Il Calatino: terra di braccianti e di migranti

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Campagne del Calatino (ph. Castronovo)

di Antonella Elisa Castronovo

Le dinamiche produttive in atto nella fase postfordista, unite alla presenza di ambiti più o meno vasti dell’economia sommersa, hanno accentuato un processo di dualizzazione della manodopera e reso assai più complessi e contraddittori i meccanismi di funzionamento dei mercati occupazionali. In questo quadro, la presenza straniera è stata portatrice indiretta di ulteriori fratture all’interno dei meccanismi tradizionali di incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, finendo con l’accelerare alcuni importanti processi di trasformazione legati alla flessibilizzazione dei rapporti di impiego, con l’aprire nuovi scenari di discriminazione e di disuguaglianza economica e con l’introdurre alcuni elementi di novità nell’ambito dei sistemi locali di produzione, come ad esempio quelli relativi alla etnicizzazione dei settori di attività (Valzania, 2009: 148). Le dinamiche di inserimento occupazionale dei migranti nell’area del Calatino [1] non solo costituiscono un interessante osservatorio per analizzare alcuni di questi snodi connessi alle migrazioni internazionali, ma consentono altresì di gettare luce sulle modalità con le quali i gruppi di origine straniera si adattano ai modelli produttivi locali, trovando anche all’interno di sistemi economici connotati da profonda precarietà e debolezza strutturale spazi nei quali poter radicare i propri percorsi di vita e di lavoro.

Il contributo [2] che qui presentiamo intende offrire una riflessione su alcune delle implicazioni di carattere sociale ed economico che l’inserimento dei cittadini stranieri nell’ambito del comparto agricolo hanno generato nell’ambito territoriale calatino. Oltre che dai risultati più significativi degli studi sul tema e dall’analisi dei dati di fonte secondaria, lo studio prenderà le mosse dalle evidenze empiriche emerse dalle interviste agli stakeholder, ai braccianti ed agli imprenditori agricoli ascoltati nel corso di una ricerca, svolta tra il mese di settembre 2014 e quello di febbraio 2017 [3], che ha risposto al più ampio obiettivo di fare luce sugli effetti innescati dalla presenza del Cara di Mineo nelle relazioni sociali e nelle dinamiche occupazionali del contesto locale di riferimento.

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Scuola abbandonata di Scordia, rifugio dei lavoratori stagionali (ph. Castronovo)

Al pari di altre località che si trovano nella parte interna della Sicilia, i comuni del comprensorio calatino presentano tendenze sociali e demografiche tali da lasciare intravedere forti criticità del sistema economico e dei modelli di produzione. La presenza di saldi migratori negativi e di bassi livelli di istruzione, la decisa sovrarappresentazione della componente anziana della popolazione, l’elevato indice di dipendenza, gli alti tassi di disoccupazione e la scarsa incidenza delle donne tra le fila degli occupati costituiscono soltanto alcuni degli indicatori più evidenti della debolezza strutturale che caratterizza tali territori. Come è stato rilevato, le cause di questa situazione sono molteplici:

«Innanzitutto la crisi occupazionale si fonda su basi storiche che caratterizzano le aree rurali di questo tipo. Inoltre, l’insufficienza dell’iniziativa privata, l’inesorabile crisi dell’occupazione pubblica e, più in generale, delle tipologie del lavoro “fisso”, rappresentano ulteriori elementi che contribuiscono a determinare il quadro delineato» (Avola, Timpanaro, 2012: 28).

In un simile contesto, il settore agricolo – seppur sottodimensionato rispetto ai livelli rilevati all’inizio degli anni Ottanta, quando assorbiva il 37,0% della quota complessiva di occupati presenti nel comprensorio (Ivi, 29) – ha costituito, e continua a costituire, un importante sbocco lavorativo per la manodopera locale, con una tendenza che si contrappone chiaramente alla fragilità del comparto industriale, incapace di richiamare e di trattenere al proprio interno la forza lavoro (Avola 2007). Da questo punto di vista, non è azzardato definire il Calatino come un’area tipicamente rurale. L’incidenza del settore primario sull’economia del comprensorio non è solo parte di un passato comune a quasi tutta la regione, ma segna profondamente il contesto socio-economico attuale, tanto da coinvolgere ad oggi secondo i dati a nostra disposizione ben il 12,4% della forza di lavoro interamente disponibile (elaborazione nostra su dati Istat-Inps 2015).

L’agricoltura calatina se, per un verso, riesce ad assicurare un indotto significativo all’intera economia dell’area, garantendo ampie opportunità di impiego al proprio interno, per altro verso, continua a subire le conseguenze negative del mancato completamento del processo di modernizzazione delle tecniche di coltivazione, che agisce limitandone le capacità e le potenzialità produttive. A queste difficoltà si aggiungono altre caratteristiche strutturali, proprie dell’organizzazione agricola siciliana e meridionale, che contribuiscono ad acuire ulteriormente le criticità delle attività primarie. Tra queste, è il caso di contemplare la frammentazione della proprietà fondiaria, l’inadeguatezza delle strutture preposte alla commercializzazione dei prodotti e la quasi totale assenza di associazionismo di tipo cooperativistico. Ne deriva una microimprenditorialità diffusa che ostacola una strategia di governance aziendale in grado di rispondere efficacemente alle sfide poste dalla globalizzazione della produzione agricola. Nel tempo, tali peculiarità del tessuto economico hanno finito con il tradursi non soltanto nella scarsa valorizzazione delle produzioni locali e nella perdita di competitività sui mercati internazionali (Inea, 2008: IV); ma anche nella crescita dei costi del lavoro e, conseguentemente, nella contrazione della redditività del settore agricolo (Ires-Cgil 2013).

Non sorprende, dunque, che il comparto agroalimentare sia ancora oggi connotato nel Calatino da condizioni di insicurezza occupazionale, di immobilismo economico e da una circolarità delle carriere professionali, tale da indurre alcuni studiosi a parlare degli operai agricoli come di “operai intrappolati” in un lavoro segnato dallo “stigma della subalternità sociale” (Cortese, 2007: 288) perché poco qualificato e particolarmente esposto al rischio di sfruttamento. La presenza di aziende agricole spesso a conduzione familiare e l’alta incidenza di imprese commerciali dalle piccole e medie dimensioni hanno, infatti, favorito l’insorgere di una domanda di lavoro fortemente instabile, frammentata e connotata dall’esigenza di ridurre al minimo i costi di produzione che ha gettato le fondamenta del graduale abbassamento delle tutele dei braccianti, costretti a sottomettersi ad orari ed a paghe lontane da quelle previste nei termini contrattuali.

Sotto questa luce, non è azzardato sostenere che, anche nell’ambito dell’economia agricola del comprensorio, si sia registrata una polarizzazione crescente tra una ristretta fascia di occupazione più garantita – alla quale ha avuto accesso una forza di lavoro per lo più autoctona e maggiormente qualificata – e una vasta area di posizioni di impiego a basso skill, malpagate e strettamente legate alle esigenze momentanee del sistema produttivo, destinate invece alle fasce più deboli della popolazione. Ciò ha assunto un significato ancora maggiore nel Calatino, nell’ambito del quale una quota significativa della manodopera locale svolge un’occupazione operaia e le principali differenze nelle condizioni di lavoro «si giocano sul terreno della stabilità dell’impiego e della progressione di carriera» (Ivi, 291). Non a caso, proprio la segmentazione del mercato del lavoro costituisce il riferimento dal quale è necessario partire per spiegare l’apparente paradosso dell’aprirsi di spazi di inserimento occupazionale per la manodopera immigrata in un contesto territoriale storicamente interessato «da fenomeni di esodo che stentano ad arrestarsi e che vedono nell’immigrazione l’alternativa alla carenza di offerta di lavoro locale durante i picchi stagionali» (Avola, Cortese, Palidda 2003: 33).

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Scuola abbandonata di Scordia, rifugio dei lavoratori stagionali (ph. Castronovo)

Al pari di altre realtà votate al settore primario, nel comprensorio del Calatino le possibilità di impiego in agricoltura si sono dimostrate fin dalle prime fasi migratorie che hanno coinvolto la Sicilia un significativo fattore di richiamo per i gruppi di origine straniera.

Attratti dal crescente fabbisogno di manodopera stagionale, sono stati i maghrebini i primi a raggiungere le campagne del Calatino, attivando catene migratorie in grado di generare un consistente flusso di manodopera soprattutto nelle fasi della raccolta del prodotto agricolo e di picco delle attività colturali. Come è stato ampiamente documentato dalla letteratura sul tema (Zanfrini 1998), il modello di produzione stagionale ha tradizionalmente incoraggiato la presenza di una forza di lavoro, prevalentemente di genere maschile e di provenienza nordafricana, abituata a ricorrere a forme di pendolarismo con il Paese di origine e a utilizzare strategie massimizzanti di breve termine all’interno del Paese di destinazione. Accanto a questi progetti migratori transitori, l’arrivo di lavoratori albanesi e, successivamente, di uomini e di donne dall’Est Europa ha contribuito a consolidare un nuovo modello di migrazione per lavoro, più radicato nella società di arrivo e caratterizzato da una notevole femminilizzazione delle componenti migratorie. Come si vedrà, tali mutamenti intervenuti nella geografia delle migrazioni hanno concorso a scardinare gli antichi equilibri interni al mercato del lavoro, ridefinendo il posizionamento dei diversi gruppi nazionali nella gerarchia delle occupazioni.

Non esistono fonti ufficiali che documentino la quota numerica di braccianti di origine migrante nei comuni del comprensorio. Per indagare le dinamiche occupazionali che hanno fatto da sfondo al radicamento della componente straniera nel contesto agricolo, ci siamo quindi serviti degli elenchi anagrafici pubblicati annualmente dall’Inps e relativi agli operai regolarmente assunti nel settore primario e a tempo determinato nel corso del 2015, estrapolando dall’indicazione del Paese di nascita le informazioni sulla presenza di lavoratori provenienti dall’estero [4].

Grafico 1 Incidenza degli operai agricoli di origine straniera sul totale degli occupati in agricoltura nel Calatino (Fonte INPS 2015. Elaborazione nostra)

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Il grafico 1 mostra chiaramente come, nell’ambito del contesto territoriale calatino, la presenza di braccianti di origine straniera rappresenti ancora oggi un elemento strutturale delle forze di lavoro impiegate nel settore primario. Secondo le cifre qui riportate, i lavoratori migranti si attestano su un valore pari a 1.391 unità, documentando un’incidenza pari al 12,0% sul totale degli operai agricoli regolarmente registrati all’Inps nel corso del 2015.

Grafico 2 Distribuzione della popolazione straniera impiegata in agricoltura nel Calatino per nazionalità (Fonte: Inps 2015Elaborazione nostra)

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La composizione per nazionalità rivela come la quasi totalità degli occupati nati all’estero provenga da soli sette Paesi. Tra questi spiccano in modo prevalente i rumeni che, con una quota pari a 846 unità, costituiscono il 60,8% della manodopera bracciantile di origine straniera. Con un notevole scarto, ad essi seguono i tunisini che, storicamente presenti nell’isola siciliana sin dalle prime fasi migratorie, vedono la loro posizione nell’ambito del mercato del lavoro agricolo calatino di molto ridimensionata rispetto al recente passato: con 154 unità, essi attestano un valore pari all’11,1% sul totale degli operai agricoli non autoctoni. È interessante notare come all’interno di questa classifica compaiano quelle che sono state da noi definite come le “nazionalità del Cara di Mineo”. Esse comprendono quelle nazionalità che, tradizionalmente assenti dal panorama produttivo dell’agricoltura calatina, sono verosimilmente da far risalire al circuito dell’accoglienza della struttura di Contrada Cucinella. Prova ne è, in primo luogo, il fatto che gli operai agricoli inclusi all’interno di questa categoria provengano da Paesi dell’Africa Subsahariana particolarmente rappresentati nel panorama delle presenze interne al Cara di Mineo (Nigeria, Ghana, Togo, Senegal, Mali, Costa D’Avorio, Niger); in secondo luogo, il fatto che essi si collocano nelle fasce d’età più giovani (quelle comprese tra i 15-24 anni e i 25-34 anni) e, in terzo luogo, il fatto che essi documentino un numero di giornate lavorative di gran lunga inferiore rispetto alla media (43,1 rispetto ad una quota media che si attesta sugli 85,8).

Tabella 1 Distribuzione della popolazione straniera impiegata in agricoltura per comuni calatini  (Fonte: Inps 2015Elaborazione nostra)

Comuni Operai agricoli Braccianti stranieri %
Mazzarrone 855 303 35,4
San Cono 245 77 31,4
Licodia Eubea 436 105 24,1
Mineo 427 88 20,6
Ramacca 1101 219 19,9
Grammichele 836 171 20,5
Caltagirone 1149 143 12,4
Raddusa 149 5 3,4
Palagonia 2852 150 5,3
Castel di Iudica 282 22 7,8
Scordia 1817 73 4,0
Vizzini 477 17 3,6
Militello 526 6 1,1
Mirabella 210 5 2,4
San Michele di Ganzaria 182 7 3,8
TOTALE 11544 1391 12,0

Le cifre esposte nella tabella 1 illustrano la distribuzione della popolazione bracciantile di origine straniera comune del Calatino. Nella classifica delle realtà comunali nelle quali i braccianti agricoli sono maggiormente rappresentati, in testa si colloca Mazzarrone, con un’incidenza di braccianti migranti pari al 35,4% sul totale della popolazione bracciantile in essa residente. A seguire, troviamo San Cono e Licodia Eubea nelle quali località rispettivamente il 31,4% e il 24,1% degli operai agricoli sono non autoctoni. Una posizione altrettanto significativa è occupata da Mineo che registra una quota percentuale di dipendenti agricoli provenienti dall’estero pari a ben il 20,6%.

L’incrocio dei dati relativi al comune di residenza ed all’appartenenza nazionale consente di evidenziare come i due gruppi stranieri più numerosi risultino particolarmente concentrati in poche aree territoriali: le collettività provenienti dalla Romania si collocano prevalentemente nei comuni di Mazzarrone e Ramacca. Nella stessa realtà di Mazzarrone è, altresì, possibile individuare una comunità piuttosto cospicua di braccianti tunisini, i quali sono presenti in numero altrettanto significativo anche a Scordia.

A compendio dell’analisi sin qui compiuta, può essere infine utile porre attenzione sulle informazioni relative al numero medio di giornate effettuate da ciascun bracciante straniero e raggruppate per sesso e nazionalità.

Tabella 2 Numero di giornate medie dei braccianti di origine straniera presenti nel Calatino (Fonte: Inps 2015Elaborazione nostra)

 

Nazionalità Uomini Donne Totale
Romania 82,8 74,0 80,5
Albania 113,7 77,1 106,6
Tunisia 108,9 97,9 107,9
Marocco 78,4 81,0 78,5
Ucraina 100,3 111,0 108,9
Bulgaria 88,9 62,5 78,5
Polonia 0 72,6 72,6
Nazionalità Cara 40,4 81,0 43,1
Altre 83,8 91,6 85,6
Totale 88,1 78,5 85,8

Mediamente, il numero di giornate svolte dagli operai provenienti dall’estero risulta pari ad 85,8 unità, con una incidenza maggiore per la componente maschile (88,1) rispetto a quella femminile (78,5). In termini generali, dunque, il dato da evidenziare con particolare enfasi è la difficoltà dei cittadini stranieri di raggiungere la quota di prestazioni regolari necessarie ad accedere al sussidio di disoccupazione agricola (è indispensabile a tal fine una quota pari a 102 unità). Tuttavia, come mostra la tabella 2, tale difficoltà varia sensibilmente a seconda della composizione nazionale della popolazione bracciantile. I migranti che documentano un maggior numero di “ingaggi” sono quelli originari dall’Ucraina, dalla Tunisia e dall’Albania, mentre minormente rappresentati sono gli operai provenienti dalla Romania che, a fronte della loro consistenza numerica nel tessuto bracciantile calatino, dimostrano di essere ancora scarsamente regolarizzati. In coda alla classifica si collocano, infine le “nazionalità del Cara di Mineo” che contribuiscono a far abbassare la media della quota di giornate lavorative registrate nell’agricoltura calatina.

Il ruolo delle migrazioni internazionali nella struttura produttiva calatina

I dati relativi alla popolazione migrante occupata nel settore primario documentano una domanda ancora piuttosto viva di manodopera da impiegare nelle diverse colture locali. A dispetto di una richiesta di forza lavoro bracciantile, la presenza di cittadini stranieri nel mercato occupazionale calatino ha tuttavia favorito l’espansione di un sistema occupazionale fortemente gerarchico, connotato da una crescente segmentazione delle posizioni di impiego e da una differenziazione etnica dei salari. Le modalità con le quali è avvenuto l’inserimento dei migranti nell’ambito delle dinamiche agricole riflette per grandi linee le tendenze che accomunano le regioni meridionali italiane (Pugliese, 2013). Le diverse comunità straniere, pur essendo assorbite con relativa facilità nei diversi comparti, sono state colpite da meccanismi di discriminazione che hanno agito su diversi piani: dalle condizioni di impiego ai livelli di retribuzione, dagli orari di lavoro al grado di regolarità occupazionale e di tutela sindacale. Per questa via, mentre alcuni gruppi sono riusciti progressivamente a competere con i braccianti autoctoni su un piano di relativa parità, altri hanno sperimentato sistematici svantaggi rispetto alla manodopera locale, in un intreccio tra inclusione e subordinazione della loro forza lavoro.

La capacità del tessuto produttivo calatino di richiamare manodopera d’importazione poggia le fondamenta su una duplice spiegazione. In primo luogo, essa rimanda alla polarizzazione delle posizioni di impiego all’interno della realtà bracciantile e alla crescente distanza – già richiamata sopra – tra una ristretta domanda di lavoro più qualificato, tutelato e specializzato e un’ampia richiesta, proveniente soprattutto dalle piccole imprese agricole, di una manovalanza generica, altamente precaria ed adattabile alle esigenze congiunturali del settore primario. In secondo luogo, il radicamento della componente straniera nell’organizzazione produttiva del comprensorio comunale è riconducibile alle radicali trasformazioni dell’offerta di lavoro, all’innalzamento dei livelli di istruzione ed alla crescita degli standard di vita e di benessere della popolazione locale; elementi, questi, che hanno concorso a ridurre la disponibilità delle fasce più giovani e più istruite nei confronti dell’impiego operaio, finendo con l’accentuare i processi di segmentazione del mercato occupazionale. In virtù di tali meccanismi, è possibile comprendere perché i percorsi di inclusione dei migranti nell’ambito del sistema agricolo calatino siano avvenuti in maniera abbastanza graduale sul territorio e non abbiano scatenato particolari episodi di conflitto con i cittadini autoctoni, non mostrando «effetti regressivi né sulle capacità innovative delle imprese, né sulle condizioni di impiego della manodopera meno istruita» (Avola, Cortese, Palidda, 2005: 236).

Tradizionalmente intesa come una presenza di supporto alla manodopera autoctona durante la fase del raccolto e di picco delle attività stagionali, la forza lavoro straniera è stata infatti assorbita con relativa facilità nel tessuto produttivo del comprensorio, riuscendo progressivamente ad accedere al sistema di garanzie previdenziali ed alle tutele giuridiche previste dalla normativa nazionale. Da questo punto di vista, le modalità piuttosto caute di inserimento e l’estrema adattabilità dei migranti alle mansioni e alle posizioni di impiego loro “riservate” avrebbero salvaguardato la società locale da spinte xenofobe e da conflitti tra le fasce più povere della popolazione.

Rileggendo i protocolli di intervista e le risposte fornite dagli informatori qualificati su questo specifico punto, il dato più evidente è il richiamo costante da parte loro a categorie analitiche che rimandano alla sfera della “integrazione”, della “pacifica convivenza” e del “radicamento” dei gruppi stranieri all’interno degli assetti calatini:

«Qui a Mineo prima sono arrivate piccole comunità tunisine e marocchine che, ormai da anni, si sono integrate abbastanza bene sul territorio. Questa manovalanza è stata poi soppiantata prima dagli albanesi e poi dai rumeni che si sono comunque integrati, riuscendo ad accedere al lavoro regolare […] Il rumeno ha cominciato prendendo una paga base, che non era ovviamente quella del nordafricano. Oggi probabilmente è già una comunità che si ricolloca in diretta concorrenza con il siciliano e anche con un livello di paga che è probabilmente lo stesso, messo in regola e quant’altro» (Giuseppe, imprenditore agricolo);
«Noi abbiamo un’immigrazione che risale ad oltre trent’anni. I primi ad arrivare sono stati gli immigrati dal Nord Africa. Erano piccoli numeri che si spostavano, prima erano clandestini mentre ora si sono regolarizzati. Ora i maghrebini si sono inseriti molto bene sul territorio, hanno figli, hanno imprese, ormai fanno parte del contesto locale. Addirittura sono ormai pure loro che assumono manodopera locale perché hanno aziende agricole» (Pasquale Timpanaro, Flai-Cgil Caltagirone).

A dispetto di questo ottimistico quadro interpretativo, uno sguardo più attento agli ambiti tematici indagati nel corso dei colloqui in profondità lascia emergere alcune significative criticità attinenti alle condizioni del lavoro e alle caratteristiche dei processi di inserimento occupazionale dei cittadini stranieri. Nonostante l’ormai storica presenza migrante all’interno del sistema agricolo calatino, le testimonianze degli stakehoder hanno evidenziato come il reclutamento dei braccianti stranieri segua ancora oggi percorsi “paralleli” rispetto a quelli della popolazione autoctona, che si rivelano particolarmente utili – soprattutto per i piccoli imprenditori locali – poiché consentono di attuare un processo di “delocalizzazione sul posto” della forza lavoro (Colloca, Corrado, 2013: 15):

«Qualche piccola realtà di lavoro migrante è presente nelle aziende agricole; nelle aziende commerciali invece, soprattutto nella zona di Scordia, c’è una scarsa presenza. I lavoratori migranti vengono assunti in modo sparuto. Poi ci sono le imprese familiari che hanno bisogno per raccogliere i prodotti dal proprio appezzamento e in quel caso fanno uso di persone immigrate per un certo periodo di tempo. Il lavoratore professionista non lo fa» (Alfio, Fai-Cisl Scordia);
«Sono spesso le piccole imprese che fanno uso di questa manodopera. Magari non hanno la capacità di pagare un operaio locale ed allora assoldano un lavoratore straniero, che ormai è qui da tanto ed ha imparato anche il lavoro» (Giuseppe M., imprenditore agricolo).

 Le parole degli informatori privilegiati coinvolti nell’indagine gettano luce su una realtà che è ancora ben lontana dal garantire la piena inclusione dei cittadini stranieri. A fronte di un inserimento piuttosto pacifico nel mercato del lavoro, connotato dall’assenza del caporalato e dai tradizionali meccanismi di speculazione sulla manodopera agricola, i migranti non soltanto hanno trovato impiego prevalentemente all’interno delle aziende agricole a conduzione familiare che necessitano di una manodopera fortemente flessibile e più a basso costo rispetto a quella locale, ma sono stati anche canalizzati nell’ambito delle attività di basso profilo, minormente remunerate e più faticose. Per questa via, mentre i lavoratori di origine maghrebina – probabilmente per via del loro più antico insediamento nel mercato del lavoro agricolo – sono riusciti ad accedere a migliori condizioni di impiego, potendo godere di maggiori tutele sindacali e di garanzie di continuità lavorativa in misura più ampia rispetto alle altre collettività immigrate, nel quadro di una sorta di “etichettamento positivo” (Zanfrini, 2002) nei loro confronti; in una situazione ben diversa si sono trovati i gruppi provenienti dalla Romania. Essi, spesso assunti come custodi all’interno dei fondi agricoli e pertanto impiegati in un regime di convivenza con il datore di lavoro, sono stati sottoposti a condizioni di isolamento spaziale e di precarietà occupazionale, con conseguenze estremamente gravose sui livelli salariali e sulle forme di tutela sindacale (come ha mostrato, d’altra parte, anche l’analisi dei dati Inail relativi alla distribuzione del numero di giornate per nazionalità). Nel loro caso, dunque, l’accesso alla cittadinanza comunitaria e la dotazione di “diritti europei”, lungi dal configurarsi come strumento di garanzia normativa, hanno finito paradossalmente con l’assecondare l’esigenza di “lavoratori poveri” (Pugliese, 2014: 283) da impiegare nei comparti più dequalificati dell’agricoltura.

Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
Note
[1] L’area del comprensorio calatino include al proprio interno quindici comuni, inseriti all’interno della piana di Catania: Caltagirone, Castel di Iudica, Grammichele, Licodia Eubea, Mazzarrone, Militello in Val di Catania, Mineo, Mirabella Imbaccari, Palagonia, Raddusa, Ramacca, San Cono, San Michele di Ganzaria, Scordia e Vizzini.
[2] Parte di queste riflessioni sono contenute nell’articolo intitolato Dentro un limbo. Marginalizzazione e resistenza dei richiedenti asilo del Cara di Mineo, in C. Benvegnù, F.E. Iannuzzi (a cura di), Sguardi incrociati. Indagine sui mondi del lavoro e delle migrazioni contemporanee, ombre corte, Verona 2017 (in corso di pubblicazione).
[3] Tra il mese di aprile 2016 e quello di febbraio 2017 la ricerca è stata svolta nell’ambito del programma di ricerca “Idea – Azione” (III edizione 2016-2017), promosso dall’Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe” e finanziato dalla Tokyo Foundation.
[4] Va chiarito che, nel corso dell’operazione di conteggio dei cittadini nati all’estero, tra gli iscritti ai registri Inps sono stati esclusi dalla base dati le posizioni riconducibili ai lavoratori nati in paesi nei quali si sono indirizzati in passato intensi flussi di emigrazione dall’Italia (Germania, Svizzera, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Austria Venezuela, Canada, Stati Uniti, Australia), pertanto considerabili cittadini italiani e non stranieri stricto sensu.
Riferimenti bibliografici
Avola M. (2007), Lavoro irregolare e politiche pubbliche: la costruzione sociale del sommerso e le misure di contrasto e di emersione, Acireale, Bonanno.
Avola M., Timpanaro D. (2012), Il comprensorio Calatino Sud Simeto: Uno sguardo d’insieme, in M. Avola et al., L’altra faccia del lavoro. Un’indagine sul lavoro irregolare in un’area del Mezzogiorno, Munari, edizione digitale.
Avola M., Cortese A., Palidda R. (2003), Risorse, reti e progetti. Percorsi di inserimento nel mercato del lavoro catanese di mauriziani e sry-lankesi, in M. La Rosa, L. Zanfrini (Edd.), Percorsi migratori tra reti etniche, istituzioni e mercato del lavoro, Milano, FrancoAngeli.
Colloca C., Corrado A. (2013), Trasformazioni meridionali: migranti e aree rurali. Un’introduzione, in Id. (Edd.), Globalizzazione delle campagne. Migranti e società rurali nel Sud Italia, Milano, FrancoAngeli.
Cortese A. (2007), Il patto calatino e le carriere lavorative in un mercato segmentato, in M. Avola, A. Cortese, R. Palidda, Sfide e rischi dello sviluppo locale. Patti territoriali, imprenditori e lavoro in Sicilia, Milano, FrancoAngeli, 2007.
Inea (2008), Le politiche agricole regionali a sostegno dell’agrumicoltura italiana, scaricabile al link http://www.scianet.it/ciapuglia/svl/allegatiRead?recid=12929&allid=9480
Ires-Cgil (2013), Consistenza e prospettive dell’Agricoltura in Sicilia, Catania, 10 giugno.
Marradi A. (2007), Metodologia delle scienze sociali, a cura di R. Pavsic, M.C. Pitrone, Bologna, Il Mulino.
Pugliese E. (2014), Agricoltura e lavoratori stranieri: una ricchezza fondata sulla violazione dei diritti, in IDOS, Dossier Statistico Immigrazione 2014. Dalle discriminazioni ai diritti, Roma, Idos.
Pugliese E. (2013), Immigrazione e diritti violati. I lavoratori immigrati nell’agricoltura del Mezzogiorno, Roma, Ediesse.
Valzania A. (2009), Inserimento lavorativo fra reti etniche e processi identitari, in M. Ambrosini, F. Buccarelli (a cura di), Ai confini della cittadinanza. Processi migratori e percorsi di integrazione in Toscana, FrancoAngeli, Milano.
Zanfrini L. (1998), Leggere le migrazioni. I risultati della ricerca empirica, le categorie interpretative, i problemi aperti, Milano, FrancoAngeli.
Zanfrini L. (2002), Politiche delle “quote” ed etnicizzazione del mercato del lavoro italiano, in “Sociologia del lavoro”, 88: 186-226.
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Antonella Elisa Castronovo, giovane laureata in Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia e Sociologia della Modernità presso l’Università di Pisa e collabora alle attività di indagine del Dipartimento “Culture e Società” della Scuola delle Scienze Umane e del Patrimonio Culturale dell’Università di Palermo. Tra i suoi interessi di ricerca, lo studio delle migrazioni nel mercato del lavoro italiano e l’analisi dei processi di rappresentazione politico-mediatica della “vicenda Lampedusa”. Su questi temi ha già pubblicato numerosi saggi in volumi collettanei.

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