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Il cimitero di Trabuquet, l’eterotopia dei tirailleurs sénégalais

Alcune tombe dei tirailleurs sénégalais seppelleti al cimitero di Trabuquet (ph. Casalini).

Alcune tombe dei tirailleurs sénégalais seppelleti al cimitero di Trabuquet (ph. Casalini)

di Simone Casalini [*]

Dalla mezzaluna e dalla stella traspaiono, sbilenche, le case e il campanile della città vecchia. Il mare ricompatta tutto con il suo mutare fluido, sorveglia le tombe a distanza mentre viene a sua volta osservato. Mentone rimane lì sotto, quasi ignara, città che galleggia tra memoria e consumo frenetico, città incipriata nel lungomare per un turismo esigente che abita l’attimo. Sospesa nella collina, incastonata tra dimore adorne cariche di colori pastello che evocano la mitezza del clima, giace una delle sue storie. Un luogo di trasformazioni epiche nonostante accolga la morte, e quindi la linearità, l’immobilità.

Lasciata alle spalle la frontiera con l’Italia, una torsione a destra conduce su boulevard de Garavan. Si sale con il riflesso sgargiante dell’acqua che sembra indicare quei ragazzi, lassù. La force noire rivolta al Mediterraneo che ha costituito una comunità meticcia, combattendo una guerra senza ragioni. La strada sfocia in una piazzetta ovale che dà accesso al cimitero del vecchio castello, un ulteriore breve tragitto conduce invece al cimitero di Trabuquet. Alla vista delle necropoli Michel Foucault era rimasto estasiato, precisando il suo concetto di eterotopia. «Quel meraviglioso cimitero a Mentone, nel quale sono sepolti i grandi tubercolotici, venuti, alla fine del XIX secolo, a riposare e a morire in Costa azzurra, altra eterotopia» annotava. Foucault proponeva l’eterotopia per tratteggiare «gli spazi assolutamente altri», «i luoghi che si oppongono a tutti gli altri e sono destinati a cancellarli, a compensarli, a neutralizzarli o a purificarli. Si tratta in qualche modo di contro-spazi». L’eterotopia sovrappone in un luogo reale spazi che dovrebbero essere in contraddizione, se non incompatibili. Nel caso del cimitero la vita e la morte, la città dei viventi e la città dei defunti. Mentre le utopie consolano con il loro sguardo chimerico, le eterotopie «inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i nomi comuni, perché devastano anzitempo la “sintassi” e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma anche quella meno manifesta che fa “tenere insieme” (a fianco e di fronte le une alle altre) le parole e le cose».

L’alterità del cimitero di Trabuquet, la sua extraterritorialità, traspare dalla mezzaluna e dalla stella – simbologia islamica – che campeggiano nella sommità della stele dei tirailleurs sénégalais. Sono i fucilieri africani – ma anche malgasci e indocinesi – deceduti durante la prima guerra mondiale sul fronte di guerra occidentale, combattendo per un Paese sconosciuto una battaglia ignota. Sono 1.137 i militi provenienti dalle colonie francesi che riconsegnarono la vita a Mentone tra il 1914 e il 1920. Loro non identificano solo un contro-spazio, sono nitidamente una contro-narrazione per lungo tempo sparita nella memoria dell’Occidente, nella sua unità storica. I colonizzati si riaffacciano sul margine della storia e dell’esistenza per costituire un’eterotopia della coscienza, oltre che della materialità. Ripristinano una dialettica di verità, reclamano uno spazio sociale e una relazione paritaria che la disposizione cimiteraria in qualche misura li riconosce.

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Veduta del porto turistico di Mentone dal cimitero di Trabuquet (ph. Casalini)

I tirailleurs, deposti in quattro quadranti militari (Oriente, Verdun, Marna e Champagne), sono originari in prevalenza dell’Africa occidentale francese (Aof). Un sottoinsieme di 156 soldati era stato arruolato in Madagascar, 17 erano stati prelevati in Vietnam, Cambogia e Laos, uno dall’India, sei dalla Nuova Caledonia. Tiamu A Tiamu e Teraiharoa a Tefatua hanno circumnavigato il mondo per poi abbandonarlo in Costa Azzurra e privarsi del ritorno in Polinesia. Le tombe che giacciono intorno a loro, nella stradina che s’inerpica sul pendio, lasciando sullo sfondo il Mediterraneo, riportano nomi di drammaturghi inglesi, di ufficiali di marina britannici o di marinai irlandesi. Le tombe di famiglia, di marmi pregiati ma di architetture sobrie, custodiscono i resti della borghesia mentonese. Altri strati sociali campeggiano qui e là, ai margini del viottolo interno, tra l’erba, i fiori e il ghiaino distribuito per tracciare un’ipotetica viabilità. La città così definita nelle sue molteplici appartenenze e nelle sue molteplici differenze, si connota come spazio cosmopolita, luogo di innesti culturali che ridisegnano ora il profilo del colonizzato. Altra potente eterotopia.

I tirailleurs sénégalais affiorano negli atti coloniali francesi il 21 luglio 1857. Sono il risultato dell’abolizione della schiavitù che scambia il loro ruolo: da servi a soldati. L’allora governatore del Senegal, Louis Faidherbe, sollecitò il decreto imperiale di costituzione del primo corpo militare permanente formato da neri. Dai 500 uomini iniziali si raggiunsero le 17.356 unità alla vigilia della prima guerra mondiale e le 48 mila nel periodo 1920-29. Una svolta decisiva fu la sconfitta della Francia contro la Germania nel 1871. L’organizzazione dell’esercito viene radicalmente modificata e i tirailleurs transitano da un reggimento (1882) a quattro (1903). Il loro impiego è nel continente dove «diventano attori indispensabili per l’espansione coloniale». In Marocco, Madagascar, Chad agiscono per conto della potenza colonizzatrice, strumentalizzati – loro che erano già stati assoggettati – per sottrarre libertà e indipendenza ad altri Paesi. Il primo reclutamento era su base volontaria a cui seguiva un addestramento di due, quattro o sei anni. Tra le etnie predilette dallo stato maggiore coloniale vi era quella bambara. Erano considerati, i fucilieri, militari affidabili e soprattutto obbedienti. I ruoli di comando e sotto comando furono sempre in mani francesi, la force noire rappresentava manovalanza a poco prezzo e senza progressione di carriera, se non nei ranghi inferiori.

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La stradina interna del cimitero di Trabuquet (ph. Casalini)

Con il cambiamento di clima in Europa e l’approssimarsi del conflitto, mutò anche la valutazione del ruolo dei tirailleurs sénégalais. Fu un colonnello di “piccola statura” che proveniva «da una famiglia dove regnavano i valori conservatori e un cattolicesimo fervente» a tracciare una linea di demarcazione tra il prima e il dopo. Charles Mangin era convinto che i soldati neri avrebbero potuto innervare l’esercito francese e a tal fine scrisse un libro intitolato emblematicamente La force noire. Era il 1910 e la sua analisi aprì immediatamente un dibattito, suggerendo una trasformazione radicale del ruolo del militare africano. Mangin esordiva con una constatazione: «È rigorosamente vero affermare che la Francia si sta spopolando. Un rapido esame dei tassi di natalità degli ultimi 40 anni mostra che lo spopolamento si presenta sotto aspetti inquietanti nel presente e terrorizzanti per il futuro prossimo».  Una decadenza legata al benessere e alla diffusione dei princìpi democratici, secondo il tenente colonnello, ai quali si sarebbe dovuto rispondere con la rigenerazione dei valori della famiglia. Mangin coglieva, tuttavia, un problema contingente legato alla difficoltà di reclutamento di nuove leve che minavano alla radice la propulsione alla grandeur.

 «Se dopo aver posato lo sguardo nell’altra costa del Mediterraneo noi lo prolunghiamo attraverso il Sahara, verso quest’altro mare, ci troviamo al margine di Senegal, Niger, Chad, Congo, di nuove terre fertili, di nuove popolazioni sottomesse alla Francia; la nostra Africa nera conta venti milioni di abitanti, quattro volte più dell’Algeria. Ci offre già 20 mila soldati impareggiabili, che hanno svolto le loro prove sotto la nostra bandiera, non solamente nella loro terra, ma anche in Marocco e Madagascar. Non è possibile utilizzare queste nuove risorse? Se noi possiamo collocare in Africa occidentale un certo numero di reggimenti di fucilieri senegalesi, avremmo appianato tutte le difficoltà che si oppongono ancora all’utilizzazione completa delle risorse indigene in Algeria. (…) Il risultato sarebbe la creazione di un’armata africana il cui campo sarebbe in Algeria e il serbatoio nell’Africa occidentale».

Il piano di Mangin era declinato con perizia e considerava di poter reclutare «10 mila uomini a partire da ora e intorno ai 12 mila più tardi» anche se la proposta era comunque di rimanere al di sotto di queste cifre per non entrare in conflitto con le compagnie francesi che reclamavano la loro parte di manodopera nera. Complessivamente si stimava di far indossare la divisa militare a 40 mila persone nei successivi quattro anni, ossia il 4% della popolazione dell’Africa occidentale francese. Sotto il profilo etnico, Mangin caldeggiava «i toucouleur e i wolof perché sono i più fieri, i più intelligenti; i bambara e i mossi sono più disciplinati e più tenaci». Il nuovo reclutamento prevedeva obblighi militari a cui non corrispondevano diritti civili o politici, si appoggiava su notabili e capi tribali per stimolare un’adesione che nel tempo si trasformò in coscrizione obbligatoria, aprendo peraltro una questione non secondaria relativa al tradimento del popolo da parte delle sue élite. Un’operazione che il tenente colonnello di Metz idealizzava come ultimo atto dell’opera civilizzatrice dell’Africa, ma che aveva un risvolto sinistro: diluire con il sangue africano il sacrificio francese nella prima guerra mondiale.

La questione dell’arruolamento assunse un’accelerazione con l’ascesa di Blaise Diagne, il primo deputato senegalese nero eletto alla Camera francese, promosso al rango di commissario della repubblica e di governatore generale. Nel 1918 effettuò una tournée in Senegal, Haut Senegal e Niger, accompagnato da una delegazione di amministratori bianchi e di ufficiali neri, che si rivelerà un successo. Sbarcò a Dakar il 12 febbraio con una corte di 350 persone e avviò una missione di sei mesi. «Capi tradizionali, personalità religiose, notabili e ex oppositori ma ugualmente giovani delle campagne e cittadini sono impressionati», nel settembre 1918 furono 77mila gli uomini reclutati tra l’Africa occidentale francese e quella orientale.

. Il cimitero di Trabuquet (ph. Casalini)

Il cimitero di Trabuquet (ph. Casalini)

Complessivamente il reclutamento visse di successi e fallimenti, di compromessi – dietro il rilascio di minuti privilegi sociali – e rigetti. Nel novembre 1915 l’odierna Burkina Faso avviò la “grande rivolta” contro l’arruolamento che si accese a Bouna e dilagò nel giro di un mese in cinquecento villaggi. Nei distretti di Dédougou e Bobo-Dioulasso gli insorti furono 160 mila, la ribellione assunse un profilo sovratribale e nazionale. I francesi ristabilirono il controllo dopo quattro mesi di combattimenti, compiendo una carneficina con migliaia di morti. “Io rifiuto” fu il grido della sollevazione che era rivolto «contro il reclutamento, l’imposta, le prestazioni, gli abusi degli esecutori del potere coloniale, l’autorità del Bianco». I moti di protesta non rimasero circoscritti e sfociarono anche in diserzioni, mutilazioni, fughe verso Paesi limitrofi (per esempio dalla Guinea in Liberia) o nella savana per sottrarsi anche solamente al censimento dei giovani che i colonizzatori avevano preso a svolgere.

I primi contingenti neri – le “troupes de choc” come le aveva ribattezzate il generale Joffre – attraccarono nel porto di Sète, in Occitania, nel settembre 1914 «per affrontare una guerra che ignoravano totalmente». Emerse subito e chiaramente, a differenza di quanto teorizzato da Mangin, che gli africani non avevano nessuna inclinazione alla battaglia né al mestiere di soldato. La prima prova sul campo fu in Piccardia, la prima disfatta a nord di Arras il 24 ottobre (67 soldati uccisi in un assalto notturno) con i tirailleurs sénégalais presi dal panico. Nella battaglia d’Yser contro i tedeschi (2 e 3 novembre) persero i due terzi dei loro effettivi neri, a Dixmunde vennero falciati dall’artiglieria tedesca. A fine anno un fuciliere su tre era caduto nel teatro di guerra. L’anno successivo, a febbraio, i tirailleurs sénégalais parteciparono al Corpo di spedizione d’Oriente a Gallipoli. Nell’operazione dei Dardanelli perirono in centinaia anche per il clima invernale per loro insopportabile, nonostante Mangin avesse sostenuto la loro migliore adattabilità rispetto ai bianchi.

Nel 1916 il ritmo del reclutamento fu impressionante: furono 60 mila gli uomini arruolati in Africa (a giugno e luglio più di cinquecento al giorno) e spediti sul fronte di guerra europeo, molti dei quali mal equipaggiati e addestrati. Diversi sperimentarono l’assalto nella battaglia della Somme, insieme agli inglesi, per sfondare le linee tedesche. Altri vennero impiegati a Verdun, nello scontro più sanguinoso della storia. Ma l’anno terribile per i tirailleurs sénégalais fu il 1917. Qui si consumò forse la peggiore disfatta, in un aprile ancora nevoso, sul Chemin de Dames. In un contesto di condizioni meteo avverse e temperature rigide, l’offensiva dei soldati neri si fece presto calvario. I bombardamenti tedeschi ridussero le trincee ad un “autentico carnaio”. Sul Chemin des Dames gli effettivi erano composti principalmente da mandinghi (37%, cioè bambara e malinké), wolof (10%), toucouleurs (9%), mossi (5,5%), djerma e haoussa (5,3%). Il che significa che il maggior sforzo bellico nell’occasione venne sostenuto dagli attuali Mali, Burkina Faso, Guinea e Senegal. Più di mille soldati neri dovettero essere evacuati per patologie polmonari o amputati. Le teorie di Mangin cominciarono a vacillare. Venne definito “il macellaio” e accusato di aver fatto «massacrare nell’indifferenza assoluta tutti i suoi reggimenti di neri». Mangin fu messo sotto accusa e di fronte al tribunale d’onore dovette ammettere che 7.415 soldati neri lasciarono la vita sul Chemin des Dames su un totale di 16 mila-16.500 uomini impiegati. L’anno conclusivo nel fronte di morte si contraddistinsero per la difesa di Reims, anche qui con gravissime perdite. Nelle pieghe della Grande guerra operarono quasi 200mila soldati neri reclutati nell’Africa occidentale francese, uno su cinque venne inghiottito dal conflitto.

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Le sepolture (ph. Casalini)

Le patologie polmonari furono le più diffuse tra i tirailleurs sénégalais, esito dei patimenti da freddo. Polmonite e tubercolosi, in particolare, dilagarono nelle file africane. Dal debutto delle manovre belliche, Mentone trasformò rapidamente la sua immagine. Gli hotel del lungomare vennero requisiti e convertiti in ospedali e sanatori per ospitare la moltitudine di soldati provenienti dal fronte. Tra questi, anche i fucilieri neri che «arrivavano in treno e di notte per fare meno paura agli abitanti» non abituati a questo contrasto etnico. Con gradualità cominciarono ad ottenere il permesso di uscire dai nosocomi ogni giovedì e domenica. «Sotto i benefici del sole, si formano dei gruppi lungo il mare, risuona il tamburo e qualcuno esegue delle danze africane. Intrigati, divertiti, ma sempre timidi, i mentonesi prendono poco per volta l’abitudine di questi spettacoli esotici» raccontano le cronache, associando neri e esotismo. Cioè la rappresentazione che ha sempre contraddistinto il rapporto con l’alterità. La stessa scena è raccontata da Bakary Diallo, un pastore peul, originario di un paese a duecento chilometri da Saint Louis, in Senegal. Nel 1911 abbandonò le sue terre per arruolarsi. Era nei primi battaglioni sbarcati a Sète e fu ricoverato a Mentone dopo essere stato ferito gravemente sulla Marna. «Tra il Carlton hôtel e l’hôtel du Prince de Galles, attualmente ospedali temporanei – scrive Diallo nel libro Force Bonté – si formano lentamente gruppi di fucilieri, sotto il sole raggiante, in riva al mare. Verso ovest, un gruppo di bambara, armati di tamburi, gioca. Questi artisti neri eseguono le danze sudanesi. Hanno composto un cerchio e battono follemente le mani intorno ad un danzatore comico che usa con mistero piedi, braccia e testa».

Lapide con i nomi dei caduti

Lapide con i nomi dei caduti (ph. Casalini)

Dei tirailleurs transitati in Europa durante la prima guerra mondiale restano poche testimonianze perché erano quasi tutti analfabeti. Fa eccezione Bakary Diallo e il suo Force Bonté nel quale si racconta lo stupore dello sbarco a Sète e quello di un tedesco arreso nella battaglia della Marna ai soldati africani («I neri che tu pensavi selvaggi ti hanno catturato, ma invece di ucciderti ti hanno fatto prigioniero»), la convalescenza a Mentone in cui «mi domandavo se un miracolo non mi avesse condotto in un paese abitato da tirailleurs sénégalais, che non vedevo da mesi e mesi. Ma dal mio arrivo, questi bravi ragazzi, così terribili nei combattimenti, si affrettavano da tutte le parti per incontrarmi, sorridenti, mi stringevano le mani, mi auguravano Diam Niali (buongiorno in lingua peulh), Eni Segué (buongiorno in bambara), Diam kam (buongiorno in wolof) come se mi avessero conosciuto da sempre».

L’altra fonte narrativa è l’Archivio municipale di Mentone che custodisce i certificati di morte dei tirailleurs sénégalais. Le schede dell’epoca riportano una dicitura unica: “Morto per la Francia”. Come se fosse una giustificazione inequivocabile, un fine ontologico. Il primo tirailleur a morire fu Nky Dembélé l’11 dicembre 1914. Il 23 febbraio 1915, alle due del mattino nell’ospedale Victoria, si spense a ventisei anni Moussa Kamara, «tirailleurs di seconda classe, figlio di padre e madri dubbi». Proveniva da Douniravi (Sudan). Il 15 dicembre 1915 se ne andò Mamadou Bâ, figlio di Bakary e Naliké. Era nato nel 1892. Demba Diakité era stato sottratto alla sua vita nel comune di Bougouni, in Mali, per essere impiegato sul fronte della Grande guerra. Il suo decesso venne registrato «all’ospedale complementare numero trenta Alexandra» l’11 luglio 1916. Aveva 25 anni ed era un caporale (matricola 1672). Momar Cissé fu arruolato a Médies, nel cantone di Pall in Senegal, e restituì la vita all’ospedale Alexandra il 19 gennaio 1919. A casa lo aspettavano il padre Madou Cissé e la mamma Kadaye Diop. La sua certificazione di morte è stata firmata dal caporale infermiere Robert Fragola che aveva 26 anni, tre meno di Momar.

La statua che ricorda il sacrificio dei tirailleurs sénégalais (ph. Casalini)

La statua che ricorda il sacrificio dei tirailleurs sénégalais (ph. Casalini)

Come loro ci sono gli altri 1.137 tirailleurs, molti dei quali inumati inizialmente in fosse comuni. Solo ad una metà era associato un nome, gli altri erano militi ignoti. Gaspard Mbaye ha contribuito in tempi recenti a ricostruire la loro identità, a riaccendere le luci sulla loro storia. «Frequentando il cimitero e poi l’Archivio municipale mi resi conto che in quest’ultimi c’erano nomi non presenti al Trabuquet. Da lì è partito il mio lavoro per dare un nome e una sepoltura a tutti» spiega Mbaye. «Chi erano i tirailleurs sénégalais? Degli eroi. Ragazzi reclutati contro la loro volontà e condotti a morire, spesso bersaglio di razzismo» aggiunge Mbaye. Il loro impiego stesso divenne strumento di propaganda politica. Adolf Hitler li citò nel Mein Kampf disapprovando la “contaminazione” e la “negrificazione” che essi producevano nell’esercito francese. I britannici li bollavano come mezzi mercenari, dimenticando che nelle battaglie di Vimy e della Somme furono loro a venir in soccorso alle truppe canadesi e britanniche. Un dibattito più profondo riguardò il loro stesso mondo di provenienza. Léopold Sédar Senghor aveva definito i tirailleurs sénégalais «i cani da guardia neri dell’impero», deplorando il loro utilizzo da parte dei francesi. Frantz Fanon aveva esplorato la loro presenza in Madagascar e quello che poi divenne l’archetipo senegalese per i malgasci considerando che «uno dei torturatori dell’ufficio di polizia di Antananarivo era un senegalese». Vittima e carnefice, in alcuni casi, si scambiano tragicamente i ruoli.

Al cimitero di Trabuquet la stella e la mezzaluna si alternano alla croce cristiana. Fucilieri bianchi e neri sono disposti senza gerarchia, si sono amalgamati in un esercito che non è più né nero né bianco. Hanno teso la mano alle altre presenze, non più anime spaurite nella notte della prima guerra mondiale. Protendono lo sguardo oltre la linea profonda del mare, ma senza rinunciare a questa duplice appartenenza. La statua che ne ricorda il sacrificio ignaro non ha espressioni. Compendia l’africano e il malgascio, l’indocinese e il polinesiano, il maghrebino e l’indiano. L’eterotopia del colonizzato si compie, stravolgendo la sintassi. Tutto ciò che si osserva non è, tutto ciò che si afferma è indicibile. Il contro-spazio dei tirailleurs ha sovvertito il tempo uniforme del colonizzatore.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
[*] Per gentile concessione della casa editrice Meltemi pubblichiamo una parte del primo capitolo del libro di Simone Casalini, Lo spazio ibrido. Culture, frontiere e società in transizione, che uscirà in libreria il 16 maggio. Il testo affronta – seguendo la scia degli studi postcoloniali, e unendo la saggistica con l’inchiesta giornalistica – le mutazioni che si producono all’interno della società nell’incontro tra culture, le negoziazioni, le creolizzazioni e, talvolta, i fallimenti o i processi incompiuti. Dal cimitero di Mentone che riaffaccia alla Storia l’esperienza dei tirailleurs sénégalais ai giovani immigrati accalcati alla frontiera di Ventimiglia che portano gli stessi nomi dei tirailleurs, dal confine mutevole del Brennero al caos-mondo dei carruggi genovesi, dalla casbah e i laboratori sociali in mare di Mazara del Vallo alla transizione democratica della Tunisia, dalla Residenza Fersina per richiedenti asilo di Trento alle simbologie e stereotipie che investono la donna musulmana, il libro esplora quel grande spazio della differenza che è il Mediterraneo. Il volume si conclude con le interviste a Claudio Magris, Hamadi Redissi e Franco Rella.
Riferimenti bibliografici
Bouvier P., La grande marche des tirailleurs sénégalais. De la grande guerre aux indipendences, Belin, Paris 2018.
 Diallo B., Force Bonté, Les Nouvelles Éditions Africaines, Dakar 1985.
 Echenberg M., Les tirailleurs sénégalais en Afrique occidentale française (1857-1960), Karthala e Crepos, Paris-Dakar 2009.
 Fargettas J., Les Tirailleurs sénégalais: les soldats noirs entre légendes et réalités 1939-1945, Tallandier, Paris 2012.
Foucault M., Utopie Eterotopie, Cronopio, Napoli 2006.
Foucault M., Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1998.
Mangin C., La force noire, Hachette, Paris 1910.
Michel M., Les Africains et la Grande Guerre. L’appel à l’Afrique (1914-1918), Khartala, Paris 2014.
Rosso F., Rondelli-Renoux V., Menton 1914-1918, Chronique locale d’une guerre mondiale, Les Archives municipales de Menton 2014.
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Simone Casalini, giornalista professionista, è caporedattore del Corriere del Trentino/Corriere della Sera e collabora con la rivista di politica internazionale Eastwest, curando in particolare l’evoluzione sociopolitica della Tunisia. È laureato in Scienze politiche all’Università di Urbino e si è occupato, più nello specifico, del pensiero critico della Scuola di Francoforte e del post-strutturalismo francese. Ha pubblicato Intervista al Novecento (Egon editore, 2010) in cui attraverso la voce di otto intellettuali – tra i quali Toni Negri, Franco Rella, Gian Enrico Rusconi e Sergio Fabbrini – ha analizzato l’eredità del secolo breve. Il 16 maggio uscirà per Meltemi Lo spazio ibrido. Culture, frontiere e società in transizione.

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