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EDITORIALE

Palermo, 2022 (ph. Mattia Montes)

Palermo, 2022 (ph. Mattia Montes)

Se è vero che è stato infranto il simbolico “soffitto di vetro” con la nomina di una donna a capo del governo, la prima nella storia del nostro Paese, resta tuttavia drammaticamente cronico quel “pavimento appiccicoso” di cui scrive l’ultimo Rapporto su Povertà ed esclusione sociale in Italia a cura della Caritas, pubblicato a metà ottobre. Una suggestiva espressione, introdotta nel vocabolario del dibattito pubblico, per indicare le criticità strutturali nel sistema della mobilità sociale, la ereditarietà generazionale delle condizioni di disagio materiale e di deprivazione culturale, segni e cifre che certificano e acuiscono antiche divaricazioni e nuove diseguaglianze economiche.

Nel 2021 i poveri assoluti sono stati circa 5,6 milioni, di cui 1,4 milioni di bambini. A rimanere intrappolati nella vulnerabilità della precarietà familiare sono anche due milioni circa di immigrati, anelli tra i più deboli di questa catena di endemica indigenza. Tanto più che in un altro dossier della Caritas diffuso quasi contemporaneamente si documenta la crescita della popolazione straniera residente in Italia: più di cinque milioni con regolare permesso di soggiorno, di cui il 20% sono giovani con meno di 18 anni, tutti privi della cittadinanza italiana.

Quale potenziale e fondamentale risorsa rappresenti per il nostro Paese che soffre di impoverimento economico e invecchiamento demografico questo prezioso capitale umano lo spiega nel suo argomentato contributo in questo numero Aldo Aledda che muove dal caso Paola Egonu, la ragazza italiana di colore considerata tra le migliori giocatrici di pallavolo del mondo, vittima di quel diffuso e rimosso sentimento razzista che «ripropone con forza e per l’ennesima volta il tema dell’accettazione della presenza di tanti stranieri in Italia anche quando si battono a qualunque titolo per la nostra bandiera». A quanti denunciano i rischi di un’apocalittica sostituzione etnica – tema cavalcato dai suprematisti bianchi – Aledda si chiede in modo provocatorio «se non sia meglio augurarsi che certi italiani meritino veramente e sollecitamente di essere sostituiti da elementi stranieri da qualunque parte del mondo provengano». Nella sua ampia e documentata rassegna delle questioni connesse all’immigrazione, l’autore propone, tra l’altro, un cambio di paradigma nella gestione quotidiana del fenomeno, spostando agli enti locali i poteri del Ministero dell’Interno sulla cui competenza si concentra ancora oggi la normativa italiana del settore «che, solo per pigrizia mentale del legislatore e resistenza degli apparati dello Stato profondo, nasconde tutta la vecchia cultura delle nazioni ottocentesche di sfiducia verso lo straniero». Un ribaltamento di visione e di prospettiva politica e culturale dal centro alla periferia, dagli obiettivi prioritari dell’ordine pubblico alla cura lungimirante dell’integrazione civile, dalle questure alle amministrazioni dei comuni, che «rimasti quasi soli nel fronteggiare lo spopolamento dei propri luoghi, soprattutto quelli periferici, dovrebbero diventare gli unici soggetti deputati a gestire le presenze nel proprio territorio».

In una transizione politica in cui è ricorrente e fin troppo petulante l’uso della parola “nazione”, chiamata a raccolta a difesa della sovranità statuale, il tema dei diritti dei migranti, dei loro figli, dei giovani italiani dalla pelle scura è condannato a restare definitivamente fuori dall’ordine del giorno, dai confini del dibattito pubblico, del lògos, ai margini della stessa pòlis che, nel rimarcare le frontiere tra il dentro e il fuori, identifica autoctonia e cittadinanza, endogamia e identità. Eppure la Storia, al di là del breve respiro evenemenziale e probabilmente contro resistenze, chiusure e cecità collettive, sembra trascinare l’umanità verso destini comuni, dentro un’unica grande migrazione in cui si rimescolano le vite di ciascuno in un inestricabile intreccio di relazioni e interdipendenze. Lo aveva intuito Hanna Arendt, che nel 1943 aveva scritto un piccolo, prezioso e dimenticato testo, Noi rifugiati, oggi opportunamente ristampato a cura di Donatella De Cesare e recensito in questo numero da Valeria Dell’Orzo. «Sembra che nessuno voglia sapere che la storia contemporanea ha creato una nuova specie di esseri umani – quelli che vengono messi nei campi di concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici». La filosofa tedesca scampata alla Shoah, con lucido sguardo profetico, poneva già ottanta anni fa la questione dei senza patria, degli apolidi, fenomeno oggi di portata globale che in uno scenario dominato da egoistici e tribali patriottismi si ripropone con drammatica evidenza. 

La lezione di Hanna Arendt dialoga compiutamente con quella dell’antropologo Tzvetan Todorov che qui è riletto da Alessandro Prato nell’ottica della cultura illuministica e che ha – come è noto – condotto una vita da “passatore” avendo attraversato le più diverse frontiere e avendone in qualche modo facilitato il passaggio ad altri. Anche lui testimone e vittima della ferocia del suo tempo, protagonista di esilio e di asilo, è stato “un uomo spaesato” (come recita il titolo di un suo libro), un intellettuale che ha insegnato che «solo la difesa dell’universalità consente di rispettare le differenze». Anche lui da straniero è dunque migrato tra mondi diversi, imparando a coniugare non solo le lingue ma perfino ambiti disciplinari e campi scientifici apparentemente autonomi. Una trasversalità di sguardi nell’unitarietà dell’orizzonte, a cui ambisce, probabilmente con esiti non sempre omogenei, questa rivista anche in questo numero, che raccoglie contributi di idee e di proposte ai tanti dibattiti aperti. 

Sulla scia degli interventi già pubblicati di Letizia Bindi e Lia Giancristofaro sull’antropologia, sul suo debole ruolo pubblico e sulle risorse professionali non ancora pienamente riconosciute né valorizzate nel mercato del lavoro, hanno scritto più studiosi da punti di vista diversi. Roberta Tucci, con prolungate esperienze di lavoro presso amministrazioni e istituzioni, traccia la storia (e la preistoria) dei beni demoetnoantropologici nel controverso quadro legislativo elaborato dal Ministero della cultura, fa chiarezza sui vizi d’origine di questa travagliata vicenda che segna la cronica minorità della disciplina, a partire dall’«abbinamento forzato e perdurante dei beni DEA con i beni storico-artistici nelle strutture centrali e nelle Soprintendenze». Il giovane Dario Inglese, che nel suo lavoro quotidiano di docente di scuola secondaria di secondo grado constata le grandi potenzialità dell’antropologia nei processi educativi, attribuisce le criticità della materia di studio in Italia alla «fusione a freddo tra i campi della Demologia, dell’Etnologia e dell’Antropologia», una frattura e una faglia interna alle strutture universitarie che hanno pesato sull’immagine esterna, «una demartiniana “crisi della presenza” che ne accompagna i passi fin dalla nascita». Nicola Martellozzo, dal suo osservatorio di dottore di ricerca, elenca con rigore i guasti prodotti dall’ultima riforma universitaria, descrive quel mondo parallelo di adempimenti burocratici – dalla compilazione di bandi europei all’h-index della propria produzione scientifica, dai meccanismi concorsuali ai rituali bizantini delle peer review (i  lavori di fuffa) che hanno contribuito a separare il mestiere pubblico dell’antropologo dall’antropologia come disciplina e settore scientifico, il contesto professionale dall’attività accademica. Linda Armano, infine, dà conto di una puntuale e amara ricognizione del generale stato di “precarizzazione istituzionalizzata” dei dottori e dottorandi in antropologia, in coerenza alle logiche di fondo delle varie riforme di governance delle università intese come sistemi aziendali finalizzati alla competitività e alla produttività. 

Alla complessità del quadro rappresentato dai diversi autori, abbastanza significativo della crisi che attraversa l’antropologia nel nostro Paese, offre il suo contributo anche Ignazio E. Buttitta che, nel ricordare Luigi Lombardi Satriani e la “disarmante” attualità delle pagine di Folklore e profitto in un tempo in cui si assiste impotenti alla rovinosa deriva dei processi di turisticizzazione delle tradizioni popolari, ribadisce – a dispetto di certo mainstream che considera obsoleto l’interesse scientifico per queste materie – che il folklore esiste, vive e interessa ancora larga parte della popolazione nazionale, e critica «un’accademia le cui avvilenti chiusure, sempre legittimate da pregiudizievoli indicazioni d’oltreoceano velenosamente condite da rimasticature d’oltralpe, hanno di fatto potentemente limitato gli ambiti e le prospettive di ricerca». Se l’antropologia in Italia sembra dunque soffrire di un certo provincialismo culturale, le osservazioni di Buttitta sulle dinamiche distorsive di mercificazione di determinate feste popolari – come le tante e diverse cerimonie della Settimana Santa che «rischiano oggi davvero di farsi Carnevale, di divenire la caricatura di se stesse, di divenire irriconoscibili ai suoi stessi attori» – rinviano al più complessivo discorso sul sacro che in questo numero è al centro di un altro dibattito. Vi partecipano, tra gli altri, due eminenti sociologi della religione: Roberto Cipriani e Enzo Pace. Il primo propone una dettagliata rassegna delle definizioni concettuali date dagli studiosi, ragiona sul sacro che precede ogni religione costituendone il potente fulcro di simboli e riti, chiarisce che «non è mai scomparso dalla scena della società contemporanea» in quanto continua a connotare gran parte dell’esperienza individuale, «offrendo punti di riferimento, idee-guida, significati esistenziali, contenuti intellettuali, emozioni forti e scopi di vita». Enzo Pace si interroga sui rapporti tra le moderne politiche d’identità di tipo etnoreligiose e la violenza strutturale del sacro, sugli esiti spesso terribili quando «il territorio si sublima nella Terra-Patria», fino a sacralizzarne i confini e a legittimare espulsioni, segregazioni e guerre. 

Di confini religiosi scrive pure Giovanni Cordova, delle «continue negoziazioni sui significati che il limen non cessa mai di stimolare», della «densa circolarità attivata dal transito migratorio [che] rende quanto meno obsoleti i percorsi di “integrazione” proposti dai vari Paesi europei». Così un certo islam europeo può trovare in Bosnia una possibile sintesi tra fondazione ottomana, sufismo e componente cristiano-ortodossa. Così basterà visitare un qualunque negozio singalese delle nostre città per ritrovarvi statue di Buddha accanto a iconografie cattoliche sul medesimo altare sacro insieme a incensi, ceri votivi e lampade tradizionali. Un livello di prestiti e interazioni che invita a ripensare «nozioni e paradigmi a lungo dominanti nell’antropologia e negli studi sulla religione in genere, come quelli di ‘ibridismo’ e ‘sincretismo’». 

Il linguista e islamista Paolo Branca scandaglia in profondità i significati associati al sacro all’interno della produzione letteraria araba, anche in comparazione con riferimenti alle altre religioni abramitiche, alla ricerca di quegli interrogativi sui concetti di tempo, destino, morte, appartenenti all’ordine del ‘mistero’, «inteso non come una cosa che non si capisce, ma qualcosa che non si finisce mai di capire». Il filosofo Augusto Cavadi muove dal tramonto delle religioni per indagare sul post-teismo che «ci aspetta dopo la “morte” del Dio biblico», su quell’anelito di spiritualità che, superato l’ateismo, l’agnosticismo e le varie forme di mistica, conserviamo pur sempre nell’intimo delle nostre coscienze. Quello stesso spirito che dà vita e vigore all’impetuoso ritorno dei riti sacri dopo la sospensione del periodo pandemico e nel contesto delle minacce climatiche e belliche. Per invocare la pioggia Giovanni Gugg ha documentato la recente diffusione di pratiche rituali collettive nelle regioni settentrionali che più hanno sofferto della persistente siccità. «Tutto ciò che accade tra cielo e terra – osserva l’antropologo – ha una dimensione di mistero e di sacro». La preghiera a cui fanno ricorso le popolazioni per scongiurare calamità e propiziare provvidenze è «un modo per cercare un significato in un contesto oscuro e confuso, una forma di condivisione delle emozioni che, attraverso un’invocazione al divino, tenta di dare una cornice di senso all’emergenza in corso». 

La forza del rito ha in alcuni casi soverchiato persino gli impedimenti causati dalla pandemia e le feste negate nelle piazze sono migrate sui social, nella rete in varie formule virtuali e modalità da remoto, come ha verificato Emanuela Panajia nella sua attenta ricognizione delle “resistenze devozionali” presso le comunità della valle dell’Aniene, laddove, pur nelle sue limitazioni e privazioni, l’appuntamento cerimoniale è stato rispettato e partecipato e «i suoi attori hanno vissuto con trepidazione l’attesa della presenza, il poter performare di nuovo la festa dal vivo». C’è del resto nel rito, in tutti i riti, la materializzazione dei miti e delle utopie. Ne scrive con latitudine di sguardo sulla condizione contemporanea dell’umanità il teologo Leo Di Simone che si appella all’utopia, intesa come «fede nella volontà di estendere i confini del possibile, la legittima aspirazione a una società giusta, felice, virtuosa, aspirazione che attraversa la storia delle culture» e, mutuando le tesi di Panikkar, auspica un “disarmo culturale”, lo smantellamento culturale dell’Occidente, condizione indispensabile per abbandonare le soluzioni militari e ricostruire su basi nuove la città degli uomini oggi diventata drammaticamente inospitale. 

Con un approccio diverso, Alberto Giovanni Biuso ragiona sulla guerra e sulla sua pervasività in tutte le società conosciute, quale struttura e stato di fondazione non solo delle città ma anche della specie umana: «nel corso della filogenesi – sostiene – non vi è stata alcuna pressione selettiva contro la guerra, la quale solo a partire dal Novecento ha assunto la dimensione di un male definitivo e irreversibile». E Roberto Settembre sposta l’attenzione sull’attualità del conflitto in Ucraina per ragionare sui difficili eppure possibili modi di pervenire ad una Conferenza internazionale che «dovrebbe analizzare, con precisione certosina, la geografia economica, quella strategica, quella sociale dei luoghi destinati a venir scambiati con la pace», nella consapevolezza che la scelta non è in verità tra pace e guerra bensì tra pace O guerra, entrambe ibride. Ha scritto sulla guerra e sulla pace “al tempo dei conflitti ecologici” l’antropologo Bruno Latour – recentemente scomparso e in questo numero ricordato da Valeria Dattilo – un intellettuale a tutto tondo che ci ha aiutato a leggere la “fine della modernità” delineando i contorni di una nuova ecologia politica all’altezza delle sfide geologiche del nostro tempo. E contro la guerra, la sua assurdità, la sua inutilità, vale la pena rileggere le pagine di Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu, figura esemplare di antifascista, che dall’esperienza sul fronte imparò a riconoscere le mistificazioni della retorica bellica, l’arroganza dei comandi militari. Ne raccontano l’impegno e l’azione politica Federico Costanza e Giuseppe Caboni in due distinti contributi che nella loro complementarietà restituiscono lo spessore del suo pensiero e l’altezza della testimonianza di vita nella storia civile del nostro Paese che ha sempre sofferto di trasformismo e conformismo. Per la coerenza tra modo di vivere e modo di pensare e la profonda qualità sociale di tali modi, in questo ideale pantheon da additare alle giovani generazioni va infine annoverata anche Rosa Luxemburg, di cui Andrea Cozzo, in questo numero, sottolinea l’attualità in quanto nella personalità forte e lungimirante di questa donna antimilitarista «l’economia politica si lega all’ecologia politica, lo sfruttamento dell’uomo e quello della natura sono due aspetti paralleli, e simultanei, dello stesso processo». 

Alle questioni legate alle guerre riconduce l’intervento di Elena Nicolai, la quale fa il punto sulla attuale presenza in Africa dei militari italiani nelle missioni di peacekeeping nel contesto di una più profonda riflessione sulle rappresentazioni occidentali del continente su cui fino alla fine dell’800 hanno esercitato il loro dominio coloniale tre figure: l’esploratore, il soldato e il missionario. «Quando vengono abbandonati gli ideali e i discorsi coloniali – annota – entrano invece in gioco i discorsi sullo sviluppo, Terzo Mondo, la solidarietà internazionale. Si realizza così l’invenzione dello sviluppo». Nel nuovo paradigma sviluppo/sottosviluppo l’esploratore diventa imprenditore, il soldato attore delle operazioni umanitarie, il missionario promotore della cooperazione internazionale. In questa conversione la cartografia etnocentrica dell’Africa disegna ancora mappe diverse in funzione dei diversi interessi neocoloniali. 

Nella complessa composizione del sommario di questo numero di Dialoghi Mediterranei molti fili di discussioni si dipanano, altri si intrecciano per essere ancora districati e risolti. Restano al centro i temi connessi alle migrazioni: i diari dei profughi a Bologna raccolti in un libro premiato a Pieve Santo Stefano (Di Marco); la storia della presenza italiana in Canada (Pittau) e in Algeria (Zaher); la singolare dura esperienza degli esuli di guerra da Procida a Palermo tra il 1806 e il 1814, durante l’occupazione napoleonica del regno dei Borboni (Lentini). Tra letteratura, arte, musica e teatro, resta l’antropologia la chiave di lettura privilegiata di molti contributi. Stefano Montes continua la sua originale esplorazione delle risorse conoscitive che si offrono nel dialogo tra scrittura e immagine che è anche un colloquio tra l’etnografo e il fotografo, tra il padre e il figlio nel segno di un simbolico rito di iniziazione e di transizione. Secondando i flussi di coscienza, cedendo ai giochi beffardi del caso, l’autore indaga sulla memoria e ne percorre i luoghi, tra autobiografia e letteratura scientifica. «Parlando in prima persona, smussando quella frontiera solitamente posta tra il soggettivo e l’oggettivo», Montes intende sperimentare l’arte poco praticata di un’antropologia dell’esistenza, consustanziale alla narrazione della quotidianità.

Di un’altra antropologia, quella giuridica, è acuta interprete Patrizia Resta che in questo numero propone una approfondita analisi critica del fenomeno mafioso, ripensato in una prospettiva non più etnocentrica ma transnazionale. Il quadro descritto dalla studiosa, anche sulla base delle relazioni semestrali della DIA, disegna un patchwork criminale ramificato e mobile, una rete duttile ma coesa che si giova di una certa porosità del diritto, dello spazio di una sorta di ‘interlegalità’ generato dall’intreccio di norme di origine diversa, dalla pluralità dei piani normativi contraddittori, «che rende complesso creare una divisione netta fra ciò che è lecito e ciò che è illecito». Ricostruisce in controluce la mappa della mafia siciliana, rileggendo le vicende del quotidiano di Palermo, L’Ora, Antonio Ortoleva nella recensione ad un volume dedicato a quel coraggioso e generoso presidio antimafioso che dal 1958 fu scuola di giornalismo libero e indipendente. A quella piccola redazione collaborò anche Leonardo Sciascia, di cui Valerio Cappozzo ci fa scoprire le intense relazioni, le pubblicazioni e i riconoscimenti ottenuti in America, quale “perfetto Virgilio” del mondo mafioso spiegato oltreoceano.

Chiude il numero come sempre una ricca e significativa antologia fotografica, una rassegna di immagini d’autore che raccontano feste e rituali, paesaggi e comunità, viaggi e visioni, memorie e ritratti. Nella ricerca della bellezza o della verità documentaria, lo sguardo dei maestri fotografi non è mai banale o esornativo ma è essenziale e sovente epifanico. La realtà intrappolata nello scatto può essere più vera di quella empirica, poiché ogni fotografia è un po’ l’autoritratto del fotografo e i diversi punti di vista ovvero le diverse vite rappresentate in filigrana concorrono a comporre quel mosaico che assomiglia al confuso puzzle che abitiamo. «La fotografia è l’istantanea rivelazione della vita»: è una fulminante definizione del regista Alberto Lattuada, poco più che ventenne, contenuta in un libro recensito da Silvia Mazzucchelli.

Pietro Clemente nell’introdurre i contributi a “Il centro in periferia” di questo fascicolo, notevole per progetti, ricerche e ragionamenti sull’Italia cosiddetta “minore”, richiama in conclusione le parole di Liliana Segre al Senato che nella loro limpidezza hanno tessuto «la rete del rito di passaggio tra generazioni e tra governi». Le parole sono quelle codificate e custodite nella Costituzione che «come disse Piero Calamandrei non è un pezzo di carta, ma è il testamento di centomila morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti». Le parole che vengono da quel passato, rimosso o negato, ripetute e attualizzate da Liliana Segre, sono luminoso viatico che ci aiuta ad attraversare e rischiarare le dense e inquiete ombre del nostro presente. 

Dialoghi Mediterranei, n. 58, novembre 2022

 

 

 

 

 

 

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