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Iconografia musicale in un raro bassorilievo di Sant’Antioco in Sardegna

Catacombe di Sant’Antioco, lastra marmorea raffigurante un suonatore di strumento bicalamo (metà del X e inizi XI secolo)

Catacombe di Sant’Antioco, lastra marmorea raffigurante un suonatore di strumento bicalamo ,metà del X e inizi XI secolo (da “Sonos”. Strumenti della musica popolare sarda)

di Mario Sarica, Nino Principato [*]

L’iconografia musicale in questi ultimi decenni, sia sul versante colto, che su quello di tradizione, ha aperto un nuovo ed intrigante ambito di ricerca e studio sulla interrelate vicende etnorganologiche di lungo periodo, soprattutto in area mediterranea e continentale, declinati spesso anche con ricostruzioni filologiche e performative di strumenti musicali perdute di antiche civiltà, o lontani stagioni culturali, come quella rinascimentale con l’emblematico caso della Sodellina della corte napoletana (aerofono a sacco da “salotto” strettamente imparentato con la zampogna “a paro” di area peloritana e sull’altra sponda dello Stretto di area grecanica).

Tutto questo in una cornice di chiavi interpretative interdisciplinari, facendo così interagire le immagini sonore con le coeve fonti storico-documentarie, al fine di cogliere e definire meglio i contesti d’uso e le funzioni assolte dagli strumenti musicali, secondo un approccio olistico e di produzione di senso. Vettori di forme musicali e riflessi di segni e simboli dell’immaginario di un luogo e di un tempo, gli strumenti musicali, osservati nei contesti socio- economici, cerimoniali e rituali d’origine, come prodotti culturali dotati di specifici codici di comunicazione verbale e musicale, grazie all’azione primaria performativa, sorgente di emozioni e sentimenti e condivisi a livello individuale e collettivo.

E tra le tante tipologie di strumenti musicali oggetto di ricerca iconografica, gli aerofoni a sacco, ovvero cornamuse e zampogne, precedute dai più remoti bicalami ad ancia semplice e doppia (aulos greci, etruschi e tibiae pares romane, utticulus), per poi passare ai doppi e tripli flauti di canna, di epoca medievale e più avanti rinascimentali, hanno concentrato l’attenzione e l’interesse degli studiosi, musicisti e liutai/costruttori in virtù del più vasto repertorio di immagini da quello vascolare di età greco-romana alle pitture parietali, anche nelle tombe, agli affreschi, per poi passare ai più rari bassorilievi lapidei e marmori.

E proprio nell’ambito di questo repertori scultorei, il bassorilievo, che raffigura un pastore-suonatore di doppio calamo conservato nel vasto ed antico complesso di fondazione bizantina di Sant’Antioco in Sardegna, con necropoli, ipogeo e chiesa romanica, costituisce una testimonianza di straordinario interesse. Un compendio di segni e simboli culturali pastorali di area mediterranea emerge dalla immagine, con chiari ed inequivocabili riferimenti, dentro una linea di incredibile continuità di beni materiali e immateriali, con inevitabili slittamenti di funzioni, in continuità con le fonti primarie delle origini nobili dell’arcadia pastorale, da dove sorge poesia e musica secondo i mirabili versi del IV-III sec. a.C. di Teocrito, padre della poesia pastorale, poeta Alessandrino, originario di Siracusa.

Catacombe di Sant’Antioco con alle pareti lastre a bassorilievo murate (foto Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna)

Catacombe di Sant’Antioco con alle pareti lastre a bassorilievo murate (foto Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna)

Si tratta, dunque, di una singolare testimonianza iconografica in rilievo lapideo, quella presente nel sito di Sant’Antioco, che attesta la centralità e il valore culturale riconosciuti nei secoli nella vasta area del Mediterraneo alla pratica strumentale musicale degli aerofoni pastorali. La figura del pastore-suonatore, evidentemente di assoluto rilievo nella società dell’epoca, con bracciali e collana, monili tipici bizantini, e dallo sguardo ieratico, colto nel suo dinamico e armonioso incedere, ci fornisce tutta una serie di informazioni preziose, che verosimilmente ci riportano alla millenaria cultura bizantina che segna la storia del Mediterraneo fra Oriente ed Occidente. Sul versante etnorganologico, la lastra lapidea raffigura un doppio calamo con canne lignee tornite, con profili cilindrico-conici con ampie campane terminali, di eguale lunghezza.

Lo stesso aerofono pastorale lo osserviamo peraltro identico, tenuto stavolta con una mano in posizione di riposo, in un altro frammento di bassorilievo lapideo del sito di Sant’Antioco, come segnalato dal puntuale contributo storico-artistico di Nino Principato qui di seguito. Di particolare interesse la postura del suonatore, che sembrerebbe indicare l’uso dell’otre (ma questa è un’ipotesi/suggestione non confermata chiaramente dal bassorilievo dove comunque sembra osservare sul petto un vello di ovicaprino). Altro particolare non da poco da evidenziare è che non si scorgono ance fissate sulle canne. Inequivocabile invece la diteggiatura del suonatore sulle due canne, su quella su cui agisce la mano destra (parte melodica), si rileva infatti una tastatura ‘a forchetta’, tipica degli strumenti a fiato; mentre su quella su cui diteggia la mano sinistra (note di accompagnamento), si osserva una diteggiatura a quattro dita, da interpretarsi verosimilmente come una sequenza “a trillo”. In pratica si tratta di due chanters omologhi a quelli utilizzati dalla zampogna “a paro” peloritana, eredità di memoria classica (tibiae pares romane), il cui uso, nella tipologia di canne lignee tornite affini a quelli che si osservano nel bassorilievo lapideo, si attesta in contesti di musica di tradizione fino ai giorni nostri anche in area balcanica (con chanters fissati in un unico blocco) e in Lucania, in Italia, con chanters dotati di ance doppie che vengono suonati posizionati direttamente in bocca.

Copia lignea del bassorilievo

Copia lignea del bassorilievo

Aerofono pastorale “transizione”, dunque, quello che emerge dal bassorilievo di Sant’Antioco – replicato con grande raffinatezza filologica in legno, con una tecnica artistica davvero originale e del tutto personale utilizzata dal M. Pippo Principato, con sovrapposizione di strati lignei scultorei, fino a realizzare un vero e proprio bassorilievo ligneo. In tema di strumenti musicali bizantini appare nella circostanza quanto mai opportuno segnalare che il geografo persiano Ibn Khordadbeh, nel IX sec. assieme alla lira ad arco, presente ancora oggi in Calabria e a Creta, annota che i bizantini usavano anche l’urghun (un tipo di organo), lo shilyani (una sorta di arpa), e ciò che più ci interessa sapere, anche la salandy (una vera e propria cornamusa). Lo strumento bicalamo ligneo tornito – ad ancia semplice o doppia (non è possibile determinarlo perché non compaiono ance nel rilievo) – è da collocare verosimilmente fra VIII e XI sec. Un aerofono, quello che emerge dal rilievo ligneo, ora in esposizione permanente nella Sala di “Pan-Sostene Puglisi” del Museo Cultura e Musica Popolare dei Peloritani di villaggio Gesso-Messina, che attesta una linea di continuità d’uso dei doppi calami ad ancia, che porterà poi in Sicilia e Calabria, presumibilmente fra il 1300 e il 1400, ad un ulteriore stadio evolutivo etnorganologico, ovvero la nascita della più complessa zampogna ‘a paro’, che aggiunge ai due chanters due o tre bordoni, collocati in una unica testata/blocco (bùsciula in siciliano).

Collare da buoi, part. da "La civiltà del legno in Sicilia" di A. Uccello

Collare da buoi, part. (da La civiltà del legno in Sicilia di A. Uccello)

Sul piano stilistico, poi l’opera scultorea, vera e propria icona della cultura nei suoi caratteri distintivi materiali ed immateriali, a me pare sulla base di quanto scrive Luciano Atticciati, che risenta dell’influenza dell’arte cosiddetta barbarica continentale, germanica e celtica, di cui subì l’influenza la scultura bizantina,  a partire del VII secolo come scrive lo stesso Autore. Altre affinità con i repertori bizantini e altomedioevali di marca continentale europea, si colgono poi nelle decorazioni fitomorfe. Il rilievo lapideo originario convertito per la prima volta in legno, richiama poi anche i tipici manufatti lignei pastorali, replicati fino ai giorni nostri in tutta l’area mediterranea e continentale, oltre che nella Sicilia orientale bizantina. Ciò è peraltro, io credo, testimoniato dal prezioso contributo di studio ricco di immagini di manufatti lignei a soggetto figurativo di Antonino Uccello nella sua opera La civiltà del legno in Sicilia.

 La borraccia del suonatore di strumento bicalamo

La borraccia del suonatore di strumento bicalamo

Di particolare interesse anche la borraccia perfettamente tonda e riccamente incisa, che emerge dal rilievo lapideo, destinata probabilmente a contenere vino. Si tratta di un manufatto pastorale – accessorio distintivo della vita agreste – verosimilmente ricavato da una zucca, piuttosto che da un blocco di legno, che porta in sé impressa una ricca decorazione realizzata quasi certamente a punta di coltello, con una cornice con motivi spiraliformi ad S, ed una sorta di rosone centrale fitomorfo a petali. La tecnica ad incisione a punta di coltello, detta in area peloritana “stilliatura”, replicata fino ai nostri giorni in tutti i manufatti lignei pastorali di uso quotidiano, quali collari, bastoni, cucchiai, ciotole, barilotti e perfino strumenti musicali, quali flauti diritti di canna e zampogne ‘a paro’, esalta la funzione estetica ed ergonomica dell’oggetto,  con un repertorio che spazia da quello figurativo, anche dipinto, di area iblea, a quello astratto e simbolico  con temi cuoriformi, spiraliformi, fitomorfi, più presente in area peloritana e marginalmente in area nebroidea.

Borraccia di zucca, Museo Pitrè

Borraccia di zucca, Museo Pitrè

Sul tema, va poi evidenziato, che vengono replicati sostanzialmente repertori decorativi di antica memoria bizantina, mutuati da architetture e cornici decorative, quali sarcofagi ed altri repertori lapidei, mostrando evidenti affinità anche con culture mediterranee più antiche. Ancora sulla borraccia di zucca, sorprendente è rilevare che in ambito pastorale siciliano è attestata in maniera significativa almeno fino ai primi decenni del Novecento, e un bellissimo esemplare con motivi decorativi anche figurativi è in esposizione al Museo Pitrè di Palermo. In più, è interessante rilevare che questa tipologia di borraccia tonda la ritroviamo anche come manufatto in terracotta, replicata dai vasai di Caltagirone fino ad oggi, con ricercati decori, anche con anse semplici o doppie, a confermare la tenace persistenza di una memoria materiale identitaria isolana, declinata oggi ad oggetti di artigianato artistico. Ancora sui repertori figurativi lignei pastorali, che ci ricollegano al bassorilievo sardo, va rilevato che quando viene proposta la figura umana essa è interpretata da uno stile di incisione essenziale,dalla fissità dello sguardo, con gli occhi sgranati, ieratici e lineari nei profili anatomici.

San Francesco di Paola, scultura pastorale in legno di cipresso, fine sec. XX, Mammana Castel di Lucio (Messina)

San Francesco di Paola, scultura pastorale in legno di cipresso, fine sec. XX, Mammana Castel di Lucio (Messina)

Un’arte quella barbarica, che contaminerà anche l’arte romanica a partire dal XI secolo, con il ricco repertorio zooformo e mostruoso, oltre che antropomorfo, con forti contenuti simbolici, fino agli “spartiti musicali scultorei” con richiami teologici e di cosmologia, interpretati da Marius Schneider. Tali cataloghi scultorei si osservano nei capitelli di chiostri monastici, portali di chiese, amboni, appunto di stile romanico, come evidenziato nella sua puntuale analisi storico-artistica sul tema del bassorilievo pastorale da Nino Principato.

Il rilievo ligneo che impreziosisce le collezioni dei reperti pastorali del Museo dei Peloritani, che in verità si è concesso come dicevamo qualche legittima licenza etnorganologica, anticipando i tempi evolutivi storici, quale la testata dove vanno a fissarsi i due chanters e l’insufflatore, si aggiunge ad altre originali opere lignee del M. Pippo Principato esposte al museo, quali tre teste di capra, due di buoi a sostenere il giogo dell’aratro a chiodo, e una volpe, predatore temuto dai pastori peloritani.  

Catacombe di Sant’Antioco con alle pareti lastre a bassorilievo murate

Catacombe di Sant’Antioco con alle pareti lastre a bassorilievo murate

Il bassorilievo con un suonatore di strumento bicalamo nelle Catacombe di Sant’Antioco   

Nel Comune sardo di Sant’Antioco le catacombe costituiscono un importante sito archeologico, una necropoli che rappresenta una delle testimonianze più antiche del Cristianesimo in Sardegna. Si tratta di un complesso ipogeo ricavato utilizzando camere funerarie puniche risalenti al V sec. a.C. messe in comunicazione tra loro. Composte da cinque camere l’ultima è quella dove, secondo la leggenda, il 13 novembre del 127 morì sant’Antioco.

Si sviluppano sotto la Basilica di Sant’Antioco Martire il cui impianto originario è da collocare tra la fine del V e gli inizi del VI secolo. Nel 1089 i monaci vittorini di Marsiglia, oggi benedettini, vennero in Sardegna con l’incarico di “occidentalizzare” il culto legato al rito bizantino e apportarono diverse modifiche alla Basilica.

Sulle pareti delle catacombe sono collocate diverse lastre in pietra con scolpite iscrizioni e varie raffigurazioni a bassorilievo, materiali di spoglio provenienti dalla Basilica superiore e qui ricollocati probabilmente durante le trasformazioni avvenute nel sec. XVIII.

Pluteo in pietra arenaria, X secolo, Museo Statale di Arte Medioevale e Moderna di Arezzo

Pluteo in pietra arenaria, X secolo, Museo Statale di Arte Medioevale e Moderna di Arezzo

Una di queste raffigura in bassorilievo su lastra marmorea (cm. 41 x 20) una rara rappresentazione di un suonatore di strumento bicalamo della metà del X e inizi XI secolo e facente parte di un pluteo, cioè una balaustra con lastre rettangolari in pietra o in marmo ma anche in legno, che divideva il presbiterio del settore absidale dalla cantoria, stessa funzione dell’iconostasi che separava la navata delle chiese di rito orientale dal bema, cioè il presbiterio. Probabilmente la lastra col suonatore di strumento bicalamo era inserita in una più vasta rappresentazione di una corte giudicale cui si fa cenno, in un’epigrafe, dove erano raffigurati i relativi personaggi insieme a dei musici.

La tecnica e le caratteristiche stilistiche non hanno riferimenti con l’arte bizantina, com’è stato anche ipotizzato, che si caratterizza per la ieraticità e il rifiuto della spazialità per proiettarsi in una dimensione profondamente spirituale ed escatologica. Piuttosto, la raffigurazione del musico è di grande naturalezza sia nella positura delle braccia che nella rappresentazione realistica delle mani realizzate con le dita che effettivamente stanno toccando i fori dello strumento bicalamo.

“Dittico Barberini”, avorio bizantino della prima metà del VI secolo, Museo del Louvre

“Dittico Barberini”, avorio bizantino della prima metà del VI secolo, Museo del Louvre

In esso non è presente alcun stereotipo tipico dell’arte bizantina: fissità dello sguardo, ieraticità dell’espressione, influssi strettamente romano-orientali, tendenza verso la grande tradizione classico-ellenistica nella scultura. Pochissime testimonianze restano della scultura bizantina che raggiunse invece, livelli altissimi, nelle cosiddette arti suntuarie, cioè nella lavorazione di materiali preziosi quali avorio, pietre, cristalli, legno e metalli. Fra le opere in avorio, degne di nota sono il cosiddetto “Dittico Barberini” (prima metà del VI secolo) conservato al Museo del Louvre a Parigi e, fra quelle lignee, la cattedra vescovile di Massimiano (VI secolo), in legno e avorio, nel Museo Arcivescovile di Ravenna. Nella lastra marmorea raffigurante un suonatore di strumento bicalamo, invece, sono presenti gli stilemi dell’arte romanica così denominata perché ebbe diffusione nei territori che erano stati conquistati dai Romani. Un’arte che si sviluppò per prima in Francia dalla fine del X secolo fino alla metà del XII per poi propagarsi in altri Paesi europei fra i quali l’Italia.

 Benedetto Antelami, “Deposizione dalla Croce” (1178), transetto destro del Duomo di Parma

Benedetto Antelami, “Deposizione dalla Croce” (1178), transetto destro del Duomo di Parma

In scultura venne in massima parte applicata come decorazione nell’architettura, soprattutto religiosa, nelle lunette, nei portali, nei chiostri, nei capitelli. Caratterizzata da forte stilizzazione e accentuato linearismo, scultori come Wiligelmo, Nicholaus o Niccolò e Benedetto Antelami in Italia, crearono un nuovo repertorio che, in opposizione al precedente bizantino, non era legato a modelli iconografici della scultura classica ma perseguivano il realismo e il naturalismo senza stereotipi, con immediatezza narrativa comprensibile a chiunque senza distinzioni di livello culturale.

La lastra marmorea raffigurante un suonatore di strumento bicalamo nelle Catacombe di Sant’Antioco può, quindi, essere inquadrata in questo contesto storico, artistico e culturale dei maestri lapicidi che operarono in epoca romanica al servizio delle chiese e dei monasteri che in tutt’Europa si andavano edificando. 

Dialoghi Mediterranei, n. 64, novembre 2023 
[*] La prima parte è firmata da Mario Sarica, la seconda parte da Nino Principato.

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Mario Sarica, formatosi alla scuola etnomusicologica di Roberto Leydi all’Università di Bologna, dove ha conseguito la laurea in discipline delle Arti, Musica e Spettacolo, è fondatore e curatore scientifico del Museo di Cultura e Musica Popolare dei Peloritani di villaggio Gesso-Messina. È attivo dagli anni ’80 nell’ambito della ricerca etnomusicologica soprattutto nella Sicilia nord-orientale, con un interesse specifico agli strumenti musicali popolari, e agli aerofoni pastorali in particolare; al canto di tradizione, monodico e polivocale, in ambito di lavoro e di festa. Numerosi e originali i suoi contributi di studio, fra i quali segnaliamo Il principe e l’Orso. Il Carnevale di Saponara (1993), Strumenti musicali popolari in Sicilia (1994), Canti e devozione in tonnara (1997); Orizzonti siciliani (2018). 
Nino Principato, architetto, è giornalista pubblicista specializzato in articoli attinenti i Beni Culturali siciliani e studioso di Storia Patria.  Centinaia di suoi articoli sulla storia ed il patrimonio artistico e monumentale di Messina e della sua provincia sono stati pubblicati su diversi quotidiani, periodici e mensili. È autore di diverse monografie sulla storia e sui beni culturali messinesi fra le quali, Badiazza. La chiesa di Santa Maria della Scala nella Valle a Messina; Guida storico- artistica del IX Quartiere S. Leone; il romanzo storico La luce e le tenebre – Giornate violente e geniali di Caravaggio a Messina; L’Ospedale Piemonte – Cento anni della struttura ospedaliera più antica di Messina; I Templari a Messina; William Shakespeare e la città di Messina e Il Codice Antonello. Lettura in chiave esoterica delle opere del “non umani pictoris”. Nel 1989 ha ideato e disegnato 300 abiti di foggia cinquecentesca e gli archi trionfali per la rievocazione storica dell’ingresso di Carlo V a Messina, organizzata dalla Provincia Regionale di Messina, oggi “Città Metropolitana”.

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