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Il patrimonio territoriale come mezzo di produzione sociale della felicità pubblica

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Valle Uzzone, I terrazzi dell’abbandono (ph. Magnaghi)

di Alberto Magnaghi

Sulla collina di Montuslin (Monte Uccellino)[1], fra i campi incolti e il bosco, ci era apparso un rudere: mucchi di pietre e ciape del tetto, con un nudo camino ancora in piedi. Il profilo del camino nel cielo e il pezzo di tetto e travi sconnessi si stagliano nei crinali della valle e sul disegno dei campi della collina di fronte. Si sente, si intravvede l’archetipo del cascinotto, il dialogo della sua forma rattrappita a mezz’aria con i colori, gli odori e le forme antiche della collina. È lì dove il pensiero si fa terrigno di odori, sapori, voci, canti, architetture, che un’idea di patrimonio si fa corpo dell’innovazione: materiali e tecnologie tradizionali e innovative appropriati al luogo, dialoganti con la terra, le rocce, la flora, i saperi e i paesaggi della memoria.

Inseguo una serie di concatenazioni casuali (fughe) che portano da ogni punto (una finestra, una porta, un muro) a ripercorrere la circolarità delle sequenze del paesaggio. Le ciape, il grigio più scuro delle tegole di pietra che punteggia il grigio chiaro dei calanchi dell’Alta Langa, erano lasciate a maturare nel torrente per lo spacco finale che le modella lisce e sottili a formare strati sui tetti. Ma il dialogo con la terra si rivela dal gonfiore del muro di sostegno in pietra a secco, dalla trama a incastri dei muri in pietra di Langa, dalla volta a botte a lastre di taglio della mangiatoia, e poi le finestre a riquadro, le travi, le tavole dei pavimenti in castagno: la casa è un grumo denso di materiali, sistemi costruttivi e tecnologie del bosco, dei campi, dei rittani, dei calanchi, che racconta il fluire ordinato e sapiente del proprio paesaggio rurale e viceversa.

Il vento leggero del patrimonio, che si respira nel reinterpretare tecniche, arti e sistemi costruttivi neoartigiani ispirati alla sapienza produttiva locale, invita ad atti tecnico-economici che hanno la loro genesi culturale nel recupero estetico innovativo di forme e tessiture che, durante il tempo lungo della modernizzazione, sono state considerate arretrate, brutte, povere, escludenti; ma i recenti percorsi del controesodo, dalle periferie verso le colline e le montagne, volgono le spalle ai paesaggi culturali urbano-industriali, al cemento divenuto insipido al gusto, freddo all’anima, estraneo al sentimento, caduco, portatore di povertà.

Si ripresenta allora una sapienza del dettaglio, un “fare bene” che solo la memoria coevolutiva della comunità locale possiede, nei suoi percorsi di mutuo appoggio che disvelano a cascata la profondità del patrimonio: nuove culture idrauliche per combattere i cambiamenti climatici, nuovi materiali e tecniche costruttive in dialogo con i saperi tradizionali, sistemi durevoli di approvvigionamento e produzione di energia e di cibo, nuovi saperi produttivi per mettere in valore le risorse locali, nuove arti dell’abitare e delle relazioni fra città e campagna.

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Mulino della Riviera di Dronero

 Energie

Chi decide l’avventura di rimettere su, pietra su pietra, dei terrazzi diruti, nel tempo lungo del riaddestramento dei muratori (nel frattempo resi ignoranti dalla posa di pilastri e solette in cemento armato), riattivando antichi saperi artigiani che alimentano nuove scuole anche di giovani architetti, quando porta le pietre dal torrente, rivede l’antica bialera del mulino, il ritmo delle mille centraline elettriche di ogni paese lungo il fiume; quando evoca la passata autonomia energetica, apre la mente a guardare creativamente l’identità del paesaggio, densa di mix tecnologici potenziali che, riducendo l’impronta ecologica, traggono energia dall’intero territorio: reti mini-idrauliche, biomasse estese, bricchi ventosi e assolati, orientamenti sapienti, fasce di terrazze e strati di roccia che restituiscono il calore e così via; una rete durevole di flussi energetici si innesta sulla sapienza ambientale di una potenziale comunità energetica, restituita dalla storia come abilità di decodificazione collettiva del patrimonio territoriale, per proiettarsi in un futuro di riduzione dell’impronta ecologica, ovvero un tessere reti per la pace nel mondo.

Ma chi può far funzionare questo mix energetico di risorse rinnovabili? Questo mix è unico per ogni luogo, frutto della particolare combinazione di risorse ambientali e culturali che ogni paesaggio è in grado di attivare. Perciò la misura, la qualità, il tipo ottimale di elementi del mix richiedono una tecnica specifica, praticata dalla comunità degli abitanti e dai loro istituti di autogoverno. Ed è questa comunità che possiede la sapienza del dettaglio e delle relazioni fra i dettagli, così come essa sola sa dove tagliare il bosco quando deve creare controfuochi per fermare la violenza dell’incendio sospinto dal vento, o sa segnare, con i percorsi delle acque di falda indicati dal rabdomante e la solidità della roccia, la giacitura reticolare delle cascine.

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Il pane dell’ Alta Langa

Il pane

Nelle cascine c’è il forno a legna, dove si fa il pane. L’80% del pane si fa con grani che arrivano non si sa da dove, macinati altrove, in panetterie di lusso, con forme artistiche, ma forse velenose per la salute. Si devono quindi riconnettere in valle i pezzi staccati del processo di produzione e consumo e esplosi nel proprio mercato: far rinascere i campi incolti con cultivar tradizionali; far fluire i grani ai mulini; dai mulini ai forni; dai forni alle botteghe, alle tavole; questa cooperazione ritrovata fra agricoltori, mugnai, fornai, commercianti, abitanti sta ritessendo in molti luoghi reti di senso del proprio specifico paesaggio culturale, e con esso della qualità dell’alimentazione. Alta tecnologia socio-territoriale dell’alimentazione, a partire dal “nostro pane”.

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Val Bormida, Vigneti terrazzati (ph. Magnaghi)

I cultivar

Pietre, acqua, legno, energie, pane, cultivar, da qualunque punto si proceda, dal più particolare al generale e viceversa, la comprensione delle relazioni che costituiscono la complessità del sistema evidenzia la fecondità di approcci cognitivi, operativi, economici di tipo circolare, reticolare e non gerarchico.

La casa in pietra è un germe culturale che si estende sulla collina che si rianima di orti, di vigne, noccioleti, terrazzi e boschi coltivati, campi e sentieri. L’osservazione delle cultivar antiche si fa serrata, sapiente, produce innovazione; le cascine e i borghi sono recuperati a nuova vita, reti di piccoli paesi e città ospitano comunità cosmopolite, ben radicate nell’identità del patrimonio ma proiettate in relazioni solidali con il mondo.

Ma quale innovazione? La fabbrica neorurale, agroecologica. Il neocontadino ne conosce la tecnica: la cura della qualità ambientale, del funzionamento ecosistemico del mosaico delle colture è la garanzia della riproduzione dei mezzi di produzione, per produrre qualità, eccellenza, sanità e unicità del cibo locale. Non c’è bisogno di divieti, vincoli, sanzioni: per “fare bene” il cibo, per riprodurne la ricchezza, bisogna esercitare le scienze ecosistemiche….

Il cibo locale

Da questo punto di vista, la crescita di economie agroalimentari locali fondate su prodotti locali e tipici costituisce un intrinseco passo in avanti nel rapporto fra insediamento umano e ambiente; ciò grazie al fatto che la materia prima “ambiente” (intesa come mezzo di produzione), per produrre qualità, eccellenza, richiede la qualità ambientale e la preservazione del terroir come prerequisiti della produzione: le condizioni biologiche di riproduzione delle cultivar locali, la cura del bosco, dei pascoli, degli equilibri idrogeologici e della complessità ecologica del territorio, e così via, costituiscono elementi essenziali alla riproduzione della tipicità e alla qualità del cibo.

In questa  “oggettiva” condizione favorevole il rapporto cibo-sviluppo locale, nei casi virtuosi in cui questa relazione si dispiega con la crescita di coscienza di luogo e di pratiche comunitarie, inverte il ciclo distruttivo di deterritorializzazione, avviando nuovi equilibri dal basso (energetici, idrogeomorfologici, ecologici, urbani) a partire dalla piccola dimensione insediativa (il paese il borgo, la contrada) da cui il cerchio delle relazioni si fa spirale, lungo il tempo di crescita della comunità locale in simbiosi con il proprio territorio.

Ma quale comunità locale?

Non sto descrivendo luoghi marginali di una società residuale di anziani che difendono, arroccandosi, una tradizione dall’avanzata tumultuosa della metropoli; intorno al cibo locale sta avanzando una nuova società locale vitale, giovane, complessa, colta, creativa, solidale, ospitale, connessa in rete che, riscoprendo le profondità del patrimonio, progetta e realizza futuro, alternative socio-economiche e culturali.

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Recupero cascina Piangrana (ph. Magnaghi)

L’architettura

Il cascinotto in pietra, nello stendere i suoi tentacoli relazionali a riconfigurare il senso delle colline neoproduttive, estende ai dettagli costruttivi una ricontestualizzazione dell’architettura e delle sue morfotipologie alla relazione terra-uomo-edificio-infrastrutture rurali verso una più generale riconsiderazione dei rapporti fra gli elementi costruttivi della bioregione e i suoi prerequisiti ambientali. La neoagricoltura ecologica, a partire dal cibo, riorganizza il proprio ciclo produttivo generando nuovo patrimonio, nuovi luoghi, nuove architetture, superando definitivamente gli equivoci relativi alla conservazione di nicchie nostalgiche della produzione tradizionale, verso la produzione di nuovo valore aggiunto territoriale. Dagli entroterra costieri alla collina, alla montagna, questo percorso di creazione di nuovi paesaggi si va sviluppando attraverso la ricostruzione delle relazioni territoriali fra alpeggio, mezza costa, pianura, il rapporto pascoli-paesaggio, la reintroduzione delle relazioni funzionali fra edifici rurali e fondo (contro la deruralizzazione), il recupero dei borghi storici con forme di ospitalità diffusa e così via: una nuova civilizzazione appunto che produce il suo territorio, le sue tecniche costruttive, le sue tipologie urbane, i suoi materiali da costruzione.

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I Calanchi in Alta Langa

Il paesaggio

Dal cascinotto al paesaggio attraverso percorsi trasversali, patti fra attori, contaminazioni, retro-innovazioni, atti di cura, reidentificazioni comunitarie.

Un ben bizzarro processo di “pianificazione” antigerarchica, questo che riparte da una “società del cibo”… a partire da un singolo prodotto agro-alimentare, riscoperto magari per caso, essa impara a estendere creativamente il percorso ad altre cultivar locali e a complessificare il sistema economico locale dal settore primario al terziario avanzato, attivando una “progettualità integrata”, mantenendo fermi i principi della coevoluzione fra insediamento umano e ambiente, fra sviluppo della produzione e sviluppo della società locale, finalizzando la crescita della prima al benessere della seconda, al suo trattare il territorio come bene comune.

Il paesaggio che queste comunità territoriali in espansione vanno costruendo, in un nesso stretto fra sviluppo rurale ecologico (a partire dal cibo) e sviluppo locale, è generatore di una fase superiore dello sviluppo locale stesso rispetto a quelle precedenti: questo è autoriproducibile, autosostenibile, durevole, ecologico e bioregionalista.

 Questi paesaggi del contro-esodo, contro l’urbanizzazione planetaria, si vanno costruendo in tante minute ma diffuse esperienze, che fecondano una nuova civilizzazione che si fonda sulla reidentificazione con i luoghi e la loro cura, che rimette in equilibrio il cosmo e la terra, per produrre identità e tempi propri a i mondi di vita.

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Il fungo Suillus (Cascina Piangrana, novembre 2016)

Il Suillus luteus (pinarolo) è un fungo che nasce in diverse regioni italiane, prevalentemente in pineta, ed è molto buono. Non ne conoscevo l’esistenza, in Valle Uzzone è abbastanza raro.

Durante il lungo restauro della cascina Piangrana, con Anna cominciammo ad appassionarci ai boschi di Montuslin: frequenti passeggiate, conoscenza crescente dei boschi, studio delle essenze. Poi decidemmo di comprare i boschi sovrastanti la cascina per farne un parco “produttivo”. Nel bosco c’era un rudere in pietra, cascina Montuslin, di cui restavano in piedi poco più che la parete del camino e la volta della mangiatoia, e per cui decidemmo un recupero estremo, tutto in pietra e “ciape”, durato anni. Nel frattempo cominciammo a tagliare la legna (per scaldare la casa), a lavorare il castagneto per l’alto fusto, a pulire le roverete, a recuperare e costruire strade e sentieri nel bosco, a restaurare terrazzi a secco, a ripulire, dissodare e arare i campi incolti per la conversione biologica e così via, in una crescente passione verso il paesaggio rurale storico.

Fu così che, nella pineta che aveva rimboschito il pascolo abbandonato sopra il cascinotto, scoprii nell’erba i Soillus, poi con Anna il boschetto dei porcini, quello dei tron, dei bulé trifu, dei punzin…: insomma il bosco cominciò a diventare ai nostri occhi un orto-giardino di diverse qualità di funghi, denso di storie vegetali, con aree minute, differenziate per zone, tempi, stagioni, maturazioni, paesaggi.

Naturalmente la nostra scoperta non è solitaria, la storia patrimoniale è lunga. Cenni discreti, storie orali, incontri fugaci nel bosco, ci fanno capire che sono in molti in paese ad aver percorso queste raccolte, nei tempi lunghi della memoria.

Da allora raramente si va per funghi da altre parti. Il patrimonio del bosco di Montuslin continua a crescere a mano a mano che lo si conosce, che lo si cura, la conoscenza aumenta di anno in anno, e con essa il piacere di percorrerlo, l’affezione di viverlo, il valore patrimoniale, la voglia di lavorarlo per trasformarlo in “parco produttivo”

Il ritorno al territorio (alla terra, a riabitare la montagna, all’urbanità, ai sistemi economici locali) non è dunque solo un rivolgere nuovamente lo sguardo ai luoghi, un percorso di contro-esodo, per riattivare le relazioni coevolutive fra insediamento umano e ambiente: esso è anche lo sviluppo di un sapere tecnico, scientifico e contestuale che riguarda la natura patrimoniale dei luoghi stessi; una conoscenza profonda di un bene comune che, se attivata collettivamente, può produrre equilibri durevoli, ricchezze autosostenibili e felicità pubblica. È un ripercorrere sentieri dimenticati tenendo insieme storie di vita, memorie, classificazione vegetali, elementi costruttivi, morfologie urbane, tecniche idrauliche, dialoghi interrotti, archivi sapienti. È dunque un ritorno destinato a cambiare insieme la nostra percezione individuale e collettiva, e a modificare il nostro stare al mondo e la nostra capacità di trasformarlo, ricomprendendo visioni e saperi in cui la terra promessa torna a ricomparire all’orizzonte.

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Recupero cascina Crocetta Castelletto Valle Uzzone (ph. Magnaghi)

Il principio Suillus

La rinascita dei luoghi nel percorso che ho descritto nel racconto informa dunque una nuova stagione della progettazione urbanistica, trasformandone sia il quadro e i metodi conoscitivi (dalla razionalità all’identità, verso la patrimonializzazione soggettiva del territorio) sia gli obiettivi e i metodi progettuali (curare l’ambiente dell’uomo, riconoscendo nel patrimonio ambientale, territoriale e paesaggistico, i valori e le regole statutarie del buon governo, i caratteri autogenerativi e resilienti delle città e delle loro relazioni appropriate e “frugali” con i sistemi agroforestali e ambientali).

Il concetto di patrimonio territoriale, che da tempo la scuola territorialista ha elaborato, a partire dall’integrazione dei concetti di patrimonio naturale e culturale, include molti caratteri del territorio, materiali e immateriali, tutti riconducibili ai processi di co-evoluzione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente nelle diverse civilizzazioni che, fra rotture e continuità, sedimentano una “massa” crescente nel tempo di caratteri identitari sedimentati in paesaggi che ne rappresentano il valore; e ne rappresentano le invarianti strutturali.

Il carattere dinamico (frattale e incrementale) del patrimonio territoriale

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Cascina in Montuslin (ph. Magnaghi)

La prima questione da evidenziare nel precisare questa visione progettuale è che, a uno sguardo non museale ma interattivo fra un milieu locale e la qualità specifica dei luoghi in chiave patrimoniale, il patrimonio territoriale stesso si presenta all’azione conoscitiva e progettuale in una dimensione dinamica e incrementale; mano a mano che cresce la “coscienza di luogo” dei soggetti che se ne prendono cura, si produce: a) una moltiplicazione infinitesima e “frattale” delle identità paesaggistiche dei luoghi; e b) l’accrescimento di valore del patrimonio tendente all’infinito.

In entrambe queste dimensioni il tempo, sia nella moltiplicazione dei luoghi che nell’accrescimento del loro valore, è la variabile interpretativa “chiave” dell’approccio progettuale. Variabile che comporta che la coscienza di luogo sia innanzitutto una consapevolezza del tempo storico di formazione del luogo stesso, come percezione progressiva, “cinematografica” delle temporalità che stratificano l’identità profonda del luogo; e che, in secondo luogo, essa si dia come misura temporale del processo di ricostruzione delle relazioni incrementali fra il milieu locale e patrimonio nella produzione di valore aggiunto territoriale.

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Recupero cascinotto Montuslin (ph. Magnaghi)

 a) La moltiplicazione “frattale” delle identità paesaggistiche dei luoghi

Esemplifico questo concetto: le unità di paesaggio che definiamo con metodi esperti nei nostri Piani rispondono a criteri e indicatori in qualche modo oggettivabili nella codificazione morfotipologica (morfotipi edilizi, urbani, territoriali, ambientali, agroforestali). Così a Neviano (nel basso Salento), nel PPTR della Puglia ho individuato quattro unità di paesaggio che connotano le peculiarità dei luoghi: la trama olivetata sull’altopiano, il morfotipo urbano sul pendio della serra, il sistema del “ristretto” (orti e giardini periurbani), i coltivi estensivi della piana agricola.

Le unità di paesaggio raccontate dagli abitanti/produttori, mettendo in atto i loro saperi contestuali nel percorso partecipativo di costruzione di “mappe di comunità” promosso dall’Ecomuseo del Comune nell’ambito della fase di progettazione sociale del Piano paesaggistico, sono state invece moltiplicate a decine, utilizzando nel corso della elaborazione delle “mappe” un profondo intreccio di parametri soggettivi: percorsi e luoghi familiari e della memoria, luoghi simbolici e del sacro, conoscenza profonda delle peculiarità della fauna e della flora e dei loro movimenti naturali, circuiti lavorativi e uso delle risorse fra campagna e paese, luoghi dell’incontro, delle festività, delle cerimonie religiose, delle attività ludiche e così via.

Esperienze analoghe di crescita incrementale degli elementi di paesaggio le ho, ad esempio, praticate in molti Piani strutturali comunali partecipati. Per esempio a Montespertoli, dove si è sviluppato un processo partecipativo strutturato per il Piano urbanistico, nel corso della costruzione delle loro mappe di comunità di frazione gli abitanti hanno individuato circa 50 sorgenti attive (i saperi esperti, il Comune e noi progettisti, una ventina) e circa 40 percorsi pedonali da attivare (i saperi esperti una quindicina).

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Recupero tetto in Ciape Montuslin (ph. Magnaghi)

Altri percorsi, ad esempio di recupero di cultivar tradizionali, di erbe selvatiche con poteri curativi, portano alla ricostruzione di filiere locali che riattivano in forma incrementale paesaggi urbano-rurali: nel caso del recupero dei grani storici, ad esempio, si ha la riattivazione e moltiplicazione dei campi coltivati, dei mulini con metodi tradizionali, delle reti locali di distribuzione e dei mercati locali, di nuove relazioni città-campagna in un percorso di crescita incrementale verso nuove frontiere di sovranità alimentare.

Mettere in relazione saperi esperti e saperi contestuali, conoscenza profonda delle dinamiche naturali nel percorso collettivo di crescita della coscienza di luogo, ci porta dunque ad una moltiplicazione delle identità paesaggistiche, del loro carattere dinamico in quanto neoecosistemi viventi e delle loro relazioni con i sistemi socio-produttivi locali: e ciò arricchisce l’importanza e, in molti casi, la centralità del progetto di paesaggio, rendendolo denso di elementi culturali e produttivi, in grado di cogliere la dinamicità e il movimento degli elementi naturali che lo compongono, di praticarne il carattere integrato, socialmente prodotto e, in prospettiva, autogovernato in forme autosostenibili.

 b) L’accrescimento di valore del patrimonio

Questo aspetto è emerso sia nei lavori sulle mappe di comunità (sia per i Piani paesaggistici, sia per i Piani urbanistici) che nei più recenti lavori connessi ai Contratti di fiume, agli ecomusei, ai parchi agricoli multifunzionali, ai biodistretti ai PIT del PSR

La socializzazione dell’analisi patrimoniale che si è attuata in questi progetti, che hanno mobilitato notevoli quantità di soggetti, ci ha mostrato come la qualità, la densità, la quantità degli elementi patrimoniali di un luogo riconosciuti e immessi nel processo progettuale siano strettamente correlate ai fattori di soggettività individuale e collettiva che intervengono, con saperi contestuali e tecnici, nella definizione del patrimonio stesso e, in ultima analisi, del suo valore come risorsa nel processo di trasformazione (coscienza di luogo); e che questo valore cresce in misura esponenziale con l’integrarsi, nell’analisi e nel progetto, degli elementi che concorrono al progetto stesso nella loro complessità intersettoriale.

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Rudere Montuslin (ph. Magnaghi)

Il concetto di patrimonio territoriale include non solo il concetto di coevoluzione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente come determinante della sua “massa territoriale”, dei suoi caratteri identitari e valori patrimoniali, delle sue invarianti strutturali; ma include anche il concetto di incrementalità e dinamica interattiva della sua crescita.

Il valore incrementale del patrimonio è dato dunque non solo dai macroprocessi storici di coevoluzione, ma, all’interno di un singolo processo di territorializzazione, anche dai microprocessi locali di interazione dinamica fra società locale e patrimonio attraverso la cura generativa di specifiche tipologie ambientali

In questi microprocessi locali tuttavia il valore (d’uso, ma anche di esistenza) può:

-  precipitare a zero, con l’abbandono del presidio antropico e/o della cura nei territori dell’esodo, nelle periferie, nelle aree di degrado, di marginalità; ad esempio, l’abbandono dei pascoli può intaccare non solo il valore d’uso (popolamento e presidio produttivo della montagna con la cura dell’ambiente e del paesaggio rurale, produzione di ricchezza con la filiera del formaggio, della carne, del bosco coltivato, ecc.) ma anche il valore di esistenza (con il rimboschimento selvatico, la riduzione della complessità ecologica, il degrado delle malghe, dei borghi, dei sentieri, il crollo dei terrazzi, la sparizione del paesaggio antropico, ecc.); oppure il seppellimento dei territori nelle aree metropolitane con l’urbanizzazione, che distrugge paesi, toponimi, paesaggi locali, biotopi naturali e campi coltivati trasformandoli in capannoni, quartieri dormitorio, infrastrutture, ipermercati, ecc.; oppure ancora quando decade il valore d’uso del luogo e se ne propone la distruzione e il riuso dello “spazio” rimasto vuoto per altre funzioni. Ad esempio: la sostituzione con i grattacieli cruciformi e seriali di gran parte del centro storico di Parigi, considerato “ferrovecchio” per la sua promiscuità urbana nel Plan Voisin di Le Corbusier (la ville verte) e quindi da riqualificare in funzione della razionalità della città-fabbrica fordista;

-  tendere all’infinito con la cura crescente, ad esempio, nei processi di “ritorno al territorio”, che promanano: a) dalla nuova domanda di “luoghi” indotta dai processi di contrazione e omologazione dello spazio nei flussi aspaziali della globalizzazione; b) da “controesodi” provocati da caduta della qualità di vita nella condizione metropolitana e posturbana; c) da contestazioni di invasioni del globale nella vita quotidiana (megainfrastrutture, inceneritori, cementificazioni, ecc.); d) dalla sottrazione forzosa di spazi pubblici e di beni comuni territoriali.

In questi processi l’avvio di pratiche socio-economiche connesse alla rimessa in valore di singoli fattori territoriali (recupero di cultivar tipiche e tradizionali, verso l’agro-ecologia), di saperi neoartigianali (tradizionali, innovativi, digitali), di culture, arti e materiali da costruzione locali, di innesto di tecnologie innovative nella valorizzazione dei patrimoni edilizi, di forme collettive di gestione dei beni comuni territoriali e ambientali, tutti questi percorsi innescano processi incrementali di complessificazione, innovazione e gestione comunitaria delle risorse patrimoniali, specifiche e relazionali

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Restauro Montuslin (ph. Magnaghi)

In questo caso, la relazione fra patrimonio territoriale (materiale e immateriale) e società locale che se ne prende cura è una relazione dinamica e incrementale che produce crescita continua e differenziazione del patrimonio (nel suo valore di esistenza e d’uso come risorsa), attraverso il seguente percorso:

-riconoscimento progressivo del patrimonio alimentato dalla crescita dalla coscienza di luogo da parte della società locale (re-identificazione, ricostruzione individuale e collettiva della memoria dei luoghi, dei saperi contestuali e degli elementi patrimoniali); che porta alla:

-  crescita, differenziazione, specificazione delle azioni di cura e di riattivazione di relazioni coevolutive con l’ambiente; attraverso le quali si dà;

-  produzione di valore aggiunto territoriale; che a sua volta si traduce in:

-  crescita di coscienza (del valore d’uso) e di identificazione identitaria (con il valore di esistenza del patrimonio).

Questa crescita della società locale può portare a nuove médiances culturali (identificazione di nuove potenzialità culturali e tecnologiche del patrimonio come risorsa) e dunque a nuovi valori d’uso, in una spirale continua di valore che tende all’infinito, secondo criteri di resilienza territoriale, di durevolezza della produzione di ricchezza, e di costruzione di bioregioni urbane.

In questa spirale avviene un processo relazionale a cascata fra diversi settori (da una cultivar ad altre cultivar, a settori artigiani, a settori terziari) di cui si percepisce l’interdipendenza culturale e anche economica, con crescita creativa della coscienza di luogo attraverso forme di coralità produttiva.

Dialoghi Mediterranei, n. 40, novembre 2019
Note
[1] Il racconto si riferisce ad una cascina collinare della valle Uzzone, Alta Langa.

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Alberto Magnaghi, professore emerito di Pianificazione Territoriale presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze, dove fin dalla sua fondazione dirige il LAPEI ed è stato Presidente del Corso di laurea magistrale in Pianificazione e progettazione della città e del territorio. Fondatore della Scuola territorialista italiana, è stato per oltre un ventennio coordinatore nazionale di Progetti di ricerca e Laboratori sperimentali per il MIUR e per il CNR sui temi dello “sviluppo locale autosostenibile” e della “rappresentazione identitaria del territorio” (1986-2010); sugli stessi temi ha coordinato diversi progetti e piani a carattere strategico e integrato. È autore di diverse pubblicazioni, tra le quali: Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo (2010), l territorio bene comune (2012); La regola e il progetto. Un approccio bioregionalista alla pianificazione territoriale (2014).

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