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I gruppi Jihadisti e lo Stato Islamico

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Bandiera dello Stato islamico

di  Manuela Oretano

Lungo tutto il corso del conflitto civile arabo siriano, l’ESL ovvero l’Esercito Siriano Libero, rappresentò sicuramente la principale ossatura dell’opposizione contro il governo di Bashar al-Assad. Parallelamente però, nella stessa regione, si istituirono altri gruppi estremisti islamici affini, i salaiti-takiri; operanti in maniera più autonoma, in poco tempo si radicalizzarono in alcune regioni del Paese. Il più corposo fu il gruppo Ǧabhat al-Nuṣr, composto da affiliati di al-Qā’ida, dunque da membri siriani dell’organizzazione terroristica dello Stato Islamico dell’Iraq, i quali miravano all’instaurazione di uno Stato basato sulla sharia, cogliendo l’opportunità della crisi nazionale per rovesciare il governo di Assad. Il Fronte al-Nusra, rappresentante l’ala più radicale del fondamentalismo sunnita, operò in maniera indipendente e con finalità differenti rispetto all’ESL; tuttavia, elementi di entrambe le fazioni, si schierarono insieme contro le truppe regolari siriane.

Il gruppo introdusse una strategia di attacco molto violenta: risale al 6 gennaio 2012 il primo attentato suicida ad opera di un militante nel quartiere di al-Meydān a Damasco. Da quel momento i militanti islamici cominciarono ad attirare, con sempre maggior costanza, l’attenzione internazionale. Nell’aprile del 2013 Abu Bakr al-Baghdādī, il leader di al-Qāʿida in Iraq, dichiarò che avrebbe unito le sue forze in Iraq e in Siria sotto il nome di Stato Islamico in Iraq e Levante (IS, noto anche come Stato Islamico in Iraq e Siria, ISIS), includendo sotto il comando del nuovo gruppo anche il Fronte al-Nuṣrah, il quale però rifiutò la fusione proposta e i due gruppi finirono per combattere tra loro.

Al seguito della conquista della valle dell’Eufrate centrata sulla città di al-Raqqah, da lì l’IS lanciò una serie di operazioni di successo espandendosi su un’ampia fascia di territorio a cavallo del confine tra Iraq e Siria. Questi improvvisi progressi dell’IS, il flusso costante di propaganda violenta e provocatoria, aggiunsero l’urgenza agli appelli di intervento della comunità internazionale: l’8 agosto gli Stati Uniti lanciarono una serie di attacchi aerei in Iraq per impedire l’avanzamento dell’ IS nella regione autonoma curda nel nord dell’Iraq, proteggendo così le comunità cristiane e quelle di Yazīdī. Gli attacchi rallentarono l’avanzata del gruppo e, il mese successivo, gli Stati Uniti e una coalizione di Stati arabi ampliarono la loro campagna aerea per colpire obiettivi IS in Siria.

Lo Stato Islamico non nacque solo come espressione di fanatismo religioso. La sua creazione fu il frutto di un piano di conquista del potere ideato da un ex ufficiale dei servizi segreti di Saddam Hussein. Dietro le strategie iniziali del gruppo si nascose il suo fondatore, Samīr ʿAbd Muḥammad al-Khalīfāw, conosciuto con lo pseudonimo Ḥajjī Bakr, ex colonnello dei servizi segreti dell’aeronautica militare di Saddam Hussein. Alla fine degli anni Ottanta Bakr si stabilì a Tel Rif’at, a nord di Aleppo. La cittadina rappresentò una buona scelta: molti dei suoi abitanti erano andati a lavorare nei Paesi del Golfo Persico, soprattutto in Arabia Saudita, ed erano tornati portando con loro idee e contatti da ambienti radicali. La stessa città, nel 2013, diventò roccaforte e vi si insediarono centinaia di combattenti.

A Tel Rif’at Ḥajjī Bakr, il “signore delle ombre”[1], delineò la struttura del gruppo, compilando liste riguardanti un’infiltrazione graduale nell’organizzazione dei villaggi; con una penna tracciò le catene di comando nell’apparato di sicurezza: indicando con caselle ben definite le responsabilità individuali, Bakr mise a punto uno schema per la conquista del potere. Non fu un manifesto religioso ma un piano specifico per creare uno “Stato di polizia islamico” [2], messo in atto con grande precisione.

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cartina Isis

Il gruppo reclutava seguaci fingendo di aprire un centro di predicazione islamico, il dawa. Tra i partecipanti ai seminari e ai corsi sulla vita islamica venivano selezionati uno o due uomini che ricevevano istruzioni su come spiare gli abitanti del loro villaggio e sul modo di procurarsi informazioni di vario genere: elenco delle famiglie più potenti, le loro fonti di reddito, presenza e dimensioni di brigate ribelli attestate nel villaggio o le loro illegali attività per renderli facilmente ricattabili. Le spie ebbero il compito si scoprire il più possibile conoscenze e orientamenti sulle città prese di mira, sulle fratture più piccole e le frizioni più antiche negli strati profondi della società, tutto ciò che poteva servire a dividere e sottomettere la popolazione. Tra gli informatori furono arruolati ex agenti dei servizi segreti ma anche oppositori del regime, in contrapposizione ai ribelli, e giovani bisognosi di soldi. I piani di Bakr tennero conto anche di aspetti quali l’economia, le scuole, gli asili, i mezzi d’informazione e di trasporto; tuttavia, i temi ricorrenti furono sempre gli stessi: sorveglianza, spionaggio, omicidi e rapimenti.

Per ogni consiglio provinciale, Bakr previde un emiro, o comandante, a cui affidare la responsabilità degli omicidi, dei sequestri, dei cecchini, delle comunicazioni, della crittografia dei messaggi. Un secondo emiro si sarebbe occupato di controllare gli altri comandanti, affinché svolgessero correttamente il loro lavoro.

Un sistema come un ingranaggio diabolico, composto da una cellula e da una struttura di comando progettata per diffondere il terrore, servizi segreti operanti in parallelo, anche a livello provinciale: l’emiro “in carica per la sicurezza” [3] di una regione dirigeva un dipartimento generale dei servizi segreti, oltre ai suoi vice di un singolo distretto. Ognuno di questi vice aveva alle sue dipendenze un capo delle cellule di spie e un “direttore dei servizi d’intelligence e d’informazione” [4]; a livello locale, le cellule spie rispondevano agli ordini del vice dell’emiro in carica nel distretto. L’obiettivo principale fu il controllo reciproco di ognuno e tutti. Anche coloro che ebbero il compito di formare “i giudici della sharia per la raccolta di informazioni”[5] riferivano all’emiro del distretto, mentre all’emiro regionale era assegnato un dipartimento separato di agenti di sicurezza.

La sharia, le corti islamiche, la devozione obbligatoria ebbero un unico scopo, ovvero la sorveglianza e controllo: Ḥajjī Bakr adattò alla nuova situazione le lezioni imparate durante il servizio svolto nell’onnipresente apparato di sicurezza di Saddam, in cui neppure i generali dei servizi segreti potevano essere certi di non essere spiati.

Quando morì, l’architetto del gruppo Stato islamico lasciò dietro di sé qualcosa che avrebbe dovuto rimanere segreto: il progetto dello “Stato”: un fascicolo pieno di diagrammi, liste e tabelle che descrivevano le modalità di sottomissione graduale di un Paese [6]. I documenti di Ḥajjī Bakr permisero, per la prima volta, di capire l’organizzazione e la leadership del gruppo Stato islamico, il ruolo svolto dagli ex funzionari del regime iracheno di Saddam Hussein ma, soprattutto, mostrarono come la conquista della Siria settentrionale fu solo una tappa in vista della successiva avanzata del gruppo in Iraq. Gli scritti di Bakr non trattarono mai di profezie relative alla creazione di uno Stato islamico voluto da Dio, secondo cui il fanatismo religioso non sarebbe bastato, da solo, a vincere. Tuttavia, riuscì a sfruttare la fede degli altri per i suoi obiettivi. Per questo, nel 2010, Bakr e un gruppo di ex agenti dell’intelligence irachena proclamarono Abu Bakr al-Baghdādī leader ufficiale – emiro e futuro califfo dello Stato islamico – il quale, devoto e istruito, avrebbe conferito al gruppo una patina di religiosità.

Il “califfato” ebbe un punto in comune col partito laico del Ba’th: la convinzione che il controllo delle masse spettasse a una piccola élite, il cui potere apparisse incontestabile poiché esercitato in nome di un progetto superiore, legittimato da Dio o dalla gloriosa storia araba [7]. Dunque, il segreto del successo del gruppo Stato islamico consistette nella combinazione degli opposti, nel fanatismo di un gruppo e nei loro meticolosi calcoli strategici. Nel corso degli anni, l’organizzazione clandestina si espanse in sordina e crebbe fino ad ottenere un notevole potere, dedita quasi esclusivamente ad atti di terrorismo e al racket. Quando in Siria scoppiarono le prime rivolte contro la dittatura di Bašār al-Asad, le forze del regime di Damasco furono allontanate da ampi territori nel nord della Siria e al loro posto s’insediarono centinaia di consigli rivoluzionari locali e di brigate ribelli: una vulnerabilità che il gruppo di ex ufficiali iracheni cercò di sfruttare.

Molti siriani faticano a ricordare il momento preciso in cui l’IS comparve tra loro. Gli uffici della Dawa, aperti in molte città della regione come al-Bāb, Atarib, A’zaz e nella vicina provincia di Idlib nella primavera del 2013, sembrarono degli innocui centri di proselitismo, simili a quelli che le organizzazioni caritatevoli islamiche avviarono in tutto il mondo. I siriani civili, fino a quel momento, non sospettarono mai di dover temere qualcun altro oltre al regime di Assad.

Il gruppo aveva già affittato parecchi appartamenti per nascondere armi e uomini e, una volta individuato un numero sufficiente di “studenti” che potessero essere reclutati come spie, lo Stato islamico uscì allo scoperto, issando bandiere nere e, chiudendo le strade di alcune città simbolo, si ritirarono. Inizialmente, il modo di agire fu sempre lo stesso: espandersi senza rischiare una resistenza aperta, sequestrare o uccidere gli “individui ostili” e negando il proprio coinvolgimento a tali violente azioni. Bakr e i suoi collaboratori vietarono ai combattenti iracheni di recarsi in Siria. Non reclutarono siriani, ma accolsero tutti gli estremisti islamici stranieri arrivati nella regione dall’estate del 2012: giovani sauditi, impiegati turchi, e studenti che avevano abbandonato l’Europa senza nessuna esperienza militare. Formarono un esercito con ceceni e uzbechi, ben addestrati alla battaglia e questa forza fu dispiegata in Siria sotto il comando degli iracheni.

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Jihadisti dello Stato Islamico

Già alla fine del 2012 furono aperti diversi campi di addestramento militare in diverse località: organizzati in modo rigido, gli uomini al loro interno provenivano da vari Paesi, pochissimi dei quali iracheni. I nuovi arrivati ricevevano un addestramento della durata di due mesi dopo il quale obbedivano in modo incondizionato al comando centrale. Così le fedeli truppe furono schierate rapidamente in località diverse. Esse presentarono caratteristiche molto differenti da quelle dei ribelli siriani, concentrati per lo più sulla difesa delle loro città d’origine e obbligati a prendersi cura delle loro famiglie.

Nell’autunno del 2013 il gruppo contava 2.650 combattenti stranieri solo nella provincia di Aleppo. I tunisini erano i più numerosi, un terzo del totale, seguiti da sauditi, turchi, egiziani, francesi e, in misura minore, ceceni, europei e indonesiani, partiti per servire Allah, molti dei quali, a volte, non parlavano nemmeno arabo.. Reclutati su internet da singoli militanti –  e non da reti organizzate – al momento della partenza questi giovani rompono ogni legame con la famiglia. Per cominciare gli affidano i lavori più umili e li mandano a studiare nelle scuole coraniche, sono sorvegliati e se commettono imprudenze rischiano di finire in prigione, come alcuni dei loro fratelli poi tornati in Francia”[8]. Il numero dei ribelli siriani superò così, di gran lunga, quello dei jihadisti.

Nel marzo del 2013 Raqqa, una sonnacchiosa cittadina di provincia sul fiume Eufrate, diventò il prototipo del piano di conquista totale del gruppo Stato islamico. Quando cadde in mano ai ribelli dell’opposizione siriana, fu subito eletto un consiglio municipale. Coerentemente col piano di Ḥajjī Bakr, alla fase dell’infiltrazione seguì l’eliminazione dei potenziali leader e oppositori. Talora i loro corpi venivano ritrovati ma, nella maggior parte dei casi, svanivano senza lasciare alcuna traccia. Ad agosto la dirigenza militare del gruppo ordinò diversi attentati suicidi con autobombe contro il quartier generale di una brigata dell’Esercito Siriano Libero, la principale forza dell’opposizione armata.

La leadership jihadista aveva tessuto una rete di patti segreti con le brigate, spingendo ognuna a credere che solo le altre sarebbero finite nel mirino degli attacchi dello Stato islamico. Il 17 ottobre 2013 l’IS convocò tutti i leader civili, religiosi e gli avvocati della città: all’epoca alcuni interpretarono l’invito all’incontro come un gesto di distensione. Dei trecento partecipanti alla riunione, solo due protestarono contro ciò che stava accadendo, tra cui Muhammad Habayebna, attivista per i diritti civili e giornalista molto conosciuto. Fu ritrovato cinque giorni dopo, legato e ucciso con un colpo alla testa. Nel giro di poche ore una ventina di esponenti dell’opposizione fuggirono in Turchia e i quattordici capi dei più importanti clan cittadini giurarono fedeltà all’emiro Abu Bakr al-Baghdādī. Finì così la rivoluzione a Raqqa [9].

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Ribelli siriani nei campi balcani

Fino alla fine del 2013 tutto sembrò procedere secondo i piani dello Stato islamico, o quanto meno secondo quelli di Ḥajjī Bakr. Il gruppo si espanse senza incontrare resistenze da parte dei ribelli siriani, quasi paralizzati di fronte al sinistro potere dei jihadisti. Quando però, nel dicembre del 2013, i seguaci dello Stato Islamico torturarono a morte un leader ribelle, un medico molto amato in tutto il Paese, le brigate siriane – sia quelle laiche sia quelle del Fronte al-Nuṣrah – si unirono contro il gruppo. Attaccandolo su vari fronti contemporaneamente, tolsero agli islamisti il loro vantaggio tattico e, nel giro di poche settimane, lo Stato islamico fu cacciato da ampie aree della Siria settentrionale. Perfino Raqqa, la capitale dello Stato islamico, fu in procinto di crollare se non fosse stato per i 1.300 rinforzi jihadisti provenienti dall’Iraq. Questi miliziani non si limitarono soltanto a partecipare alla battaglia, ma adottarono una tattica più subdola: all’improvviso un gruppo di persone, vestite come i ribelli, cominciò a sparare sugli altri. Con una semplice messinscena l’ISIS si assicurò la vittoria; era bastato sostituire gli abiti neri con jeans e tuniche. L’organizzazione riuscì a mantenere il controllo di Raqqa e a riconquistare alcuni territori precedentemente perduti. Tuttavia era già troppo tardi per lo stratega Ḥajjī Bakr, rimasto a Tel Rif’at.

Alla fine di gennaio del 2014, i ribelli attaccarono la città, che si divise in due: metà sotto il controllo jihadista, l’altra metà sotto una delle brigate locali. Ḥajjī Bakr rimase intrappolato nella parte sbagliata. Per restare in incognito si rifiutò di trasferirsi in un alloggio militare, così il padrino dello spionaggio fu riconosciuto e denunciato da un vicino. Ucciso dopo un conflitto a fuoco, i ribelli perquisirono la sua casa trovando computer, passaporti, sim per cellulari, un dispositivo GPS e, soprattutto, documenti. Le pagine scritte da Bakr rimasero a lungo nascoste in un’abitazione nel nord della Siria.

Lo Stato di Ḥajjī Bakr continuò a funzionare anche senza il suo creatore. La precisione con cui il suo piano fu messo in atto venne confermata dalla scoperta di altri documenti. Quando l’IS fu costretto ad abbandonare il suo quartier generale ad Aleppo, nel gennaio del 2014, i suoi affiliati cercarono di bruciare l’archivio. Alcuni documenti rimasero intatti, finendo nelle mani della brigata Liwa al-Tawhid, il gruppo ribelle più consistente di Aleppo.

Abu Bakr al-Baghdādī poté anche essere il leader ufficiale, ma non fu chiaro quale sia stato il suo potere reale. All’interno dello Stato islamico furono istituiti organi statuali, un apparato burocratico, delle precise autorità, una struttura di comando parallela – unità dunque di élite affiancate a truppe normali –, comandanti aggiuntivi accanto al capo ufficiale dell’esercito Abū ʿOmar al-Shīshānī, intermediari del potere che potevano trasferire o rimuovere emiri provinciali o cittadini anche a loro piacimento. Le decisioni non venivano prese nei consigli della shura – in teoria, il massimo organo decisionale – ma da “persone che sciolgono e legano” (Ahl al-ḥall wa-l-ʿaqd), un circolo clandestino il cui nome derivava dall’Islam medievale.

Lo Stato islamico fu in grado di riconoscere e reprimere ogni tipo di rivolta interna. La struttura di sorveglianza fu utile anche ai fini dello sfruttamento economico dei sottoposti. Quando i bombardamenti aerei della coalizione, guidata dagli Stati Uniti, distrussero pozzi petroliferi e raffinerie, nessuno impedì alle autorità del “califfato” di pretendere denaro dai milioni di persone che vivevano nelle regioni sotto il loro controllo. Grazie alle spie e ai dati saccheggiati da banche, uffici del catasto e agenzie di cambio, lo Stato islamico fu ben informato riguardo i proprietari di case, di terreni, di greggi di pecore e coloro che possedevano capitali. I sudditi ebbero un ristretto margine di manovra per organizzarsi, armarsi e ribellarsi.

Nei primi mesi del 2014, i contatti che Ḥajjī Bakr aveva coltivato da una decina d’anni con servizi segreti di Assad svolsero un ruolo determinante: nel 2003 il regime di Damasco temeva che il presidente statunitense George W. Bush, dopo la vittoria contro Saddam Hussein, potesse ordinare alle sue truppe di invadere la Siria per rovesciare Assad. Negli anni successivi i funzionari dell’intelligence siriana organizzarono il trasferimento di migliaia di estremisti islamici dalla Libia, dall’Arabia Saudita e dalla Tunisia all’Iraq per ingrossare le file di al-Qāʿida. Il 90 per cento degli attentatori suicidi entrò in Iraq passando per la Siria. Tra i generali siriani, i jihadisti internazionali e gli ex funzionari iracheni fedeli a Saddam s’instaurò uno strano rapporto, ovvero un’alleanza di nemici mortali che s’incontravano spesso a ovest di Damasco. Dieci anni dopo Assad ebbe un motivo diverso per rivitalizzare questa alleanza: presentarsi al resto del mondo come il minore dei mali. Il rapporto del regime con il gruppo Stato Islamico fu caratterizzato da un pragmatismo tattico: ciascuna delle due parti cercò di usare l’altra perché convinta di uscirne rafforzata e vittoriosa. D’altro canto, i leader dell’IS non avevano nessun problema a ricevere assistenza dalle forze aeree di Assad, nonostante il gruppo proclamasse di voler annientare gli apostati sciiti.

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Mosul

Nel gennaio 2014, il gruppo conquistò Al-Fallūja, un tempo il centro dell’insurrezione antiamericana. Nelle operazioni militari morirono centinaia di civili e di combattenti dell’IS, che dimostrarono di non temere lo scontro con l’esercito iracheno. Fin dalla sua creazione nell’ottobre del 2006 – pochi mesi dopo la morte di Abu Musab al Zarqawi, l’emiro del jihad in Iraq – il gruppo si distinse dagli altri gruppi ribelli e da al-Qāʿida poiché non considerò mai la sua lotta in una prospettiva nazionale, come un jihad di difesa contro un potere giudicato illegittimo o statunitense ma secondo un’ottica confessionale e panislamica, con una priorità: l’eliminazione degli sciiti dall’Iraq, dalla Siria e, in futuro, da tutto il Medio Oriente. Agli occhi dei jihadisti, condizione necessaria per raggiungere l’obiettivo finale fu la restaurazione di un califfato sunnita in tutto il mondo musulmano. La restaurazione doveva però prima passare attraverso la creazione immediata di uno Stato islamico: in questo senso l’IS si allontanò dalle indicazioni del comando centrale di al-Qāʿida e dal suo leader, l’egiziano Ayman Muḥammad Rabīʿ al-Ẓawāhirī, secondo cui era necessario proseguire e concludere il jihad prima di realizzare qualsiasi progetto politico. Sicché lo Stato islamico maturò un progetto politico che potesse istituire il califfato e potesse risolvere i problemi dei sunniti iracheni e siriani, in lotta contro regimi sciiti miscredenti e tirannici –  al-Mālikī  [7] e Bašār al-Assad rappresentarono, in questo senso, due facce della stessa medaglia.

La sera del 29 giugno 2014 l’ISIS realizzò il progetto proclamando la restaurazione del califfato islamico [8] – con un annuncio infarcito di citazioni religiose, probabilmente per catturare l’attenzione di centinaia di milioni di musulmani –  nei territori sotto il suo controllo: da Aleppo, nel nord della Siria fino alla provincia di Diyala, nell’est dell’Iraq. Il suo leader, Abū Bakr al-Baghdādī si proclamò califfo Ibrahim. Poche ore prima dell’annuncio, lo Stato islamico aveva pubblicato il video simbolico della distruzione di un posto di frontiera tra l’Iraq e la Siria, a dimostrazione delle sue ambizioni internazionali. L’IS si assicurò grosse somme di denaro sfruttando i pozzi petroliferi nell’est della Siria, che controllava dalla fine del 2012, e rivendendo parte del petrolio al governo siriano, facendo affari con una complessa rete di intermediari. Ricavò inoltre notevoli profitti dal contrabbando di materiali di vario tipo, tra cui preziosi reperti rubati negli scavi archeologici, dai riscatti dei sequestri, rapine nelle banche, attività criminali e terroristiche.

A livello politico, sembrò che gran parte di Stati arabi ingaggiasse una gara per stabilire chi fosse nella posizione migliore per combattere lo Stato islamico. Il 15 settembre 2014, a Parigi, una trentina di Paesi si impegnarono a partecipare ad una alleanza militare contro lo Stato islamico. Dieci Stati arabi aderirono alla coalizione e alcuni diedero disponibilità a compiere azioni militari dirette. Per fermare lo Stato islamico e risolvere la guerra civile, le potenze che finanziarono e alimentarono il conflitto provarono, più volte, a giungere ad un accordo per bloccare il flusso di armi, denaro e sostegno politico verso i loro alleati nella regione, accordo che avrebbe dovuto includere anche una tregua nel conflitto tra sunniti e sciiti: a tal proposito, nel 2014, gli attacchi aerei contro le posizioni dei miliziani dello Stato islamico in Siria ebbero l’obiettivo di fermare l’offensiva dello Stato islamico, difendere le comunità sotto attacco e aiutare a respingere i miliziani dove possibile.

Oggigiorno, lo Stato islamico continua a far leva sul risentimento della maggioranza sunnita in Siria, abbandonata dall’Occidente nella sua ribellione contro il regime degli Assad, contrastata dall’Iran e dai suoi alleati. Il Paese rappresenta un terreno decisivo per le reti globali di estremisti poiché permette a gruppi locali, regionali e internazionali di stabilire basi sicure per addestrare reclute, coordinarsi a livello mondiale e condurre operazioni dentro e fuori la Siria.

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Raqqa

In Siria, l’IS ha conquistato la parte orientale del Paese, assicurandosi la continuità territoriale con il suo feudo iracheno. Raqqa ne è attualmente la roccaforte. Lo scopo di al-Baghdādī fu quello di ricreare una base jihadista, come fu l’Afghanistan per al-Qāʿida. Il regime siriano resta a guardare per ragioni tattiche, quello iracheno, dominato dalla maggioranza sciita del Paese, è incapace di fermare l’IS. A Baghdad il governo sciita di Ḥaydar Jawwād al-ʿAbādī amministra in modo settario, suscitando l’ostilità della minoranza sunnita. Il risultato è un incredibile caos strategico. L’Esercito siriano libero –  formato da quei disertori che per primi ebbero il coraggio di combattere una guerra quasi impossibile – subì gli attacchi dei fondamentalisti, perdendo così il suo principale obiettivo. Le tribù sunnite irachene, oppresse da Baghdad, sostengono l’IS. E il premier al-ʿAbādī – a sua volta alleato di Assad, e con lui protetto dall’Iran – manda le milizie sciite irachene in Siria a combattere per il regime di Damasco. Gli Stati Uniti in Siria sostengono, con moderazione, la rivolta contro Assad mentre l’Iraq appoggia invece, con moderazione, al-ʿAbādī contro l’IS. La Russia resta fedele alla sua alleanza con l’Iran e la Siria, l’Europa sta a guardare.

Aleppo

Aleppo

Quattordici anni dopo, sulle macerie di una folle invasione, il jihadismo trionfa nel Paese. A ogni modo, a fare i conti con la guerra è soprattutto la popolazione civile: le condizioni di vita cambiano da una regione all’altra, a seconda dell’autorità che comanda: lo “Stato del regime”, lo “Stato dei ribelli”, quello dei curdi o del gruppo Stato islamico. I siriani non hanno più voce in capitolo: prosciugati di tutte le loro risorse e affamati, non gli restò solo che ubbidire e subire. Chi aveva cominciato a combattere per la libertà si trasformò in opportunista, ben consapevole del fatto che l’unico modo per sopravvivere, l’unica opzione possibile fosse quella di combattere per chi pagava di più. Le ideologie diventarono irrilevanti. Si limitano a rispettare le regole imposte dalle autorità che comandano nelle aree in cui vivono. A soffrire di più, a livello psicologico e pratico, sono gli abitanti delle zone controllate dal gruppo Stato islamico. L’obiettivo dell’organizzazione è cancellare ogni riferimento alla Repubblica araba siriana. Per questo vengono cambiati i nomi delle strade, delle istituzioni e vengono distrutti tutti i documenti rilasciati da Damasco, dai libretti scolastici degli studenti ad ogni tipo di certificati,  minando e distruggendo i fondamenti della loro vita religiosa, intellettuale e sociale. Nel tentativo di cancellare ogni traccia della nazione, il gruppo ha chiuso scuole e tribunali, sostituiti con nuove strutture, controlla tutti gli enti e i servizi pubblici, tra cui quelli telefonici ed elettrici.

Per la prima volta dalla proclamazione del “califfato”, nel 2015 il gruppo Stato islamico ha rivendicato alcuni attentati in Europa. Dopo l’abbattimento di un aereo russo che sorvolava la regione egiziana del Sinai il 31 ottobre, e dopo l’attentato del 12 novembre nel quartiere di Burjel Barajneh – il feudo di Ḥizb Allāh a Beirut – il 13 novembre i terroristi Hanno colpito Parigi, scagliando contemporaneamente sei attacchi nel cuore della capitale francese. «Questo è solo l’inizio della tempesta» [9], affermò l’organizzazione. Il caos e la paura furono, da allora, i loro obiettivi.

Esiste uno scritto programmatico, un manifesto La gestione del caos, un trattato scritto nel 2004 da Abu Bakr Najji per al-Qāʿida in Mesopotamia, il gruppo che avrebbe poi dato origine all’IS:

«Diversificate ed espandete gli attacchi tesi a tormentare il nemico crociato-sionista in ogni luogo del mondo islamico, e anche al di fuori di esso se possibile, così da disperdere gli sforzi del nemico e dissanguarlo il più possibile. Colpite quando le vittime hanno la guardia abbassata. Seminate il terrore nella popolazione, danneggiate le economie. Se una località turistica frequentata dai crociati viene colpita, tutte le località turistiche del mondo dovranno adottare misure di sicurezza aggiuntive che comportano un enorme aumento delle spese» [10].

Gli attentati di Parigi furono organizzati e pianificati accuratamente da tre squadre del gruppo Stato Islamico, in risposta ai bombardamenti francesi in Siria, Iraq e non solo. Parigi rappresentò un simbolo della civiltà irreligiosa che i miliziani detestavano, «la capitale dell’abominio e della perversione» [11], come si lesse nel comunicato che rivendica la responsabilità degli attentati. La Francia non fu semplicemente un’ex potenza coloniale nel Nordafrica e nel Medio Oriente: con l’accordo Sykes-Picot del 1916 contribuì, insieme all’impero britannico, ad issare i confini che l’IS spianò dopo la conquista di Mosul, nel nord dell’Iraq. Gli attentati mirarono a due obiettivi: il primo fu dimostrare che l’IS aveva ormai raggiunto un raggio d’azione internazionale, il suo modus operandi aveva raggiunto il livello degli affiliati di al-Qāʿida che colpirono a Islamabad, Bali, Madrid, Londra, Jakarta, Istanbul, Mombasa, Amman, Casablanca, Djerba. Potenzialmente fu un cambiamento importantissimo, perché fino ad allora, l’organizzazione si era concentrata solo sulla sua base territoriale, contrapponendosi ad al-Qāʿida. Il secondo obiettivo fu quello di danneggiare ulteriormente le relazioni tra le comunità dell’Europa occidentale e altrove [12].

Oggi lo Stato islamico non ha rivali tra i gruppi jihadisti. Il gruppo è riuscito a incunearsi tra due dei conflitti più complessi del nostro tempo: il rapporto delle società europee con i musulmani che vivono al loro interno e le lotte per il potere tra le varie confessioni che hanno travolto l’Iraq e la Siria dal 2003. In passato questi conflitti sarebbero potuti rimanere separati, ma ora e in futuro saranno connessi mediante i dispositivi-simbolo della globalizzazione: smartphone, computer portatili, tablet. Il teatro del conflitto non ha confini delimitati. Ha tante cause che si sovrappongono, sono radicate in storie di rabbia post-coloniale e nel crollo degli Stati assistiti dall’Occidente.

Dialoghi Mediterranei, n.32, luglio 2018
Note
[1] Christoph Reuter, Der Spiegel, 18.04.2015: http://www.spiegel.de/spiegel/print/d-134097196.html.
[2] https://www.memri.org/reports/منذ-مقتل-عثمان
[3] http://www.spiegel.de/spiegel/print/d-134097196.html
[4] Christoph Reuter, Der Spiegel, 18.04.2015: http://www.spiegel.de/spiegel/print/d-134097196.html
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] Nuri al-Maliki fu il Primo ministro dell’Iraq dopo le elezioni legislative del dicembre 2005 fino all’11 agosto 2014. Aderì al Partito Islamico Da’wa e ne fu uno dei principali leader che gli costò la condanna a morte da parte del governo di Saddam Hussein: http://www.treccani.it/enciclopedia/iraq_%28Atlante-Geopolitico%29/
[8]https://www.nouvelobs.com/l-enquete-de-l-obs/20140422.OBS4697/djihadistes-francais-qui-sont-les-nouveaux-fous-d-allah.html.
[9] Negri A., “Lo Stato islamico visto da vicino”, Limes, 18 settembre 2014:19.
[10]http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2015/07/IS-management-savagery-150705060914471.html
[11]http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Attentati-Parigi-Isis-rivendica-la-strage-8-kamikaze-in-azione-ae75bf46-a3b6-4674-b918-56c650403705.html
[12] Internazionale n. 1096, 19 settembre 2014 :22, 105.
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Manuela Oretano, ha studiato presso l’Università degli Studi di Palermo, specializzandosi in lingua e letteratura araba, con una tesi sui profili linguistici delle seconde generazioni di tunisini a Mazara del Vallo. Ha continuato gli studi con un Master in Comunicazione per le Relazioni Internazionali presso la IULM a Milano, ha lavorato e studiato in Egitto in cui ha portato avanti uno studio inerente ai diritti umani in Medio Oriente: “How internet and new communication tools could improve democratization, against conflicts and human rights abuses. Three case studies: Morocco, Tunisia and Egypt”. Ha terminato il ciclo di studi con la laurea magistrale in Lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione, indirizzo Relazioni Internazionali, con tesi sul caso siriano. Attualmente vive e lavora a Firenze per il Ministero della Pubblica Istruzione.
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Una risposta a I gruppi Jihadisti e lo Stato Islamico

  1. Dino Ĺevi scrive:

    Ottima ricostruzione,complementare al libro di Gabriele Del Grande “Dawla” che ha anche valore letterario. Peccato per il refuso “

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