Forme della religiosità e dinamiche identitarie nell’era della globalizzazione

Tiepolo, Apollo e Diana, 1757

Tiepolo, Apollo e Diana, 1757

di Paolo Branca

Si parte sempre dal noto anche per avvicinare e conoscere, scoprire l’ignoto. Vale in tutti i campi, compresa la religione. Intendiamo qui per ‘religione’ sia l’aspetto profondo della ‘religiosità’, sia quello storico e persino istituzionale dei sistemi religiosi. Non sono la stessa cosa, e vanno distinti, ma da entrambi prendiamo inevitabilmente le mosse quando affrontiamo chi è di un’altra religione (o di nessuna): riconosceremo (o non riconosceremo) in lui/lei/loro simili o eguali spinte profonde che da sempre inducono gli esseri umani a rapportarsi col ‘mistero’, col ‘trascendente’, col ‘sacro’, col ‘divino’… Fin dalla Preistoria riti, altari, gesti e parole, in tutte le parti del mondo, testimoniano la ‘religiosità’ umana che si pone delle domande, che si mette alla ricerca di un senso all’esistenza, che trova vie per completare e/o superare uno stato di insoddisfazione, che tenta di andare oltre i limiti evidenti e irrimediabili della nostra condizione e in ultima analisi di ‘superarsi’.

Di tutto ciò siamo meno consapevoli di quanto dovremmo, in parte per la tendenza a dare per scontate le esperienze di base, preferendo definizioni ereditate passivamente oppure anche fatte proprie con impegno, ma sempre in forma rassicurante e un po’ preconfezionata che rischia di allontanarci dall’essenziale di cui invece dovremmo fare costantemente memoria; un po’ anche perché quelle esperienze di base sono necessariamente filtrate dalle forme del sistema religioso a cui apparteniamo.

Quella ‘religiosità’ o senso religioso che ci accomuna a moltissimi nostri simili, nel corso della storia è divenuto anche un ‘fenomeno’ articolato e complesso che può fare da schermo alle domande, alle esigenze, alle questioni di base cui pur cerca di dare risposta. Le forme più quotidiane e semplici che esso ha assunto nel tempo, fino alla sua istituzionalizzazione, non dovrebbero ostacolare, ma bensì conservare e ridare perpetua freschezza alla ricerca da cui tutto parte… ma fatalmente non sempre è così (basti pensare alla riduzione dell’Avvento e del Natale a periodi prevalentemente consumistici) e, come i saltatori, dobbiamo constatare che è la stessa gamba che ci dà la spinta per elevarci a urtare poi l’asticella che può cadere, annullando la validità del salto.

1Riflettendoci bene, tuttavia, non è però anzitutto la differenza dogmatica o dottrinale delle varie religioni a costituire un ostacolo per la reciproca comprensione, salvo casi di fanatismo purtroppo reali ma comunque sporadici e patologici – quanto altri fattori che appartengono alla sfera antropologico-culturale, di cui in molti casi le credenze e i riti religiosi sono un più o meno spesso rivestimento esteriore che ha poco o nulla a che fare con un’autentica interiorità.

Non vogliamo con ciò relativizzare l’importanza di dogmi e atti di culto che invece portano in sé una secolare se non millenaria eredità spirituale che merita di essere approfondita e valorizzata in tutte le sue infinite potenzialità. Si tratta semplicemente e ragionevolmente di prendere atto che nulla si produce nel vuoto e che quindi le circostanze e i condizionamenti dei vari ambienti e delle differenti epoche giocano comunque un ruolo non secondario nelle modalità in cui qualsiasi cosa – compresa la fede religiosa – viene concepita, interpretata, espressa da esseri umani inevitabilmente collocati nel tempo e nello spazio.

Facciamo un esempio, e al massimo livello, tanto per intenderci: Gesù era un ebreo, vissuto quando la sua terra era sotto il dominio politico dell’Impero romano e culturalmente segnata dall’ellenismo. Anche chi professa la fede in lui come Figli di Dio non può ignorare tutto questo, altrimenti non saprebbe spiegarsi perché – ad esempio – i Vangeli siano stati redatti in greco, la Chiesa abbia presto trovato in Antiochia, Alessandria d’Egitto e persino Roma (patria dei suoi carnefici) le proprie capitali che eclissarono presto Gerusalemme e tante altre cose che (come l’incontro coi popoli barbarici) hanno influenzato e continuano a determinare il ‘nostro’ modo di essere cristiani cattolici (che non a caso è differente per i cristiani ortodossi, figli di un’altra storia, o per i riformati). La quasi coincidenza che riscontriamo tutt’oggi fra nazionalità e adesione a una determinata confessione cristiana anche solo nei Balcani ne è una patente conseguenza.

Analogo discorso si potrebbe fare circa l’influsso dell’Egitto o di Babilonia sull’ebraismo, delle tradizioni beduine (ma poi anche persiane, bizantine e indiane) sull’islam e via dicendo.

Un cristiano in Egitto (Mohammed Abed- Afp- Getty)

Un cristiano in Egitto (Mohammed Abed- Afp- Getty)

È certamente vero che i semplici fedeli di ciascuna religione ne sanno poco o nulla, ma i più frequenti e stretti contatti fra di loro determinati dalla globalizzazione in atto richiederebbe anzitutto una maggior consapevolezza di tali dinamiche, eppure ciò cui stiamo assistendo è piuttosto un inasprimento delle contrapposizioni etnico-religiose su basi quasi esclusi- vamente emotive e pertanto effimere, quando non controproducenti sul medio-lungo periodo.

La cosa è paradossale solo fino a un certo punto: si tratta infatti di un effetto collaterale della globalizzazione stessa la quale, lungi dal diluire le identità, ne ha prodotto invece un rafforzamento reattivo, fino alla ‘riscoperta’ di radici mitiche (come quelle celtiche) in funzione protettiva e rassicurante per chi si trova spaesato e senza punti di rifermento in quella ch’è stata efficacemente definita l’attuale ‘società liquida’.

Non si tratta dunque d’inventare nulla di nuovo, ma di cogliere l’occasione e di rispondere alla necessità di allargare e approfondire ciò che già c’è, magari in forma inadeguata alle mutate circostanze.

Non farlo, o farlo tardi e male, si configura come un danno per noi stessi, prima ancora che nei confronti degli altri e ci condanna a subire piuttosto che gestire una situazione vissuta come un evento meteorologico avverso, di cui potremo anche lamentarci ma senza esito alcuno.

Dialoghi Mediterranei, n. 22, novembre 2016

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Paolo Branca è docente di Lingua e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano. Oltre a numerosi articoli su riviste specializzate è autore di varie monografie tra cui Voci dell’Islam moderno, Marietti, Genova 1991; Introduzione all’Islam, San Paolo, Milano 1995;  Moschee Inquiete, Il Mulino, Bologna 2003; Guerra e Pace nel Corano, EMP, Padova 2009; Islam al plurale. Voci diverse dal mondo musulmano (con P. Nicelli e F. Zannini), Guida, Napoli 2016; I musulmani, Il Mulino, Bologna 2016; Il Corano, Il Mulino, Bologna 2016.

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