Esercizi di stile

   copertina piratadi Nino Giaramidaro

Quando le barche si chiamavano pinchi, mistici, martingane, gli antenati di Luigi Pirandello “andavano per mare” e non pochi di essi, muniti di “lettere di corsa” – pezzi di carta pieni di ghirigori e ceralacca – molto semplicemente da capitani di mare diventavano corsari. Al largo, però, diventava problematico distinguere fra il benvestito corsaro e il raffazzonato pirata. Insomma, andava a finire che entrambi altro non facevano che assaltare navi e depredarle, costringendo in schiavitù – da riscattare con molta argià – i prigionieri.

Mario Genco, giornalista e scrittore trapanese-palermitano (due dei centri più agguerriti di pirateria siciliana, con vigorosi mercati degli schiavi) racconta la storia dei Pirandello, rilevando tutte le possibili declinazioni del nome secondo gli amanuensi d’anagrafe, il misterioso rifiuto del vero nome del nonno da parte del grande drammaturgo, che se ne scelse uno diciamo “più simpatico” in tutti i sensi del termine, e la stucchevole mancanza di una sola lapide stradale che ricordasse almeno un membro della famiglia marittima. Tutto nel documentatissimo e bel libro I Pirandello del mare – Ovvero l’enigma del nonno cambiato, edizioni XL per la collana dell’Istituto Gramsci Siciliano.

L’aver letto prontamente il libro e, soprattutto, l’amicizia con l’autore, mi hanno spinto – quasi costretto – a scrivere questa divagazione ai margini, una sorta di “Esercizi di stile”.

Non dovevano dimorare in molti cuori contemporanei, né dell’immediata posterità, i Pirandello, in tutte le declinazioni del mimetico nome. “ Cu’chissu ‘un ti ci ùnciri”, era una frase – forse lo è ancora – che serpeggiava lungo strade, vanelle e curtigghi di paesi e paesini, borgate e rioni. Un incipit che dava il benvenuto in società a molti che lasciavano un’infanzia stradale; ma anche cresciuti virgulti lo ricevevano insieme agli altri moniti delle “tavole” laiche che gli attempati aruspici familiari non lesinavano.

Pirandello, d’altronde, è un nome che in una vulgata spicciola – più facile nell’Ottocento e più minacciosamente penetrante – evoca fiamme, seppure piccole, ma “gerundivamente” in crepitìo. E nell’Ottocento evocare il giungere del fuoco non predisponeva empaticamente. A questa “lettera scarlatta” bisogna sommare il fatto che il casato esercitava soprattutto quella pirateria – seppure con la p maiuscola – che terrorizzava le genti costiere. E la perfidia della lingua, fra nemesi e casualità, accomuna le due  radici (pira) e, alla larga, imparenta le due desinenze – e chissà non sopravviva sepolta una carta che rechi anche un esteso “Piratello”. I bambini disubbidienti venivano colpiti dal terrifico “viri chi veni  lu mammaddauru”, negativo omaggio a Mohamed Dragut, cinquecentesco pirata, bruttino ma abile e feroce, che “infestò” il Mediterraneo. Insomma, dei corsari e, ancor di più, dei pirati le popolazioni delle coste siciliane non stavano a distinguere le bandiere. Erano tutti filibustieri, cioè saccheggiatori: banditi che assaltavano, uccidevano e depredavano. Diffuso sentire che aveva numerose franchigie poiché non raramente la popolazione si consustanziava nei pirati medesimi.

Incisione di van Luyken in Histoire-de-la-Barbarie, fine-sec.XVII

Incisione di van Luyken in Histoire de la Barbarie, fine sec.XVII

Ovviamente, gente che “correva” sul mare non è che sulla terraferma andasse a passo funebre. I rapporti sociali dei Pirandello non dovevano essere improntati sulla gentilezza. Quella rudezza salsa che ne permeava gli affari marittimi doveva lasciare tracce pure nelle relazioni “terragne”. È quindi credibile che nessun postero postulasse per l’intitolazione ai Pirandello anche della via più annichilita lungo tutta la costa palermitana. E devo aggiungere che mi piace constatare che una viuzza dalle parti dei cantieri e dell’Arsenale borbonico di Palermo ricorda il navigatore Vincenzo Di Bartolo, palermitano di Ustica e marinaio del mondo.

Il Luigi Pirandello del Caos, conoscitore della sua discendenza – anche senza dedizione –  può essere stato vittima di una disortografia psicologica nel cambiare il nome del nonno: probabilmente la prima commedia degli equivoci del grande drammaturgo. Si potrebbe pure insinuare una genealogia ordinata secondo simpatia, oppure seguendo una logica ignota a noi e alle carte ma chiarissima al grande Luigi, che delle clandestinità dell’animo e anche dei sensi era fine indagatore.

Ci sarebbe da aspettarselo un cambiamento della realtà “effettuale” da parte di colui che, scoprendo un naso che pende, organizza uno dei labirinti più intricati della letteratura per mettere in dubbio la realtà: «Ogni realtà è un inganno», «Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi». Mattia Pascal, poi Adriano Meis – che deponeva fiori sulla sua tomba – dice di poter  «esporre, di fatti, in un albero genealogico, l’origine e la discendenza della mia famiglia e dimostrare come qualmente non solo ho conosciuto mio padre e mia madre, ma gli antenati miei e le loro azioni, in un lungo decorso di tempo, non tutte veramente lodevoli».

Può essere considerata veniale la “metatesi” del nonno, e conquistata la mancanza di lapidi topografiche. Un risarcimento abbondante ai pirandelliani lari, però, è costituito dal corpus di vie, strade, viali e piazze – con effigie e senza – dedicati all’Accademico sino nelle propaggini più ascose del territorio nazionale: il Luigi che oltre alla fama immortale seppe destreggiarsi nel Ventennio con scritti, diciamo “autoadesivi”, ritenuti fra i suoi non migliori, forse anche dal punto di vista calligrafico.

Possiamo incuriosirci su di lui fuori dalle quinte, su come doveva essere il viverci corrente sotto le “luci ombre” del quotidiano, con l’aleggiare delle azioni  «non tutte veramente lodevoli» dai più antichi sino a lui: il drammaturgo, letterato, filosofo, etico e stradale; e da quella povera donna della moglie agli altri familiari, agli amici e, ahi loro, ai nemici.

Probabilmente il mancante senso della realtà nel drammaturgo si trasformava in bugia, paradosso, ingannevole “sentimento del contrario”, cioè umorismo. Che non è vero che non guasta mai. A volte, combattendo con la vita, bisognerebbe pensare che se non è “una cosa seria” rischia sempre di diventarlo.

                                                  Dialoghi Mediterranei, n.9, settembre 2014
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Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora  poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie degli anni sessanta in una mostra dal titolo “Alla rinfusa”.

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