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Fabbricare l’emergenza. Le radici delle rotte mediterranee verso l’Italia

 

le-rotte-dei-migranti-nel-mediterraneo-verso-leuropa-uno-studio-agidi Giuliano Fleri

La nuova centralità di posizioni e partiti anti-immigrazione nel panorama politico italiano spinge ad una riflessione riguardo al peso delle politiche migratorie mediterranee all’interno del dibattito pubblico del Paese. In otto anni, l’immigrazione è passata dall’essere uno dei tanti argomenti caldi della discussione politica a diventare il suo perno centrale, un cardine che dà forma alle identità degli attori politici e traccia i confini tra le appartenenze degli elettori. Se l’immigrazione è diventata un argomento fondamentale di per sé, la sua onnipresenza si deve anche alla sua versatilità, alla facilità con cui viene, di volta in volta, presentato e interconnesso con altre questioni come i rapporti tra l’Italia e l’Unione Europea, le politiche economiche del Paese e la sicurezza interna. Il fattore che, però, sembra essere decisivo nello stabilirsi di questa imprescindibilità è il continuo richiamo all’immigrazione come uno stato di emergenza: non si parla di ‘immigrazione’ ma di ‘emergenza migratoria’ o ‘ crisi migratoria’.

La definizione della questione in tali termini risale al 2010, quando si temeva che gli eventi scatenati dalla Primavera araba e in particolare la rivoluzione tunisina e lo scoppio della guerra civile libica, avrebbero dato il “la” a flussi migratori mediterranei senza precedenti. Effettivamente, a partire dal 2011, guerre e rivoluzioni in Nord Africa determinarono un netto incremento dei richiedenti asilo provenienti dalla Libia attraverso il Mediterraneo Centrale. Il numero di immigrati che passavano attraverso il corridoio mediterraneo raggiunse il culmine tra il 2014 e il 2016, con più di 500 mila arrivi nell’arco di tre anni e lo spaventoso bilancio di 10.895 morti in mare nello stesso periodo [1].

Se il numero di richiedenti asilo approdati in Italia variava in conseguenza alla situazione politica in Libia, la composizione etnica e nazionale dei migranti mostrava un significativo grado di fluidità, specchio del fatto che, aldilà dei conflitti veri e propri, altre e complesse questioni politiche e sociali sostenevano la riproduzione dei flussi migratori nel Mediterraneo. Infatti, se nel 2014 i Siriani rappresentavano il gruppo più numeroso, negli anni successivi si è incrementata la quantità di migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana, Eritrei e Nigeriani o provenienti da Paesi del Maghreb relativamente pacificati, come la Tunisia. La Libia, quindi, non rappresenta una fonte di immigrazione in sé, ma più l’instabilità regna nel Paese, più la Libia diventa un porto franco per scafisti, contrabbandieri e punto di partenza per l’ultimo tratto di più ampie traiettorie migratorie.

L’origine di molti richiedenti asilo ha fornito argomenti ai rappresentanti dell’estrema destra i quali hanno sostenuto che coloro i quali arrivavano ed arrivano sulle coste italiane non sono autentici rifugiati che scappano da persecuzioni o guerre, ma ‘migranti economici’, cui non è dovuto alcun tipo di assistenza o aiuto umanitario. La Lega (ex Lega-Nord), in particolare, ha cavalcato l’onda dei sentimenti anti-immigrazione portando i suoi consensi dal 12% del 2010 al 34% del 2019. Nello spazio di pochi anni, sfruttando l’aumento dei flussi mediterranei come sponda per le sue argomentazioni contro gli stranieri, la Lega si è trasformata da un partito regionalista in esaurimento, in un partito nazionalista che aspira, ormai legittimato da un vasto supporto popolare, a guidare il Paese in un futuro prossimo.

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Foto Reuters/Guglielmo Mangiapane

Dopo le elezioni politiche del 2018 e l’alleanza con il Movimento 5 Stelle, il leader della Lega Matteo Salvini ha utilizzato il Ministero dell’Interno come amplificatore per rilanciare la sua retorica anti-immigrazione, focalizzando l’attenzione della pubblica opinione sull’arresto degli arrivi “irregolari” attraverso il Canale di Sicilia. È noto che, accusando le Organizzazioni non governative operanti nel Mediterraneo di collaborare con gli scafisti, Salvini ha ordinato una completa chiusura dei porti siciliani alle imbarcazioni delle ONG. In più di un caso, questa politica si è tradotta in situazioni drammatiche in cui le autorità italiane hanno rifiutato il permesso di approdo per settimane, costringendo decine di migranti sofferenti a rimanere su navi di salvataggio non adatte al trasporto di un elevato numero di persone.

Seguendo la linea politica della ‘fermezza’, si è ridotto significativamente il numero di arrivi attraverso il Canale di Sicilia, ma non quello dei morti in mare che non è calato proporzionalmente. Infatti, se negli anni di massima migrazione nel Mediterraneo sussisteva un rapporto di un morto ogni quaranta migranti, la proporzione raddoppia nel 2018. L’assenza di operazioni umanitarie di ricerca e recupero ha, per un verso, rallentato il ritmo delle migrazioni attraverso il Mediterraneo Centrale e ha ridimensionato la rilevanza di questa traiettoria migratoria che per molti è stata fatale, ma, dall’altro, ha anche reso l’attraversamento del Canale ancor più pericoloso. Dopo otto anni di susseguenti emergenze, di fronte ad uno stato di crisi senza fine, il dibattito politico italiano continua a girare attorno alle questioni della legittimità e del ruolo dell’azione umanitaria nel Mediterraneo, mentre le ragioni per cui un’“emergenza” si è trasformata in un carattere strutturale del sistema migratorio italiano e mediterraneo vengono trascurate. Come è possibile che un flusso migratorio verso l’Italia venga controllato esclusivamente con la mediazione di attori umanitari e attraverso traiettorie pericolose e spesso mortali? Una risposta a questa domanda implica un passo indietro logico e anche temporale.

fatalities-by-month_om_gfDifatti, se le migrazioni mediterranee hanno conquistato le prime pagine solo a partire dal 2010, pratiche di attraversamento delle frontiere nel Canale di Sicilia sono radicate nel processo di costruzione della cosiddetta ‘Fortezza Europa’. Già negli anni ’80, i Paesi del Nord Europa giunsero alla conclusione che una linea comune e una armonizzazione delle politiche migratorie sarebbe stata più efficiente di una polifonia di legislazioni nazionali.  L’applicazione di varie politiche migratorie restrittive aveva avuto come effetto collaterale l’aprirsi di ‘entrate secondarie’, nuove vie irregolari che si sostituivano ai modi e alle forme delle migrazioni tradizionali. Contemporaneamente, la brusca chiusura di consolidati sistemi migratori tra i Paesi europei e quelle Nazioni che avevano fornito forza lavoro (labour suppliers), determinò una riorganizzazione dei flussi verso l’Europa, ampliando l’importanza degli ingressi irregolari nei Paesi del Nord-Europa.

Alla luce di queste evoluzioni, i governi europei concepirono l’idea di uno spazio europeo di libero movimento interno dipendente dal parallelo rinforzo dei confini esterni. Gli accordi di Schengen, concepiti inizialmente da Belgio, Francia, Germania-Ovest, Lussemburgo e Paesi Bassi, prevedevano quindi l’eliminazione dei confini interni, ma si basavano sulla costruzione di nuovi sistemi di sicurezza alle frontiere con i Paesi non-europei, con una attenzione particolare al confine mediterraneo [2].  Mentre i commentatori salutavano Schengen come un ennesimo, importante passo verso l’integrazione dei popoli europei, pochi osservatori notavano che l’obiettivo centrale dell’area Schengen fosse la lotta all’immigrazione irregolare e l’esternalizzazione delle frontiere con la conseguente costruzione di un confine internazionale tra l’Europa e i suoi più ‘poveri’ vicini. Tra i firmatari del trattato spiccava la mancata presenza dell’Italia, unico assente tra i Paesi che nel 1957 avevano stabilito la nascita della CEE. L’esclusione dell’Italia derivava dal reiterato rifiuto delle autorità italiane di imporre la necessità di visto ai Paesi del Maghreb, nonostante il pressing dei partner europei. Questo disaccordo che era stato argomento di contrasto più o meno velato tra Mitterrand e Craxi, si rivelò in tutta la sua evidenza proprio nel percorso che portò alla firma del trattato di Schengen.

migrantiLa differenza di vedute riguardo le frontiere esterne della Comunità europea originava in considerazioni geopolitiche divergenti tra l’Italia e gli altri Stati. Dopo le decolonizzazioni nel Maghreb, i governi italiani erano convinti che il Paese fosse nella migliore posizione per assumere un nuovo ruolo egemone nella politica mediterranea. Non da ultimo, le operazioni dell’ENI in Nord Africa avevano spinto i responsabili italiani a configurare una funzione chiave nel mercato energetico Euro-Mediterraneo. Questi nuovi orizzonti implicavano, però, il mantenimento di buone relazioni con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, i quali, a loro volta, spesso chiedevano, come contropartita allo sfruttamento delle loro risorse naturali, una politica migratoria tollerante.

Da non sottovalutare era anche il regolare flusso migratorio che collegava la Tunisia alla Sicilia e le attività transnazionali che collegavano le due sponde del Canale di Sicilia. Una fitta rete di connessioni tra Sicilia e Tunisia aveva infatti permesso lo sviluppo di una nutrita comunità tunisina nella Sicilia occidentale già a partire dalla fine degli anni ’60.  La flotta peschereccia di Mazara del Vallo, la più grande del Mediterraneo tra gli anni ’70 e ‘80, sfruttava i ricchi fondali maghrebini assicurando una presenza cospicua di lavoratori tunisini nella stessa flotta. I tunisini di Mazara formarono la prima comunità straniera d’Italia, proseguendo quella stretta relazione che aveva collegato la provincia di Trapani alle coste tunisine già dai primi decenni del XIX secolo [3]. Imporre il visto ai tunisini avrebbe determinato una repentina riorganizzazione delle rotte migratorie ed un inevitabile incremento dell’immigrazione irregolare. In questo contesto va inquadrata la riluttanza delle autorità italiane all’imposizione del visto ai Paesi del Maghreb.

Nonostante queste considerazioni, d’altra parte, le autorità italiane sapevano bene che il Paese non aveva un’alternativa mediterranea talmente valida da poter oscurare il tradizionale europeismo del Paese; non aderire all’area Schengen significava rinnegare trent’anni di relazioni europee in favore di scenari imprevedibili. Nella convinzione che un ‘vincolo esterno’ avrebbe contribuito a raddrizzare alcune delle sfasature storiche del Paese, i politici italiani erano sempre stati in prima linea nel supportare nuovi passi verso l’integrazione politica ed economica dell’Europa. A dispetto della sua predisposizione mediterranea, l’Italia aveva troppo da perdere nel non aderire a Schengen.

Nonostante il periodo delle grandi migrazioni fosse ormai alle spalle, negli anni ’80, gli italiani restavano un popolo con una fortissima cultura migratoria, mentre l’economia italiana poteva trarre grandi vantaggi dall’eliminazione delle frontiere interne e da una conseguente facilitazione delle attività internazionali delle numerose comunità italiane in Belgio, Francia e soprattutto Germania.  Così nel 1990, dopo aspri confronti e nella strada che avrebbe portato alla firma di Schengen, l’Italia impose il visto per i cittadini del Maghreb, chiudendo di fatto una delle ultime ‘porte aperte’ d’Europa.

fa710ad75de94947a496efc4006b0c34-005-kmgb-u43300818766646nqd-1440x960corriere-web-sezioniSe la costruzione della ‘Fortezza Europea’ smantellava le rotte convenzionali che collegavano il continente con gli altri Paesi del Mediterraneo, questo non poteva dissolvere né la lunga storia di rapporti transnazionali che si erano ormai creati tra i Paesi d’origine e i Paesi di destinazione dei milioni di migranti residenti in Europa né poteva cancellare la fitta rete di rotte informali che legavano Europa e Africa attraverso il Mediterraneo. Così, mentre la migrazione verso l’Europa continuava attraverso le ‘porte di servizio’ delle riunificazioni familiari e le richieste d’asilo, gli anni ’90 videro la progressiva ramificazione ed evoluzione di rotte migratorie irregolari nel Canale di Sicilia [4].

I contorni della ‘crisi’ migratoria mediterranea vanno ricercati nell’organizzazione stessa del regime migratorio europeo e italiano. L’ottenimento di un visto, anche turistico, per i Paesi europei è un procedimento burocratico complesso, implica che il richiedente risponda ad una serie di requisiti economici molto selettivi mentre il rifiuto del visto può avvenire senza che le ambasciate dei Paesi di destinazione forniscano una giustificazione al richiedente e che le spese burocratiche per la candidatura vengano rimborsate. Recenti studi hanno anche evidenziato che i criteri per il rilascio dei visti, anche quelli per brevi periodi, seguono considerazioni geopolitiche indipendenti rispetto ai requisiti esplicitati nei regolamenti legislativi. Così, mentre molti Paesi dell’est-Europa usufruiscono di un “blando” regime di visti che rende il rilascio del documento relativamente agevole, i cittadini dei Paesi africani sono i più svantaggiati. Tra il 2008 e il 2011 le ambasciate dei Paesi Schengen in Africa hanno ricevuto solo il 13% di richieste di visto per brevi periodi richiesti nel mondo, ma sono state responsabili per oltre il 40% delle richieste di visto rifiutate [5]. Queste stato di cose spinge da più di vent’anni molti migranti provenienti dai Paesi in via di sviluppo e soprattutto dall’Africa sub-sahariana a scegliere rotte informali, gestite da trafficanti di essere umani e caratterizzate da ogni tipo di pericolo e precarietà.

fd6cae58-fe15-4f0c-9b06-4e7fe854f1d4_large-jpgL’espansione di queste rotte rappresenta anche uno spreco enorme di risorse economiche per tutti i Paesi coinvolti dai flussi. La migrazione internazionale è spesso utilizzata come una strategia di investimento da parte delle famiglie che finanziano un progetto migratorio per diversificare le loro prospettive economiche. Se però un cittadino munito di regolare visto arriva da Addis Abeba a Roma in sei ore e con una spesa poco superiore ai 300 euro, un migrante sprovvisto di visto è obbligato ad imbarcarsi in un viaggio che, nella migliore delle ipotesi, può durare anche diversi anni e costare diverse migliaia di euro. In un regime migratorio ‘normale’, queste risorse potrebbero supportare le spese di inserimento degli immigrati nella società d’insediamento che invece, nel caso delle attuali forme di immigrazione, ricadono sui Paesi ospitanti. Risorse provenienti dalle due estremità dei flussi migratori vengono così drenate verso le organizzazioni che gestiscono i flussi irregolari, contribuendo a perpetuare un perverso sistema di mobilità internazionale nel Mediterraneo.

L’attitudine presenteista spinge politici, media e attori umanitari ad inquadrare la questione delle migrazioni mediterranee, a partire dagli ultimissimi eventi di cronaca, che essi siano massicci sbarchi, tragici naufragi o respingimenti, nella categoria dell’“emergenza”, come stato di cose temporaneo che richiede un intervento urgente. Eppure, guardando con più attenzione alla crescita graduale degli arrivi via mare tra gli anni ’90 e 2000, ci si rende facilmente conto che la situazione attuale del Canale di Sicilia, lungi dall’essere frutto di una crisi improvvisa, è figlia di dinamiche strutturali e del sistema italiano ed europeo di governance delle migrazioni. Questo processo, è vero, ha conosciuto un’accelerazione significativa nella prima parte degli anni 2010, a causa dei conflitti esplosi in Nord Africa ed in Medio Oriente, ma ciò non deve distogliere l’attenzione dal fatto che i caratteri, spesso drammatici, delle migrazioni mediterranee sono fabbricati dal regime migratorio europeo e che, solo a partire da una riconsiderazione di questo sistema, possono essere concepite e configurate alternative rispondenti a criteri di efficacia.

Dialoghi Mediterranei, n. 40, novembre 2019
Note

[1] Le stime più esaustive sulla consistenza e la composizione dei flussi migratori ‘irregolari’ si trovano nei reports dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni (IOM) e dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR). Entrambe le organizzazioni hanno istituito della pagine web per la situazione mediterranea. Qui è possibile reperire le fonti ed un aggiornamento dei dati in tempo reale. Per l’IOM  https://missingmigrants.iom.int; per l’UNHCR https://data2.unhcr.org
[2] Un’analisi attenta delle ragioni che portarono alla stipula degli accordi di Schengen e il ruolo che il confine mediterraneo ha giocato in questi processi si trova in Simone Paoli, The Schengen Agreements and their Impact on Euro-Mediterranean Relations. The Case of Italy and the Maghreb, in “Journal of European Integration History, 21:1,  (2015):125-145.
[3] Sull’immigrazione tunisina in Sicilia già a partire dalla fine degli anni Sessanta cfr. A. Cusumano, Il ritorno infelice, Sellerio Palermo 1976. Sull’intreccio tra la storia della comunità tunisina di Mazara del Vallo e le vicende geopolitiche nel Mediterraneo Naor Ben-Yehoyada, The Mediterranean Incarnate. Region Formation Between Sicily and Tunisia since World War II, Chicago University Press, 2017.
[4] Uno studio approfondito sull’espansione delle rotte migratorie negli anni ’90 deve ancora essere effettuato. Paolo Cuttitta, Lo spettacolo del confine. Lampedusa tra produzione e messa in scena della frontiera, Milano, Mimesis, 2012 offre una spiegazione del passaggio e della trasformazione dei flussi migratori nel Canale di Sicilia con una attenzione speciale al ruolo di Lampedusa.
[5] Claudia Finotelli and Giuseppe Sciortino, Through the Gates of the Fortress: European Visa Policies and the Limits of Immigration Control, Perspectives, in “European Politics and Society, 14:1, (2013): 80-101  
Riferimenti Bibliografici 
Naor Ben-Yehoyada, The Mediterranean Incarnate. Region Formation Between Sicily and Tunisia since World War II, Chicago University Press, 2017, ora in trad. italiana, Incorporare il Mediterraneo. Formazione regionale tra Sicilia e Tunisia nel secondo dopoguerra, Meltemi Milano 2019.
Antonino Cusumano, Il ritorno infelice. I Tunisini in Sicilia, Sellerio, Palermo 1976.
Paolo Cuttitta, Lo spettacolo del confine. Lampedusa tra produzione e messa in scena della frontiera, Milano, Mimesis, 2012
Claudia Finotelli and Giuseppe Sciortino, Through the Gates of the Fortress: European Visa Policies and the Limits of Immigration Control, Perspectives, in “European Politics and Society” 14:1 (2013): 80-101
Patrick Lafond, Pierre Mendès, France et l’Italie:une grande influence méconnue, in «Relations internationales », 2: 130 (2007) : 65-85
Simone Paoli, The Schengen Agreements and their Impact on Euro-Mediterranean Relations. The Case of Italy and the Maghreb, in “Journal of European Integration History”, 21:1 (2015):125-145.

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Giuliano Fleri, dottorando di ricerca in storia internazionale al Graduate Institute of international and development studies di Ginevra con una tesi intitolata “Mondi senza nome. Migrazioni, rotte e legami transnazionali nel Canale di Sicilia”, è stato assistente di ricerca per l’Unhcr e l’Università di Manchester. Attualmente è assistente d’insegnamento per l’International program dello Smith College di Ginevra.

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