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EDITORIALE

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Romeo Juliet disaster, Milano (ph. Stefano Pavesi)

Paese, storie, memorie, donne sono probabilmente alcune delle parole chiave che attraversano e connettono le diverse pagine di questo numero di Dialoghi Mediterranei, complesso mosaico di temi, di narrazioni e di riflessioni su aspetti e dinamiche culturali del nostro tempo. Il lettore che ne scorre il sommario potrà cogliere la speciale attenzione riservata alle storie di vita e alle scritture popolari nei contributi di non pochi autori. Primo fra tutti Pietro Clemente che, da pioniere di questi studi, invita a decostruire le categorie novecentesche dei generi letterari per poter meglio comprendere e interpretare questi «straordinari graffiti dell’unicità delle vite», scritture autobiografiche «grammaticalmente e politicamente scorrette» la cui rappresentatività individuale e sociale è «incomparabile con la letteratura. Forse – aggiunge l’antropologo – è altra letteratura», dal momento che certificano che «le vite degli esseri umani sono più varie e ricche di quanto si riesca ad immaginare in letteratura». Un mondo parallelo, dunque, espressione di una forte soggettività umana e culturale, che chiede di essere investigato con strumenti nuovi, con codici diversi.

In Sicilia Santo Lombino da tempo coltiva questo interesse per le prove di scrittura popolare prodotte perlopiù da esperienze di vita traumatiche, come la guerra e l’emigrazione. In questo numero riferisce delle autonarrazioni di Giuseppe Gentile, emigrato negli Usa dove fece fortuna con il commercio, di Maria Oliveri, residente nel New Jersey, che mise per iscritto le vicende del padre Frank, e di Carmela Galante che racconta in versi la sua avventura in America e il suo breve ritorno in Sicilia. Di Tommaso Bordonaro e della sua Spartenza, autori e opera scoperti dallo stesso Lombino, scrive Giuseppe Paternostro a proposito di una pubblicazione che mette insieme diverse letture di questo memoir considerato ormai un classico dell’italiano popolare regionale. In tutti questi testi mutuati dalla cultura orale l’emigrazione transoceanica tradotta in scrittura ha consentito – osserva Giuseppe Paternostro – «di gettare luce sul processo di diffusione della lingua nazionale e, insieme, di costruzione di un senso di appartenenza a una comunità “nazionale”».

Dentro questa trama di ritratti e di racconti che narrano di sofferte vicissitudini e di sospirate emancipazioni, il lettore troverà in questo numero altre vite illustrate e altri profili di scrittura. Potrà conoscere attraverso il contributo di Sebastiano Burgaretta la storia di Paolo Calabrò, provveditore agli studi siciliano che si adoperò per aiutare in vari modi, «con grave rischio personale», ebrei perseguitati dai fascisti e dai nazisti. Una storia non molto diversa da quella – ricostruita dalla figlia Bianca in un suo libro recensito da Lorenzo Mazzi – del brigadiere dei carabinieri Bruno Pilat, il quale presso la popolazione di Aprica in provincia di Sondrio promosse e agevolò una fuga «che permise nel 1943 a 218 ebrei di nazionalità jugoslava di trovare rifugio dalla furia nazifascista nella vicina Svizzera». Di altri scritti sono protagoniste figure dalle esistenze eccentriche, dalle vicende creative e singolari. Così Alfonso Campisi ci fa conoscere Salvatore Almanza, ultimo pittore dell’École de Tunis, che da sarto entrò «in una cerchia di intellettuali tuniso-italo-francesi grazie alla sua passione per la pittura, all’arte, ai colori e alla gioia di vivere, ma anche perché questo gli permetterà non solo di fuggire dal ghetto siciliano di rue du Maroc in cui era vissuto, ma di integrarsi anche alla cultura francese». Sergio Todesco ci fa scoprire la vera storia del cavaliere Giovanni Cammarata, raro esempio di figura messinese «portatore di sogni», la cui «immaginifica produzione artistica, costituita da una amplissima serie di manufatti scultorei, realizzati da lui stesso con tecnica mista», aveva contribuito ad antropizzare e “bonificare” in senso decorativo «un’area altrimenti periferica e marginale».

Di altra appartenenza sociale e di altro spessore intellettuale è la vita di Ferdinando Sesti Lojacono, che nelle sue Lettere dall’America 1930-1932 restituisce le suggestioni e le emozioni dell’impatto con la città di New York, dove era giunto da Palermo all’età di 23 anni nel 1923. Ne scrive Flavia Schiavo in un affettuoso ricordo di famiglia. In Sicilia ma in un luogo appartato e silenzioso sulle montagne di Milazzo vive da vent’anni il monaco Alessio Jeronimo, che intervistato da Antonio Ortoleva guarda al mondo con la postura disincantata dell’eremita. E da un altro piccolo paese dell’entroterra siciliano, Mezzojuso, giunge la limpida voce del poeta Nicola Grato che, in una intensa conversazione con Antonino Cangemi, intreccia l’elogio della poesia con quello della vita delle comunità contadine dove si combatte l’accidia, lo scoramento e tuttavia resiste il racconto, la dimensione orale, l’arte del cunto: «Non è raro che un vecchio che saluti ti fermi e ti racconti una cosa, anche la più in apparenza banale. I nostri sono paesi pieni di vecchi, lo sappiamo bene. Sono luoghi pieni di racconti». E così conclude: «Se vivere costa fatica, vivere nei paesi è paradigma di questa fatica, ma occasione straordinaria per riflettere su di noi, sul nostro ruolo nel mondo, sul futuro da preparare oggi». Parole consonanti ai progetti e alle speranze di resistenza e di ripopolamento dei centri minori raccolti nel dibattito aperto nel consueto spazio “Il centro in periferia”. Laddove la testimonianza del poeta sta accanto ai ricordi, a cura di Vito Teti e di Alessandro Casellato, di «uno degli ultimi grandi meridionalisti», Nuto Revelli. E vicino alla storia di vita di Angela Saba, pastora di origine sarda che racconta della sua travagliata vocazione e della sua collaborazione con l’Università di Pisa nella realizzazione del primo formaggio pecorino a ridotto contenuto di colesterolo, così che «le sue pecore, i suoi campi non sono più maremma amara ma la fonte di ogni sua singola gioia e soddisfazione, riconoscimenti sudati con grande fatica ed abnegazione, un carattere che mai avrebbe pensato di avere».

Altre donne sono al centro degli scritti di questo numero. Spicca l’antifascista e partigiana Maria Michetti, che femminista ante litteram fu combattente libertaria e minoritaria all’interno del suo stesso partito. Se ne ricostruisce l’avvincente biografia in un libro recensito da Piero Di Giorgi. Di grande interesse è l’intervista condotta da Eugenia Parodi alla scrittrice curdo-siriana Maha Hassan, esule a Parigi perché perseguitata dal regime per le sue idee a difesa dei diritti delle donne nella società araba. Interrogata sulla definizione della sua identità ci consegna una illuminante lezione sulla condizione diasporica che è dato costitutivo del nostro tempo: «Sono una scrittrice; questa è la mia identità definitiva che ho costruito in questi anni vissuti in Siria e in Francia. Sono cittadina francese ma sono anche curda. Sono, forse, un po’ armena e, perché no, anche ebrea. Ho trascorso un anno a casa di Anna Frank. Presto apparirà il mio romanzo sulla mia dolorosa esperienza nella casa di Anna ad Amsterdam, dove ho scoperto elementi comuni tra ebrei e curdi e tra l’esodo degli ebrei e quello dei siriani a causa della guerra. Penso di essere nata in Siria, discendente da una nonna armena, un’altra curda e una madre araba, e che sono venuta a vivere in Francia per vivere esperienze multiple, a volte paradossali e contraddittorie. Ecco perché oggi sono solo una scrittrice. È la mia unica identità».

In un’altra intervista una donna di origine egiziana, Hend Ahmed, racconta a Lella Di Marco della sua esperienza di immigrata a Bologna, della sua maturazione nelle relazioni e nella consapevolezza di sé, di madre, di musulmana, di cittadina italiana. Sufficientemente inserita nella vita della città anche attraverso la partecipazione attiva all’associazione Annassim, Hend tuttavia si chiede: «Se imparo che ho dei diritti come donna, cittadina, lavoratrice e poi sul lavoro sono discriminata o costretta a lavorare dodici ore al giorno senza pausa, e se rivendico i miei diritti sono licenziata: come faccio ad essere appagata anche se sono cittadina italiana?». La stessa frequentazione degli orti urbani ha però favorito pratiche di reciproco riconoscimento sociale e di proficui scambi culturali, tant’è che così precisa: «Ricordo che all’inizio quando ci hanno viste tutte velate con i vestiti neri e lunghi, gli ortolani bolognesi fra di loro si dicevano: “Eccole, se le lasciamo fare arriveranno anche con i cammelli e pianteranno datteri”. Erano però incuriositi dalle nostre piante e così quando noi, come da nostra usanza, abbiamo cominciato ad offrire loro il tè arabo alla menta o al coriandolo, piante che noi stesse coltivavamo, hanno cominciato ad essere meno sospettosi. Adesso quando ci vedono si alzano e ci salutano. Mentre ci chiedono se vogliamo della menta dai loro orti». Un piccolo ma significativo esempio di apprendistato quotidiano alla civile convivenza.

Donne sono pure protagoniste del penetrante saggio di Annalisa Di Nuzzo, che ha voluto gettare luce sul tema storiografico, largamente rimosso, della formazione, nell’agitato biennio 1943-45, del corpo speciale delle ausiliarie di Salò a sostegno della Repubblica Sociale fascista: un fenomeno, quello delle donne in armi, che al di là delle considerazioni politiche impone una riflessione antropologica sull’affermarsi della soggettività femminile in un tornante cruciale di scelte drammatiche. La studiosa avverte l’urgenza di recuperare oggi il valore critico della memoria del passato in una temperie che tende a destrutturare le categorie spaziotemporali e a confondere democrazia e regimi. Appello condiviso da Davide Miccione che nel suo intervento denuncia «la fine del senso storico, l’incubo di vivere in un eterno presente che anestetizza le nostre menti, che le rende incapaci di cogliere le distinzioni e le differenze e dunque, a farla breve, di pensare. La storicità, la memoria, il senso del divenire storico, culturale, sociale sono gli aspetti da cui partire per analizzare la crisi, per difendere il difendibile e progettare un possibile miglioramento».

In questo numero, tra l’altro, sono rievocate alcune importanti pagine di storia: Maria Rosaria Di Giacinto ripercorre i luoghi e ricerca i segni della radicata presenza ebraica a Palermo nel contesto di una narrazione non convenzionale; Rosario Atria rievoca l’eccidio a Debre Libanos, il più importante monastero d’Etiopia, consumato tra il 20 e il 29 maggio 1937 nel pieno della guerra coloniale scatenata dall’Italia di Mussolini; Maurizio Tosco si occupa della conferenza di Teheran del 1943 che precedette un misterioso viaggio in Sicilia del Presidente degli Stati Uniti; Franco Pittau, infine, ricostruisce il flusso di una emigrazione poco studiata, quella degli italiani in Sud Africa. Vale poi la pena di leggere quanto ha scritto Franco Ferrarotti sul Mediterraneo, sul mare per antonomasia «dell’interscambio fra le varie culture e religioni, un luogo in cui più viva, polisemica e plurilinguistica, è cresciuta e si è sviluppata la presenza umana da tempo immemorabile». A fronte della irreversibile crisi dell’eurocentrismo, «economicamente e politicamente finito», dell’impostura del  sovranismo, «di cui oggi si blatera per i trivi, [e che] non ha nulla a che fare con l’amor di patria», il padre della sociologia italiana invoca «un diritto che va oltre i diritti umani, più o meno genericamente intesi. È il diritto di umanità, legato alla sacralità della vita. La vocazione del Mediterraneo è a questo proposito essenziale».

Che il Mediterraneo sia teatro e spazio in cui sono «fertilizzate» (per usare le parole di Ferrarotti) culture e lingue diverse attraverso rotte e percorsi inimmaginabili è quanto emerge – sotto diversi profili – dai numerosi scritti contenuti in questo fascicolo: dal rigoroso e affascinante studio di Valerio Cappozzo sulle influenze arabo-islamiche esercitate non solo sul viaggio ascensionale di Dante ma perfino sull’esperienza e sulla diffusione della rima; dalle coesistenze delle eredità latina e greca e fra islam, giudaismo e cristianesimo nella filosofia medioevale di cui ragiona nella sua lunga e approfondita conversazione con Vincenzo Corseri il filologo spagnolo Pere Villaba i Varneda; dalla precisa e ragionata ricognizione delle tonnare tra Sicilia e Sardegna compiuto da Ninni Ravazza sulla base di un Dossier della rivista “Ammentu”; dal caleidoscopico mondo popolare di Napoli scandagliato nelle sue molteplici sonorità da Mariano Fresta; dal suggestivo racconto – anche iconografico – ad opera di Lisa Regina del rito che si svolge a Salvador de Bahia in Brasile dove si celebra nella festa di Yemanjà il trionfo di uno straordinario sincretismo religioso; perfino dal fenomeno del criollismo  che Valentina Napolitano propone quale inedita chiave di lettura per l’interpretazione del papato di Francesco, una sorta di trickster per il quale «il rinnovamento è decisamente situato, teologicamente e geopoliticamente, in quei margini della Chiesa che stanno diventando il nuovo “vero” centro – una prospettiva gesuita relativa al compimento del mandato del Concilio Vaticano Secondo nel ventunesimo secolo».

Una grande Piazza Universale del Mediterraneo, dove tutto confluisce e si mescola in una sintesi inedita di mille contraddizioni, è quella che Nino Giaramidaro definisce «le Nazioni Unite dello sterminato mercatino di Ballarò e dell’Albergheria, a Palermo». Qui «tra le tribù delle scarpe, quella dei vestiti, delle stoviglie e tante altre, va prendendo forma un nuovo sabir, un pidgin fatto di arabo, tamil, siciliano e briciole di francese: una lingua franca balbettante, con largo uso di monosillabi e corredata da un dedalo di gesti, atteggiamenti, ed evoluzioni dal quale – come sosteneva Antonin Artaud a proposito del suo teatro – si sprigiona un linguaggio fisico basato più sui segni che sulle parole. Una scheggia di buona volontà conficcata nelle incertezze del nuovo millennio». Qui il Mediterraneo recupera davvero la vocazione interculturale di mare humanum richiamata da Ferrarotti.

Resta come sempre significativo il contributo dei fotografi chiamati a cimentarsi nella scrittura di un testo da accompagnare alle loro immagini. Ceccarini e Rezashateri illustrano il loro progetto di documentazione delle trasformazioni del paesaggio nell’Iran sempre più desertificato. Ezio Fiorenza poeticamente insegue con le sue istantanee i giochi dei bambini nella campagna siciliana durante la raccolta delle olive. Francesca Riggi, con scatti puntuali sui volti e sui luoghi, presidia i confini dove arrivano e si arrestano i migranti, da Lampedusa a Calais. Nino Privitera commenta il saggio di Luigi Lombardo con le sue storiche e preziose fotografie in bianco e nero sul Carnevale siciliano. Di particolare grazia e bellezza sono, infine, le immagini sugli spettacoli teatrali con protagonisti giovani detenuti di Milano di cui scrive in un emozionante diario Silvia Pierantoni.

Costretti ad omettere molti degli autori e dei titoli, non possiamo tuttavia non segnalare almeno i contributi di due nuovi autorevoli collaboratori di Dialoghi Mediterranei: il critico letterario Salvatore Ferlita e l’antropologo Fabio Dei. Il primo propone all’attenzione dei lettori la poesia di Bartolo Cattafi, «poeta pulviscolare, democriteo», eccentrico rispetto ai suoi contemporanei, scrittore che «svirgola, procedendo sul suo sentiero sconnesso, aspro, ideologicamente poco attraente perché orientato non tanto verso le magnifiche sorti e progressive (Cattafi è il vero erede di Leopardi), quanto verso un dirupo tremendo e rovinoso». Fabio Dei si interroga sul rapporto tra il complesso fenomeno del populismo politico e le mutazioni della cultura popolare, sui concetti di egemonia e subalternità declinati sulla crisi della tradizionale demologia. E più radicalmente si chiede: «dove sta il popolo oggi? Come individuare la linea di demarcazione fra l’egemonico e il subalterno?» In tempi in cui sembra prevalere l’autopercezione dei gruppi sociali sugli oggettivi indicatori economici lo studioso si domanda come sia possibile «ripristinare una demologia di taglio gramsciano, capace di studiare le differenze culturali nella loro corrispondenza con le differenze sociali». Un tema questo che sollecita un qualche approfondimento collettivo. Tanto più che sulle categorie storiche e concettuali di democrazia, popolo, potere, nazione e cultura ragionano in questo numero, da prospettive diverse e con differenti accenti, Armano, Cavadi, Carlotti, Dell’Orzo, Martellozzo e Siddiolo. E nel possibile e auspicabile dibattito non è inutile introdurre una citazione di George Steiner, che ha scritto pagine insuperate sulla tragedia dell’Olocausto. Il grande critico della letteratura, scomparso poco meno di un mese fa, nel libro Nessuna passione spenta, esprimeva questo dubbio: «In quale modo il Volk è un’idea religiosa piuttosto che un insieme e un concetto geopolitici o economici? Le parole si fanno complesse e sfocate». Rimescolate le carte, forse la riflessione potrebbe anche cominciare da qui, da questo interrogativo, da questa provocazione semantica.

Chiudiamo questo editoriale mentre infuriano la pandemia della paura e la psicosi da infezione, così che la tensione securitaria esasperata sembra provocare il ripiegamento nel bunker dell’isolamento, la sospensione e la militarizzazione della vita di relazione, il rischio che si scardini ancora di più il già precario tessuto connettivo del nostro Paese. Alla ricerca degli untori si moltiplicano i monatti della disgregazione, i suprematisti della discriminazione, i patrioti della frantumazione dell’unità nazionale. “Sarebbe meglio che i turisti del nord non venissero” ha affermato appena ieri il Presidente della Regione Sicilia che poco prima si era opposto allo sbarco a Messina dei 194 profughi salvati dalla Sea Watch 3, volendo imporre loro una quarantena a bordo. La paranoia di difendere i confini nel villaggio globale è diventata epidemia virale, ossessione del contagio, patologia o idiozia dell’egoismo immunitario. Ma basterà alzare lo sguardo un po’ più in là per scoprire che, rovesciando i ruoli per un paradossale contrappasso, siamo diventati noi i migranti rifiutati alla frontiera, noi che infettiamo gli altri, Noi italiani siamo, in altre parole, guardati come Altri. L’invito a rileggere oggi le pagine di Boccaccio, Manzoni o Camus può forse aiutarci a capire che l’unico vaccino per sconfiggere “la peste” – sia essa un virus o uno straniero – è affidato alla cura della nostra convivenza civile, al governo delle nostre responsabilità etiche e sociali, al buonsenso più che al senso comune.

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020
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