Il paesaggio come concetto multilocale: il caso del Parco lombardo del Ticino

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Il Naviglio Grande che collega il Ticino alla Darsena

di Alessandro Morello

Ogni luogo viene esperito attraverso diverse dimensioni. Per Raffestin «il paesaggio è un’intersezione fra la fisiologia dell’occhio, la soggettività e i mediatori sociali» (Raffestin 2005: 48). Da questo punto di vista, la dimensione sensoriale con cui si incorpora la realtà materiale assume determinati significati in base alle categorie culturali della società di appartenenza. Il paesaggio è dato, quindi, dalle due dimensioni soggettive e oggettive che contribuiranno, in ultima analisi, a determinarne il senso condiviso.

Quando penso al fiume Ticino e ai suoi paesaggi, mi vengono in mente le sensazioni provate la prima volta che l’ho visitato. Devo tuttavia riconoscere che con il passare del tempo la mia percezione del luogo è cambiata, in quanto sono entrati in scena nuovi elementi che ne hanno dato un aspetto diverso e inaspettato. In questo articolo, sulla base della mia attività di ricerca condotta presso il “Parco lombardo del Ticino”, introduco la questione dei luoghi e del loro carattere ambivalente dovuto alla difficoltà di includere in una definizione univoca gli elementi eterogenei presenti sul territorio alla luce delle pratiche di patrimonializzazione e di valorizzazione in chiave turistica e culturale. Il carattere ambiguo di un luogo è dato dalla sua natura costruita e selettiva. La natura processuale del paesaggio è messa in evidenza da Francesco Lo Piccolo e Filippo Schilleci:

«Se il paesaggio, dunque, è l’esito di un processo di ricostruzione di natura fisica e storica, se è il luogo tangibile della memoria, se è il luogo delle attività antropiche, diventa di fondamentale importanza capire quale valore si deve attribuire ad esso per trovare il giusto peso di conservazione, da un lato, e sviluppo dall’altro» (Lo Piccolo e Schilleci 2003: 53).

Tenendo in considerazione il carattere complesso dei paesaggi, ritengo che esso si debba decostruire, andando oltre quel vel o iniziale che si palesa allo sguardo, per cogliere le sfumature che vi sono celate. In un primo momento, emerge l’immagine preponderante e socialmente determinata ma, scavando più in profondità, è possibile cogliere tracce e altri significati che possono cambiarne il senso. Per esempio, un paesaggio presentato come naturale e selvaggio può essere stato in passato un’importante area di transito, di commercio, una zona mineraria ecc. Nel processo di costruzione dell’immagine di un luogo si selezionano soltanto alcuni elementi, alcuni tratti simbolici. Emergono così diversi livelli con cui approcciarsi ad un luogo e ciò è in linea con quanto affermano Setha M. Low e Denice Lawrence-Zuñiga, secondo i quali «un luogo può avere una realtà unica per ogni abitante, e mentre i significati possono essere condivisi con gli altri, le visioni del luogo sono probabilmente spesso in concorrenza e contestate nella pratica» (Low e Lawrence-Zuñiga 2012:15).

1Attraverso il riferimento al “Parco lombardo del Ticino” si tenta di dimostrare e di mostrare l ’aspetto processuale e costruito di un paesaggio. Man mano che si approfondiscono gli aspetti ad esso collegati, si rendono visibili le varie sfaccettature, che forniscono gli elementi per cogliere le diverse concezioni con cui ci si  può riferisce. Grazie ai diversi dépliant informativi dell’Ente Parco, viene fornita l’immagine di un territorio dal forte valore naturalistico; infatti il riconoscimento di “biosfera” da parte dell’Unesco nel 2002 [1] non fa altro che mettere in evidenza il carattere naturalistico ed equilibrato di un ecosistema al centro di una delle aree più urbanizzate d’Italia. Sebbene il riconoscimento di biosfera preveda un’attenzione anche agli aspetti storici, antropici e culturali, in realtà questi sono scarsamente presenti nei dépliant illustrativi, nel sito internet ufficiale e, anche all’interno del Parco, i totem informativi si concentrano unicamente sull’importanza della flora e della fauna.

Attraverso la presentazione del Parco fornita dall’Ente gestore, emergono le motivazioni che hanno portato alla creazione di questa importante area protetta:

«Il Parco lombardo del Ticino […] nasce nel 1974 per difendere il fiume e i numerosi ambienti naturali della Valle del Ticino dagli attacchi dell’industrializzazione e di un’urbanizzazione sempre più invasiva. L’Ente che gestisce il Parco, di cui fanno parte tre province e quarantasette comuni, governa un territorio di oltre novantaduemila ettari, applicando un sistema di protezione differenziata alle aree naturali, agricole e urbane. L’obiettivo è conciliare le esigenze della protezione ambientale con quelle sociali ed economiche delle numerose comunità presenti nell’area, una delle più densamente popolate d’Italia. Una sfida difficile, ma possibile, la cui parola d’ordine è sviluppo sì, ma sostenibile» (AA.VV. 2006: 3).

Dalla lettura di questo stralcio, tratto dalla Guida introduttiva al Parco lombardo del Ticino, è possibile cogliere le criticità nel dover imporre dei vincoli per proteggere l’ambiente e la necessità delle comunità locali di mantenere le loro attività produttive ed economiche, in quanto il divieto di modificare il paesaggio del Parco provoca, in alcuni casi, il tramonto di alcune pratiche, come la raccolta della legna e l’attività mineraria. Queste impressioni sono confermate dalle parole di un produttore locale, il quale si lamentava dei diversi vincoli che, di fatto, hanno provocato il declino di certe attività collegate alla gestione del fiume da parte delle comunità locali. Un tempo, la raccolta della legna e la pulizia degli argini erano svolte dagli stessi abitanti e servivano anche a controllare i corsi d’acqua e a prevenire le inondazioni durante i periodi di piena. Questa funzione oggi è esercitata dall’Ente Parco e – come afferma il mio interlocutore – si dà la priorità alla conservazione degli ambienti naturali con la conseguenza che in alcuni tratti del fiume gli argini andrebbero  rifatti o gestiti con più attenzione.

Nonostante l’imprescindibile necessità di dover salvaguardare l’ambiente dai rischi dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione, ritengo che ai fini della valorizzazione territoriale sia necessario includere gli elementi che restano celati dietro l’immagine di un ambiente unicamente naturalistico. Quest’impressione emerge anche dal corredo fotografico proposto dalla Guida, nella quale questa narrazione fa da protagonista rispetto agli aspetti storico-culturali, che rimangono sbiaditi sullo sfondo. Man mano che si procede all’interno del Parco, attraversando i paesi e i centri urbani, emerge come in realtà l’elemento antropico sia stato e sia ancora determinante. Da questo punto di vista, tenere in considerazione sia i diversi significati associati a questo paesaggio, sia le diverse concezioni e pratiche esperite al suo interno può fornire nuovi spunti per i processi di costruzione di immaginari turistico-territoriali [2] e per le politiche di valorizzazione territoriale. Questo aspetto è coerente con quanto afferma Rodman sul carattere multivocale di un luogo.

«Collegando la multilocalità alla multivocalità, possiamo guardare attraverso i luoghi, esplorare i loro legami con gli altri, considerare perché sono costruiti come sono, vedere come i luoghi rappresentano la gente e cominciare a capire come la gente incarna luoghi» (Rodman 2017: 218).

L’approccio proposto da Rodman mette in evidenza il carattere eminentemente relazionale dei luoghi. Questo tipo di approccio ci consente di guardare ai luoghi dal punto di vista degli altri, così da comparare le diverse concezioni e significati via via prodotti. L’approccio multilocale si prefigge di leggere i luoghi tenendo in considerazione l’eterogeneità dei significati prodotti dai suoi abitanti o dai suoi fruitori. In questa ottica un luogo può essere vissuto, esperito e pensato in modo differente.

Diga del Panperduto (ph. Morello)

Diga del Panperduto (ph. Morello)

La mia ricerca ha assunto i caratteri di un viaggio attraverso i sentieri e i centri presenti nella zona settentrionale del Parco lombardo del Ticino, tra il ponte di Oleggio e la zona di Abbiategrasso. Con il passare del tempo, la percezione del paesaggio ha assunto connotati diversi e, poco alla volta, sono venuti alla luce i segni e le testimonianze culturali e storiche di società che, nel corso dei millenni, si sono affacciate lungo le sponde del fiume. Visitando i diversi centri presenti e intervistando gli operatori e gli abitanti del posto, sono venuto a conoscenza di una – inaspettata – relazione tra il territorio, il fiume e la cultura celtica. In queste terre, infatti, sono stati rinvenuti i resti di una civiltà di origine celtica, chiamata dagli archeologi civiltà di Golasecca [3]. La scoperta di questa civiltà, e specialmente la scoperta dei suoi manufatti artistici e artigianali, sono la testimonianza di un popolo che ha fatto del fiume Ticino il centro nevralgico del suo territorio. A partire dal periodo celtico, il fiume è stato usato come canale di connessione per importanti scambi culturali e commerciali.

Il Ticino, infatti, grazie alla sua lunghezza, riusciva a connettere l’area transalpina con quella mediterranea, dando vita a delle importanti rotte commerciali. Dai reperti è emerso come questa civiltà avesse dei contatti con gli Etruschi, i Greci e infine con i Romani. La presenza di questi scambi commerciali dimostra come il fiume rappresentasse un’importante arteria commerciale e di transazione culturale. Questa testimonianza protostorica non dovrebbe essere messa in secondo ordine nella narrazione proposta dall’Ente Parco. Ai fini di una politica di valorizzazione territoriale, è necessario diversificare le immagini proposte in quanto i fruitori possono essere attratti da diversi percorsi con cui si può attraversare e conoscere un paesaggio. Infatti, oltre ad un approccio storico-culturale, il Parco può essere esplorato attraverso i suoi cibi, lungo itinerari di cicloturismo, l’osservazione delle opere di ingegneria idraulica o sotto l’aspetto estetico delle sue bellezze naturalistiche.

Chi pianifica deve tenere conto della totalità degli elementi presenti sul territorio, proponendo una visione corale del territorio, che non escluda l’eterogeneità dei dati ma che faccia di questa un valore e una ricchezza. Il Ticino non è soltanto un fiume in mezzo ad un ricco ed equilibrato ecosistema, è stato anche un importantissimo crocevia culturale e commerciale tra la Svizzera, Milano e Pavia. Tra gli altri aspetti evidenziati in grado di rappresentare l’area settentrionale del parco è sicuramente di un certo interesse il collegamento tra la produzione di birra e la cultura di Golasecca. Lungo il territorio sono stati rinvenuti diversi vasellami della cultura golasecchiana usati specialmente per la pratica funeraria, ma, oltre a questi, è stato recuperato il più antico boccale di birra in Europa, oggi conservato nel Museo etnografico di Oleggio. Inoltre esiste una produzione artigianale di birra a Sesto Calende, un piccolo centro tra il Lago Maggiore e il fiume Ticino.

La scoperta della produzione di birra a Sesto Calende mi rinvia alle note pratiche di “invenzione della tradizione” [4] (Hobsbawm 2002) ai fini della valorizzazione territoriale, che tiene in considerazione sia la memoria storica sia l’innovazione. In particolare, connettere la produzione locale sestese di birra all’archeologia golasecchiana offre a chi si approccia al territorio un’immagine diversa del paesaggio, giocando con il nesso birra-civiltà di Golasecca-Fiume Ticino.

Un altro riferimento alla traccia celtica scarsamente riportata nelle guide, è un antichissimo sasso, conosciuto come il Sass di preja buia, risalente alle glaciazioni. Esso possiede una strana carica magnetica e, nelle sue vicinanze, è stato rinvenuto un insediamento golasecchiano che probabilmente utilizzava questo luogo come area rituale. La Guida del Parco, oltre a riportare le principali informazioni e qualche aneddoto, non fa tuttavia nessun riferimento all’insediamento golasecchiano e alla funzione rituale e taumaturgica di questo sito litico.

Tratto del Ticino (ph. Morello)

Tratto del Ticino (ph. Morello)

Il Ticino è anche legato alla fortuna di Milano, poiché la maggior parte dei navigli della città lombarda prendono l’acqua da questo fiume. Le opere idrauliche presenti nei pressi del fiume sono numerose: oltre alle recenti centrali idroelettriche, vi sono diversi canali scavati dall’uomo, che vedeva nel fiume una risorsa utile per lo sviluppo economico della zona. A partire dalla diga del Pan perduto, il Ticino viene convogliato in un sistema di canali: il primo, il Villoresi, ad uso industriale e il secondo, il Naviglio grande, che porta l’acqua a Milano. Il sistema di canalizzazioni è antichissimo e, dal dialogo con alcuni interlocutori, sono venuto a sapere che oltre ai navigli esistevano diversi canali che riuscivano a mettere in comunicazione le principali località della pianura padana, permettendo il fiorire di scambi commerciali e culturali. Questi sono stati favoriti anche dalla quantità di minerali preziosi che venivano raccolti intorno al fiume. Lungo le sponde del fiume, erano recuperati l’oro, il quarzo e la silice, materiali commercializzati lungo la traiettoria che connetteva Milano, la Svizzera e Venezia. La silice era trasportata, grazie al sistema di canali, a Murano per la lavorazione del vetro, mentre il quarzo era esportato in Svizzera per la costruzione degli orologi.

Tenendo conto di tutto ciò, il fiume è da leggere e interpretare anche come un’area ricca di materiali e come una via di comunicazione e di scambio. Questo aspetto è confermato dalla costruzione di un antico sistema di canalizzazioni che collegava il Ticino alla Serenissima, i mercati nord europei con il Mediterraneo. Tutti questi dati dimostrano come sia riduttivo, dal punto di vista della valorizzazione turistica, concepire in maniera univoca il fiume Ticino e il Parco sotto l’aspetto ambientalistico, dando priorità alla preservazione dell’ecosistema. È di fondamentale importanza conservare l’equilibrio degli ecosistemi, ma per promuovere un territorio è necessaria una diversificazione dell’immagine da proporre, tenendo in considerazione il fatto che un paesaggio possa essere esperito e valorizzato mediante diverse strade e percorsi. Attraverso uno sguardo a tutto tondo è quindi possibile dar vita ad un sistema paesaggistico complesso, fatto di pratiche e di interazioni, nel quale è presente una memoria storica che ha plasmato, nel corso del tempo, il territorio, favorendo il fiorire di pratiche e saperi artigianali nonché di esperienze enogastronomiche meritevoli di essere valorizzate. Attraverso questo modus operandi si possono favorire offerte turistiche diversificate, in corrispondenza della eterogeneità delle domande.

Navigli in Lombardia

Navigli in Lombardia

L’idea di territorio che voglio proporre, prendendo in considerazione gli elementi eterogenei presenti al suo interno, si allontana – come è ovvio – dalla con- cezione che lo vedeva come uno spazio meramente fisico: «Assume connotati molto più ampi, diventa spazio sociale, spazio di relazioni, configurazioni di luoghi» (Salento 2016, 179). Questa concezione di paesaggio implicherebbe una collaborazione tra gli operatori dell’Ente Parco e quelli presenti nei centri urbani, per valorizzare e promuovere le varie sfaccettature che il paesaggio porta con sé.

Dal dialogo con i miei interlocutori, sembra emergere un conflitto tra l’Ente Parco, promotore dell’immagine naturalistica, le istituzioni locali e le diverse esperienze produttive. Ognuno di essi cerca di proporre la propria visione riguardo alle attività da proporre. Diverse volte ho assistito alle lamentele di coloro che vedevano ristretta la loro sfera d’azione a causa delle limitazioni imposte dall’Ente Parco. Altre volte, alcuni produttori locali si mettevano a disposizione per organizzare delle attività socio-culturali, che fossero però limitate a promuovere unicamente il loro centro urbano. Gli operatori dell’Ente Parco, dal canto loro, si presentavano come gli unici in grado di coordinare le diverse attività produttive presenti nel territorio. Questi aspetti aiutano a capire come la gestione di un paesaggio comporti criticità e conflittualità all’interno di un’arena politica, ovvero «un luogo in cui si confrontano concretamente attori sociali che interagiscono intorno a poste in gioco comuni» (Olivier De Sardan 2008, 200). In questo spazio, diversi soggetti negoziano i propri ruoli e le proprie concezioni. Dalla conversazione che ho avuto con l’assessore alla cultura di Sesto Calende ho desunto il suo interesse a voler promuovere il Museo della cittadina lombarda, senza tenere in considerazione gli altri attori socio-culturali presenti sul territorio. Questo atteggiamento si è riscontrato anche tra quei produttori locali interessati alla promozione dei loro prodotti e scarsamente fiduciosi nella collaborazione con le sfere istituzionali e culturali del parco. Altri, tuttavia, erano propensi a creare una rete in grado di connettere le diverse imprese produttive presenti sul territorio, come per esempio l’urbanblog “I love Sesto Calende”, una rete con l’obiettivo di promuovere l’economia e i flussi turistici sestesi.

Museo di Sesto Calende (ph. Morello)

Museo di Sesto Calende (ph. Morello)

Prima di concludere questo articolo, vorrei introdurre un concetto che può stimolare alcuni spunti di riflessione su ciò che significa valorizzazione e promozione di un territorio. L’economista Giacomo Beccat- tini propone il concetto di “coralità produttiva”, per ribadire il fatto che «tutti gli abitanti di un luogo [sono] impegnati sempre, diciamo coralmente –  ne siano o meno consapevoli – nella produzione delle cose che vi si consumano e di quelle che vi si vendono all’esterno» (Beccattini 2015: 59). Attraverso la coralità produttiva il territorio assume una connotazione precisa. Secondo l’economista, «esso si articola in mille figure istituzionali […] e culturali […] che costituiscono lo sfondo culturale (in senso antropologico) da cui dipendono e su cui si proiettano le decisioni, anche economiche, individuali» (ibidem). Da qui la necessità di dare vita ad una cultura territoriale che tracci, sapendo miscelare la tradizione all’innovazione, delle riconoscibili e condivise traiettorie da seguire per promuovere un territorio inteso come sistema multilocale, multivocale e diversificato. Attraverso strategie dal basso, a partire dalle micro attività presenti sul territorio, è possibile individuare quella linfa vitale in grado di rendere fertili i paesaggi a coloro che vi si approcciano per goderne e stupirsi, per conoscere ed emozionarsi.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017 
 Note

[1] «Le riserve della biosfera sono aree di ecosistemi terrestri, costali, marini il cui obiettivo è quello di promuovere e dimostrare una relazione equilibrata tra la popolazione, lo sviluppo economico e l’ambiente. […]. Scopo della designazione, per l’impegno e il prestigio che ne derivano, è quello di coinvolgere maggiormente i gestori, gli amministratori e le popolazioni dei parchi a calibrare un sistema economico bilanciato con la tutela degli ecosistemi, da quelli naturali a quelli semi-naturali di origine antropica, e la valorizzazione dei paesaggi ricchi di elementi storici e culturali» (AA.VV. 2006: 1).
[2] L’immaginario turistico «è quell’energia poietica che s’instaura in un processo interattivo tra i soggetti, i luoghi e le narrazioni e che fa sì che i turisti pensino a dei luoghi qualificandoli come turistici» (Morello 2016: 5).
[3] La Civiltà di Golasecca è una cultura protostorica, sviluppatasi nel Canton Ticino e nell’area nord-occidentale della penisola italica, tra le Alpi ed il Po, specialmente intorno al bacino verbano e a quello comasco, tra il IX ed il IV secolo a.C., durante la prima età del Ferro.
[4] Per «tradizione inventata si intende un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate e dotate di una natura rituale o simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità col passato». Di fatto, laddove è possibile, tentano in genere di affermare la propria continuità con un passato storico opportunamente selezionato (Hobsbawm 2002: 3-4).
            Riferimenti bibliografici
            AA.VV. , Parco del Ticino .Guida all’area protetta lombarda, Desio: Edinat, 2006.
            Beccattini, Giacomo, La coscienza dei luoghi,  Roma: Donzelli, 2015.
            Hobsbawm, Eric,  L’invenzione della tradizione.,Torino: Einaudi, 2002.
            Lo Piccolo, Francesco, e FIlippo Schilleci, A Sud di Brobdingag, Milano: Franco Angeli, 2003.
            Low, Setha M., e Denice Lawrence-Zuñiga, «Locating culture », in The anthropology of space  plac  di Setha M. Low e Denice Lawrence-Zuñiga, Malden: Blackwell, 2012: 1-47.
            Morello, Alessandro, L’immaginario di Favignana e la produzione dell’habitus del turista, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 20  luglio 2016.
            Olivier De Sardan, Jean-Pierre, Antropologia e sviluppo,  Milano: Raffaello Cortina, 2008.
            Raffestin, Claude, Dalla nostalgia del territorio al desiderio di paesaggio. Elementi per una teoria del paesaggio, Firenze: Alinea, 2005.
            Rodman, Margaret, «Empowering place: multilocality and multivocality», in The anthropology space and place, di Setha M. Low e Denice Lawrence-Zuñiga, Malden: Blackwell, 2017: 204-223.
            Salento, Angelo, «L’autodifesa della società: teorie, movimenti, prassi di riconnessione», in Il capitale quotidiano, di Filippo Barbera, Joselle Dagnes, Angelo Salento e Ferdinando Spina, Roma: Donzelli, 2016: 61-217.
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Alessandro Morello, dopo aver concluso la laurea in Beni demoetnoantropologici all’Università degli studi di Palermo, si è specializzato in Scienze Antropologiche ed Etnologiche all’Università degli Studi di Milano-Bicocca con una tesi sulla costruzione dell’immaginario turistico a Favignana. È impegnato a focalizzare l’attenzione scientifica sul carattere processuale e dinamico dell’immaginario, sulle pratiche di pianificazione turistica e sulle capacità di agency dei soggetti.

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