Tempo di guerre. Tempo di mattanze. Il cielo buio è squarciato dalla pioggia di luci di missili e droni, la politica è muta davanti alla potenza demoniaca di Polemos, il diritto è piegato alla legge del più forte, il nostro stare in questo mondo è sempre più sgomento e impotente. «Siamo ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono» per usare le parole di Saramago. O siamo forse sonnambuli – come ci descriveva un anno fa il 57simo Rapporto del Censis – «ciechi davanti ai presagi». Nel caos entropico in cui siamo precipitati scorrono nel loro rapido e concitato susseguirsi le edizioni straordinarie dei telegiornali sui diversi fronti di conflitto, le ultime notizie su distruzioni, stermini, carestie, pulizie etniche e deportazioni, in mezzo ai programmi quotidiani di spettacoli, sport, quiz e amenità. La globalizzazione in tv è un amalgama indigesto, un puzzle inintelligibile di tessere sconnesse e disordinate. Se il mondo si frantuma nel flusso continuo e confuso di immagini di guerra, se quel che usa chiamare Occidente va a pezzi sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, al disfacimento di quell’equilibrio del terrore che la deterrenza nucleare aveva garantito per decenni sembra accompagnarsi il trionfo dell’orrore e della barbarie, la minaccia dell’apocalisse, il disorientamento e l’annichilimento collettivo in corrispondenza della progressiva e passiva assuefazione.
Ciò che mentre stiamo scrivendo sta accadendo in Iran rischia di farci dimenticare quanto accade nel frattempo a Gaza e a Kiev e quanto potrà accadere presto a cascata altrove. Come il fuoco nella foresta le fiamme appiccate dagli apprendisti stregoni che governano i popoli plaudenti si propagano con la rapidità e la furia di una inarrestabile escalation e con le rovinose e mai calcolate conseguenze sui destini degli uomini e delle donne di oggi e delle generazioni che verranno. A guardar bene, è l’espressione più tragica della necropolitica, ovvero dell’esercizio tribale dell’eterno potere coloniale e imperiale che si fa arbitro della vita e della morte di intere comunità e sui miti primitivi del sangue, della stirpe e del suolo legittima la sua sovranità. Venuta meno la distinzione tra guerre regolari o regionali, civili o terroristiche, riaffiorano i vecchi discorsi teleologici su missioni civilizzatrici, azioni militari preventive, democrazie da esportare, valori e primati storici da difendere. La regressione ad una visione del mondo padronale e proterva segna il ritorno dei nazionalismi più rozzi e il collasso di tutte le autorità sovranazionali.
In questo scenario Gaza non è più soltanto un preciso riferimento geografico, il luogo fisico epicentro di una tragedia che la cronaca ha già consegnato alla storia. Gaza è metafora di uno scandalo che dura da diecimila anni, per ricordare le pagine del noto romanzo di Elsa Morante. Gaza è città martire, simbolo cumulativo di tutte le sanguinose cicatrici inferte dalla guerra, immagine disonorevole della nostra cattiva coscienza, del fallimento della diplomazia internazionale e della sconfitta del diritto umanitario. «L’orrore di Gaza, facile profezia, proietta una onda tenebrosa che si ripercuote ben al di là di Gaza stessa», scrive Lauso Zagato. Non sappiamo se è in atto un genocidio ma la riluttanza a definirlo o ad ammetterlo è indizio delle responsabilità – omesse, negate o giustificate – davanti a quella dura pietra d’inciampo rappresentata dal massacro di una popolazione rinchiusa in una prigione a cielo aperto e ripetutamente bombardata anche nei suoi presidi pubblici quali scuole e ospedali. Chiamiamolo crimine contro l’umanità, eccidio o atrocità di massa, pulizia etnica, infanticidio, o colonialismo d’insediamento come suggerisce l’eminente giurista, dal momento che l’espropriazione delle terre discenderebbe dal «diritto fondato su un libro scritto oltre tremila anni fa» su una immaginaria terra nullius «come si diceva all’inizio della colonizzazione europea del Nuovo Mondo».
Ci aiuta a capire qualcosa della condizione di costrizione e di sopraffazione in cui da anni vivono i palestinesi sotto l’occupazione israeliana l’indagine svolta in Cisgiordania da Michele Matteucci e Filippo Torre, una documentazione etnografica che racconta come «la vita, in apparenza normale, sia in realtà una costante negoziazione con ostacoli invisibili e visibili», tra piccoli quotidiani soprusi e infiniti checkpoint il cui unico scopo è quello di portare gli abitanti all’esasperazione, di punirli collettivamente, di stigmatizzare e umiliare traumaticamente le loro identità. I checkpoint che spiano, controllano, sequestrano e limitano la libertà e la mobilità delle persone non sono soltanto in Cisgiordania. Sono forse i segni più pervasivi dell’architettura emblematica del nostro tempo, i cavalli di Frisia della postmodernità innalzati per “sorvegliare e punire”, per difendere presunti confini e concreti poteri. La chiamano sicurezza, il totem in nome del quale si sottraggono libertà e si vincono paradossalmente le elezioni, si ratificano e si legalizzano le violazioni sistematiche delle leggi d’ordine internazionale e costituzionale e si calpestano i diritti umani elementari. La paura e l’odio sono le passioni che in tutta evidenza si riproducono e si alimentano reciprocamente e con più cura politicamente si coltivano e si propagano.
Paura e odio per lo straniero sono probabilmente i fattori che hanno pesato nella consultazione referendaria dell’8 e 9 giugno sulla riforma della cittadinanza. Dialoghi Mediterranei ne discute in questo numero riprendendo questioni su cui a lungo abbiamo ragionato. Il fallimento del quorum ha ribadito non solo il crescente processo di estraniamento degli italiani dalla vita politica ma anche il sostanziale ritardo culturale, quella diffidenza di fondo rispetto agli immigrati per cui «chi ha votato contro la loro più spedita integrazione nella nostra società – scrive Giuseppe Savagnone – non ha riflettuto sul fatto che non è certo tenendoli ai margini che si neutralizza la pericolosità del loro essere diversi». La verità è che – come osserva Enzo Pace – «il tema immigrazione in Italia così come in tutta l’Europa divide profondamente l’opinione pubblica, polarizza ideologicamente secondo linee di faglia che passano all’interno di famiglie, confessioni religiose, schieramenti politici, primi e ultimi migranti, generazioni e strati sociali». Spia di un malessere collettivo profondo, segnale allarmante per il futuro del nostro Paese, l’esito del referendum è anche l’effetto della persistente distanza tra realtà e rappresentazione sociale, tra le necessità evidenziate dai dati demografici e le pulsioni identitarie e xenofobe che spingono alla rimozione del “mondo nuovo” nel quale oggi viviamo (Giovanni Cordova), alla pervicace negazione della nuova composizione dell’Italia, «un ostinato voltarsi dall’altra parte rispetto ad una realtà ormai consolidata, fatta di oltre 5 milioni di persone provenienti da quasi tutti i Paesi del mondo, che non sono un accidente della storia, ma che, piaccia o no, sono qui per restare» precisa Paolo Attanasio, il quale aggiunge: «Ma forse, a pensarci bene, quel voto ci racconta anche di un mai risolto problema dell’Italia con la propria storia di Paese di emigrazione, come succede per tutte le storie del passato con le quali non si sono fatti i conti».
Il referendum non era verosimilmente lo strumento giusto per dare soluzione ad un problema particolarmente complesso e spinoso, tanto più che «l’accorpamento con i temi del lavoro – come ha annotato Stefano Allievi – ha impedito di discuterne, di entrare nel merito, relegandolo nel cono d’ombra prodotto da ben quattro altri quesiti». È rimasto pertanto fuori da ogni dibattito l’impianto selettivo e classista delle attuali politiche di cittadinanza, la sua concezione come premio da meritare, concessione da ottenere dopo aver dimostrato competenze linguistiche e finanziarie, e non come il riconoscimento di un diritto incondizionato di partecipazione democratica, di un titolo acquisito in quanto contraente di un preciso patto civico. È rimasto irrisolto il nodo culturale di una visione sostanzialmente attardata su uno sistema coloniale di relazioni che identifica l’immigrato come oggetto della nostra generosa ospitalità e non come soggetto politico appartenente a tutti gli effetti alla comunità. Da qui l’ostinata divaricazione che tiene rigidamente separate l’integrazione economica nel mondo del lavoro pur con tutte le contraddizioni paleocapitalistiche del mercato e l’integrazione socio-politica destinata ad avere forme, procedure e tempi diversi a seconda delle disponibilità di censo. In definitiva resta dunque il gasterbeiter a perenne memoria.
A far da contrappunto a questa immagine di un’ Italia rancorosa, timorosa e sospettosa si legga la bella orazione civile tenuta a Venezia in occasione dell’anniversario del 2 giugno 2025 da Paolo Corsini. Nel ripercorrere la storia dei modi di celebrare la festa che ricorda l’istituzione della Repubblica, il presidente dell’Istituto nazionale “Ferruccio Parri” auspica una nazione inclusiva «tale da non alimentare lacerazioni ed egoismi divisivi, da coniugare con cittadinanza – l’autocoscienza civica del popolo dei cittadini – e democrazia. Non il patriottismo della paura per la presenza straniera, ma la ricerca dell’unità nella condivisione del patriottismo costituzionale come fattore di legittimazione dell’ordinamento repubblicano: il sentiment nazionale come elemento unificante di appartenenza condivisa, di un destino comune». Parole che evocano l’Italia della Resistenza promessa e mai realizzata, e sembrano dialogare con il ricordo di figure luminose come quella di Emilio Lussu a cinquant’anni dalla morte, «un poeta in armi» come ebbe a definirlo Vittorio Foa, un patriota che interpretò la cittadinanza come religione civile dell’antifascismo.
In questo numero Dialoghi Mediterranei convoca ancora una volta come in una grande agorà mediterranea antropologi e archeologi, storici e geografi, filosofi e teologi, giuristi e filologi, italianisti e arabisti, fotografi e artisti: un panorama ad ampio spettro di discipline, generi e contenuti, un confronto tra approcci, linguaggi, punti di vista e posture intellettuali diversi, un dialogo che connette i mari della Sardegna e della Tunisia, di Trapani e di Procida, del Senegal e dello Yemen, la Bolivia di Evo Morales e l’Iraq delle paludi, il cinema di Quentin Tarantino e quello di Clint Eastwood, la letteratura di Cesare Pavese e il mito di Eracle. Vi sono raccolti gli interventi presentati in occasione della Giornata di studio “Dialoghi di territorio e di sviluppo”, organizzata dall’Associazione dei Geografi Italiani che ha avuto luogo a Messina il 7 febbraio 2025. Sono messe insieme le letture del film di Paolo Licata “L’amore che ho”, toccante ritratto di Rosa Balestrieri, «donna fragile e indomita», «voce dolente e tagliente» di un «canto di rabbia strozzato», unitamente all’intervento del regista. Nell’album delle immagini contesti diversi raccontano storie e riti comuni, simboli identitari e comunitari, bambini e destini, paesaggi di fuoco e di zolfo.
Nell’ampio sommario c’è infine spazio per un dibattito sviluppatosi intorno all’articolo di Stefano Montes pubblicato nell’ultimo numero di maggio: in un documento firmato da alcuni componenti del comitato scientifico della rivista si manifesta una presa di distanza assai critica e si esprime «forte perplessità riguardo alla modalità con cui il collega ha scelto di avviare la sua contestazione avverso il risultato negativo della sua domanda per il riconoscimento di professore associato da parte di una commissione giudicatrice ANVUR». Nel comprendere le ragioni di questo dissenso sui toni e accenti adottati dall’autore, certamente aggressivi e sgradevoli in taluni passaggi, la rivista ribadisce tuttavia la legittimità del suo ruolo di spazio aperto al libero confronto di idee e di ragionamenti, un dialogo che al di là delle asprezze di stile o delle provocazioni difende il diritto all’espressione del pensiero critico su temi e questioni sovente ipocritamente rimossi come quello sulle valutazioni accademiche. Si possono censurare i modi e le forme dell’argomentazione ma la critica all’idea di antropologia così come interpretata dalla commissione a giudizio di Montes fa parte in tutta evidenza del diritto di parola del candidato. E su questi interrogativi il dibattito è aperto, dal momento che in questo numero alcuni antropologi hanno ritenuto di intervenire, rivendicando la dimensione olistica e il carattere “impertinente” della disciplina e sfidando certe convenzioni corporative che inclinano a presidiare le casematte accademiche.
In tempi di guerra – si sa – il pensiero rischia di essere ‘militarizzato’, omologato nell’assertività delle ragioni di Stato e nella propaganda dei bollettini d’informazione. Ecco perché accogliamo l’invito di Pietro Clemente a stare “dalla parte del torto”, per continuare a testimoniare, contro l’impoverimento dei tradizionali luoghi della riflessione intellettuale collettiva, punti di vista diversi, scenari periferici, prospettive decentrate, esperienze da vicino e sguardi da lontano, come ci insegna l’antropologia: «Lo sguardo da lontano dell’antropologo – ha scritto Silvana Miceli – è sempre uno sguardo da lontano: egli conoscerà il proprio solo per la restituzione che gliene darà lo sguardo altrui, e cercherà ancora altrove come conoscere quell’altro sguardo». Solo da questo sapiente gioco di specchi e di orizzonti incrociati è forse possibile sfiorare la conoscenza degli altri e della complessità del mondo.
Tempo di guerre. Tempo di mattanze. Sanguinose mattanze di uomini, donne e bambini a Gaza affamata e stremata e nei vari altri fronti di combattimento. Ma anche mattanze di tonni come rievoca la splendida foto di apertura di questo editoriale. Guardatela attentamente, ingranditela. Troverete conferma dell’idea che la fotografia è eminentemente costrutto formale, l’arte della ricomposizione geometrica della realtà, felice discretizzazione del continuum temporale, scatto ineffabile dell’istante, del famoso “colpo d’occhio” destinato a convertire il movimento in permanenza, il divenire del vissuto nel mito eterno della memoria. L’autore della fotografia scattata nella tonnara di Capo Granitola nel 1962 è Nino Giaramidaro e la sua pubblicazione vuole essere un modo simbolico per ricordare l’amico e prezioso collaboratore di Dialoghi Mediterranei ad un anno di distanza dalla sua scomparsa. Gli uomini muoiono, è vero, ma restano per sempre i segni – le parole, le immagini – del loro non effimero passaggio finché ci sarà qualcuno a testimoniarne il ricordo.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025






