I muri del disonore

Ai confini dell'Ungheria

Ai confini dell’Ungheria

  di Nino Giaramidaro

 Filo spinato. Argenteo, brillante, nuovissimo: a quanto pare, conservato come un rimorso nei magazzini della crudeltà ai quali molti Paesi non sanno rinunciare. Sotto la pinnata dell’ex Uccellaccio, ora bar con nome incomprensibile, circondato da grappoli di coevi con annesso scopone, e stampelle sghimbesce, sedie a motore, discorsi sportivo-pensionistico-ecopolitici, bastoni fuoriuscenti e pantaloncini corti sopra le peggiori scarpe in circolazione, guardo il quaranta pollici. Non so come finirà questa storia di violenza, da maramaldi. Spero che l’ukuku, l’uccello del sonno e del dolore nel cuore, non ricominci a volare.

Cavalli di Frisia. Al di qua, popoli dell’esodo. Uomini, donne e bambini: tanti bambini, tutti bellissimi e tristi, tutti obbligati a una fatica non loro: seguire a piedi – pure nudi – i passi più lunghi. Il cameraman fa la navetta su un briciolo dello sterminato itinerario, così sembra che i pellegrini vadano e ritornino sulla via crucis che si interrompe davanti alla nuova cortina di ferro. Muri metallici, chilometri di muri.

Al di là, poliziotti, esercito, riserve dell’esercito, richiamati, idranti, manganelli, lancia lacrimogeni. Sì, c’è da piangere. Mi sento con un dolore esausto e cronico. Narcotizzato. Devo concentrarmi per provare qualcosa: una specie di pietà, una rabbia diluita sotto i guizzi di immagini in decine di pollici, sempre uguali, anzi le stesse ripetute, ripetute, ripetute. Mi sento colpevole della mia pensione, del caffè ristretto, della poltroncina arancione riparata dal sole e alleviata da un ponente a maestrale carezzevole e salino. Solitari conforti, questo sigaro che prima o poi mi ucciderà, e una piccola Hohner Tango 1, scorticata e logora di tante mani, che suona Ciuri ciuri, My way, Violino zigano, Il carnevale di Venezia e altri scampoli struggenti con accento rumeno, spero abusivo e clandestino.

Difficile fare il censimento dei muri, ogni giorno l’annuncio rassicurante che se ne alza un altro, tutti vigilati con largo spargimento di  uniformi scure, nere. Il colore delle malefatte dei popoli, del rimorso, del buio anche della mente. Vanno a fermarsi lì davanti le migliaia di scappati – non voglio sapere da dove – dopo miglia e miglia di cammino. Scarpe rotte, vestiti laceri, bagagli peggiori di quelli di Rocco e i suoi tantissimi fratelli. Di fronte a quei fucili neri e tecnologici, manganelli alla moda, razzi, lacrimogeni e idranti preparati per accogliere la speranza di tanta povertà esiliata e straripante paura, sopravvissuti che credono che l’Europa sia migliore dei loro aguzzini.

Ungheria

Ungheria

Muri ungheresi. Di quell’Ungheria prima nell’Est ad allearsi coi nazisti: mezzo milione di profughi accolti a Parigi, a Londra, in America. L’Ungheria di  Ferenc Puskas, numero 10 con dall’altro lato Sandor  Kocsis nella Grande Ungheria che vinceva 7-1 con l’Inghilterra e 8-3 con la Germania. La stessa di Gyorgy Lukacs, fascinatore con il suo socialismo umanistico. Oppure di Endre Erno Friedman, scappato giovane da Budapest per sfuggire al governo di estrema destra e diventato il Robert Capa dalle indimenticabili fotografie. Nel piccolo mondo antico (anni ’50) di Mazara, un esule in knickerbockers sul campo di calcio: Garabedian, magro, armeno, allenatore errante, silenzioso nei suoi pantaloni alla zuava, forse aveva un bastoncino e qualche segreto.

Vorrei essere risarcito della commozione e delle lacrime davanti alle fotografie di Mario De Biase su Epoca, una rivista che non mi piaceva, in quel freddo autunno del ’56. Non capivo nulla di quanto era accaduto, ma quelli erano morti nel nevischio sporco di una Budapest ingrigita, con il Danubio non più blu e le Honher e i violini senza più suoni. Al di là della “cortina”, lontano, in un mondo imperscrutabile e pieno di soldati.

Esodi, muri e filo spinato, guerre, persecuzioni. Viviamo o riviviamo? C’è da confondersi in questo gioco del tempo che sembra muoversi come la navetta di una Singer. Sì, l’Europa ha una memoria così labile da dimenticare anche cose non ancora accadute. Ma che potranno accadere. Un sondaggio di Der Spiegel rivela che Angela Merkel ha perduto molti dei suoi teutonici sì dopo l’apertura all’immigrazione: contrordine, richiusura. Un muro umano e spontaneo alzato in Finlandia per respingere i pellegrini, giunti sino a quel freddo dal Medio Oriente della sabbia e del sole, degli spezzoni, delle tempeste di aerei e di coltelli insanguinati. I francesi fanno baluardo lungo la frontiera di Ventimiglia: sanno a memoria come disporsi. Persino muri bulgari e greci. A Bratislava, città delle zanzare, manifestazioni contro le ripartizioni (quote) dei fuggiaschi. Gli olandesi, quelli che sconfissero il mare con le dam e  che danno sempre lezioni – ai terroni specialmente – anche se intontiti dalla birra, a larga maggioranza parlamentare hanno deciso non di negare l’accoglienza ma di espellere 26 mila stranieri e deportarli in Cecenia, Iran e altri Paesi. Gli attaccabrighe dei Balcani cercano di litigare, dirottano folle stremate, chiudono strade.

Basta, non riesco più ad elencare, ricordare, avere presenti e vive le capacità nell’iniquo della Mitteleuropa dei valzer e dell’igiene, dell’ordine e dei grandi pensatori, e di quelli più piccoli che spiegano vizi ed errori, soprattutto degli altri.

 Berlino (foto Giaramidaro)

Berlino (foto Giaramidaro)

Circolano refrain obliqui che forse contengono sottoletture sfuggenti. Obama dice che «correnti pericolose rischiano di spingerci  verso il buio» e che «aiutare i rifugiati è questione di sicurezza globale». Putin vuole concertare anche con l’Europa «strategie alternative a quelle Usa» per mettere ordine. I cinesi sorridono. Il premier Abe sostiene che il Giappone deve «migliorare la condizione dei cittadini prima di accogliere profughi». Un passaparola elettorale di Orban sembra esumato da detriti di memoria: «L’Ungheria per gli ungheresi». Renzi: «È immorale il rifiuto di accogliere profughi da parte dei paesi dell’Est. L’Europa è nata per abbattere i muri, non per crearli». Juncker: «Alzare muri è la fine dell’Europa». «Tutti i muri crolleranno, oggi, domani, dopo cento anni», rassicura il Papa. Ma le trombe di Gerico non danno suoni. Due settembre: cinque navi da guerra cinesi navigano a 12 miglia dalle coste Usa. Pochi giorni prima, un convoglio della Marina russa attraversava le acque territoriali americane nell’Artico. Non si contano gli sconfinamenti dell’Air Force. Alla Raf sarebbe stato ordinato di sparare sui Mig se troppo vicini. Inglesi solerti, dall’orgoglio imperiale a “mulattier serventi”.

Mentre scrivo, intorno ai Tornado italiani c’è agitazione, una qualche impazienza. I Mig russi bombardano e alla Nato – pseudonimo degli Usa in Europa – saltano i nervi: devono smettere, colpiscono obiettivi sbagliati. A Kunduz, in Afghanistan, aerei americani della Nato bombardano un ospedale di Medici senza frontiere: 22 uccisi e 33 dispersi, cioè morti in incognito. C’è il cordoglio di Obama per il “tragico incidente”, l’indignazione dell’UE, “danni collaterali”, giustifica il governo afghano. Gli Usa pagheranno una “compensazione adeguata”, ma rifiutano l’indagine internazionale per crimini di guerra: sì, ci vuole il consenso dell’accusato per fare i processi.

Nel Mediterraneo gli italiani continuano a trasbordare fuggiaschi da barconi sulle rotte del naufragio. Disperati arrembaggi per cercare di strappare uomini donne e bambini alla Grande Madre Nera, in quell’acqua rossastra dove non si specchia più l’ala benigna di Asherat-del-mare. Un lavoro da Sisifo, in luoghi dove, anche volendo, non è possibile alzare muri. Italia, Grecia e Turchia senza muri possono contare sulla compassione dell’Europa: non devono essere lasciate sole.

Croazia

Croazia

Nell’Europa delle parole, crescono intanto tutte le Alba Dorada, gli eredi delle Croci Frecciate, Fronti nazionali e Partiti della libertà. Contro questo immortale Faust, l’UE ha un piano segreto: espellere 400 mila migranti ai quali è stato negato il timbro, rimpatriarli lì da dove sono scappati consumando pure l’ultimo centesimo. Lo scrive il Times, e aggiunge che se i Paesi d’origine non si riprenderanno i rifiutati, Bruxelles negherà loro aiuti e non concederà più visti. «Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie»: Theodor Ludwig Wiesengrund-Adorno si pentì di queste parole, e disse che non erano giuste. Ma tutte le cose che si scrivono lasciano una traccia, un inchiostro simpatico che riaffiora, e il tempo, che è pure segugio, forse oggi ci riporta, abbaiando, quella frase che sembrò spaventosa pure al suo autore.

Non so come finirà questa storia di violenza, da maramaldi. Spero che l’ukuku, l’uccello del sonno e del dolore nel cuore, non ricominci a volare.

Dialoghi Mediterranei, n.16, novembre 2015
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Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie degli anni sessanta in una mostra dal titolo “Alla rinfusa”.

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