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I mercati di Palermo fra storia e attualità. Un fenomeno di lunga durata

Via Ballarò (foto S.Plano)

Via Ballarò (foto S.Plano)

 di   Orietta Sorgi

Sin dalle origini Palermo sembrò un luogo destinato agli scambi, per una vocazione quasi naturale dovuta alla felice posizione del suo sito, chiuso fra le colline e il mare. Così nacquero i mercati, nella città antica, lungo il corso dei fiumi o vicino al mare, nei pressi del porto entro cui arrivavano o da cui partivano le merci più diverse. Quando, alla fine del X secolo un mercante di Bagdad, Ibn Hawqal, visitava Palermo così annotava l’assetto dei mercati nei suoi appunti di viaggio:

La più parte de’ mercati giace tra la moschea di ‘Ibn Siqlȃb e questo Quartier Nuovo: per esempio il mercato degli oliandoli [commercianti d’olio ndr] che racchiude tutte le botteghe de’ venditori di tal derrata. I cambiatori e i droghieri soggiornano anch’essi fuori le mura della città; e similmente i sarti, gli armaiuoli, i calderai, i venditori di grano e tutte quante le altre arti. Ma i macellai tengono dentro la città meglio che centocinquanta botteghe da vender carne; e qui (tra i due quartieri testè nominati) non ve n’ha che poche altre. Questo (grande numero di botteghe) mostra la importanza del traffico suddetto e il grande numero di coloro che lo esercitano. Il che puossi argomentare dalla vastità della loro moschea; nella quale, un dì ch’era zeppa di gente, io contai, così in aria, più di settemila persone: poiché v’erano schierate per la preghiera più di trentasei file, ciascuna della quali non passava il numero di dugento persone (in Biblioteca arabo-sicula, trad. M. Amari, 1880).

Questa preziosa testimonianza rivela come già in età musulmana la città era suddivisa in quartieri, ognuno in funzione dei suoi mercati: il Cassaro e la Galca corrispondenti alla paleopolis, dove vi era il principale emporio di mercanzie varie, As-asimat (la fila), presente, con ogni probabilità, già nel periodo punico-romano e bizantino; la Kalsa, sede dell’emirato, con quella che poi si sarebbe chiamata la fieravecchia, destinata alla compravendita del bestiame; e i due quartieri ricadenti nella prima espansione urbana, il rabat fuori le mura: Ballarò, dall’etimologia ancora incerta, che potrebbe rimandare ad un luogo di raccolta dei prodotti dei villaggi agricoli circostanti, si sviluppava lungo il fiume Kemonia; il Seralcadi col mercato del Capo, sito nella parte superiore del quartiere (Caput Seralcadi), sorgeva lungo il fiume Papireto. A questi si aggiungeva anche il mercato di spezie Suq-ȃl-Attarin, nei pressi della Moschea, tra la chiesa di S. Nicolò da Tolentino e la piazza S. Anna, e altri di minore importanza e dimensioni. Anche Edrisi e Ibn Gubayr, in età normanna, riferivano di una città fiorente, ricca di mercanzie, dove i musulmani, stabilitisi nei nuovi quartieri, detenevano interamente i commerci. In quell’epoca infatti, tale assetto rimaneva sostanzialmente immutato, aggiungendosi solo il quartiere di Porta Patitelli, sorto su quelle aree divenute disponibili dopo l’interramento del porto, in prossimità dell’antica porta di mare Bab- al- Bahar. 

Ugo Falcando, cronista d’epoca normanna, accennava all’insediamento delle comunità di Amalfi e più tardi di Genova, Pisa e dei Catalani, nel quartiere delle Logge, fra l’attuale piazza San Domenico e l’odierno quartiere della Vucciria, spingendosi lungo la piazza del Garraffello, che per questo sarà detta logia mercatorum. Gli amalfitani dediti al commercio di panni e sete, risiedevano nella piazzetta S. Andrea, mentre gli altri addetti ad attività artigianali e mercantili varie, eleggevano a propria dimora il rione del Garraffello. Nello stesso quartiere e a piazza Caracciolo in particolare, sorgeva, con gli angioini, la Bocceria Grande, luogo dei macelli e del mercato della carne, successivamente spostati, nel 1454, tra via Candelai e piazza S.Onofrio. Da quel momento la Vucciria, Boucherie vecchia o mercato della Foglia, sarebbe stata destinata solo alla compravendita di verdure e ortaggi.

 Ballarò ( foto M. De Francisci)

Ballarò ( foto M. De Francisci)

Nel XVI secolo lo storico Tommaso Fazello confermava la presenza di un mercato per ogni quartiere, così anche nel Seicento Vincenzo Di Giovanni, e più tardi, alla fine del XVIII secolo, il Marchese di Villabianca, quando le vie Toledo (oggi corso Vittorio Emanuele) e Maqueda costituivano i nuovi assi commerciali della città destinati ai negozi più eleganti dell’aristocrazia cittadina, mentre le antiche piazze di grascia restavano confinate nei vecchi quartieri della città medievale. Così si è mantenuta la distribuzione dei mercati nel territorio urbano per tutto l’Ottocento e la metà del Novecento, fino a quando i bombardamenti alleati del 1943 finirono col provocare una battuta d’arresto delle attività commerciali.

Nel secondo dopoguerra, malgrado l’esodo dei residenti verso le nuove periferie, gli antichi mercati ripresero lentamente la loro attività. Ma l’espansione urbana verso la parte settentrionale era ormai inarrestabile: nel Cinquecento col prolungamento del molo portuale a nord, oltre la porta San Giorgio dove vi era la tonnara, un altro mercato fuori le mura era sorto in quel piccolo borgo attorno alla chiesa di Santa Lucia, punto d’arrivo della gran parte dei pescatori e marinai provenienti dalla Kalsa e da Castello San Pietro. Quel Borgo detto Santa Lucia assumeva così la fisionomia di un mercato del  pesce per via della vicinanza col porto, dove sorgevano anche una serie di magazzini e depositi per il frumento, il cui commercio era stato monopolizzato da una colonia di lombardi.

Vucciria, via maccheronai (foto S. Plano)

Vucciria, via maccheronai (foto S. Plano)

Di fatto ancora oggi i tre mercati storici sopravvissuti alle grandi trasformazioni del Novecento, come il Capo, Ballarò e la Vucciria sono rimasti lì, nei luoghi di primo impianto, rivelando, nell’arco della loro lunga durata, un’ostinata resistenza al cambiamento verso sedi più funzionali. Nati in punti strategici della città antica, vicino al mare o lungo i corsi d’acqua dei fiumi, i mercati hanno mantenuto nel tempo l’antica configurazione ambientale e culturale: uno scenario scompaginato, a frammenti, ancora vitale malgrado tutto,  che  si ripete ogni giorno con una peculiare liturgia e in una sorta di miracoloso equilibrio fra vecchio e nuovo. Questa memoria vivente messa in forma da una fitta trama di relazioni umane e da un insieme di pratiche orali ci riporta alla città medievale, ai vicoli, piazzette e cortili, quali referenti di rapporti comunitari.

In questi spazi fortemente marcati dalla tradizione vengono montate e dismesse impalcature architettoniche effimere: tendaggi e ombrelloni vivacemente colorati a strisce,  bancarelle volanti e banconi di marmo illuminati da lampadine pensili e immagini devote di protezione, fotografie dei propri defunti, ornate da ceri e fiori, su cui risalta al centro il capofamiglia, fondatore dell’attività commerciale. Fra le merci i cosiddetti “pizzini”, etichette col prezzo simulato in modo tale da attirare il cliente, con l’illusione di un risparmio che è poi solo apparente: 0,999 centesimi anziché un euro. Infine i coppi completano il corredo essenziale del mercato: si tratta di fogli di carta giallo-ocra o di vecchi giornali arrotolati a cono, disposti in coffe (sporte, ceste) di vimini e pronti ad accogliere le merci. Alle pareti risaltano le insegne della bottega col nome del gestore, dipinte su legno con tonalità cromatiche vivaci, raffiguranti di solito i generi alimentari in vendita ma anche i contesti di produzione soprattutto marinari o le immagini devote  a tutela dell’attività.

Mercato-del-Capo,viaPorta-Carini (foto-S.-Plano)

Mercato del Capo, via Porta Carini (foto S. Plano)

 Si tratta in fondo di un universo marginale, realizzato con arredi di riciclo, su cui persiste un tessuto sociale segnato dalla cultura della povertà, secondo la definizione di Oscar Lewis nella sua opera del 1973, in aree che pur centrali fisicamente si rivelano oggi come luoghi di segregazione sociale (Guarrasi 1978). A tutto questo si contrappone l’abbondanza vistosa della merci alimentari e la grandiosità del loro allestimento sui banconi di vendita: imponenti costruzioni piramidali di frutta e ortaggi, erette secondo codici cromatici mai casuali e regole costruttive convalidate nel tempo e finalizzate ad attirare l’attenzione dei passanti. Animali scannati appesi al gancio ed esposti all’aperto a mò di trofeo, pesci minuti e da taglio accuratamente distribuiti sul marmo con motivi ornamentali; trecce d’aglio disposti in alto come ghirlande e mazzi di peperoncino con funzione augurale (Bonanzinga 2006). Entro siffatto palcoscenico irrompe il paesaggio sonoro del mercato, costituito in larga misura dalle grida dei venditori, dal brusio degli acquirenti e ormai anche dal rumore assordante dei ciclomotori che si insinuano fra il flusso dei passanti. Voci, suoni e rumori restano comunque legati in un intreccio indissolubile che è proprio del mercato, dagli effetti cromatici forti e dalle intense sensazioni olfattive e uditive.

La verità è che il mercato storico è ancora oggi un fatto sociale totale, secondo un’espressione cara alla Sociologia francese, e in particolare a Marcel Mauss, dove le relazioni reciproche fra gli uomini che si instaurano attraverso lo scambio non investono soltanto gli aspetti economici in senso stretto, ma religiosi, ludici e aggregativi in varie forme. Un luogo di scambio non soltanto di merci o di beni ma di saperi ed esperienze, un luogo di interrelazione e comunicazione come elemento fondativo di ogni cultura (Buttitta, 2006:15-16).

D’altra parte è proprio il sistema sonoro del mercato a richiamare un passato non lontano della Sicilia, quando la comunicazione avveniva principalmente attraverso il parlato. Finchè l’uso e la diffusione della carta stampata erano limitati alla ristretta cerchia dell’aristocrazia terriera, della nascente borghesia urbana e del clero, la trasmissione del sapere per gran parte della popolazione, restava affidata all’oralità. Il tammurinaro o banditore, annunciava gli atti del Senato cittadino e gli avvenimenti pubblici, associando il suo grido alla percussione dello strumento musicale ed era considerato un esperto di questa particolare retorica ritmica. Tale era anche la funzione dei cantastorie che nelle pubbliche piazze narravano fatti di cronaca a volte romanzati, seguendo gli episodi sui cartelloni illustrativi e accompagnandosi con la musica.

 Mercato di Ballarò (foto S. Plano)

Mercato di Ballarò (foto S. Plano)

Non vi è dubbio che la tecnica vocale e la specifica cadenza delle abbanniate, grida di richiamo dei venditori, dovette in origine conformarsi a tali modalità della comunicazione orale con quell’enfasi declamatoria così efficace nell’attirare l’attenzione della gente. In tutti i casi si tratta ancora di un linguaggio pubblicitario sui generis dove prevale il ricorso a figure retoriche quali la metafora: come ad esempio  nella abbanniata delle fave al mercato del Capo che associa le qualità del legume alla dolcezza dei cannameli, dolci di pasta di miele; oppure a quella del peperone di cui si esalta la consistenza  migliore della carne, considerata nella miseria un vero e proprio privilegio. Ancora al Capo le qualità dell’uva bianca da tavola ricordano i riccioli d’oro delle chiome femminili, mentre quelle degli spinaci vengono associate alla forza di Braccio di Ferro, per l’influenza dei fumetti e dei cartoni animati. La bellezza del tonno fresco (tunnina) ricorda quella di “una signorina” e pertanto la si può baciare (l’invocazione declamatoria è generalmente accompagnata dal bacio sulla guancia del pesce).  Altrove si ricorre alla metonimia – una parte per il tutto – come nel caso delle abbanniate di frutta e ortaggi: u culuri cci a taliari, basta il colore ad indicare la freschezza e la bontà dell’intero prodotto, oppure all’iperbole, esagerazione smisurata delle proprietà e dimensioni delle merci in vendita. In taluni casi l’enfasi declamatoria dei banditori assume toni licenziosi e allusivi come avviene nell’abbanniata della zucchina o del cetriolo. Un fenomeno che rimanda per molti versi alla vita di piazza del Medioevo per quella dimensione pubblica, comunitaria che si esprime in comportamenti rituali e collettivi con un linguaggio forte e colorito, spesso declamato e perfino grottesco che allude al “basso” del materiale-corporeo (Bachtin 1979).

Ma se è vero che in questa veste il mercato è un deposito della memoria, è pur vero che essendo per sua stessa natura un luogo di negoziazione, diviene un fenomeno dinamico, aperto al cambiamento, spazio di frontiera in cui confluiscono le diversità. Non è un caso che negli ultimi decenni, i nostri mercati sono divenuti il punto d’arrivo dei migranti che proprio lì e non in altri luoghi storici della città eleggono la loro dimora e l’attività commerciale (Cusumano 2012). Le nuove botteghe degli extracomunitari convivono così accanto a quelle locali senza apparente disturbo e la domanda e l’offerta è regolata da merci esotiche di lontana provenienza. La cucina di strada tradizionale, fatta dagli uomini per gli uomini (Giallombardo 1995) si mescola e si arricchisce con nuove pietanze e il kebab convive con la focaccia con la meusa o con le panelle.

Ballarò (foto  M. De Francisci)

Ballarò (foto M. De Francisci)

Si guarda al mercato come spazio di contaminazione per eccellenza, in cui  le opposizioni fra noi e gli altri, locale e globale si dissolvono. Da un altro punto di vista il passato e il presente, l’antico, il moderno e il postmoderno dialogano costantemente in un processo non esclusivo, in cui il nuovo cancella il vecchio, ma cumulativo e sulle rovine della città storica sorgono nuovi spazi e nuove espressioni delle avanguardie artistiche, moderni totem e sculture create da materiali di riciclo. Inoltre, se le attività tradizionali della compravendita si dispiegavano fra l’alba e il tramonto, ora quegli stessi luoghi assumono una dimensione notturna accogliendo, dal tramonto all’alba, masse giovanili per l’intrattenimento. Le antiche botteghe artigiane della Vucciria, di cui resta solo il ricordo nella toponomastica del quartiere, sono state riconvertite in pub e caffetterie, luoghi di ristoro del tempo libero per potenziali fruitori che arrivano da tutte le parti della città. In questa direzione andrebbe ragionevolmente approfondita la futura sorte dei nostri mercati.                               

                                   Dialoghi Mediterranei, n.12, marzo 2015                                                       
Riferimenti bibliografici
Bachtin, Michail 1979, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, Torino
Bonanzinga, Sergio 2006, Il teatro dell’abbondanza. Pratiche di ostensione nei mercati siciliani, in O. Sorgi, (a cura di) Mercati storici siciliani, CRICD, Regione siciliana, Palermo: 85-110
Bonanzinga, Sergio Giallombardo, Fatima 2011, Il cibo per via. Paesaggi alimentari in Sicilia, Materiali e ricerche di studi filologici e linguistici siciliani – Dipartimento di Scienze filologiche e linguistiche, n.29, Palermo
Braudel, Fernand 1981,  I giochi dello scambio (sec.XV – XVIII), in Civiltà materiale, economia e capitalismo (secoli XV – XVIII), vol. II, Einaudi, Torino : 3-69
Buttitta, Antonino 2006, Elogio del mercato in O. Sorgi, (a cura di) Mercati storici siciliani, CRICD, Regione siciliana, Palermo: 15-16
Cusumano, Antonino 2012, Culture alimentari e immigrazione in Sicilia. La “piazza universale” è a Ballarò, in S. Mannia (a cura di) Alimentazione, produzioni tradizionali e cultura del territorio, Fondazione Buttitta, Palermo: 121-142
Giacomarra, Mario 2006, Scambio di merci, scambio di messaggi, in  O.Sorgi, (a cura di) Mercati storici siciliani, CRICD, Regione siciliana, Palermo: 75 – 80
Giallombardo, Fatima 1995, La cucina di strada a Palermo, in G.Ruffino (a cura di), Percorsi di Geografia linguistica. Idee per un atlante siciliano della cultura dialettale e dell’italiano regionale, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo: 513-527
Guarrasi, Vincenzo 1978, La condizione marginale, Sellerio, Palermo
La Duca, Rosario 1994, I mercati di Palermo, Sellerio, Palermo
Lewis, Oscar 1973,  La cultura della povertà e altri saggi di antropologia, Il Mulino, Bologna
Sorgi, Orietta 2006, I mercati storici siciliani tra persistenza e cambiamento, in Idem (a cura di) Mercati storici siciliani, CRICD, Regione siciliana, Palermo: 59-74
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Orietta Sorgi, etnoantropologa, lavora presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, dove è responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006) e Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011)

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