Stampa Articolo

Garibaldi e il folklore. Il popolo siciliano e l’epopea risorgimentale

La-partenza-da-Quarto-Bagheria-bottega-F.lli-Ducato-prima-metà-sec.-XX.

La partenza da Quarto, Bagheria, bottega F.lli Ducato, prima metà sec. XX

di Sergio Todesco

Di cosa parliamo quando parliamo di folklore?  Per molti tale termine designa le tradizioni popolari, quel complesso di usi e costumi che caratterizzano la vita del popolo. Il termine ha finito però con l’assumere una connotazione “pittoresca” e ha sempre più alluso a comportamenti strani, arcaici e desueti. Antonio Gramsci ci ha tuttavia rivelato che il folklore è qualcosa di serio e che va preso sul serio, dato che esso riflette le concezioni del mondo e della vita dei ceti subalterni e che l’analisi dei suoi tratti rischiara i meccanismi stessi della subalternità e al contempo consente di scandagliare le zone d’ombra della cultura egemone.

Giuseppe Garibaldi è una figura di assoluta centralità nella storia del Risorgimento italiano. Anche gli storici e i biografi più disincantati hanno posto in evidenza la tensione ideale, spesso ingenuamente ideale, che ispirò il suo impegno di condottiero di eserciti pronto a esportare –  ovunque riteneva che ce ne fosse bisogno – i suoi valori di democrazia, libertà e indipendenza dei popoli. È indubbio che Garibaldi abbia finito così con l’incarnare, in una dimensione transnazionale, la figura dell’eroe romantico per eccellenza, insieme a poche altre figure del XIX secolo (una per tutte, quella di Lord Byron).

In questa sede intendo parlare della percezione che i ceti popolari siciliani ebbero dell’eroe dei due mondi e di come la sua figura – anche dopo la sua uscita dalla scena storica e molti decenni dopo lo svolgimento delle imprese che lo videro protagonista – sia stata sottoposta a uno straordinario processo di plasmazione culturale che lo trasformò, nell’arco di un quarto di secolo, in vera e propria icona leggendaria.

Tale intima adesione del popolo all’eroe in camicia rossa costituiva l’inveramento di una singolare coincidenza tra ideologia e prassi. Gli studi sul folklore europeo ci hanno mostrato come una delle più potenti e decisive cause per l’affermarsi di un genuino interesse verso le produzioni culturali delle comunità europee fosse costituita proprio dall’ideologia del “popolo-nazione” che iniziò a improntare di sé i processi storici di costituzione dei moderni Stati nazionali.

Tale processo venne svolgendosi, nella prima metà dell’Ottocento, all’interno di un quadro di riferimento ideologico che, partendo dagli interessi antiquari settecenteschi portava a compimento il vagheggiamento tipicamente romantico di un passato glorioso del “popolo” come realtà sociale legata al “suolo”, alla “patria”, destinata ad affermarsi e sortire il suo più intimo esito nel “popolo-nazione”, custode delle memorie territoriali e garante dell’unitarietà etnica di subculture regionali fino a quel momento rimaste sparse e irrelate.

 Incontro a Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II (particolare), Bagheria, bottega F.lli Ducato, prima metà sec. XX.

Incontro a Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II (part.), Bagheria, bottega F.lli Ducato, prima metà sec. XX

Per comprendere fino in fondo come i ceti popolari siciliani abbiano percepito il Risorgimento, occorre ricordare che in tutti i moti che si sono succeduti nel corso del XIX secolo, dal 1820 al 1848, dal 1860 al 1866 al 1894, le masse popolari, in larga misura costituite da contadini, sono sempre insorte nella speranza di conquistare la terra, tanto è vero che tali moti furono sempre l’occasione per procedere all’occupazione di territori demaniali.

Tale atteggiamento derivava dal convin- cimento, profondamente stratificato nel comune sentire popolare, che la terra dovesse appartenere a chi la coltivava, e non a un astratto e lontano potere costituito: 

           La terra è di cu la zappa
           no di cu porta cappa.

e il conseguente atteggiamento antipadronale e antistatuale, che nel caso della Sicilia si tradusse in un’esplicita contestazione delle pretese regie sui territori considerati pubblico demanio, cui vengono assimilate tutte le forme di rendita vantate da Comuni ed Enti Ecclesiastici: 

            La robba di lu Re, di tutti è
            Cu leva a lu Re, mancanza nun è.

Da qui la dura polemica contro il Sovrano, che nel 1860 era il Borbone, cui si imputavano fiscalità oppressiva, latrocini, riduzione in miseria del popolo, ma che dopo l’annessione divenne Vittorio Emanuele, come mostra questa strofa:

          Franciscu era ‘nfamiu
           e chistu cchiù di cchiù.
          Spugghiaru la Sicilia
           e ‘un si nni parra cchiù. 

La figura di Garibaldi nella percezione popolare, tranne rare eccezioni, si sottrasse a un giudizio basato sull’analisi dei vantaggi effettivi che la sua azione aveva sortito per il popolo siciliano. I motivi di ciò vanno a mio parere ricondotti al processo di mitizzazione cui l’eroe dei due mondi venne sottoposto, derivante dalla rispondenza di tale personaggio a modelli e figure simboliche già presenti nella tradizione popolare: in particolare, quelli dell’eroe civilizzatore, del vendicatore dei torti, del paladino della giustizia.

La capacità di elaborazione del popolo si appropriò immediatamente di questo eroe, le cui caratteristiche antropologiche ed esistenziali erano tali da determinare immediatamente dinamiche di identificazione, di “investimenti di senso” in forza delle potenti prospettive di riscatto culturale che la sua mitologia faceva trapelare.

Un primo indice di tale processo è la credenza, accertata dagli storici, che Garibaldi (chiamato nei documenti popolari Canibardu, Caribardu, Caribardi etc.) fosse ritenuto discendere da Santa Rosalia, protettrice di Palermo, in forza dell’assonanza del suo cognome con Sinibaldi, cognome della Santa. A motivo di tale divine election, a lui vennero attribuiti poteri magici e una straordinaria capacità di uscire indenne dalle situazioni più pericolose, mantenendosi immune ai colpi dei fucili o dei cannoni nemici, come testimonia una variante della leggenda, riportata da Salomone Marino, diffusasi in Sicilia dal 1960 in poi:

«Garibaldi, discendente al solito da Rosalia Sinibaldi la Santa patrona di Palermo, e però sotto la protezione immediata di lei, ebbe da lei in dono, durante il tragitto da Quarto a Marsala, quel rozzo cinturino di cuoio bianco che portava sempre e col quale, agitandolo in mano, si cacciava d’attorno le palle e le bombe che a lui dirigevansi ne’ momenti terribili del combattimento. Ei si ritraeva ogni sera in luogo appartato, anzi scompariva addirittura, perché ogni sera conferiva con la Santa, la quale lo ammaestrava su le mosse e le imprese da fare e gli dettava quelle accese parole con cui egli eccitava il fanatismo dei suoi e atterriva i nemici».

Lo stesso Garibaldi non tralasciò di adottare comportamenti che favorissero il consolidarsi di tale nomea di “uomo fatale”. Quando dopo  Calatafimi giunse a Palermo egli, anticlericale e massone,

«fu abbastanza realistico – come scrive Denis Mack Smith – per celebrare la festa locale di santa Rosalia visitando in pellegrinaggio la grotta della santa. Al pontificale nel Duomo giunse al punto di sedere sul trono reale in camicia rossa, rivendicando il legato apostolico tradizionalmente tenuto dai  governanti di Sicilia. Quel miscredente notorio se ne stette là come difensore della fede, con la spada nuda mentre veniva letto il vangelo. Non c’è da meravigliarsi che il popolino gli attribuisse i magici  poteri di chi è in diretta comunione con Dio».

Una ulteriore declinazione di tale mitologizzazione di Garibaldi consiste nella familiarità della sua figura storica – così come essa risulta narrata, cantata e tramandata dalle tradizioni popolari – con analoghe figure del ciclo carolingio e bretone. A tal proposito Antonino Uccello ha potuto parlare di «un’ingenua e istintiva metempsicosi di costanti valori», che determina la trattazione dei fatti storici del Risorgimento attraverso il continuo ricorso a canoni e moduli narrativi tradizionali.

La forte corrispondenza tra l’immagine del mondo propria dell’universo dei paladini e quella posseduta, ovvero condivisa o fatta propria dai ceti subalterni meridionali, ha determinato, in epoca ottocentesca e fino alla prima metà del secolo scorso, un grande apprezzamento dell’Opera dei Pupi da parte dei ceti piccolo e medio borghesi in tutta l’Isola.

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/wp-content/uploads/2018/04/2.-Fiancata-di-carretto-palermitano-con-scene-garibaldine-inizi-sec.-XX.jpg

Fiancata di carretto palermitano con scene garibaldine, inizi sec. XX

Come ogni altra forma di teatro, l’Opera consiste in una messa in scena attraverso la quale la società intera si rappresenta. Nel teatro dei pupi si assiste al dipanarsi di storie in cui i ceti popolari trovano espressi valori e modelli di compor- tamento percepiti e riconosciuti come interni alla propria cultura e con essa sintonici. L’eroe paladino venne pertanto ad incarnare il Volksgeist, lo spirito del popolo, per quel tanto di meccanismo compensatorio che le sue performance nella realtà sublimata del palcoscenico attivavano.

Le “storie” di Garibaldi si sovrappongono spesso all’epopea dei paladini di Francia. Non è improbabile, anzi, che lo straordinario apprezzamento per l’Opra sia stato al contempo causa ed effetto (è arduo stabilirne le priorità) della partecipe adesione ad un evento (quello della venuta di Garibaldi in Sicilia) che veniva al contempo percepito come storia e come mito.

Nel canto popolare La battagghia di Milazzu, ad esempio, l’andamento guerresco ed enfatico del combattimento pare direttamente mutuato dalla tradizione dei cuntisti dell’Opera:

  Discurru non di primu e non di fini
  cuntu di Caribardi lu talentu:
  vicinu di Milazzu, o miu Carini,
  vintunu lugliu fu cummattimentu
                          ………..
  E Caribardi, primu Generali,
  ca d’ogni guerra porta vincitòria,
  cci ha jiutu ‘n puppa a li napulitani:
  arristirà a stu munnu pri memoria.
………..
  Lu Capitanu vuleva turnari,
  Caribardi cci chiusi la strata;
  lu so cavallu cci ha jiutu a pigghiari:
- Arrènniti, o arma scelerata! –
………..
  Caribardi la sciàbula vutari
  fici ‘nta un corpu comu la Giuditta,
  mortu ‘n terra lu fici cascari:
  d’u Capitan unni fici minnitta.
  Quattru surdati ccu ‘i sciabuli addritta
  jévanu contra di lu Generali;
  ma Caribardi ccu la so listrizza
  morti ddà ‘n terra li fici cascari.
  etc. etc.

Attraverso le “storie” la cultura popolare si appropriava della Storia, attraverso l’impiego di strutture mitiche i ceti popolari siciliani per la prima volta irrompevano nel palcoscenico del mondo.

 Barilotto pastorale con Garibaldi e l’Italia, testa di Garibaldi come tappo, areale peloritano, seconda metà sec. XIX, Messina, coll. Amendolea.

Barilotto pastorale con Garibaldi e l’Italia, testa di Garibaldi come tappo, areale peloritano, seconda metà sec. XIX, Messina  (coll. Amendolea)

Occorre infatti ricordare che il profondo malcontento delle masse popolari delle campagne e delle città aveva certamente le sue radici nella complessiva condizione di subalternità propria di una società classista, ma si alimentava anche di oscure aspirazioni palingenetiche di riscatto sociale da una plurisecolare condizione di miseria che rivolgevano la protesta contro il governo prima ancora che contro le classi dominanti. In Sicilia, Garibaldi fu proprio colui che “accese la miccia”, nel senso che con le sue imprese per primo suscitò nel popolo la consapevolezza di essere, o poter essere, una nazione.

Il concetto di “popolo-nazione” nasce durante l’Ottocento come insieme di genti legate da una comunanza di tradizioni storiche, lingua, costumi, religione. Si trattava di una visione dinamica, strettamente connessa con realtà sociali oppresse da secoli. Alcuni canti popolari potranno illustrare come, trattando di alcuni episodi del Risorgimento, il concreto evento assai spesso travalichi la dimensione storica per entrare in quella del mito:

  È cosa certa e vera di stupiri
  di Canibardu la gran valintìa;
  li truppi di Barbuni fa attirrìri,
  a Palermu ‘nta un lampu patrunìa:
  Sicilia avia luttiu, ora cci riri,
  ruppi la màgghia di la tirannia;
  e Canibardu valenti e fidili
  ccio ha dittu: – Ora si’ libira di tia! -  (Partinico)
   E quannu Caribardu s’affacciava,
  cu dda cammisa russa si vidìa,
  la truppa lu fujutu si pigghiava,
  di Caribardi si nn’attirrunìa;
  e quannu lu cumannu iddu dava
  tuccava trumma e primu si mittìa,
  cu ddu cavaddu lu primu marciava,
  ‘mmenzu li scupittati cci ridìa -  (Bagheria)
   Bedda, cu Caribardu mi nni vaju
  sutta li so’ banneri a fari guerra,
  e contra li Borbuni ‘n guerra vaju,
  vincemu sempri e Borbuni va ‘n terra … -  (Parco)
   E quannu Caribardi jia a battagghia
  facia trimari l’àrvuli e la fogghia,
  e lu cannuni sparava a mitragghia -  (Palermo)
   E quannu Caribardi màrcia avanti,
  s’arrènninu li truppi a reggimenti;
  bannera a tri culuri è trionfanti -  (Palermo)

Il modello incarnato dall’eroe dei due mondi risulta così tanto gratificante che lo stile “garibaldino” si innesta agevolmente nel comportamento siciliano ispirato alla fierezza e “mafiosità” (nel senso attribuito a tale termine da Giuseppe Pitrè):

       Ciuri ri linu!
      Guarda l’amuri miu quant’è baggianu,
      russu vistutu di caribardinu! –  (Palermo)
   Ciuri ‘i cucuzza!
      E ora l’amuri miu sgherru mi passa,
      cu la cuccarda e la cammisa russa! –  (Palermo)

Giustamente annota Salvatore Salomone Marino:

«Nessun uomo esercitò mai tanto ascendente, tanto fascino su le popolazioni, quanto ne esercitò Garibaldi, con le sue stupende virtù personali, con le fortunose e ardite e mirabili sue imprese: e però la leggenda venne tosto a cingere con iridescente aureola il grande Condottiero dalla rossa camicia, e la canzona ed il poemetto della rustica ignota musa nacquero e prosperarono dappertutto, pigliando stabile posto tra’ canti tradizionali».
 retro del barilotto con Garibaldi e Vittorio Emanuele a Teano

Retro del barilotto con Garibaldi e Vittorio Emanuele a Teano

A partire dalla seconda metà del 1860 l’alleanza tra borghesi e contadini, che aveva fortemente contribuito al successo dell’impresa dei Mille, si spezzò, trasformandosi in un’alleanza di fatto tra borghesia isolana e borghesia continentale, in quella che è stata definita una “restaurazione liberal-moderata”. Tale mutamento strategico di una classe che voleva certo cambiare le cose ma, come ben sapeva il Principe Salina, non fino in fondo e in ogni caso in modo che tutto in qualche modo rimanesse uguale, non venne percepito dai contadini che, in nome di Garibaldi e della presunta libertà conquistata, invasero i feudi, bruciarono gli archivi in cui erano riposte le carte che sancivano la loro subalternità, occuparono le terre demaniali che essi ritenevano a buon diritto doversi dividere tra chi le coltivava. Le insurrezioni, come sappiamo, vennero spietatamente represse, anche con l’intervento delle truppe garibaldine (basti pensare all’eccidio di Bronte ad opera di Nino Bixio, luogotenente del Generale).

Analogamente, lo Stato unitario mostrò ben presto un volto assai differente da quello vagheggiato: una burocrazia non diversa da quella borbonica, e anzi più di quella affidata a uomini del nord, la leva obbligatoria, la grande tolleranza mostrata dalla nuova struttura statale verso i latifondisti che, per difendere l’integrità delle proprie terre dalle richieste di chi aspirava a una più equa distribuzione delle risorse, non esitavano a rivolgersi alla maffia dei soprastanti cui affidavano la difesa – anche violenta – dei propri interesse e dei propri privilegi.

A ciò si aggiunga il clientelismo, la corruzione nella vita pubblica, il plebiscito che sottrae autonomia e priva l’Isola di un orizzonte identitario, la leva obbligatoria e i giovani morti in guerra, la tassa sul macinato e quella fondiaria, la sostituzione delle monete di metallo con cartamoneta (li dinari vulanti e non sunanti o dinari senza scrusciu, come il popolo subito definì i prodotti del nuovo conio) etc. E infine, il brigantaggio come risposta alla leva obbligatoria e l’errore del governo centrale di affrontare il problema come se fosse un problema giudiziario, di ribellione comune, senza scorgerne la natura di sintomo del malessere derivante dalla percezione popolare di un aggravamento delle proprie condizioni di subalternità.

Il Garibaldi dittatore che decreta la coscrizione obbligatoria suscita   immediatamente una reazione di piazza, ben illustrata da questa strofetta, che possiamo immaginare venisse recitata e cantata pubblicamente.

      Vulemu a Garibaldi
      c’un pattu: senza leva.
      E s’iddu fa la leva,
      canciamu la bannera.
      Lallarallera lallarallà!

Altri canti e poesie della “disillusione” sono costituiti, ad esempio, dai seguenti:

      Vittoriu Manueli chi-ffacisti,
      la miègghiu ggiuvintù ti la pigghiasti – (Canicattini Bagni)
        Quantu petri cci vuonnu a-ffari ‘m ponti
      quantu peni si pati ppi n’amanti.
       Vittoriu Manueli cchi-ccosi facistu
       ccu n’amanti c’avì mi la luvastu,
       vi lu purtastu ddabbanna Turinu,
       Vittoriu Manueli lu sazzinu – (Buccheri)

Ma, nonostante tutto, l’icona di Garibaldi non perde il suo smalto proprio perché ormai non fa più parte della dimensione storica ma è entrato nella sfera della metastoria. Recita ad esempio il canto Vinni cu vinni, che ha come sottotitolo Aribaldi e lu triculuri:

      Vinni cu vinni e cc’è lu triculuri
      Vinniru milli famusi guirreri
      Vinni ‘Aribaldi lu libbiraturi
      ‘Nta lu so cori paura nun teni
     Ora si ca finìu Ciccu Burbuni!
     La terra si cci grapìu sutta li peri
     Fu pri chist’omu cu la fataciuni
     Ca la Sicilia fu libbira arreri.
……….
     Di unni detti la grazia, e ci arrivai
    Vidiri subissàrili ntra un nenti!
    Lu triculuri e la bannera aviti
    Siciliani e ‘Taliani uniti!
Bastone-pastorale-con-testa-di-Garibaldi-come-pomello-areale-peloritano-metà-sec.-XX-Messina-coll.-Todesco-attualmente-in-deposito-presso-il-Museo-“Giuseppe-Cocchiara”-di-Mistretta.

Bastone pastorale con testa di Garibaldi come pomello, areale peloritano, metà sec. XX, Messina (coll.Todesco, attualmente in deposito presso il Museo “Giuseppe Cocchiara” di Mistretta)

Le iconografie garibaldine nella cultura tradizionale siciliana si articolano in alcune principali forme espressive quali la stampa (xilografica, calcografica o litografica), la composizione plastica, e le immagini celebrative – derivanti preci- puamente da ambiti conventuali – realizzate su materiali di vario genere, dalla stoffa arricchita con perline, fili dorati o ricami e altri elementi decorativi, al corno, al legno etc. Non è raro pertanto trovare l’effigie di Garibaldi o le tematiche risorgimentali riprodotte su collari bovini, barilotti pastorali, bicchieri di corno, bastoni intagliati, ex voto, fogli volanti di cantastorie, sponde, chiavi e casc’i fusu di carretti, stampi per mostarda (W Savoia), pupaccena o pupi di zucchero, quadri ricamati e svariati altri manufatti che rientrano nell’ambito dell’arte popolare. In alcuni casi, la natura “paladinesca” dell’eroe, cui si è fatto cenno, determinò la messa in forma di pupi garibaldini per rappresentazioni storiche e leggendarie ad un tempo, con il relativo corredo di cartelloni, fondali etc.

Molti dei manufatti provenienti dall’ambito artistico popolare, e in particolare dalla pittura dei carretti e dalla produzione estetica dei pastori, mostrano come i protagonisti dell’epopea garibaldina e risorgimentale siano stati ben presto assunti ed assorbiti nei quadri di riferimento mitologico e simbolico dei ceti subalterni siciliani, finendo con lo svolgere la medesima funzione svolta in passato dagli eroi dell’Opra.

Concludendo. La breve disamina che ho cercato di sviluppare intorno al tema della percezione popolare dell’epopea risorgimentale potrebbe forse essere vista come una rassegna bizzarra di fatti folklorici privi di connessione con la storia reale della Sicilia, un esercizio gratuito di scavo “letterario” sulla sua cultura popolare, e in fondo un “pettegolezzo” sulle mitologie che tale cultura è venuta elaborando nel corso del XIX secolo.

Se però si considera che il modo in cui il popolo ha percepito le dinamiche storiche che hanno segnato il Risorgimento in Sicilia ha avuto visibili ricadute sul come i ceti popolari hanno elaborato le proprie risposte in relazione ai cruciali problemi dell’Isola che, attraverso i secoli, hanno plasmato e condizionato il quadro socio-politico della Sicilia (dal problema della proprietà e gestione delle terre all’esercizio– o mancato esercizio – di una compiuta democrazia rappresentativa), allora si potrebbe viceversa ipotizzare che l’argomento fin qui trattato costituisca un aspetto non irrilevante della questione meridionale.

Dialoghi Mediterranei, n.31, maggio 2018
Riferimenti bibliografici
Antonino Buttitta, Il carretto racconta, Palermo, Ed. Giada, 1982..
Denis Mack Smith, Garibaldi, Milano, Mondadori, 1994.
Giuseppe Pitrè, Cartelli, pasquinate, canti, leggendi, usi del popolo siciliano, Palermo, A. Reber, 1913.
Salvatore Salomone Marino, Canti popolari siciliani in aggiunta a quelli del Vigo, raccolti e annotati, Palermo, Francesco Giliberti editore, 1871.
Id., Leggende popolari in poesia, raccolte e annotate, Palermo, L. Pedone Lauriel, 1880.
Id. La trasuta di Garibaldi a Palermo. storia popolare siciliana in poesia pubblicata nella ricorrenza del XXV anniversario del 27 maggio 1860, estratto dal numero unico pubblicato il 27 maggio 1885, a cura del Municipio di Palermo, Palermo 1885.
Id., Il paese del giudizio. Racconti popolari, Palermo, Il Vespro, 1977.
Antonino Uccello, Risorgimento e società nei canti popolari siciliani, Firenze, Parenti Ed., 1961.
________________________________________________________________________________
Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra li quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, 1995; Iconae Messanenses – Edicole votive nella città di Messina, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, 2016.
 _______________________________________________________________________________
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Società. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>