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Il Mediterraneo. Più che un’immagine era un concetto

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Foto di Salvatore Clemente

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di Sura Bizzari e Salvatore Clemente

Ho attraversato paesi per giungere fino qui. Mi sentivo forte e vigoroso quando sono partito. Ho sempre corso uscendo dal percorso assegnato e ho viaggiato tanto per raggiungere questo posto di libertà, senza barriere, senza confini.

Nonostante le evidenti peculiarità fisiche ed architettoniche è la luce che fa la differenza. Questo l’ho sempre saputo, inconsciamente. È la luce che ha influenzato ogni mia decisione, che si è specchiata in ogni pensiero e ha guidato le mie scelte. Ora ne sono certo. Ho rincorso le ombre, ho cercato di scavalcarle e di sbiadire i chiaroscuri che erano macchie di presagio nei miei pensieri.

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Allora ho studiato le rotte, ho pensato di reindirizzare la mia vita, di spostare l’attenzione dall’apatia delle nebbie agli squarci che si aprono nel cielo, alle proiezioni sulla terra di fasci diritti e caldi, segni divini come non ne esistono altri. Sono nato in una terra fredda, dove faticosamente cresceva la vegetazione, dove la luce restava intrappolata per la maggior parte dell’anno. E sognavo altro. In un luogo desolato agognavo alla condivisione dei paesi caldi, alla vita per strada. Sognavo il mare, che non avevo mai visto.

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Sono partito in una giornata grigia, il vento tendeva a chiudermi in me stesso, ma mi sono fatto coraggio. Ho zigzagato fra le sue folate rincorrendo l’immagine che ormai avevo dentro gli occhi. Son partito senza salutare, pena la possibilità di non partire affatto. Ho lasciato case grigie e austere e rari boschi intrecciati screziati di umidi muschi, là dove la luce non riusciva a passare. Ho incontrato amici durante il lungo viaggio, ma ho anche fatto a botte. Mi son sentito perso, la voglia di rinunciare ma… non sarebbe stato possibile.

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Nonostante la paura, il sacrificio, i dubbi… il mio obiettivo era mediterraneo. Pianificavo tappe immaginarie, la testa bassa sul percorso quando il freddo era troppo pungente perfino per me, nato nelle terre del ghiaccio. Brevi soste nelle quali concentravo il calore dalla pancia riscaldata dal cibo con l’intenzione di irradiare l’intero corpo. Mi soffermavo quando incontravo il sole per affrontarlo di petto, nel tentativo di raccogliere il suo tepore e immagazzinarlo per poterne usufruire nel freddo della notte.

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Ho sfidato ogni legge di resistenza, ho imparato a individuare rifugi protetti, ad arrotolarmi su me stesso e muovermi lentamente, a riscaldarmi col vapore del mio respiro. Man mano, macinando chilometri che solo poco tempo prima mi sarebbero sembrati impossibili da affrontare, ho percepito i primi cambiamenti. Il freddo faceva meno male, gli arti erano più scorrevoli, il periodo di luce durava più a lungo.

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In principio credevo fossero scherzi della mia immaginazione, riflessi incondizionati del desiderio quasi fisico di arrivare, di arrivare in fretta. Ma i segnali erano evidenti, incontrovertibili. Di tanto in tanto, la sera, quando mi fermavo in un rifugio più accogliente, eccola che arrivava, l’euforia mediterranea. Immaginavo il mare e il sole forte e l’aria che si muove senza fare male, senza pungere il corpo.

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Nonostante le distanze avevo macinato chilometri e il profumo dell’aria era più dolce. Non piccole bacche dure e resistenti ma frutti che non avevo mai immaginato, ricchi di dolci polpe e semi e odori che mi accendevano dentro. Il Mediterraneo non poteva che essere vicino. Mi addormentavo con la speranza che batteva forte nel petto, i tonfi grossi e sordi del cuore erano un tamburo musicale. Mi svegliavo presto per affrettare la distanza dalla meta.

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Le parole stesse che la terra mi sussurrava erano cambiate, i rami che cadevano sul terreno avevano un suono musicale, avevo la sensazione di poter udire la voce della vegetazione e il ronzio degli insetti, fino a quel momento sconosciuto, era la compagnia del mio viaggio. Nonostante la paura di sbagliarmi, con la fatica di un viaggio che pareva impossibile, io sentivo che il mare era vicino. Strani fruscii mi parlavano di acqua, di onde, di un fluido movimento che non avevo mai conosciuto ma cominciavo a immaginare.

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In un mattino già caldo udii la musica. Era quella che aspettavo. Ero arrivato al mare. Scavalcai un lieve dosso, un argine sabbioso ricoperto di erbe profumate e dovetti sorreggermi per non cadere. Il grande mare era lì, più che un’immagine era un concetto. Mi ci volle tempo per riuscire a comprendere la sua grandezza, per dare un senso al portento della mia impresa. La libertà che sentivo dentro assomigliava al dolore, tanto pulsava in ogni mia volontà. Avevo voglia di piangere, ma non ci riuscivo.

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Nonostante la fatica, la mia origine chiusa e nordica… ero pronto ad aprirmi al Mediterraneo!

Rimasi sulla spiaggia fino a sera, percorrendo la sabbia setosa e bagnandomi nel gioco delle correnti. La paura si affacciava come strumento di difesa; ero giunto in una terra nuova della quale non conoscevo i pericoli, ero solo e affaticato, ma il tumulto del mio cuore era un dialogo con me stesso che mi teneva compagnia. Mi addormentai di un sonno senza freddo, di un riposo protetto e sereno, come se mia madre fosse accanto a me col suo corpo caldo e accogliente. Un rilassamento simile al letargo acquietò ogni muscolo, ogni nervo del mio corpo, il ritmo del respiro ricalcava quello delle onde. La complessità dei colori aveva saziato la mia fame. Il futuro era la luce.

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Nonostante immagini chiare e pure durante il mio sonno ristoratore mi sentii afferrare da una morsa potente. Mani forti e scure, mani nodose, ruvide, calde e avvolgenti mi svegliarono bruscamente. Un sacchetto sulla testa mi impediva di vedere. Il Mediterraneo stava crollando a pezzi dietro il buio dei miei occhi. Udivo rumori, vegetazione che si spostava come aperta da onde del mare. Il suono e lo sballottamento di un percorso tortuoso, nel quale non avevo possibilità alcuna di indovinare una direzione. Quando la morsa si allentò ero chiuso in una gabbia.

Tutto era nuovo per me. Anche il fatto di essere intrappolato. Di non avere la padronanza dei gesti, di non poter decidere della mia sorte, di dover abbassare la testa davanti all’ invulnerabilità di sottili ma robuste aste di ferro. Abbassai la testa e ripensai al freddo, alla mia vita senza sole, ai ghiacci e ai colori neutri che erano stati lo scenario della mia vita. Provai a sbattere contro quelle aste così rigide ma capii subito che non ero in grado di liberarmi. Rivalutai tutto il mio percorso, pensai e osservai il nuovo mondo, attraverso sbarre che lo dividevano in sezioni.

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Di tanto in tanto le grosse mani nodose venivano a portarmi acqua e cibo ma ero sempre solo, il rumore tondo delle onde mi teneva compagnia. Dopo tanta fatica quell’ozio era devastante. Il Mediterraneo era lì, a pochi passi da me, ma non riuscivo a godere della sua vista. Allora cercai dentro me.

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Cercai quella luce che avevo vista e che non avrei mai dimenticato. E capii che le cose stanno dentro, oltre che davanti e intorno a noi. Che era possibile vivere attraverso i colori che ricordavo come sprazzi di veli e tessuti. Che era possibile costruire un mondo alternativo interiore. Che i miei arti fermi e desolati potevano viaggiare con l’immaginazione e spaziare fra i boschi bui che avevo lasciato e la nuova vita che avevo solo intravisto.

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Nonostante l’impotenza di ogni mio gesto, nonostante la paura di quelle dita grosse e sporche e violente e prive di empatia, nonostante i miei occhi captassero la presenza di un ago affilato fra quelle dita grossolane, attesi con rassegnazione la prossima visita dell’uomo. Solo più tardi avrei capito che il grosso ago sarebbe stato lo strumento per bucare i miei occhi e renderli definitivamente ciechi, in modo che la nostalgia del mio canto offeso servisse da richiamo per altre prede. Ma altre dita vennero ad aprire la mia gabbia. Erano dita gentili e sottili, era un piccolo corpo di bambino quello che si era avvicinato e, senza tentare di prendermi, aveva semplicemente aperto un varco alla mia libertà.

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Nonostante una paura folle intravidi la possibilità della mia libertà e… spiccai il volo.

Dialoghi Mediterranei, n. 46, novembre 2020

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Sura Bizzarri, nativa di San Marcello Pistoiese, in Toscana, il suo primo romanzo La primavera del Botticelli uscito nel 2009 è stato adottato come testo di lettura dal liceo scientifico locale. 
Sono seguiti altri lavori, anche collettivi, da lei curati. Si tratta per lo più di esperienze di sperimentazione organizzate ricalcando episodi di city telling.
 Nel 2018 è uscito il suo ultimo romanzo, I ragni zingari, storia adolescenziale omosex che mette in evidenza gli episodi di estrema solitudine che caratterizzano il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta.
 È socio fondatore dell’associazione Letterappenninica, che si occupa di preservare e diffondere la cultura delle Terre alte.
Salvatore Clemente, palermitano che scopre la passione per la fotografia negli anni settanta. Inizia con una Yashica FRII, per poi passare a Contax. Necessità di autofocus lo portano all’uso di fotocamere Nikon per approdare infine al digitale (Nikon). Ha realizzato molteplici reportages nel corso di diversi viaggi (Cina, India, Pakistan, Peru’, Vietnam, Cile, Argentina, Marocco, Sud Africa, Birmania, Bolivia, ecc…).   È autore con M. Lo Chirco del volume Un’immagine, un racconto, pref. Nino Giaramidaro, Palermo 2009,

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