Il caso e la necessità nel circolo virtuoso delle evoluzioni

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Black Hole (Simonnet)

di Rosolino Buccheri

Charles Darwin apre L’origine delle specie con un “Compendio storico del progresso delle idee sull’origine delle specie” dove, riferendosi al ‘fissismo’ e al ‘creazionismo’, rispettivamente, scrive che «Fino a poco tempo fa, la grande maggioranza dei naturalisti credeva che le specie fossero immutabili e che fossero state create l’una indipendentemente dall’altra» (Darwin, 1967: 67). Queste credenze – insieme alle stime fatte nel 1600, per le quali la creazione del mondo doveva essere avvenuta non più di cinquemila anni prima [1] − iniziarono ad essere messe in dubbio in cosmologia già con la Teoria della Nebulosa Primitiva, pubblicata dapprima nel 1755 da Immanuel Kant, e più rigorosamente nel 1795 da Pierre Simon de Laplace, in cui si sosteneva l’ipotesi che una nube primordiale di particelle si fosse progressivamente condensata sotto l’azione della forza di gravità finendo per dare origine al Sole e ai pianeti. Successivamente, nel 1809, il naturalista Jean-Baptiste de Lamarck, pubblicava Philosophie zoologique, in cui suggeriva che i condizionamenti dell’ambiente agli organismi viventi possono trasmettersi alle generazioni successive.

Con L’origine delle specie, pubblicata nel 1859, si affermava definitivamente in biologia il concetto di evoluzione, e le origini e lo sviluppo degli organismi viventi nel nostro Universo sono visti come il prodotto di una sequenza di processi governati da leggi naturali in un susseguirsi temporale di eventi caratterizzati da irreversibilità e imprevedibilità. Circostanza che fa scrivere a Francisco Ayala che «La selezione naturale è un processo opportunistico» (Ayala, 2005: 37) e che «La teoria dell’evoluzione manifesta caso e necessità congiuntamente implicate nella materia della vita; la casualità e il determinismo intrecciati in un processo naturale che ha elaborato le più complesse diverse e belle entità dell’universo» (Ayala, 2005: 30).

Parecchi decenni dopo, nel 1927, Georges Lemaître, cosmologo e teologo, pubblicava L’ipotesi dell’Atomo Primitivo dove si congetturava una legge di espansione dalla quale si sarebbe originato l’Universo [2] e, due anni dopo, Edwin Hubble enunciava la relazionev=H0D fra la velocità v di regressione delle galassie e la loro distanza D dalla Terra; relazione che, per il fatto di implicare un Universo in espansione, fu avversata, prima da Einstein e poi anche da Fred Hoyle, Hermann Bondi e Thomas Gold i quali, nel 1948, proposero la Teoria dello Stato Stazionario [3], consonante con il ‘fissismo’ in religione, teoria che fu presto accantonata con la conferma dell’allontanamento reciproco delle galassie [4].

Si affermava così l’idea di un circolo virtuoso di evoluzioni − guidate dalla combinazione, anch’essa virtuosa, di caso e necessità − dove «ogni storia porta l’impronta di altre storie dalle forme altrettanto intricate e altrettanto coerenti» (Bocchi&Ceruti, 2006; 8). Storie circolari senza inizio né fine, in cui all’emersione e al successivo sviluppo dell’Universo segue lo scaturire della vita e la sua evoluzione fino all’erompere dell’intelligenza dell’uomo e allo sviluppo delle sue capacità tecniche e cognitive che gli permettono di conoscere l’evoluzione dell’Universo, le proprie origini e la propria storia all’interno di esso. Parafrasando Chuang-Tzu, potremmo chiederci se è vero che è l’Universo ad averci generato o non siamo noi a generare l’Universo [5].

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Evoluzioni

L’evoluzione dell’Universo

L’odierna cosmologia ci dice che l’Universo è nato 13,7 miliardi di anni fa emergendo esplosivamente da una bolla di vuoto quantistico che diede origine allo spazio, al tempo e alla materia così come la conosciamo oggi. Un’esplosione, indicata come Big Bang, descritta dal fisico Guido Tonelli come «Una particolare bollicina, una delle tante» che «anziché richiudersi immediatamente e ritornare allo stato fondamentale […] in un tempo ridicol- mente piccolo si è espansa ad una velocità spaventosa e ha assunto dimensioni enormi» (Tonelli, 2017: 44-45).

Un evento che dà luogo nel tempo ad una serie di straordinari fenomeni sotto la direzione organizzatrice della gravità e degli altri campi di forza. Infatti, dopo alcune centinaia di milioni di anni dal Big Bang, varie piccole fluttuazioni statistiche di densità cominciano ad attrarre per gravità la materia [6] che con il tempo si agglomera in gigantesche nubi di gas molto freddo, all’interno delle quali si formano le protostelle, singoli grumi di materia stabilizzati in temperatura e densità dalla pressione esercitata dal moto delle particelle. Se la loro massa è sufficientemente grande, le protostelle, continuando a contrarsi e ad aumentare temperatura e densità, innescano al loro interno la reazione di fusione termonucleare diventando stelle, altrimenti si trasformano lentamente in Nane Brune, stelline rossastre, splendenti per miliardi di anni a bassa luminosità. Agglomerati ancora più piccoli di materia possono formare oggetti simili a Giove o Saturno che potremmo, pertanto, considerare stelle mancate. Inoltre, le polveri e i detriti prodotti durante la formazione di una stella da parte della nebulosa originaria, formano un disco di materia rotante il cui moto turbolento provoca sia collisioni e ulteriore frantumazione ma anche, viceversa, l’agglomerarsi in sistemi rocciosi sempre più grandi fino alla formazione di pianeti di varie dimensioni.

Durante il processo di fusione le stelle sono tenute in equilibrio da un meccanismo di bilancio termostatico: all’aumento di energia prodotto dalla fusione, la stella reagisce espandendosi, la pressione e la temperatura diminuiscono e la stella ritorna a contrarsi per gravità riprendendo a produrre energia per fusione. Se la massa che innesca la reazione nucleare è simile a quella del Sole, il processo non va oltre la fusione dell’idrogeno in elio e quando il primo comincia ad esaurirsi [7], la produzione dell’energia di fusione cala e la stella riprende a contrarsi aumentando temporaneamente la temperatura del guscio esterno e il raggio della stella che diventa una Gigante Rossa. Successivamente, la carenza di carburante che alimentava la fusione riporta la densità e la temperatura a valori più bassi, tali da formare una Nana Bianca, una stellina grande quanto la Terra, dove la forza di gravità è bilanciata dalla pressione del gas degenere espressa dal Principio di Pauli [8] che si raffredda lentamente terminando come una Nana Bruna.

È stato precedentemente scritto (Buccheri, 2016: 21) come le fasi evolutive del processo di fusione nucleare possono portare fino alla formazione degli elementi più pesanti dell’Elio, incluso il carbonio di cui sono costituiti gli organismi viventi. Questo avviene quando, con la massa della protostella più grande di una volta e mezza il nostro sole, la fusione nucleare continua fino alla produzione del ferro. La fusione di nuclei di ferro, però, non produce energia ma la assorbe provocando il sopravvento della gravità sulla pressione di radiazione fino all’esplosione di supernova, che consiste nell’implosione della stella su se stessa con la contemporanea emissione nello spazio di una quantità tale di energia e materiale atomico da uguagliare, anche se per un periodo limitato di tempo, la luminosità di un’intera galassia. Gli strati esterni della stella contenenti gli elementi pesanti, vengono espulsi ad altissima velocità, comprimendo il gas della nube esterna, così innescando nuovi processi di formazione stellare, mentre rimane, come nucleo residuale, una ‘stella di neutroni’ [9] ruotante vertiginosamente ed emettente due potenti fasci di radiazione elettromagnetica dai due poli.

Se accade che il moto di rotazione della stella di neutroni è orientato verso la Terra, la radiazione emessa si vede pulsare sincronicamente con il periodo di rotazione e viene chiamata pulsar. A volte si osservano pulsar orbitanti attorno ad altri oggetti (pulsar binarie), spesso una nana bianca o un’altra stella di neutroni o, addirittura, un sistema di due pulsar orbitanti l’una attorno all’altra; questi oggetti sono estremamente importanti perché l’intensissimo campo gravitazionale reciproco permette di verificare la teoria della relatività, com’è avvenuto nel caso della pulsar binaria PSR1913+16. È da notare che, mentre le pulsar singole diminuiscono gradualmente la velocità di rotazione a causa della radiazione emessa, le pulsar binarie ruotano sempre più velocemente perché risucchiano materia dalla stella compagna [10]. Se poi la massa del nucleo residuo è molto maggiore di quella del sole si può creare un Buco Nero, un oggetto la cui enorme densità crea al suo intorno un tale campo gravitazionale da deformare in modo sostanziale non solo lo spazio [11] ma anche il tempo, infrangendone la statica linearità newtoniana.

Lo spazio si sta ancora oggi espandendo e raffreddando, con il risultato, in un lontano futuro, di vedere tutta la materia dell’Universo concentrata o in una miriade di buchi neri dispersi in un Cosmo infinito, o magari in un’unica ‘singolarità’ attraverso un drammatico Big Crunch di ritorno [12].

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Struttura DNA (Mstroeck)

 L’evoluzione della vita sulla Terra

Lo sviluppo della vita fino all’apparizione della specie umana, negli oltre quattro miliardi di anni della storia della vita sulla Terra è avvenuto, secondo Christian De Duve, attraverso sette «epoche» succes- sive, corrispondenti a sette livelli di complessità: le epoche della chimica, dell’informazione, della protocellula, della singola cellula,degli organismi pluricellulari, l’epoca della mente e, infine, l’epoca dell’ignoto (De Duve, 1998: 10), qui non discussa.

L’epoca della chimica ha come protagonisti gli elementi prodotti nei precedenti processi di fusione nucleare e, come questi ultimi, è il prodotto di leggi deterministiche che favoriscono la formazione e l’interazione reciproca di elementi chimici di base come il carbonio, l’ossigeno, l’idrogeno el ’azoto, che, grazie alle esplosioni delle supernove, sono diffusi ovunque nell’Universo. Questi elementi si combinano formando prima molecole inorganiche come l’acqua (H20), l’ammoniaca (NH3) e l’anidride carbonica (C02) e quindi semplici molecole organiche, come il metano (CH4); infine, in un ambiente dove l’acqua ed altre sostanze chimiche sono presenti in sufficiente quantità, queste molecole si legano formando biomolecole sempre più lunghe e complesse come il glicerolo, i monosaccaridi e gli amminoacidi.

La successiva epoca dell’informazione mostra, come già detto (Buccheri, 2016: 21), un salto di qualità rispetto alle leggi elementari della chimica in quanto registra la comparsa di reazioni ancora non ben comprese, capaci di sviluppare la materia fino ad un grado di complessità tale da dare origine agli acidi nucleici, alle proteine e alle altre molecole complesse basilari per la vita, e infine alla formazione della struttura a doppia elica del DNA lunga fino a due metri, scoperta nel 1953 da James Watson e Francis Crick. Struttura che governa la continuità ereditaria attraverso la replica di messaggi genetici (poi trasferiti alle generazioni successive) i quali, attraverso l’insinuarsi di mutazioni ‘gestite’ dalla selezione naturale, caratterizzano il prosieguo dell’evoluzione. Scrive De Duve:

«Le mutazioni sono eventi accidentali, che secondo alcuni implicano una visione dell’evoluzione come dominata dal caso. Pur non negando il ruolo della contingenza nell’evoluzione, io sottolineo che l’opera del caso è costretta da certi vincoli – fisici, chimici, biologici, ambientali – che ne limitano il libero gioco» (De Duve, 1998: 12).

Una volta capaci di replicarsi, le biomolecole si organizzano all’interno della protocellula, il progenitore comune di tutte le forme di vita presenti sulla Terra, fornita di una membrana che la protegge dall’ambiente esterno, permettendo però alle sostanze nutritive di entrare e ai rifiuti di uscire. Dalla protocellula, emersa attorno a 3,8 miliardi di anni fa, seguì l’epoca della cellula singola con l’evoluzione e la diversificazione dei procarioti, batteri capaci di usare l’energia della luce solare per scomporre l’acqua nei suoi componenti: l’idrogeno, utile alla propria costruzione e l’ossigeno, che fra 2 e 1,5 miliardi di anni fa, modificò radicalmente l’atmosfera della Terra. Per adattarsi al nuovo ambiente saturo di ossigeno, i procarioti, nell’arco di un miliardo di anni, si trasformarono attraverso alleanze simbiotiche in eucarioti, cellule molto più grandi e altamente organizzate, producendo tutti gli organismi unicellulari che contribuiscono a formare gli organismi viventi. Con la successiva transizione agli organismi pluricellulari, la Terra cominciò ad essere occupata da una grande varietà di piante ed animali a crescente complessità prima in acqua e poi sulla terra, prodotta da mutazioni casuali, indicata con il termine ‘biodiversità’, da cui, con l’evoluzione delle strategie riproduttive e del cervello, venne fuori il progenitore comune a tutte le specie antropomorfe oggi esistenti, vissuto sei o sette  milioni di anni fa.

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Albero della vita

L’uomo e l’epoca della mente

L’umanità, scrive Francisco Ayala, «è una specie biologica che si è evoluta da altre specie non umane. […] I nostri più vicini parenti biologici sono le grandi scimmie» (Ayala, 2005: 57), evolute fino alla comparsa in Africa del primo ominide, l’ardipithecus ramidus, forse bipede, vissuto 4,4 milioni di anni fa, possibilmente il nostro capostipite. All’ardipithecus ramidus seguirono, fra gli altri, l’australopithecus anamensis, l’austra- lopithecus afarensis, l’homo habilis, l’homo erectus, l’homo ergaster (detto “il ragazzo del Turkana), l’homo neandertaliensis e l’homo sapiens che, da 130 mila a 160 mila anni fa, nel Paleolitico, invase l’Europa con un’esplosione creativa testimoniata da impressionanti attività artistiche, musicali e simboliche che fanno scrivere a Ian Tattersall che l’arte dei Cro-Magnon [13] fu

«molto di più che un’interpretazione meccanica dell’ambiente che li circondava […] Fu invece una complessa ri-creazione del mondo esterno» di cui «non conosceremo mai con certezza il contesto mitico […] ma è evidente come le superbe immagini degli animali con cui i Cro-Magnon condividevano il territorio avevano per loro un significato simbolico che trascendeva la semplice identità zoologica» (Tattersall, 2004: 160).

Queste testimonianze fanno pensare che la capacità simbolica dell’uomo deve essere di molto antecedente all’inizio della storia ufficiale dell’uomo, che archeologi e antropologi pongono soltanto fra il 4300 e il 3000 a. C., il periodo in cui i miti collocano la fine della felice ‘Età dell’oro’ [14] (Bocchi&Ceruti, 2006: 21). In realtà, il momento esatto in cui l’uomo è stato capace di trasformare in simboli le proprie esperienze,successivamente comunicate attraverso narrazioni mitiche, non è dato sapere. Secondo Erich Neumann, tuttavia, è proprio il mito nei suoi temi centrali, riscontrabili in tutte le culture del mondo antico, che rivela le tappe del processo di sviluppo filogenetico dell’Io. È certo, in ogni caso, che la capacità di avere sentimenti elevati come la solidarietà e il senso ‘morale’ è già presente nei primati, come ci fa sapere l’etologo e primatologo Frans de Waal quando asserisce, in Il bonobo e l’ateo, che gli animali manifestano empatia e tendenze morali come fanno gli esseri umani (de Waal, 2017: 35-38), suggerendo che la moralità non è un’invenzione umana come a noi piace pensare. Come è pure certo che il grado di complessità del cervello umano al tempo dei Cro-Magnon era già talmente elevato da consentire la presenza di una mente prepotentemente attiva con le sue proprietà e caratteristiche, fra le quali la coscienza di esistere e la capacità di collegare a simboli pregni di emozioni le proprie paure e le proprie gioie, magari riferendo gli eventi ancora incontrollabili da loro vissuti, a esseri forniti di poteri soprannaturali. Il mito era di certo già nato da tempo; il mito che Aristotele considerava alla base del desiderio dell’uomo di conoscere le cause profonde di quanto osservato in natura:

«[…] chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in un certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia: cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere […]» (Aristotele, Metafisica, A 2, 982 b 12-20).

È stato comunque Karl Gustav Jung che, dopo un lunghissimo periodo in cui il mito era stato relegato ad un ruolo di secondaria importanza, incompatibile con le leggi che regolano l’universo e riferendosi alle più antiche fonti culturali e religiose della storia dell’uomo [15] ci ha condotti verso la piena comprensione del ruolo psicologico del mito elaborando la teoria degli archetipi. Scrive al proposito Károl Kerényi:

«Il mito, in una società primitiva, vale a dire nella sua originale forma viva, non è semplicemente la narrazione di un racconto, bensì una realtà vissuta […] manifestazione di un’originaria realtà superiore e di più alta importanza, la quale determina la vita, il destino e le attività attuali dell’umanità, mentre gli uomini traggono da essi sia i motivi per gli atti rituali e morali, sia le avvertenze sul come mettere questi in pratica» (Jung&Kerényi, 2012: 19).

Secondo Jung, infatti, gli archetipi dell’inconscio collettivo sono le strutture della psiche, comuni a tutto il genere umano, che intervengono in modo inconscio nella vita dei singoli come passioni, intuizioni, tendenze, paure ancestrali, ecc., e sono distinti dai ricordi personali repressi, ricordi di frustrazioni, paure e traumi infantili, che invece Jung definisce inconscio personale. Così, come gli archetipi sono comuni a tutta la specie umana, l’inconscio personale è biografico, determinato per ogni singolo individuo dalla sua vita sociale. Come scrive Joseph Campbell, l’uomo

«possiede una biologia che ha ereditato e una biografia personale […] Gli archetipi dell’inconscio sono espressione della prima […] Lo strato più profondo della psiche è un’espressione del sistema istintivo della nostra specie che ha le sue radici nel corpo umano, nel sistema nervoso e nel nostro meraviglioso cervello» (Campbell, 2007: 84).

Le profonde verità insite nel mito e che hanno plasmato la mente dei primitivi colmando l’inconscio di informazioni immagazzinate soprattutto con logica simmetrica [16] originando gli archetipi comuni a tutte le culture del mondo sono viste da Karol Kerényi come modelli di pensiero simbolico. Scrive infatti:

 «La mitologia non è soltanto una maniera d’espressione al cui posto si potrebbe sceglierne un’altra, più semplice e più comprensibile […] Il modellamento, nella mitologia, è immaginifico. Scaturisce un fiume di immagini mitologiche. Uno scaturire che nello stesso tempo è un esplicarsi: fissato, come i mitologemi sono fissati nelle sacre tradizioni, esso è una specie di opera d’arte. Vi possono essere diversi sviluppi dello stesso tema fondamen­tale, uno accanto all’altro o uno dopo l’altro, simili alle diverse variazioni di un tema musicale. […] Sempre, intanto, con opere: vale a dire con qualcosa di obiettivato, qualcosa che è già diventato oggetto autonomo che parla da sé, qualcosa a cui non si rende giustizia con interpretazioni e spiegazioni, bensì tenendolo presente e lasciando che pronunci da sé il proprio senso» (Kerényi, 2012: 16).

Mito, quindi, che la ragione, successivamente intervenuta, tende a spiegare ed analizzare allo scopo di tenere sotto controllo le sue variabilità, in modo da usarlo come sua potente risorsa aggiuntiva verso il progredire della conoscenza.

4Caso e necessità. Il controllo della ragione

Stelle, sistemi stellari ed altri straordinari fenomeni nascono, si trasformano, muoiono e rinascono sotto altre forme, fra drammatiche e meravigliose collisioni e reciproche distruzioni generate dall’intreccio di fluttuazioni casuali e di leggi fisiche che le tengono sotto vigile controllo,dove nuove generazioni di stelle arricchite di nuovo materiale si sostituiscono a quelle esaurite ed estinte, modificando lentamente lo scenario generale verso un futuro ancora ignoto. Durante questo ribollimento di eventi si origina la vita, che a sua volta si evolve verso la comparsa dell’uomo, con la selezione naturale che vigila sulle mutazioni casuali dirigendone positivamente il viaggio per adattare la vita all’ambiente, così come, nella successiva evoluzione della conoscenza da parte dell’uomo, è la ragione che, capace di comprendere l’importanza e il contraddittorio ‘modus operandi’ del mythos, può sorvegliarlo, arginandone gli effetti negativi, forieri di emarginazione dall’ambiente sociale.

Il mythos con le sue espressioni simboliche, dove ‘male’ e ‘bene’, istinto e ragione, si annidano in un inesplicabile intreccio, non è scomparso né può scomparire. La ragione, che per lungo tempo lo aveva avversato ritenendolo incompatibile con il discorso di tipo apofantico, strutturato secondo le regole della logica, divenuta consapevole della successione delle storie evolutive da cui proviene, lo ha oggi rivalutato avendolo riconosciuto come un’importante e necessaria forma primaria di conoscenza, un ineliminabile atteggiamento intellettuale dell’uomo nei riguardi della realtà esterna che, pur ad essa irriducibile, la arricchisce integrandosi. Riconoscimento che implica l’onere di gestirlo, cosciente che ne sarà a volte ostacolata a volte accelerata in un susseguirsi di prove ed errori, avanzamenti e regressioni, che la costituita dualità dell’uomo produce nell’incessante incontro-scontro fra i suoi elementi. Scrive Joseph Campbell:

«I tabu di un tempo fondati sulle antiche mitologie, sono stati sconvolti dalla scienza moderna … l’insegnante coscienzioso che si preoccupa dell’educazione morale oltre che di quella culturale dei suoi allievi, dovrà essere leale prima ai miti che sostengono la nostra civiltà o alle verità provate dai fatti dalla scienza? O non esiste forse qualche elemento di saggezza al di là del conflitto fra illusione e realtà, grazie al quale la nostra vita possa essere ancora ricomposta?» (Campbell, 2007: 12-13).

Certamente, le narrazioni mitiche sono false se intese come fatti veramente accaduti ma, se, come fa Jung, sono analizzate come fatti della mente trasformati in simboli, «aiutano il genere umano ad apprezzare sia l’ordine esterno della realtà del mondo sia quello della realtà interiore di ognuno di noi» (Campbell, 2007: 14). Non si tratta quindi, continua Campbell, di «rimanere ancorati a quegli schemi di emozioni e pensieri arcaici inappropriati alla vita contemporanea» ma di instaurare «un dialogo per mezzo di forme simboliche elaborate dall’inconscio e riconosciute dalla coscienza in una continua interazione» (Campbell, 2007: 17). Dialogo interattivo necessario, quindi, fra la casualità con cui le forme simboliche emergono dall’inconscio in funzione delle proprie esigenze e il rigore della ragione che le tiene sotto controllo, così come avviene nell’evoluzione dell’Universo e della vita, dove il rigore delle leggi naturali e dell’ambiente, rispettivamente, tengono sotto controllo le fluttuazioni casuali, discriminando le ‘positive’ dalle ‘negative’.

5Interazione virtuosa fra caso e necessità, fra istinto e ragione, quindi; quasi una costante della natura, che può essere presa a modello anche in campo sociale per smentire i voli pindarici di singole rigide utopie che immaginano mondi ideali dove esiste solo il ‘bene’ della ragione, concetto che peraltro è lungi dall’avere valore assoluto in quanto interpretato inevitabilmente in modo diverso da punti di vista singoli o di gruppo e pertanto contaminato dalle relative aspirazioni ed esigenze, siano esse fisiche, intellettuali o economiche, ciò implicando feroci dispute divisive, come la storia ci evidenzia di continuo.

Da qui la considerazione che la corretta gestione politico-amministrativa di un sistema democratico impegnato a gestire grandi masse di persone, che legittimamente giudicano e adottano in modo diverso valori teoricamente condivisi (giustizia, solidarietà, ecc…), non può che‘ mediare’ l’esistente varietà di usi e di giudizi, ottimizzando al massimo il consenso, pur consapevole di lasciare una percentuale, ancorché minoritaria, di delusioni. La saggezza di comprendere la relatività di ogni punto di vista, sempre determinato dall’intreccio di ragione e istinto, e di giudicarne la legittimità con onestà intellettuale, senza lasciarsi irrigidire da aprioristiche convinzioni con modalità che, se anche in buona fede, sono in ogni caso alimentate da spirito di conservazione [17] quando non si rivelano modi nascosti per sfogare frustrazioni o, peggio, per accumulare visibilità, potere e beni materiali possono condurre, da parte dei politici ad una amministrazione del ‘potere’ volta al bene comune, e da parte dei cittadini alla moderazione nei toni.

Un eclatante esempio di mancanza di saggezza di questi giorni, fra i tanti che potrebbero essere citati, è dato dalle polemiche sollevate da più parti sul decreto del governo italiano che obbliga le Organizzazioni Non Governative a rispettare alcune regole di comportamento nell’opera di salvataggio in mare dei migranti. Polemiche sia da parte di alcune ong che rifiutano di firmare il codice di condotta e da parte di chi le giustifica, sia sul sequestro della nave tedesca Iuventa sulla base di presunte testimonianze di collusione con gli scafisti. Scrive Michele Serra nella sua Amaca del 4 Agosto:

«Questo (il codice) non basterà, già lo sappiamo, a tacitare il coro del ‘devi morire’ che sale dagli spalti xenofobi, per i quali ogni uomo salvato è un invasore e uno scroccone, qualunque persona sia e quale sia la sua storia. Speriamo basti, però, a restituire alla politica e ai governi quel minimo di incisività e di capacità di fare le cose» (Serra, 2017: 1).

Personalmente puntualizzerei, per evitare il solito monotono grido contro la politica e i governi (come se fossero costituite da ‘razze’ aliene, diverse dai cittadini che li votano), che in questo caso la saggezza sarebbe dovuta da parte di tutti, singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, ecc…, che le regole decise dalle Istituzioni a ciò delegate dovrebbero auspicarle, non contrastarle sulla base di una visione parziale, magari legittima ma che non guarda con sufficiente obiettività tutti gli aspetti del problema.

Dialoghi Mediterranei, n.27, settembre 2017 
Note
[1]  Keplero fissò nel 3877 a.C. la data d’inizio dell’Universo e l’arcivescovo James Ussher l’anticipò al 4004 a.C., mentre Johannes Hevelius propose il 3963 a.C. (Bocchi&Ceruti, 2006: 17).
[2] Einstein, in contrasto all’ipotesi di Lemaître che faceva pensare alla creazione, modificò le equazioni della relatività generale introducendo una ‘costante cosmologica’ allo scopo di ottenere un universo statico. Dopo la conferma della recessione delle galassie, dichiarò che la ‘costante cosmologica’ era stato il suo ‘più grande errore’.
[3] La Teoria dello Stato Stazionario postulava un universo senza inizio né fine che, per potere obbedire alla legge di Hubble, v=H0D, prevedeva il mantenimento di una densità costante attraverso la creazione continua di materia.
[4] In mezzo a questo turbinio di idee, nel 1938, Pierre Teilhard de Chardin, biologo e teologo, pubblicava Il fenomeno umano, dove si formulava un’ipotesi di evoluzione dell’universo, a partire da un ‘punto a’ definito dall’ipotesi di Lemaître e la fine in un ‘punto W’, passando attraverso fasi successive per il mondo inorganico, per la vita primitiva e infine per la comparsa dell’uomo e della coscienza; ipotesi che suscitò la reazione negativa della Chiesa che accusò Teilhard di panteismo.
[5]  Chuang-Tzu, filosofo e mistico cinese, sognò di essere una farfalla e appena svegliato, confuso, si chiese come potesse determinare di essere veramente Chuang-Tzu che aveva sognato di essere una farfalla o una farfalla che stava sognando di essere Chuang-Tzu.
[6] I primi addensamenti interessarono principalmente idrogeno (al 75%) ed Elio (al 25%), in seguito lo spazio sarà arricchito di elementi più pesanti provenienti dalle esplosioni di supernova.
[7] Il nostro Sole si trova a metà di questa fase, chiamata ‘sequenza principale’, che durerà ancora da 4 a 5 miliardi di anni.
[8] Il principio di esclusione di Pauli afferma che due fermioni (protoni, neutroni ed elettroni) identici non possono occupare simultaneamente lo stesso stato quantico, ponendo un limite alla contrazione per gravità.
[9]  La stella di neutroni è un enorme densissimo nucleo di circa 10 km di diametro costituito prevalentemente di neutroni, la cui attrazione di gravità è talmente grande da superare addirittura la resistenza opposta dal Principio di Pauli.
[10] Queste pulsar possono ruotare a velocità elevatissime, tanto da fare un giro completo in qualche millesimo di secondo. La prima di queste pulsar binarie ultraveloci fu scoperta nel 1983 da chi scrive in collaborazione con Valentin Boriakoff e Franco Fauci dal grande Radiotelescopio di Arecibo a Portorico.
[11] La deformazione è tale da far deviare tutto ciò che circonda il Buco Nero, anche il percorso della luce, confinandolo all’interno di una regione chiamata ‘orizzonte degli eventi’.
[12] L’alternativa dipende dalle quantità esistenti di ‘materia oscura’ e di ‘energia oscura’, oggi quantificabili con difficoltà.
[13] L’uomo di Cro-Magnon, della specie homo sapiens, vissuto quasi 40000 anni fa, deve il suo nome alla località francese Abri de Cro-Magnon, in cui venne trovato, nel 1868, il primo fossile.
[14] Intorno all’anno 4000 a.C., il cammino celeste della Via Lattea si svolgeva fra il punto equinoziale di primavera, posto nella costellazione dei Gemelli, e quello d’autunno posto nella costellazione del Sagittario, due porte attraverso le quali gli umani pensavano di poter passare dalla Terra al cielo. Il moto di precessione degli equinozi sconvolse questa configurazione staccando la Via Lattea da queste due porte viste dalla Terra, così decretando la fine dell’età dell’oro.
[15]  Questi temi sono trattati da Mauro e Rosolino Buccheri, 2005, e da Vincenzo Guzzo, 2013.
[16]  La ‘logica simmetrica’, definita da Ignacio Matte Blanco, è stata discussa in L’intreccio ‘pirandelliano’ di istinto e ragione (Buccheri, 2017: 26).
[17   L’argomento è stato discusso in (Buccheri, 2017: 24); chiudersi a riccio nelle proprie opinioni, rifiutando a priori novità che le sconvolgono, succede a tutti, come dimostra il fatto che ci siano cascati grandissimi come Albert Einstein (v. nota II) e Fred Hoyle (v. nota III).
Riferimenti bibliografici
Francisco J. Ayala, Le ragioni dell’evoluzione, 2005, Di Renzo Editore, Roma
Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Origini di storie, 2006, Feltrinelli, Milano
Valentin Boriakoff, Rosolino Buccheri, Francesco Fauci, Discovery of a 6.1-ms binary pulsar PSR1953 + 29, Nature 304, 417−419, 1983.
Rosolino Buccheri, L’origine della vita fra fisica e metafisica, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 21, 2016
Rosolino Buccheri, Il mito dell’unificazione e l’oggettività della frammentazione, in “Dialoghi Mediterranei”, n.24, 2017
Rosolino Buccheri, L’intreccio ‘pirandelliano’ di istinto e ragione, in “Dialoghi Mediterranei”, n.26, 2017
Rosolino & Mauro Buccheri, Le antiche cosmogonie e la moderna cosmologia. Il mito come forma primaria di conoscenza, in Aspetti e Forme del Mito: la Sacralità, Edizioni Anteprima, Palermo, 2005: 11-27.
 Joseph Campbell, Mito e modernità. Figure emblematiche di un passato antichissimo nell’esperienza quotidiana, 2007, Edizioni red!, Milano
Charles Darwin, L’origine delle specie. Selezione naturale e lotta per l’esistenza, Boringhieri, Torino, 1967
Christian de Duve, Polvere vitale, Mondolibri, Milano, 1998
Frans de Waal, Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità fra i primati, Raffaello Cortina, 2017, Milano
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Rosolino Buccheri, già Dirigente di Ricerca del CNR in Astrofisica e Fisica Cosmica, direttore dell’Area della Ricerca CNR di Palermo e docente di Istituzioni di Fisica Nucleare e di Storia del Pensiero Scientifico all’Università di Palermo. Ha rappresentato l’Italia alle missioni spaziali della NASA e dell’E.S.A. e annovera la scoperta della prima pulsar binaria superveloce. È autore di oltre duecento pubblicazioni, coautore del libro L’idea del Tempo con Margherita Hack e co-curatore di diversi libri. È Accademico dell’Accademia Siciliana dei Mitici e Presidente dell’Associazione di Astrofili ORSA.

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