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EDITORIALE

Lampedusa (ph. Nuccio Zicari)

Lampedusa, cimitero di barconi, 2015 (ph. Nuccio Zicari)

Lampedusa e Gaza sono due puntini quasi invisibili nel mappamondo, due toponimi abbastanza distanti nelle carte geografiche, due luoghi apparentemente dissimili per i molti aspetti della configurazione fisica. Eppure la cronaca di ogni giorno s’incarica di unire i due puntini nel destino comune di una tragedia senza fine, di una oscena e ininterrotta sequenza di stragi e di crimini contro l’umanità, di una ostinata e feroce violazione dei diritti elementari e universali, di una strutturale latitanza che dissimula la complicità delle organizzazioni politiche internazionali. Lampedusa è da più di trent’anni teatro di una guerra contro i migranti e contro chi li soccorre, una guerra di respingimenti, ostracismi, boicottaggi, e di raffiche di mitra sparate dalle motovedette della Guardia costiera libica (donate dal governo italiano) contro le navi delle Ong, contro gli operatori disarmati dell’equipaggio e contro gli stessi profughi colpevoli di essere stati salvati. L’ultimo attacco pochi giorni fa, contro la Ocean Viking. L’ultimo ennesimo naufragio poche ore fa.

In questa guerra anche a Lampedusa come a Gaza le vittime sono civili, uomini, donne, bambini. Se sopravvivono sono sequestrati in un sistema di accoglienza che in nulla appare diverso dal peggiore regime carcerario. Se non sono annegati e sono soccorsi dalle imbarcazioni umanitarie rischiano di essere costretti a lunghe ed estenuanti navigazioni per raggiungere il porto assegnato dal ministero, sempre più lontano quanto più insano è il disprezzo per la vita delle persone in mare. Due casi in questa settimana di salvataggi, assurde destinazioni di approdo lontane centinaia di miglia, sagge decisioni dei comandanti di disobbedire agli ordini per ragioni di sicurezza e di fare sbarcare i migranti nel porto più vicino, ancora più assurde e inique le misure punitive del Viminale che nell’intimare il fermo amministrativo dei natanti ne impedisce le attività, criminalizza di fatto le operazioni di soccorso, legittima le violenze dei trafficanti e delle milizie addestrate e finanziate dal governo italiano, favorisce e moltiplica le possibilità dei naufragi. Una politica dissennata e fallimentare, molto prossima alle forme di espressione del bullismo, nel segno di un totale e paradossale rovesciamento dei principi della realtà e dei valori morali e civili.

A Lampedusa come a Gaza la popolazione che sfida i confini si muove per costrizioni, per disperazioni, per espulsioni. Da una parte c’è chi fugge stretto tra il deserto del Sahara e il mare Mediterraneo, dall’altra i palestinesi da anni imprigionati e sorvegliati nella Striscia sono oggi cacciati dalla loro terra, attanagliati dalla spirale della carestia e dalla ferocia dei bombardamenti israeliani che colpiscono case, scuole, ospedali, chiese. Assediati sono i migranti che arrivano nella piccola isola delle Pelagie. Assediati sono gli abitanti di Gaza, da quasi due anni messa a ferro e fuoco. Gli uni e gli altri sono perseguitati e oppressi da poteri e regimi protetti da un’impunità incomprensibile e intollerabile, non meno che da una collettiva assuefazione, da una generale impotenza delle istituzioni internazionali di garanzia e da una crescente e rovinosa indifferenza, «il peso morto della storia, la materia bruta che strozza l’intelligenza» per usare le parole di Antonio Gramsci.

Se a Gaza si consuma un genocidio, tanto più negato quanto più drammaticamente e quotidianamente accertato, nelle acque antistanti Lampedusa la violenza delle frontiere spalanca ogni giorno le terribili foibe in cui annegano i corpi senza nome di chi –  detenuto, sfruttato e torturato in Libia – ha guardato con speranza all’Europa. L’ex sindaco Giusi Nicolini in un suo libro scritto alcuni anni fa con Marta Bellingreri, Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti (Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2013) si chiedeva e ci poneva due inquietanti interrogativi: «perché in un Paese come l’Italia e l’Europa, il diritto di asilo deve essere chiesto a nuoto e quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?». Domande sensate in un tempo irragionevole, e perciò destinate a restare senza risposta, come quelle che ciascuno di noi si pone davanti alla tragedia dei palestinesi, al massacro di intere famiglie, alla brutale distruzione di ogni cosa, alla penosa diaspora dei superstiti. 

Tutto ci appare visibile nelle immagini che scorrono sui teleschermi e nei numeri delle macabre contabilità dei morti a mare o sotto le bombe: più di sessanta mila gli annegati o dispersi nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni, e più o meno la stessa cifra sono fino ad oggi le vittime della guerra nella Striscia. Una carneficina in meno di due anni che comprende anche la sorte degli ostaggi e non risparmia minori e bambini. Siamo esposti ogni giorno a scene e testimonianze materiali di sofferenza e di dolore: quanti sacchi neri con i cadaveri degli annegati allineati sul molo di Lampedusa e quanti sudari bianchi a Gaza con i corpi dei bambini uccisi tenuti in braccio sono diventati immagini effimere e oggetti comuni dentro i nostri teleschermi! Eppure la rappresentazione della realtà che guardiamo sembra non riguardarci, separata com’è da un vetro opaco che ottunde gli occhi e la mente.

A quante morti ancora dovremo assistere prima che si istituiscano i corridoi umanitari per la mobilità in sicurezza in grado di contrastare davvero il traffico di esseri umani gestito dai criminali libici e di sostenere concretamente chi si adopera per salvare le vite in mare? E quanti bambini dovranno morire ancora a Gaza prima dell’intervento degli organi internazionali che imponga il cessate il fuoco e mandi a processo i responsabili politici delle stragi? Non c’è forse più di un’analogia tra l’accanimento repressivo e vessatorio nei confronti dei migranti e la sistematica e scientifica volontà omicida e distruttiva del comando militare israeliano che nessuno sembra in grado di fermare? Non c’è una qualche angosciosa simmetria tra il sabotaggio ministeriale delle operazioni di soccorso in mare e il prolungato blocco degli aiuti alimentari nella Striscia disposto dal governo di Netanyahu che si spinge fino all’uso delle armi contro gli affamati accalcati per il pane? E ancora, il provvedimento che tende ad allontanare le navi delle Ong dallo spazio marittimo della ricerca dei naufraghi non risponde alla stessa dinamica che mira a colpire i testimoni oculari degli eventi (fino ad oggi 245 vittime tra giornalisti, operatori e fotografi) per impedire che si documentino le omissioni nei soccorsi nel Mediterraneo da un lato, e lo scempio quotidiano di un popolo a Gaza, dall’altro? C’è infine – a pensarci bene – nell’uno e nell’altro fronte un’ossessiva e maniacale coazione a ripetere, una sorta di istintiva e autistica hybris, insieme ad una disarmante impossibilità o incapacità delle comunità di arrestare o contrastare quanto drammaticamente e ripetutamente accade.

Non sono dunque poche le connessioni tra Lampedusa e Gaza, complessi e dolorosi crocevia della nostra storia contemporanea, contesti di afflizione e di resilienza, laboratori di morte e pure di speranza e di vita. Le acque del Mediterraneo bagnano e uniscono questi due territori, ne accompagnano e ne attraversano le plurisecolari vicende con una sorprendente stratificazione di presenze umane e di esperienze sociali. Di Lampedusa e di Gaza si occupa questo numero di Dialoghi Mediterranei. Scrive Vincenzo Guarrasi: «Nel Mediterraneo come nel Medio Oriente è per tutti lampante che ciò che avviene ha un’inequivocabile matrice umana. Vi è un altro tratto che accomuna i due luoghi ed è la totale distonia tra il sentire popolare e la reattività dei governi. Alla mobilitazione di tanti – non di tutti, lo so, non mi illudo – corrisponde la sostanziale inazione dei poteri costituiti». Un pauroso scollamento tra l’etica civile e le ragioni di Stato, una dissociazione tra la realtà fattuale e le retoriche della sua rappresentazione, una profonda faglia che è la sconcertante cifra del nostro tempo, il seme o il frutto avvelenato della crisi delle nostre democrazie.

Le pagine del libro di Dionigi Albera su Lampedusa sono al centro di alcune letture che dell’isola scoprono le suggestioni e perfino le vertigini a fronte della straordinaria sovrapposizione di esperienze storiche, un patrimonio di simboli e memorie amplissimo «entro uno spazio minuscolo: un vero ossimoro», osserva Franca Bellucci che intreccia la ricerca antropologica di Albera con la ricognizione letteraria dei classici. C’è, invece, chi ne interpreta le strutturali antinomie tra la porosità della frontiera e la rigidità del confine, il ruolo identitario di un pezzo di terra di mare in cui – annota Dario Inglese – «si ridefiniscono ancora una volta confini e natura dell’Occidente. Di un Occidente che si specchia in questa negletta escrescenza sul mare per pensare sé stesso, oscillando, come su una barca senza una rotta precisa, tra apertura e chiusura, accoglienza e respingimento». Con tutte le sue contraddizioni, fuori dal mito e dalla retorica, Lampedusa resta simbolo irriducibile del palinsesto antropologico mediterraneo, ovvero della convivenza possibile, del dialogo e della tolleranza, l’osservatorio da cui forse si può meglio capire il carattere e lo stato di salute del nostro Paese.

Gli scritti in questo numero su Gaza muovono in parte da una riflessione su un’intervista, pubblicata da “+972 Magazine” e ripresa in italiano da Zeitun il primo luglio scorso, a Rafi Greenberg, uno dei principali archeologi israeliani. Si ragiona sulla militarizzazione dell’archeologia che rischia di essere asservita al progetto culturale della riscrittura della storia e alla strategia politica dell’annessione coloniale della Cisgiordania. Gli scavi sarebbero finanziati e finalizzati a legittimare occupazione e colonizzazione nelle terre rinominate Samaria e Giudea. Si leggano i circostanziati contributi al dibattito di Bruno Genito, Giovanni Gugg e Chiara Sebastiani per avere un quadro conoscitivo e analitico delle questioni e delle implicazioni pratiche intorno all’uso dei luoghi della memoria collettiva e alla costruzione ideologica dell’antichità, in un paesaggio particolarmente denso di presenze e di persistenze identitarie. Voci diverse in corrispondenza delle diverse competenze disciplinari, ma tutte orientate a decostruire le tesi fondate sui miti dell’autoctonia e sulle narrative nazionali che raccontano il passato in funzione della politica del presente.

Sotto altre prospettive e con altri approcci di metodo e di stile scrivono di Gaza anche Claudia Calabrese, Leo Di Simone, Enzo Pace e Giuseppe Savagnone: si mette in dialogo Pasolini con l’attualità devastante dei luoghi della Terra Santa che gli furono cari, si commenta la potente invettiva del cardinale di Napoli contro i responsabili della guerra, si argomenta sulle armi della carestia e della fame all’interno del piano di espulsione della popolazione dai territori da occupare, e si riconnette infine la tragedia mediorientale alla deriva nichilista dell’Occidente. Gaza fa da contrappunto e costante riferimento nelle pagine di altri contributi, restando inevitabilmente inseparabile ogni tema di riflessione dall’urgenza e cogenza dei drammatici fatti della contemporaneità. Così, per esempio, Pietro Clemente che ama fare memoria di amici e colleghi scomparsi non dimentica di prendere posizione, denunciare, indignarsi contro questo mondo e questo tempo governato dai «titoli di borsa che crescono sul dolore» prodotto da guerre e sopraffazioni. Nel flusso dei ricordi autobiografici l’antropologo richiama in un flashback una precisa e significativa suggestione: «Ho rivisto di recente il film La battaglia di Algeri e ho pensato che può dirci qualcosa del presente, della Striscia di Gaza. Ricordo che all’epoca vidi quel film con molta sofferenza, ma lo collocai entro un mondo pieno di lotte di liberazione dove vi era la solidarietà di un’intera generazione mondiale contro la violenza del colonialismo. Era il 1966 e il film vinse il Leone d’oro a Venezia, cosa che oggi sarebbe considerata un elogio del terrorismo. Mi domando come sia possibile che siamo cambiati così tanto». Il Novecento con tutto quello che ha rappresentato in ordine ai diritti civili e alle conquiste sociali sembra essere davvero lontano anni luce nell’epoca delle “passioni tristi” che viviamo.

Gli stessi interrogativi si pone in fondo Stefano Allievi: «Quando è successo – scrive – che l’Occidente ha smesso di essere quello che diceva e credeva di essere – l’avamposto della democrazia e dei diritti universali – generalizzando un regime di doppia verità, per cui ciò che vale per noi e al nostro interno (a cominciare dal rispetto del diritto alla vita e alla dignità della persona umana) non può e non deve valere per gli altri? Dove è stato discusso e deciso, che tutto ciò che era un valore prima (solidarietà, apertura, libertà anche per gli altri e non solo per noi, umanità) oggi sia considerato una debolezza e un disvalore? Come è successo, che abbiamo perso l’anima?». Non sfugge allo sguardo sulla difficile temperie che attraversiamo nemmeno Alberto Biuso che discute di storia e di storiografia la quale, secondo la lezione di Marc Bloch, «ha incessantemente bisogno di unire lo studio dei morti a quello dei viventi», «di coniugare lo sguardo sul passato con l’intendimento più disincantato del presente». 

Si parli dei controversi risultati scientifici eseguiti sulla Sindone o delle attività economiche della comunità ebraica a Roma nel secondo dopoguerra, si illustri la mostra di fotografie dell’iraniana Shirin Neshat o quella di sculture dell’artista afroamericana Wangechi Mutu alla Galleria Borghese, si passi in rassegna l’articolato panorama dei musei etnografici della Sardegna o si guardino più da vicino le quattro Maddalene di Georges de La Tour, si propongano le interpretazioni psicoanalitiche del diario di Etty Hillesium o si commenti l’intenso film documentario di Caterina Pasqualino “Morire a Palermo”,  in questo numero come nei precedenti l’ampia costellazione dei titoli descrive un mosaico costitutivamente plurale nella cornice di un quadro compositivo sostanzialmente unitario. Perché “Dialoghi Mediterranei” non è un semplice contenitore ma un grande collettore di voci, di esperienze, di memorie e di progetti esitati dentro una linea editoriale condivisa.

Da tempo abbiamo rinunciato a riassumere analiticamente quanto contiene ogni numero sempre più complesso e cospicuo della rivista. Tante sono le chiavi di lettura possibili, tante le sollecitazioni culturali poste all’attenzione, tanti i dialoghi tra generi, soggetti, luoghi, opere, immagini. Sfogliare il sommario è come navigare in mare aperto tra percorsi segnati da fari, piccole boe, isole, scogli, improvvisati pontili e sorprendenti ormeggi. Ognuno può costruirsi la propria mappa e scegliere la rotta e gli approdi che ritiene più interessanti o stimolanti. Nella pluralità delle opzioni il lettore saprà sicuramente orientarsi e probabilmente scoprirà che dal campo di sterminio di Gaza e dal mare dei naufragi di Lampedusa si dispiega e si dirama una fitta e sottile rete di collegamenti tematici e concettuali, una architettura di concatenazioni, di rimandi interni e di orizzonti simbolici incrociati, i fili dipanati ad uno ad uno di quel ‘pensare in comune’ che rende in trasparenza riconoscibili l’identità e la comunità di questa nostra rivista bimestrale puntualmente giunta al numero 75.

Va in rete “Dialoghi Mediterranei” mentre da Genova parte il convoglio umanitario di imbarcazioni della Global Sumud Flotilla con destinazione Gaza. Sumud è una parola araba che significa resistenza. Salutiamo l’impresa con la speranza che rompa l’assedio fino ad imporre la tregua per testimoniare al mondo che siamo e restiamo umani. A tutti i lettori auguriamo buona navigazione nel periplo delle parole nuove da traghettare nell’autunno che incede, qualunque sia la bussola, il portolano o altra strumentazione di bordo.

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025

 

 

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