Gli interessi italiani in Tunisia e il trattato del 1896

Rara carta del 1602, Tunisi e la Goulette.

Rara carta del 1602, Tunisi e la Goulette

di Salvatore Costanza

Avvicinandosi la scadenza del trattato italo-tunisino del 1868, la Camera italiana di Commercio di Tunisi «rimetteva al patrio Governo» un’ampia e dettagliata Relazione sulla situazione economica della Tunisia, specificando l’importanza degli interessi materiali e morali degli Italiani residenti nella Reggenza (Rapporto in merito alla denunzia del Trattato Italo-Tunisino, 15 luglio 1896). Dalle notizie sistematiche raccolte dal relatore, Bensasson, può ricavarsi un quadro completo del lavoro italiano nei settori dell’agricoltura, dell’industria e del commercio, nonché delle strutture di servizio esistenti.

Prevalenti le coltivazioni del grano, dell’ulivo e, dopo il 1881, della vigna. Solo un/quarto delle terre era lavorato, e le aziende rurali erano per lo piú gestite da Società di capitalisti francesi; ma nei fondi, acquisiti dagli Italiani in fitto o proprietà, lavoravano almeno 5 mila agricoltori nei Contrôles civils di Béja, Biserta, Gabès, Grombalia, Sfax, Susa e Tunisi. Attivi poi il commercio e la piccola industria, quest’ultima con 72 opifici posseduti dagli Italiani sui 120 sparsi nell’intera Reggenza; in maggioranza oleifici (37), molini e pastifici (28). Dai prospetti statistici allegati alla relazione risultava che «circa 4500 pescatori italiani montati sopra 1000 barchi circa producevano a un di presso 1.350.000 franchi di pesca nelle acque della Tunisia, senza calcolare il tonno», che veniva pescato nella tonnara di Sidi-Daub (e Capo Zebibbo), e in quella di Monastir. Dati significativi erano poi contenuti nel Prospetto della navigazione nel 1894, che registrava un movimento di navi italiane in entrata di 783 vapori e 1062 velieri, e superiore, ma solo per le tonnellate di stazza, a quello delle navi francesi (1420 vapori e 125 velieri).

Un ruolo particolare avevano le scuole italiane governative, primarie, professionali e tecniche (54 insegnanti con 1850 alunni), gli asili infantili (9 con 600 alunni), nonché il Ginnasio-Liceo (9 insegnanti con 80 alunni). Oltre alle scuole, il rapporto elencava le istituzioni italiane esistenti: la Camera di Commercio, fondata nel 1884 (143 soci), le Società operaie di Tunisi, dal 1863 (500 soci) e di Goletta (80 soci), la Dante Alighieri, fondata nel 1892, la Società Garibaldini e Reduci, la Società Musicale Stella d’Italia (150 soci) e l’Ospedale Coloniale Italiano. Piú numerose le scuole francesi, 106 con 13.491 alunni, di cui 9207 maschi e 4734 femmine.

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Il porto di Tunisi, primi 900

Una linea di penetrazione che seguiva le tendenze della colonia italiana, che tuttavia dovette misurarsi col regime protezionistico introdotto nella Reggenza dopo il 1881. In passato, tra le due sponde del Mediterraneo centrale, la «necessità oscuramente sentita a ristabilire un equilibrio naturale falsato dalla storia» − come giudicava Fernand Braudel (Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II) − si era espressa, oltre che nel commercio del sale e del grano, soprattutto nello sfruttamento da parte dei pescatori di Trapani dei banchi coralliferi di Tabarka, e di quelli spongiferi (algamenti) di Sfax. Se era ormai in declino la pesca del corallo, attiva era invece quella delle spugne; mentre da tempo le due tonnare di Sidi-Daub e Monastir venivano gestite da imprenditori italiani, che spedivano poi a Livorno il prodotto della mattanza. Altri siciliani avevano intrapreso l’attività industriale, come Francesco Salone, che fu il primo a introdurre in Tunisia, nel 1858, le macchine a vapore per la macinazione dei cereali.

Queste, ed altre periodiche informazioni, pervenivano pure, dalla Camera italiana di Commercio di Tunisi, al deputato trapanese Nunzio Nasi, il quale era persuaso della necessità di mantenere ben vigile l’attenzione del Governo italiano sugli interessi economici della nostra collettività nella Reggenza maghrebina; e di non perdere di vista gli aspetti qualificanti della costante, e diffusa, educazione lí organizzata dalle istituzioni scolastiche italiane, per la difesa della lingua e delle tradizioni della madrepatria, oltre che come mezzo per la saldatura morale col popolo indigeno.

Nasi considerava la questione tunisina da una duplice prospettiva: la difesa degli interessi degli emigrati italiani, e siciliani in particolare, che avevano investito cospicue fortune in quella terra maghrebina; e l’interesse piú generale dell’Italia che, in tutti i casi, anche se non voleva intervenire nell’impresa coloniale, doveva però impedire che altri lo facessero per non minare il sistema difensivo del Mediterraneo, di cui la Sicilia costituiva un po’ il fulcro sempre piú debole ed esposto. Egli pensava a una penetrazione pacifica dei suoi connazionali in Tunisia, mediante l’acquisto di proprietà fondiarie e immobili urbani, l’impianto di tonnare e opifici, l’organizzazione di scuole e istituti culturali. L’occasione per ribadire questi concetti si presentò, in Parlamento, col dibattito sul nuovo trattato italo-tunisino per il commercio e la navigazione. Il ministro degli esteri, Visconti Venosta, come gli altri relatori del progetto di legge, discusso alla Camera il 15 e il 16 dicembre 1896, giudicarono il trattato dal punto di vista dei «benefici d’indole politica», i quali avrebbero compensato il lieve danno commerciale che ne poteva eventualmente derivare.

 Ritratto di Nasi, di Balla

Ritratto di Nunzio Nasi, di Giacomo Balla

L’intervento di Nasi, contrario alla Convenzione, mantenne il livello della discussione su un piano di elevata consapevolezza politica per il difficile momento dei rapporti internazionali, ma dichiarando la sua netta opposizione ai criteri che avevano guidato il Governo negli accordi commerciali: «Quali sono i corrispettivi − egli si chiedeva − che il Governo crede di avere assicurati al Paese, abbandonando la nostra posizione di diritto in Tunisia? Questi corrispettivi non ci sono. I nostri Istituti erano naturalmente considerati come persone giuridiche, le quali al pari delle persone fisiche godevano di tutti i privilegi e di tutte le immunità stabilite dalle capitolazioni». Per la Francia, pensava Nasi, non era piccola cosa il riconoscimento del protettorato: «Che se noi eravamo disposti a riconoscere uno stato di dritto che essa creò con la violenza e con l’inganno, con quale onesto motivo poteva essa opporsi a riconoscere la nostra posizione giuridica, creata e garantita dal dritto tradizionale della Reggenza?» Con qualche enfasi, le parole conclusive del suo intervento Nasi le dedicava al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, e ai suoi «supremi interessi» nella questione di Tunisi, che «rappresentano le condizioni essenziali della sua vita, della sua potenza, del suo avvenire»; perché «i compensi che ci mancano dobbiamo trovarli là, di fronte a quel mare che è il mare nostro».

A Nasi si rivolsero, per il patronaggio politico, ma pure per la difesa di private attività economiche, gli italiani che non sempre potevano superare nella colonia remore burocratiche e difficoltà di vario genere. D’accordo col Consolato d’Italia, come avvenne per l’affittuario della tonnara di Monastir, don Tuzzo Cassisa, che, di fronte al possibile fallimento della sua gestione, chiese il sostegno di Nasi perché intervenisse presso il Banco di Sicilia per ottenere un credito. «Il vero male, scrisse in tale occasione il Console Bottesini, è che tutte queste tonnare da qualche anno danno cattivi risultati, dei quali piú se ne risentono coloro che si diedero al loro esercizio senza capitali adeguati» (A. Bottesini a Nasi, Fondo Nasi, in Biblioteca Fardelliana, 30 dicembre 1899).

Verso il lavoro e la proprietà della terra s’indirizzarono molti coloni italiani, soprattutto dopo il 1881, in seguito alle garanzie di libera circolazione dei beni contenute nella legge immobiliare del 1° luglio 1885. Il fine che s’intendeva perseguire, di valorizzare le terre da bonificare, non sfuggiva, tuttavia, all’interesse di sfruttarle per il profitto immediato, e di conseguenza, come «colonizzazione di capitali», e di non impiegare moderne tecnologie per la produzione agricola e zootecnica. Che fosse possibile investire in Tunisia su un domaine rural con qualche profitto, seppure non immediato, lo pensò pure Nasi, che aveva avuto assicurazioni in tal senso:

«Ella mi domanda se questi acquisti sono un buon affare. Io credo (e con me molti) che lo siano, ma non a tal grado da rendere subito. Queste sono aziende vaste che richiedono anche capitali. In queste poi la ricchezza dipende dall’acqua che piove in questo paese, e che non è molta <…> Quanto all’acquisto di terre qui per parte di nostri concittadini, Lei sa benissimo quale strepito hanno fatto i giornali locali. La paura è il sentimento dominante nell’animo dei francesi. Ciò è evidente – e a dir vero hanno ragione di aver paura, per quanto il proverbio dica che essa è fatta di niente. Ma le loro parole si perdono al vento. Il fatto è che qui l’emigrazione francese è un problema violentemente discusso perché provocato dal pericolo italiano» (A. Ricevuto Sandias a Nasi, 26 dicembre 1899, nel Fondo Nasi, cit.).

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Trapani, il porto, 1908, l’arrivo dell’on. Nasi

La politica di colonizzazione ufficiale a esclusivo vantaggio dei Francesi, e le preoccupazioni del Protettorato per la crescente immigrazione, specie dalla Sicilia, nei centri rurali della Tunisia, generavano intanto crescenti difficoltà di lavoro e d’intrapresa ai coloni italiani. Non mancarono, peraltro, segnali di una crisi agraria e del commercio che spinsero a smorzare gl’iniziali entusiasmi. Dai capitalisti siciliani non arriveranno piú impegni per acquisti che giudicavano rischiosi. Coloro «che hanno mezzi a Trapani − scriverà in seguito Canino a Nasi −  o sono troppo paghi dell’usura, che esercitano scontando cambiali, o vorrebbero comprare terreni alle porte di Trapani, o non fanno e non lasciano fare» (11 ottobre 1901).

Il trattato del 1896 riconosceva il protettorato francese sulla Reggenza tunisina, ma gli Italiani non avrebbero perduto la cittadinanza originaria, mentre si sarebbe mantenuto per essi in Tunisia lo status quo per le scuole e l’Ospedale coloniale, il libero esercizio del commercio e delle industrie, delle professioni, della pesca e del cabotaggio. Le tariffe daziarie imposte all’Italia avrebbero goduto del trattamento della nazione piú favorita, e i diritti di pesca nelle acque tunisine sarebbero stati identici a quelli riservati ai Francesi.

A raggiungere i risultati, comunque, positivi delle trattative con la Francia sarebbe stata l’abilità diplomatica di Visconti Venosta, interprete della esigenza politica di superare, in qualche modo, la Triplice Alleanza e liquidare un passato di tensioni e diffidenze nelle relazioni internazionali.

Dialoghi Mediterranei, n.28, novembre 2017

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Salvatore Costanza, già docente di storia e di ecostoria negli istituti superiori e universitari, ha svolto attività di ricerca presso l’Istituto “G.G. Feltrinelli” di Milano, collaborando con la rivista “Movimento Operaio”. Ha dedicato alla Sicilia moderna e contemporanea il suo maggiore impegno di studioso con i libri sulla marginalità sociale (La Patria armata, 1989), sul Risorgimento (La libertà e la roba, 1998), sui Fasci siciliani e il movimento contadino (L’utopia militante, 1996). Ha ricostruito la storia urbanistica, sociale e culturale di Trapani in Tra Sicilia e Africa. Storia di una città mediterranea (2005). Nel 2000 ha ricevuto il Premio per la Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Di recente ha pubblicato un profilo attento e inedito di Giovanni Gentile negli anni giovanili. Ha recentemente pubblicato per i tipi di Torre del Vento il volume Si agitano bandiere, su Leonardo Sciascia e il Risorgimento.

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