I numeri per abbattere i muri della paura

COPERTINAdi Franco Pittau (*)

In questo contributo ci basiamo sulla sintesi che i redattori del Dossier Statistico Immigrazione 2015 hanno fatto delle innumerevoli statistiche raccolte, cercando a nostra volta di compendiarle in tre punti: il contesto internazionale, quello italiano e le dinamiche territoriali di inserimento. Questo rapporto, il primo del genere pubblicato in Italia, è il 12° da quando i redattori si sono costituti autonomamente nel Centro Studi e Ricerche IDOS (acronimo di Immigrazione Dossier Statistico) ma il 25° da quando i redattori più anziani idearono la ricerca e riuscirono a farla pubblicare dalla Caritas di Roma, allargando poi la collaborazione alla Caritas Italiana e coinvolgendo successivamente anche la Fondazione Migrantes.

In questi venticinque anni ci sono state tre fasi che si sono succedute, arricchendo man mano la capacità egli obiettivi del gruppo di ricerca: la fase ecclesiale (in collaborazione con la Chiesa cattolica), la fase istituzionale (a partire dal 2014) imperniata su una stretta collaborazione con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali presso il Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e infine la fase interreligiosa, avviata nel 2015 attraverso la collaborazione redazionale con la rivista interreligiosa Confronti e il sostegno finanziario del fondo Otto per Mille della Chiesa Valdese.

La metodologia di ricerca, seppure continuamente perfezionata, è rimasta fedele all’intuizione originaria, che consiste nel raccogliere il maggior numero di dati, confrontarli criticamente tra di loro e far sì che l’interpretazione dei diversi aspetti dell’immigrazione emerga dagli stessi elementi statistici,  grazie alla circolarità delle fonti, senza bisogno di ricorrere a ipotesi pregiudiziali di lettura. Invece, per quanto riguarda la proposizione ai lettori dei risultati di questa metodologia, si ha cura di offrire i dati necessari per ripercorrere il percorso seguito dagli autori dei singoli capitoli  e così chi prende in mano il Dossier viene  portato a formarsi le sue opinioni personali, basandosi sulle evidenze statistiche.

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Migranti in marcia in Ungheria

Nel 2014 i migranti nel mondo (232 milioni nel 2013 secondo l’Onu) sono giunti probabilmente a sfiorare i 240 milioni, con una incidenza superiore al 3% sulla popolazione mondiale. Di essi circa 60 milioni sono migranti forzati (aumento annuo di ben 8 milioni): di cui due terzi sono sfollati interni (38 milioni) e il restante terzo sono richiedenti asilo (la categoria che ha conosciuto il più alto tasso di incremento (+54,3%) e rifugiati (rispettivamente 1,8 e 20 milioni). Sono inclusi in queste cifre anche 5,6 milioni circa di palestinesi (dal 1949 sotto il mandato dell’Unrwa). Nel 2015 la Siria è divenuta il principale Paese di origine di richiedenti asilo (3,9 milioni, da aggiungere ai 7,6 milioni di sfollati interni), superando l’Afghanistan (2,6 milioni) e la Somalia (1,1 milioni).

È evidente che a influire sui flussi migratori non sono solo le condizioni economiche ma anche le crisi politiche, militari e ambientali. In Africa ben 21 Stati sono alle prese con guerre e conflitti interni. Ma sui flussi influiscono pesantemente anche le disuguaglianze del pianeta, sempre meno accettabili in un mondo globalizzato, dove trasferirsi (sia regolarmente che irregolarmente) è più usuale rispetto al passato. Sono 1,2 miliardi le persone che sopravvivono con un reddito al di sotto di un dollaro giornaliero (Rapporto Undp), il 46,5% della ricchezza è detenuto da un quinto della popolazione e tra i Paesi più ricchi del mondo la sproporzione, rispetto a quelli più poveri, è veramente abnorme.

Il Nord del Mondo sta scoprendo che la potenza dei flussi migratori non si può contenere solo con le legislazioni restrittive, talvolta in aperta violazione del diritto internazionale in materia di asilo, e neppure con la costruzione dei muri (ne sono stati costruiti o progettati almeno 65 in diversi Paesi del mondo). Inoltre, in prospettiva l’Africa, dove raddoppierà a metà secolo la sua popolazione e, con 2,5 miliardi di abitanti, sarà quasi cinque volte più popolosa dell’Unione europea, che però già ora gode di una ricchezza più di tre volte superiore. Questo continente non sarà in grado di assicurare 700 milioni di posti di lavoro, per cui bisogna mettere in conto più consistenti flussi migratori per motivi economici.

L’Unione Europea nel 2014 si è rivelata l’area continentale maggiormente alle prese con il flussi migratori e in larga misura impreparata alla loro accentuazione, pur rivelandosi sempre più inconsistente la strategia, codificata in apposite normative,  di lasciare agli Stati membri di frontiera la responsabilità di farvi fronte.

Nel 2014, tra i 627.790 richiedenti asilo rilevati dalle statistiche di Eurostat, questi sono stati i primi Paesi di origine: Siria (122.115), Afghanistan (41.370), Kosovo (37.895), Eritrea (36.925) e Serbia (30.840). Tra i Paesi di accoglienza primeggia la Germania (202.815), seguita dalla Svezia (81.325), dall’Italia (64.625), dalla Francia (64.310) e dall’Ungheria (42.775). Invece, per incidenza delle persone accolte sulla popolazione residente, ai primi posti troviamo Svezia (2,1%), Malta (1,5%), Austria (0,9%) e Cipro (0,9%), a fronte di una media europea più bassa (0,3%; in Italia 0,2%). La quota di minori non accompagnati è raddoppiata tra il 2013 e il 2014 (da 12.739 a 23.075, di cui 2.505 in Italia), mentre il numero totale dei minori è passato da 117.090 a 160.395, confermando l’accentuato carattere familiare assunto anche da questi flussi.

Considerando complessivamente sia i cosiddetti migranti economici che i rifugiati e i richiedenti asilo, al 1° gennaio 2014, le persone con una cittadinanza diversa da quella del Paese di residenza sono stati nell’Unione Europea (a 28) 33,9 milioni. Gli immigrati sono aumentati di 2,2 milioni rispetto al 2009 ma stabili rispetto all’anno precedente, al netto però di circa 1 milione di immigrati che hanno assunto la cittadinanza di uno degli Stati membri nel 2013. L’andamento del numero degli immigrati deve essere riferito anche al modesto tasso di crescita che l’UE sta conoscendo in questi anni. L’incidenza dei residenti stranieri è del 6,7% sulla popolazione totale. Prevalgono i cittadini dei Paesi terzi (20 milioni) sui cittadini comunitari (14 milioni). I principali Stati membri di accoglienza sono la Germania (7 milioni), il Regno Unito e l’Italia (5 milioni ciascuno), la Spagna (4,7 milioni) e la Francia (4,2 milioni). Nei grandi Stati UE centro-orientali l’incidenza degli stranieri continua, invece, a essere marginale (0,3% in Polonia e 0,4% in Romania).

A fronte del timore che la libera circolazione possa causare un aggravamento della criminalità a livello europeo, questa, secondo i dati Eurostat, è complessivamente diminuita del 31,1% (da 34.266.433 denunce nel 2004 a 23.626.028 nel 2012). Né è giustificato equiparare gli spostamenti dei richiedenti asilo a una invasione, tanto meno islamica. Infatti gli stranieri originari di Paesi a tradizione musulmana, nonostante siano in aumento, a metà secolo incideranno per il 10% sulla popolazione europea (previsione del Pew Research Center).

 Mappa stranieri in Italia per paese d'origine

Mappa stranieri in Italia per paese d’origine

Il contesto italiano

L’Italia è uno dei grandi Paesi europei di immigrazione, con 5.014.000 stranieri residenti alla fine del 2014 (incremento di 92.000 unità rispetto all’anno precedente), mentre i cittadini italiani all’estero, aumentati di 150.000 unità, sono diventati 4.637.000 nell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (ma anch’essi 5 milioni secondo le anagrafi consolari). L’incidenza degli immigrati sulla popolazione (8,2%) continua a essere superiore al valore medio europeo. Inoltre, il Dossier ha stimato in 5.421.000 persone la presenza straniera regolare complessiva, includendovi anche i soggiornanti non comunitari in attesa di registrazione anagrafica.

Contrariamente a quanto è diffuso presso l’opinione pubblica, gli stranieri residenti in Italia per oltre la metà sono cittadini di un Paese europeo (oltre 2,6 milioni), e poco meno del 30% provenienti da un Paese dell’UE (1,5 milioni). La collettività più numerosa è quella romena (1.131.839), seguita dai cittadini dell’Albania (490.483), del Marocco (449.058), della Cina (265.820) e dell’Ucraina (226.060).  Nel 2014 sono sbarcate in Italia oltre 170mila persone, tra richiedenti asilo e migranti economici (con la previsione di un andamento simile nel 2015), ma diverse altre sono arrivate per ricongiungimento familiare e per altri motivi (religiosi, sanitari, di studio, ecc.) attraverso i canali regolamentari. Le richieste di asilo registrate nell’anno sono state 64.625 (l’andamento è stato sostenuto anche nel 2015) e hanno coinvolto persone provenienti in prevalenza dall’Africa subsahariana (Nigeria 10.135, Mali 9.790, Gambia 8.575 e Senegal 4.675), ma in buona misura anche dall’Asia (Pakistan 7.150, Bangladesh 4.535 e Afghanistan 3.120) e, per quanto riguarda l’Europa, dall’Ucraina (2.800).

Il sistema di accoglienza italiano per i richiedenti e i titolari di protezione internazionale continua ad essere frammentato e comprende alla fine di luglio 2015: 4 Centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa); 10 di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e di accoglienza (Cda); la rete Sprar (Sistema di protezione per rifugiati e richiedenti asilo) e le strutture di accoglienza temporanea (Cas). Nel giugno 2015  i migranti accolti erano 78.484, di cui 19.716 nel Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (Sprar) e i restanti in strutture temporanee o di prima accoglienza.

Nel 2014 le persone intercettate dalle forze dell’ordine in condizione irregolare sono state 30.906 (dati del Ministero dell’Interno) e di esse il 50,9% è stato effettivamente rimpatriato (15.726). Gli arrivi via mare di profughi e altri migranti sono stati 170.000. Le richieste d’asilo sono state 64.625 nel 2014 e 30.535 nei primi sei mesi del 2015. Sono stati 129.887 i cittadini stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel 2014 (+29% sul 2013, che già registrava un fortissimo aumento rispetto all’anno precedente), mentre sono in leggera diminuzione i matrimoni misti (18.273, il 9,4% delle 194.097 nozze celebrate nel 2013), ai quali si aggiungono quelli  celebrati tra stranieri (7.807, il 3,8% del totale).

Gli occupati stranieri nel 2014 sono risultati 2.294.000 (1.238.000 uomini e 1.056.000 donne), più di un decimo degli occupati complessivi (10,3%), con un tasso di occupazione nuovamente in leggero aumento. In agricoltura, uno dei settori maggiormente esposti a sfruttamento, nel 2014 i lavoratori nati all’estero (tra cui è incluso un certo numero di italiani di ritorno) sono stati 327.495. Nel 2014 tra gli stranieri i disoccupati ammontano a 466.000, il tasso di occupazione è del 58,5% (55,4% tra gli italiani) e il tasso di disoccupazione del 16,9% (12,2% tra gli italiani).

Sul versante della multireligiosità, secondo la stima elaborata dal Dossier che fa riferimento agli stranieri residenti in Italia a fine 2014, i cristiani sono quasi 2 milioni e 700mila (il 53,8% del totale, con prevalenza degli ortodossi), i musulmani più di 1 milione e 600mila (32,2%), i fedeli di religioni orientali (induisti, buddhisti, sikh e altri) più di 330mila, gli ebrei circa 7.000, i seguaci di religioni tradizionali 55mila, gli appartenenti a gruppi religiosi più difficilmente classificabili 84mila, mentre ammontano a 221mila gli atei e gli agnostici. Un panorama multireligioso estremamente articolato, ma che non trova ancora un adeguato riconoscimento in un contesto giuridico di cui da tempo si auspica un perfezionamento.

foto n.3Le dinamiche di inserimento in Italia

A livello abitativo, la morosità incolpevole ha motivato nel 2014 circa il 90% delle richieste di sfratto in Italia, coinvolgendo molte famiglie immigrate. I costi d’affitto nelle aree metropolitane, dove gli immigrati sono più numerosi, risultano decisamente più alti e superano il livello considerato “oneroso” (la soglia del 30% del reddito). Molti capifamiglia stranieri hanno trovato un rimedio alle peggiorate condizioni di vita nel rimandare temporaneamente la moglie e i figli nel Paese di origine. D’altra parte, complici la crisi occupazionale e le restrizioni nella concessione dei mutui, l’affitto resta la scelta maggioritaria da parte delle famiglie di immigrati (62,8%), seguito dall’acquisto dell’abitazione (19,1%), a cui si aggiunge un 9,8% di persone in coabitazione con parenti o altri connazionali e un 8,3% dimorante presso il luogo di lavoro (Osservatorio nazionale Immigrati e casa – IX Rapporto). È comprensibile che gli immigrati partecipino numerosi ai bandi per l’assegnazione di alloggi pubblici (arrivando spesso a rappresentare il 50% delle domande), ma la percentuale di alloggi effettivamente assegnati loro è, quasi sempre, inferiore alla loro incidenza sulla popolazione.

Va anche superato il pregiudizio che gli immigrati pesino eccessivamente sulla spesa sanitaria. Anche la frequenza di patologie infettive, di cui molto si parla, ha numeri contenuti e un’incidenza generalmente in diminuzione in rapporto alla popolazione di riferimento, risultato da ascrivere alla scelta di favorire l’accesso ai servizi sanitari senza esclusioni.

Come scrivono nella loro introduzione i coordinatori del Dossier Statistico Immigrazione 2015, Ugo Melchionda (presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS) e Claudio Paravati (direttore della rivista interreligiosa Confronti):  «Da molti anni siamo alle prese con gli effetti della crisi economica più lunga dal dopoguerra ad oggi, ma l’immigrazione può costituire un sostegno non solo per lo sviluppo dei Paesi di origine (basti pensare alla funzione delle rimesse o degli immigrati imprenditori) ma anche per l’Italia, sostenendone l’equilibrio demografico e, soprattutto in questa fase, la ripresa economica e occupazionale».

FOTOn.4Riflessioni sul percorso di integrazione

L’Italia è un Paese da considerare di consolidata immigrazione, per giunta in aumento, secondo le previsioni dei demografi. Tra gli immigrati si riscontra una accentuata tendenza all’inserimento stabile: acquisizioni di cittadinanza, iscrizioni a scuola, incidenza sugli occupati e sulle nascite. Ma a questo fenomeno non corrisponde, o vi corrisponde in misura insufficiente, un’apertura generalizzata da parte della società di accoglienza, né il processo di integrazione viene favorito da chi li discrimina di fatto, o teorizza il trattamento differenziato. Su un totale di 1.193 denunce raccolte dall’Unar durante il 2014, sono 990 quelle giudicate pertinenti, e in parte si tratta di discriminazioni effettuate a livello istituzionale. Sono diffuse le tensioni sociali e si sono verificati gravi episodi di vera e propria violenza xenofoba ai danni di immigrati, richiedenti asilo e rifugiati, minoranze rom e sinti.

Per superare queste chiusure serve una corretta informazione, a partire dalla riflessione del continuo bisogno di supporto demografico della popolazione italiana in avanzato processo di invecchiamento, e delle funzioni positive che sta svolgendo il fenomeno migratorio, in parte adombrate dai dati riportati in precedenza e, quindi, sottolineato da quelli che seguono.

A livello internazionale l’immigrazione è una realizzazione concreta del programma, a voce fatto proprio da tutti i partiti, che insiste sulla necessità di  sostenere lo sviluppo dei Paesi di origine. I migranti rimediano, almeno in parte, alle disparità economiche tra i diversi Paesi con le loro rimesse: 436 miliardi di dollari inviati verso i Paesi in via di sviluppo nel 2014 a livello mondiale (con un aumento annuale del 4,4%), di cui 5,3 miliardi di euro dall’Italia (rispettivamente, dati Banca Mondiale e Banca d’Italia).

In Italia essi sono stati di fatto un ammortizzatore della crisi nei confronti degli italiani, che altrimenti sarebbero stati ben più gravi. Sono stati 154.686 (+6,2% rispetto al 2013) i permessi di soggiorno, in prevalenza rilasciati per motivi di lavoro e di famiglia, che non sono stati rinnovati, con il conseguente obbligo, per gli interessati, di lasciare l’Italia, per cui nei loro confronti non c‘è stato più un sostegno pubblico. In sei anni, a partire dal 2008, i lavoratori stranieri sono stati quelli che hanno subito maggiormente la crisi e il loro tasso di occupazione ha perso nel complesso 8,5 punti

Pagano tra i 7 e gli 8 miliardi di contributi pensionistici l’anno ma sono in pochi ad andare in pensione, per cui assicurano risorse per il pagamento di oltre mezzo milione di pensioni agli italiani (stima della Fondazione Moressa). Sono, infatti, pochi i pensionati: i non comunitari beneficiari di pensioni previdenziali per invalidità, vecchiaia e superstiti sono 35.740 (pari allo 0,2% di tutti i beneficiari), mentre i titolari di pensioni assistenziali sono 51.361 (1,4% del totale). Inoltre, poiché un consistente numero non riesce a maturare il diritto alla pensione (tra quelli costretti a rimpatriare e anche tra chi può rimanere in Italia), l’Inps ha stimato che abbiano lasciato nelle casse previdenziali oltre 3 miliardi di euro improduttivi di prestazioni.

I benefici derivanti dalla presenza immigrata in questa fase sono, però, di natura più ampia. Secondo una stima riportata nel Dossier, le entrate fiscali e previdenziali ricollegabili ai lavoratori immigrati sono state nel 2013 pari a 16,6 miliardi di euro, mentre il totale delle uscite sostenute nei loro confronti è stato di 13,5 miliardi (saldo positivo di 3,1 miliardi di euro). Peraltro, nel 2013 il contributo al Pil nazionale assicurato dagli occupati stranieri è stato di 123.072 miliardi di euro (l’8,8% del totale). Le spese sono contenute a livello sanitario. Secondo i dati del Ministero della Salute in dieci anni (2003-2012) i ricoveri ospedalieri ordinari, pur aumentando gli immigrati del 161,5%, sono cresciuti solo del 52,6% e hanno determinato un aumento complessivo dei ricoveri del 2,5% (Ministero della Salute).

A leggere bene i dati, gli immigrati non costituiscono il maggiore fattore di peggioramento del panorama della devianza. Nel periodo 2004-2013 le denunce penali con autori noti sono passate da 692.000 a circa 897.000; ma mentre quelle verso italiani, a fronte di una popolazione in leggera diminuzione, sono aumentate da 513.618 a 657.443 (+28,0%), quelle a carico di stranieri, a fronte di una popolazione più che raddoppiata, sono diminuite da 255.304 a 239.701 (-6,2%). Al 30 giugno 2015 i detenuti nelle 198 carceri italiane sono stati 52.754, di cui 17.207 stranieri, ovvero il 32,6% del totale, quattro punti percentuali in meno rispetto a cinque anni fa: nel contesto di una decrescita della popolazione detenuta, gli stranieri sono diminuiti in misura maggiore rispetto agli italiani.

Nel 2014, l’UNAR ha registrato 347 casi di espressioni razziste sui social network, di cui 185 su facebook e le altre su twitter e youtube. Questi episodi, a loro volta, sono stati linkati su almeno altri 326 siti, producendo quasi 700 eventi di intolleranza informatica. Questa è la deriva da contrastare, perché lesiva dei diritti dei nuovi arrivati e contraria agli interessi dell’italia. Un cambiamento di approccio deve essere effettuato anche nei confronti della popolazione rom (6 milioni di persone nell’Ue e tra 120mila e 180mila in Italia, per il 60% minorenni secondo il Rapporto annuale 2014 dell’Associazione 21 luglio).

Alla società civile spetta un ruolo fondamentale, anche perché i processi di integrazione quotidiana costituiscono la base per arrivare a soluzioni normative più soddisfacenti, come di recente è avvenuto riguardo alla riforma della cittadinanza ispirata a uno ius soli temperato. Non mancano i passi fatti in avanti, ma molto resta ancora da fare per costruire una società più aperta e coesa. Questo è il messaggio dei dati riportati nel Dossier Statistico Immigrazione 2015.

Dialoghi Mediterranei, n.16, novembre 2015
(*) in collaborazione con Ugo Melchionda (presidente di IDOS) e Claudio Paravati (direttore di Confronti), coordinatori del Dossier edizione 2015.

Appendice

Il fenomeno migratorio in Italia nel 2014: i dati del Dossier Statistico Immigrazione

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Franco Pittau, ideatore del Dossier Statistico Immigrazione (il primo annuario di questo genere realizzato in Italia) e suo referente scientifico fino ad oggi, si occupa del fenomeno migratorio dai primi anni ’70, ha vissuto delle esperienze sul campo in Belgio e in Germania, è autore di numerose pubblicazioni specifiche e, come presidente del Centro Sudi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico, è intensamente occupato a livello di formazione e sensibilizzazione. Insieme alla sua équipe ha curato nel 2014 la pubblicazione bilingue del volume La comunità marocchina in Italia. Un ponte sul Mediterraneo.

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