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Il PIL non tiene conto della salute

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Armungia, foto di gruppo (ph. Massimo Congiu)

il centro in periferia

di Pietro Clemente

La pandemia e le percentuali del PIL

Quanto abbiamo perso restando fermi? Quanto raggiungeremo entro l’anno? Il PIL era, il PIL sarà. Nessuno parla di qualità, di diversi orientamenti della spesa e dello sviluppo. Sembra che l’obiettivo sia tornare a come era prima, quando però il PIL già era in calo. Quindi il segreto desiderio è di rilanciare il PIL precedente che era già in calo, per superare l’attuale decrescita non in modo nuovo ma insistendo sui danni che faceva alla vita, all’economia (intesa come mondo delle persone), alla salute e all’ambiente il PIL precedente, per come era ottenuto.  Come augurarsi che ripartano e siano intensamente frequentate le crociere sulle mortali grandi navi. Quelle si capisce che dovrebbero stare nei porti e diventare per ogni evenienza navi di soccorso, di ospitalità, incrementare posti letto. Io spero che non ne parta mai più nemmeno una.  Come d’altra parte tanti comitati di difesa dal turismo invasivo da decenni sperano. Il rilancio del turismo in Italia non può essere cieco sui numeri e sulla qualità. Le città d’arte come Venezia e Firenze ne sono devastate. Il tema della scelta tra qualità ambientale e posti di lavoro dovrebbe essere evidente ora. Ma non lo è, tutti hanno legittimità a ricominciare come prima. Il sogno che viene dal mondo del volontariato cattolico e dai tanti uomini di fede, e cioè quello di uscirne rinnovati, si presenta difficile. Molte realtà locali si stanno mobilitando, tra queste anche la rete de l’Unione Nazionale dei Comuni Comunità Enti Montani (UNCEM), ma anche tanti piccoli comuni.

Per questo mi sembra utile ripassare il discorso di Robert Kennedy sul PIL e l’umanità dello sviluppo. Va bene che era il ’68, ma quel che disse non fa una grinza ancora oggi:

«Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del Paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL).Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».

Il senso del nostro lavorare per uno sviluppo che non sia indifferente ai luoghi è già scritto in questo discorso fatto da un politico, ministro di un Paese capitalista, membro di una classe dirigente figlia della borghesia che «tarderà molto a nascere se nasce», dopo Trump e la crisi del Partito Democratico.

Un distanziamento spontaneo

Su questi nessi, chance e limiti, ma soprattutto sul valore della vita, ci riporta la riflessione di Casa Lussu sul senso del lavoro fatto ad Armungia:

«La nostra scelta di vivere in un piccolo paese non nasce motivata dalla presunzione di ergerci ad eroi per salvare la nostra comunità originaria, ma piuttosto dalla semplice idea che potrebbe essere sostenibile lavorare e vivere dignitosamente puntando sulla cultura, i saperi tradizionali, l’agrobiodiversità, l’ambiente, i musei locali. Una scelta di lentezza, fuori dalle logiche del profitto o della carriera, orgogliosamente anticapitalista. Con l’obiettivo di lavorare, possibilmente poco, per vivere e non vivere per lavorare. In queste settimane di quarantene, restrizioni sociali, mobilità limitata la nostra quotidianità non è cambiata molto: si vive tra casa e laboratorio, distanti poche centinaia di metri l’una dall’altra e il più delle volte non si incontra nessuno per strada, ora come “prima”. In questi giorni evadiamo dal domicilio e ci concediamo il lusso di qualche breve passeggiata verso un nuraghe periurbano o su un tratto del Sentiero Italia del CAI (che attraversa Armungia lungo la sua circonvallazione) e non incontriamo nessuno, ora come “prima”. Per noi il “prima” del coronavirus è uno stato da superare, da riprogrammare. Non una condizione a cui fare ritorno. Vivere in un piccolo paese è una condizione in cui non si ha la possibilità di effettuare delle scelte: non si sceglie la scuola, il medico di famiglia, un’attività sportiva, ma si accetta quello che c’è come unica possibilità. Non rivendichiamo servizi o assistenza, ma vogliamo confrontarci sugli aspetti qualitativi delle nostre vite, le potenzialità collettive e rinascere, da ora ma anche da “prima” della pandemia del corovid 19» (Tommaso Lussu, Barbara Cardia).
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Armungia in montagna

Il Centro in periferia – quindi – è questa volta, ed è prevedibile che lo sia anche in futuro, dominato dal coronavirus. Non potrebbe essere altrimenti. Giacché quella imposta dal virus al mondo è la condizione che viviamo tutti, e che continuerà oltre maggio, quando potranno intuirsi alcune direzioni del futuro, del dopo, dell’altro tempo al quale guardiamo. Ma è anche giusto che sia così, perché nel dibattito pubblico, almeno negli spazi più sensibili e più distanti dalla politica giornaliera, ci sono molti segni che la presenza del virus abbia anche, in tutto il mondo, mostrato l’insopportabilità delle grandi concentrazioni industriali e urbane e suggerito un bisogno di cambiamento. In queste pagine sono i racconti della vita quotidiana dei piccoli paesi a dire come la pandemia e la quarantena abbiano trovato le zone interne caratterizzate da abitudini pregresse al ‘distanziamento sociale’ in aree frazionate e di densità rarefatta. A livello nazionale è stato il Sindaco di Gaiole, un comune del Chianti di 2010 abitanti, senza alcun contagiato, a proporsi come modello di un altro modo di vita. Gaiole ha una struttura articolata in 16 frazioni, molte seconde case, area sia di viticoltura che di insediamenti di un turismo per lo più ricco e colto. Gaiole mostra quasi fisicamente la forma semplice dell’insediamento umano che poi nelle città si è gonfiata fino a diventare ipertrofica. È vero che nel tempo del virus i piccoli paesi sono costretti a segnalare di non essere stati ancora raggiunti dalla banda ultralarga, di avere perso uffici postali, sportelli bancari o bancomat, e quindi di avere ragioni forti di disagio dovuto al persistente centralismo che ha caratterizzato anche la risposta alla pandemia, centralizzata nelle città e nei grandi poli ospedalieri.

«Per preparare le lezioni Elisa deve uscire sul balcone, dove prende il telefono.Se c’è il sole va bene, ma questi giorni fa molto freddo. A Dronero, inoltre, molti studenti sono figli di stranieri, e oltre alle difficoltà linguistiche si pone un problema: molti dei loro genitori, con il blocco delle attività, stanno perdendo il lavoro. Se c’è a casa un computer, quello lo usano i fratelli maggiori, per i piccoli si lavora sul telefono. Di certo, in queste condizioni, non si lavora sul programma, si cerca solo di far sentire la scuola vicina ai ragazzi, perché non spariscano» (Tantillo).

Tutti i temi che oggi diventano urgenti hanno nei piccoli paesi e nelle aree interne delle zone di elaborazione, di rivendicazione e spesso di esperienza. Così come la medicina territoriale, la telemedicina, la elasticità dei trasporti pubblici, la scuola a distanza, il telelavoro. Uno strano miscuglio di diseguaglianza e di esperienze di avanguardia.

Si intuisce quale potrebbe essere la razionalità di un modello di gestione articolato e plurale dello spazio a partire da frazioni e comuni salendo verso organi intermedi, all’opposto della conflittualità costante tra Stato, regioni, comuni che nella pandemia ha un andamento isterico più che anarchico.

Il distanziamento sociale che i piccoli paesi mostrano come esistente nelle realtà locali non è una negazione della ‘sociabilità meridionale’, secondo l’espressione dello storico Maurice Agulhon, fatta di compagnie, confraternite, circoli, bar, e quindi di vicinanza e di contatti fisici, ma rappresenta la ampiezza degli spazi di relazione, la possibilità che essi siano scelti e non imposti dall’esterno. Legati anche a ritmi diversi del tempo.

erbaniIl tempo e il non ancora

Il tempo. Antonella Tarpino nella sua riflessione parte dal tempo che stiamo vivendo per riflettere sul continuo presente che ci viene imposto e che oscura i nessi tra passato e futuro, nessi che – imbricati ed ibridati – possono produrre nuove dimensioni al nostro dopo, al nostro domani, al tempo dell’uscita. Ma è chiaro che il rischio di un presente che si ripete è incombente. L’attimo prima del virus sembra il mondo a cui si dovrebbe tornare. Il presente perduto. Ma quali modalità ci sono di vivere queste temporalità anomale, di attesa, sospese tra il già accaduto e il non ancora cominciato? Cosa ce ne ha detto l’antropologia? Un modello è il tempo dei ‘Riti di passaggio’ studiato da Arnold Van Gennep agli inizi del ‘900. Un tempo quasi spaziale: scandito da tre tappe: la separazione – lo stato liminale – la riaggregazione. Come se si vedesse nel meccanismo rituale una entrata, una zona di mezzo (il tunnel in cui siamo), un’uscita nel tempo che è però anche spazio sociale. Quello stato di mezzo – quello che stiamo vivendo in sospensione – è stato anche analizzato da Victor Turner che, nel mondo contemporaneo, lo ha letto come dimensione ‘liminoide’, quella della sospensione delle regole del lavoro, delle classi d’età, dei doveri che diventa anche spazio della creatività.

Alcuni vedono oggi il tempo della quarantena  come un possibile tempo liminoide, spazio di maturazione del nuovo, dell’invenzione di altre possibilità; gli artisti, i web master, tutti cerchiamo qualcosa di nuovo; il telelavoro, il mondo virtuale ne è investito; servirà essere stati costretti al virtuale anche se cresceranno le diseguaglianze digitali, e la banda ultralarga non continua a connettere tutti allo stesso modo? Intorno a questo spazio nasce la contesa tra chi vede in questo tempo sospeso covare il cambiamento e chi vede invece il profilarsi di una società del controllo, della deprivazione della privacy, un terribile 1984 sarebbe il 2020. Ernesto De Martino invece, traversando grandi temi di storia delle religioni, vide il tema del tempo in «tensione fra già e non ancora, questo stare permanentemente in tensione vigilante fra l’uno e l’altro», come il meccanismo del divenire che nel cristianesimo sostituisce il tempo ciclico delle religioni arcaiche, e istituisce il ‘telos’, la tensione verso il compimento.

Le pagine de La fine del mondo, l’opera postuma di De Martino, riedita di recente, dopo una ampia revisione, ci ambientano nella crisi pandemica che assume la forma di una possibile apocalissi: «all’esperire attuale, puntuale, catastrofico, senza compenso, irrelato del mondo che crolla» si dà risposta con una promessa di redenzione, un altro mondo possibile cristiano, che può essere forse per noi oggi, un possibile mondo che si ritiri dalla distruzione del pianeta e ridìa vita al dialogo uomo-natura.

La riflessione sul tempo si rivela importante per le zone interne. In un articolo del 21 aprile “Elogio della vita cittadina” Pierluigi Battista su Il Corriere della sera, proponeva un elogio della città come luogo della libertà, della vera cittadinanza, della innovazione culturale ed economica, contri i paesi e le campagne dominati dalla tradizione e dalla conservazione. Una immagine che fa pensare a uno che viaggi con la macchina del tempo e si trovi a vivere il mondo dei paesi nell’età della industrializzazione, ma forse ancora quello di Padre padrone di Gavino Ledda, o di Milano-Corea di Danilo Montaldi e Franco Alasia, (due libri di storie di vita) negli anni delle ultime grandi migrazioni interne, tra il ’60 e il ’70 Si può dire oggi che vale il contrario e che la città costringe a una vita limitata dalla quantità umana e dalla forte marginalità delle periferie, mentre le zone interne consentono esperienze di innovazione tese fortemente a inventare un futuro che tenga conto dei bisogni delle persone e della sopravvivenza del pianeta. Le zone interne permettono quella ibridazione feconda tra passato e futuro che consente di sottrarsi alla perentorietà del presente rappresentato in modo monumentale dal PIL e dalla incombenza quotidiana dello spread.

italiabelladentro-600x925Esperienze che si fanno libri

Se per caso Pierluigi Battista dovesse chiedere: ma cosa posso leggere per avere la dimostrazione di quel che dici sulla modernità e sulla frontiera innovativa dei paesi, gli offrirei un po’ di bibliografia recente. Fresca. Sono libri dominati dalla ‘coscienza di luogo’, dallo sguardo ravvicinato, sovente appiedato, contiguo, con testimoni diretti che si raccontano. L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso di Francesco Erbani (Einaudi) lo connetto con L’Italia è bella dentro. Storie di resilienza, innovazione e ritorno alle aree interne a cura di Luca Martinelli (Altreconomia). Li connetto per le analogie dei titoli scelti, per il fatto che sono legati a un giornalismo innovativo e quindi viaggiano tra un mondo di lettori che non è limitato all’ambito degli studi, li connetto per il carattere polifonico e per il carattere di pluralità dei luoghi che vengono narrati o testimoniati. Sono due polifonie diverse, perché Erbani è l’unica voce narrante nel libro ma dà sovente la parola ad altri e comunque li racconta. Erbani guarda alla innovazione con imprese per lo più giovanili in spazi abbandonati e legati a dismissioni di industrie o servizi e ricreati in forma cooperativa. Attività che stanno sul mercato in modo nuovo e solidale.

Merita una lettura speciale la parte del libro dedicata agli spazi caratterizzati dai terrazzamenti, quelli che per secoli hanno consentito le coltivazioni in ambienti scoscesi mentre hanno al tempo stesso tenuto fermo il terreno. Questi ambienti, oggi ripresi e riattivati, danno la misura della sintesi tra passato e futuro.  Si avvalgono di pratiche e di saperi antichi ma sono strategici in produzioni attuali e in bisogni presenti e urgenti di manutenzione del suolo.  Sono un esempio delle cose che non entrano nel PIL ma che sono – nella visione territorialista – più significative che non i grandi misuratori quantitativi: quelli per i quali le ‘grandi navi’ fanno crescere il PIL, la guerra nello Yemen fa crescere il PIL (grazie alle fabbriche di armi italiane).

molinariL’Italia è bella dentro dà invece voce a diversi progetti e diversi protagonisti, scegliendo vari temi intorno ai quali raccontare le esperienze. Tra questi la Strategia Nazionale Aree Interne che resta un punto fermo dell’orizzonte in opposizione al ritorno economico al ‘come prima’, che dobbiamo invece vedere come il non più. Senza possibile ritorno. E poi le ‘Storie di restanza e di ritorno’; ‘Ripopolare i terreni: le associazioni fondiarie’, ‘Attivare territori resilienti’. La voce viene data a una quantità rilevante di associazioni locali, cooperative, gruppi di azione locale. È proprio da queste voci che è evidente il quadro innovativo di queste iniziative che in una mappa si presenterebbero come dei punti piccoli, ma assai disseminati lungo le zone interne dell’Italia intera.

Altri due libri sono Un territorio immaginato. Vecchie e nuove migrazioni in un paese d’Appennino di Maria Molinari (MUP) e Italia contadina. Dall’esodo rurale al ritorno alla campagna di Rossano Pazzagli e Gabriella Bonini (Aracne), entrambi libri di ricerca, e collocati anche in una prospettiva di storia dell’emigrazione e dell’esodo. Entrambi tuttavia fanno i conti con il presente.  Il testo della Molinari propone un ampio e raro quadro della vita rurale nell’Appennino di una significativa comunità migratoria (‘Immigrati di oggi in Appennino’) della quale analizza le difficoltà dell’essere accolti, i difficili meccanismi di integrazione, i rapporti con le nazioni di provenienza. Il libro di Pazzagli e Bonini invece colloca l’agricoltura dei ‘nuovi contadini’, spesso protagonisti dell’attivazione delle zone interne, in uno scenario nazionale di squilibri e di necessità di una riforma agraria complessiva.

italia-contadinaCredo ce ne sia a sufficienza per indicare l’attualità, la vivacità, l’urgenza di questa frontiera e della necessità di ‘invertire lo sguardo’, come suggeriva Antonio De Rossi, nella sua introduzione a Riabitare l’Italia (Donzelli), il libro che è stato protagonista del dibattito di questi anni e che ha messo insieme un ampio gruppo interdisciplinare di studiosi. A questo libro, almeno in parte, è dedicata la riflessione di Ester Cois, il cui scritto si colloca in questo scenario di presenza consistente delle attività nuove nelle aree interne. Fin dal titolo si pone dall’interno per indicare: Fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione in luoghi da ri-abitare come risorse necessarie per il successo del ‘ri-abitare’. Credo sia abbastanza per convincere Pierluigi Battista a cambiare idea sul fatto che le città siano sempre l’orizzonte della libertà e del cambiamento. Ma è forse giusto aggiungere che il tema della ‘libertà’ è, nelle testimonianze ed esperienze raccolte in questi libri, una della principali motivazioni che spingono dei giovani a ri-abitare l’Italia delle zone interne. La libertà che si cerca è una libertà diversa, nuova.

I problemi

Altre esperienze compaiono negli articoli del Centro in periferia, che ancora non sono libri, ma che forse lo diventeranno. Forse sono ancora la base di possibili manifesti, linee guida per azioni comuni. Così nel resoconto di Corradino Seddaiu, che – dentro l’esperienza della pandemia – ripensa al negozio di prossimità da tempo scomparso a Sa Pedra Bianca come un possibile modello per il futuro dei piccoli paesi, e delinea argomenti di azione per una rete che contrasti lo spopolamento. Così il nodo che viene posto dal testo di Settimio Adriani sulle feste locali, che viene ripreso dalla riflessione di Alessandra Broccolini. Si tratta della impossibilità di far feste e riti in forme tradizionali per regole imposte dall’esterno, per lo più dall’Europa per ragioni di rischio, diventate quasi una burocrazia del politicamente corretto, indifferente ai luoghi, alle persone e soprattutto al rispetto e alla tutela della diversità.

L’esperienza del virus trasforma queste regole in drammatici impedimenti verso le pratiche festive. Si rischia di eliminare del tutto una forma di vita la cui legittimità è stata riconquistata contro varie ondate storiche di divieti positivisti e ‘razionalisti’. Come è possibile eliminare un mondo di pratiche così profondo? Una memoria simbolica e corporea dei luoghi segnati da riti comunitari? Non sarà anche questo un tema da rivedere e da rivendicare all’uscita dalla crisi in atto? È possibile inventare nuove feste che siano solo virtuali? Questo sarebbe davvero un cambio di civiltà festiva, una perdita drammatica di vita delle società locali mediterranee ma anche mondiali. Gran parte delle feste e dei riti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio immateriale sono fatti di rapporti tra corpi, di destrezza collettiva, di socialità, di balli e di canti. Attenderemo il vaccino? Il problema è ancora più ampio: torneremo a darci la mano e ad abbracciarci? Sappiamo con più consapevolezza che anche la modernità è fragile e minaccia i nostri corpi. Davanti al virus fanno quasi ridere le normative vigenti che impediscono l’accensione di fuochi, o la gestione di macchine festive delicate. Abbiamo tante cose da ripensare.

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Altavalle, scena del Teatro partecipato (@puntodoctrentino)

Dal comune trentino di Altavalle (comune di fusione di quattro entità) Tommaso Pasquini segnala la possibilità di dover rinunciare all’evento, il rito centrale, della comunità: una azione teatrale collettiva. Con il rischio di perdere le forme simboliche e relazionali che hanno nel tempo segnato la nuova vita comunitaria, oggi però dominata dall’incombenza del virus. E di perdere anche l’aspetto economico legato a incontri e turismo.

«Ma ciò che temiamo di più è l’arresto di un percorso che negli ultimi sette anni non si era mai arrestato…Un percorso umano delicato e minuzioso, legato al rispetto e alla fiducia profondi delle persone della valle nel nostro operato. Un vero e proprio capitale di relazioni, socialità, cultura e umanità che senza contatto personale diretto temiamo di poter perdere» (Pasquini).

Una prima risposta che ci racconta è quella di una web-radio che costruisca legami, dia risposte, avvicini e faccia dialogare. «Una sorta di diario collettivo di una comunità ai tempi del coronavirus». Segno che si possono dare risposte innovative.

In questa prospettiva si muovono anche le proposte e le riflessioni che vengono da due testi legati al comune di Ittireddu (Sassari), un piccolo paese di meno di 500 abitanti, il cui sindaco è un archeologo aperto agli investimenti in cultura e animatore di uno straordinario museo archeologico vicino a uno dei grandi nuraghi sardi (Torralba).

A Ittireddu nasce, da una storia che ha a che fare con la Resistenza e con la morte dolorosa per mano nazista di un sardo che insegnava e fu partigiano a Parma, un centro culturale che si basa sulla memoria scritta della Sardegna, un archivio che si  chiama ‘Ammentos’ (Memorie), ce ne parla Gavina Cherchi che ne è la fondatrice. Mariangela Sedda, scrittrice, a sua volta, in un articolo di riflessione tra presente e passato connette una esperienza fatta in un convegno di Ammentos con il  quadro delle iniziative degli anni ‘80 nel suo paese di origine Gavoi. Come a tessere la continuità di esperienze della Sardegna interna,  dinamica e attiva, all’avanguardia della cultura, in cui Ammentos appare come una speranza di continuazione.

L’intervento di Casa Lussu sulla tessitura vede la scelta del patrimonio culturale immateriale come risorsa base di una rinascita dei paesi e riflette  non solo sulle ragioni del vivere in un piccolo paese, ma anche sulla storia di un investimento nel campo artigiano, che è storia delle istituzioni e dei loro errori, storia di scoperte e pratica di vita, esperienze museali. Riemersione dell’artigianato come forma della vita. L’artigianato come cultura, come risorsa, come memoria.

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Bergamo, il cimitero presieduto dalle forze dell’ordine

Illacrimata sepoltura

Mentre vivo la quarantena passando molto tempo sui social, mentre diventa quasi un rito (ormai diminuito di intensità) l’evento giornaliero in cui la protezione civile comunica  numeri dei contagiati e dei morti in una modalità scabra e del tutto poco comunicativa, mentre scopro di appartenere alla classe d’età prediletta dal virus e con i miei 78 anni sono nel punto chiave della statistica dei predestinati, mentre cresce la protesta dei miei coetanei e anche dei – per me  giovanissimi – sessantenni per la minaccia di essere ancora relegati alla quarantena in virtù della loro – per me  giovane – età, mentre vedo le bare di Bergamo portate in giro per l’Italia per diventare ceneri, mi rendo conto di cosa si muove intorno alla mia chiusura domestica, al mio personale (ma in compagnia di Ida) lock down.  “A noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura”…mi torna in mente Foscolo, il dibattito sui cimiteri legato all’età dell’Illuminismo e di Napoleone Bonaparte, la scelta de ‘I sepolcri’ come risposta della memoria alla morte: ‘Ammentos’. Un testo – quasi un lamento funebre – apparso sulle pagine de La lettura del 3 aprile, scritto dal figlio di un uomo sottratto all’ultimo saluto dei cari e ricomparso in forma di ceneri dopo un certo tempo, mi commuove. È Telmo che parla di Bruno Pievani e scrive: È morto mio padre. Solo un bacio nell’aria. Credo che queste ‘morti selvagge’ che non sono emotivamente mediate  dai piccoli riti del trapasso, dagli sguardi, dalle mani tese, colpiscono al cuore soprattutto chi è laico, chi è per il fine vita scelto, per chi non ha mai creduto tanto alla pompa magna della morte, per chi accetta ormai la cremazione come cosa normale, per chi non pensa che ci rivedremo in Paradiso, perché questa sottrazione dell’ultimo incontro toglie proprio l’essenza che Foscolo rivendicava al trapasso, la vicinanza, il saluto, il pianto. È il peso di queste morti che ‘nostra sora morte corporale’ ha falciato nel campo dei miei affini d’età, che mi rende assai scettico verso chi vede il problema centrale oggi nel controllo da parte di un potere che usa l’informatica come Grande fratello, che costringe alla prigionia domestica.

Siamo sulla frontiera di una battaglia contro la morte, contro le stragi ormai non più nazifasciste, ma virali. Qualcosa di più generale che riguarda il mondo, la vita delle generazioni future, per cui vigiliamo. Ma prima di tutto facciamo cessare le stragi, cerchiamo di capire perché sono avvenute, se ce ne saranno di prossime. L’immagine trionfante della tecnologia e del progresso che ha segnato la nostra vicenda di ‘moderni’, è piegata e in ginocchio. L’idea che almeno l’Occidente avesse il pieno controllo di beni e di risorse illimitate è stata schiacciata dalla assenza delle mascherine e dalla mancanza dei ventilatori polmonari. Stiamo parlando di temi grandissimi, che coinvolgono scelte epocali. Come il distanziamento degli anziani dalla vita dei figli, con le badanti e le case di riposo. Una scelta della mia generazione per essere più liberi. Perché le donne non fossero più vincolate all’assistenza corporea dei genitori. Tutto viene rimesso in discussione È stata umiliata la giovinezza presunta e sempiterna in cui perfino 78enni come me credevano di continuare a vivere. I nonni – istituzione modernissima, nuovo welfare, tanto da chiamare la nostra ‘epoca dei nonni’ – sono ricomparsi in scena mentre morivano, e per lungo tempo ‘illacrimati’, o visti come ‘oltre il confine’, ‘altri’. Mi è rimasta impressa una pagina disegnata da Zerocalcare su Robinson, la scritta finale diceva: «Vi prego, non usciamo da ‘sta quarantena come persone (molto) più orrende di quello che già siamo. Cerchiamo di rimanere un’alternativa preferibile al coronavirus».

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Armungia, bando

Ziu Luisu

Che c’entra? È che la tragedia mi aiuta a misurare ciò che viene prima, ciò che è giusto, e anche a valutare l’ironia. La vita che ho letto nelle pagine dei libri sui paesi delle zone interne – una vita che cerca qualità, senso, equilibrio – mi rende tante cose meno accettabili da sopportare. Così la pubblicità televisiva, in un tempo in cui quella scatola comunicativa è accesa spesso e noi spesso la ascoltiamo. Sempre meno sopportabile la pubblicità televisiva che oscenamente continua a colpirci ripetendosi con una tenacia colpevole. Ho deciso che non mangerò mai più il cioccolato Novi. Per l’acqua Uliveto spero siano altri a decidere di non comprarla mai, perché io lo avevo fatto prima del virus. Sono tra i principali e più spietati persecutori della giornata televisiva, ma in larga compagnia. Non ho apprezzato molto i sindaci che hanno consegnato le chiavi della città ai vescovi. Forse antichi riti, vecchi affidamenti miracolosi della città a santi e madonne li legittimavano. Il confine tra cittadinanza e fede deve restare rigoroso. Anche in un tempo in cui c’è un Papa che ci lascia ammirati, occorre tenere le distanze sulla separazione dei poteri. La storia insegna. Così andando a destra e a manca su facebook mi sono imbattuto in una piccola denuncia fatta da Casa Lussu ad Armungia verso il sindaco (la sindaca) del paese che ha consentito l’uso dell’amplificazione (in uso per i comunicati di interesse pubblico) per il rosario. In questo momento è come un segnale che la conservazione prevale sulla innovazione, e che non viene prevista l’esistenza di laici e non credenti. Non è previsto il rispetto ‘acustico’ di chi non crede. Era da tempo che non mi capitava di sentire piccoli abusi come questo. Abusi che mi è capitato spesso di subire o di conoscere nella mia vita giovanile (preti che chiudono le sale cinema per scene di sesso, che discriminano bambini perché figli di genitori che non votano come vorrebbero etc…) . E non è giusto tacere. Perché nei piccoli paesi si deve imparare a rispettare la pluralità se si vuole una nuova prospettiva di sviluppo centrata sulla cultura.

Quando ero bambino a Meana sardo il bando veniva ‘gettato’ da Ziu Luisu, il banditore, che girava il paese e con una piccola tromba che annunciava la comunicazione. “È’ stato macellato il maiale a chi ne vuol comprare”, “c’è da andare a spegnere un incendio”, “cercano gente per vendemmiare”…  Poi i bandi sono diventati messaggi vocali amplificati, spesso un po’ gracchianti, segnalati da musiche riprodotte al posto delle trombette. Ma il rosario perché? Non è una comunicazione pubblica. Non c’era alternativa? Mi sono preso lo sfizio di guardare quanti rosari al giorno offrono radio e televisione.

Le offerte di rosario di Radio Maria sono molte e distribuite a tutte le ore del giorno e persino della notte. E poi “L’appuntamento con il rosario in TV è fissato al mercoledì (ore 21:00) su TV2000, canale 28 del digitale terrestre e 157 di Sky. avviando l’apposito player video. Disponibile anche l’app ufficiale per iOS e Android”.

Cos’altro si può aggiungere? C’era bisogno di usare il bando comunale?

Dialoghi Mediterranei, n. 43, maggio 2020

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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale, collabora con la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014).

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