disposti ad accogliere e cosa siamo invece disposti a perdere nell’incontro a metà strada fra noi e gli altri, considerando il fatto che non si parla mai in termini assoluti di un incontro o di un “scontro fra civiltà” (Huntington, 1996), ma di un incontro tra persone con identità e bagagli personali fortemente diversificati ma che portano in sé grandi potenzialità.

«Il nostro vivere in un contesto in cui sono potenzialmente possibili scelte e riferimenti plurali, in cui le situazioni sono mutevoli e imprevedibili, […] alimenta un costante incontro con ciò che non ci è ancora noto, con ciò che è differente rispetto a come l’avevamo pensato e di cui l’incontro con la differenza culturale rappresenta solo l’esempio più evidente» (Rebughini 2014: 194).

Il fatto che le città in cui viviamo siano già portatrici di una grande polifonia e pluralità di voci non può tuttavia farci nascondere dietro l’alibi di un pluralismo già compiuto; è questo il motivo per cui il panorama delle scienze sociali in Italia necessita ancora di voci e studi che richiamino all’attenzione di una necessaria consapevolezza e auto riflessività, che conducano e contribuiscano alla diffusione di un’idea di interculturalità come sfida embrionale. Una scommessa che porta con sé certamente dei rischi, relativi ai malintesi e agli attriti nella vita di tutti i giorni, ma che si fa promessa di grandi opportunità per l’arricchimento delle nostre società e per il superamento di non pochi problemi che non siamo e non saremo mai in grado di risolvere da soli.

Dialoghi Mediterranei, n.17, gennaio 2016
Riferimenti bibliografici
Arendt H., 1951, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano.
Tomasi di Lampedusa G., 1958, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano.
Touraine A., 1997, Eguaglianza e diversità. I nuovi compiti della democrazia, Laterza, Roma-Bari.
Touraine A., 1998, Libertà, uguaglianza, diversità. Si può vivere insieme?, Il Saggiatore, Milano.

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Cinzia Costa, dopo aver conseguito la laurea in Beni demoetnoantropologici all’Università degli Studi di Palermo si è specializza in Antropologia e Storia del Mondo contemporaneo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia con una tesi sulle condizioni lavorative dei migranti stagionali a Rosarno, focalizzando l’attenzione sulla capacità di agency dei soggetti. Si occupa principalmente di fenomeni migratori e soggettività nei processi di integrazione.

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