EDITORIALE

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Nonluoghi, di M. Di Donato

Se anche in Sicilia s’incrina il fronte dell’accoglienza, se come altrove i sindaci, nella ricerca di una qualche visibilità, si oppongono all’arrivo di poche decine di migranti, per lo più adolescenti, e organizzano barricate chiamando a raccolta i propri cittadini in difesa della sicurezza minacciata, se anche nell’Isola, da cui sono partiti per mare migliaia di emigranti per cercare fortune nelle Americhe e nel mondo, divampa l’isteria collettiva contro i profughi e i richiedenti asilo, se rischia di mettere radici l’aberrante fenomeno dell’intolleranza e dell’odio sociale, allora quel fragile tessuto connettivo che ha fin qui tenuto insieme le comunità di questo nostro Paese sembra davvero essere sul punto di disfarsi rovinosamente, di disgregarsi definitivamente. Se anche nelle città siciliane, laddove, pur con tutte le contraddizioni della consumata e sgangherata arte dell’arrangiarsi, si è comunque e sempre rispettata e ospitata la diversità dello straniero, se anche qui mentre scoppiano gli incendi la gente si mobilita contro i migranti, innalza blocchi stradali e guida le ronde per presidiare il territorio, allora vuol dire che stiamo scivolando senza averne piena consapevolezza nella terribile e distruttiva spirale della estrema polarizzazione: da una parte noi, dall’altra loro. E loro – chiunque essi siano, un indifferenziato e mostruoso amalgama – sono ripugnanti e detestabili, portano fisicamente iscritte nel corpo le colpe di tutti i nostri problemi, sono gli alieni, sono le orde, i selvaggi, i primitivi, gli Altri irriducibilmente non umani.

Non una umanità “altra”, ma una “non umanità”, un’estraneità da tenere ai margini dell’umano, ai confini del civile consorzio, irrimediabilmente interdetta e negata alla convivenza. La logica che sostiene questa discriminante è chiara. Se gli orizzonti non si incrociano e non sono comunicanti, se la “soluzione finale” sgombra il campo da ogni presenza nemica, tutto ridiventa confortante e rassicurante per noi che viviamo nel regime di una fobocrazia scientificamente ispirata ad una mobilitazione politica e ideologica della rabbia e del risentimento. Una formidabile macchina che distilla giorno dopo giorno i veleni diffusi dal populismo e dallo sciovinismo, oggi meglio noto col nome di sovranismo. Se l’Altro diventa invisibile, se resta occultato tra le sbarre del mattatoio libico, se è respinto nelle sabbie del deserto, evapora ogni nostra perturbante riserva morale, ogni nostra residuale incertezza. Che fine faccia quel popolo di reietti che affolla i barconi intercettati e “salvati” dalle motovedette libiche fingiamo di non sapere, nonostante i rapporti di tutti gli organismi umanitari internazionali che hanno denunciato le vessazioni, le torture e gli abusi di ogni tipo praticati dai miliziani, in nulla diversi dagli scafisti e dai gestori della tratta degli esseri umani.

Liberato il Mare nostrum dai barbari che tentano l’arrembaggio alle nostre coste e dai loro facinorosi complici intenti a soccorrerli, ci sentiremo probabilmente meno vulnerabili, saremo più sicuri “nelle nostre tiepide case”, più immuni da dubbi e perplessità, più protetti dalle verità proclamate con enfasi nella nostra ipertrofia identitaria. Ma forse domani “i nostri nati potranno torcere il viso da noi”, potranno chiederci dove eravamo quando ancora c’è chi “muore per un sì o per un no”, vorranno sapere che fine ha fatto “la nostra umanità”. E la nostra casa, la comunità in cui diciamo di riconoscerci, la civiltà a cui diciamo di appartenere, non rischia forse di “sfasciarsi”, dopo che abbiamo scardinato ogni forma di coesione e di obbligazione etica e sociale, di reciprocità e di rispetto per le persone?

Nel coacervo dei ghetti in cui la canea anti immigrati vorrebbe rinchiuderci finiscono con l’essere stigmatizzati come reati perfino la povertà e la solidarietà, l’una e l’altra percepite e introiettate nella coscienza comune come colpe e cascami anacronistici di una società in cui l’uomo non è nulla per l’altro uomo e le vite non valgono tutte in eguale misura. A guardar bene, mentre rimuoviamo dal codice naturale la millenaria legge del mare che impone il salvataggio senza preoccuparsi del passaporto di chi sta affogando, espelliamo dal nostro patrimonio identitario proprio quel che ci fa eminentemente umani. Non si è riflettuto abbastanza sul mutuo rapporto tra criminalizzazione della povertà e desistenza morale, tra rarefazione della socialità e sottrazione dell’umanità, tra imbarbarimento della politica e progressivo impoverimento culturale. Privare le persone della loro dignità, spogliare le loro vite, ridurre l’altro a corpo estraneo, a cosa o a poco più che a oggetto di calcolo è un percorso, scavato dalle ansie securitarie e costruito dagli imprenditori delle paure, che si risolve nella tragica assuefazione alle pulsioni più aberranti, conduce alla legittimazione del razzismo e del suprematismo bianco ovvero dell’oltraggio totale e collettivo, fino allo sfilacciarsi di ogni legame comunitario e di ogni condivisione di esperienze, alla perdita di ogni orizzonte di senso comune.

L’estate degli eccessi che ci stiamo lasciando alle spalle – tra il fuoco delle temperature e quello degli incendi, tra le macerie prodotte dai ripetuti terremoti e le devastazioni causate dalle stragi terroristiche, tra le recrudescenze del neofascismo, le insofferenze sempre più violente contro i centri di accoglienza a fronte della estromissione delle Ong e dei silenziosi naufragi dei migranti – l’estate del nostro scontento è stata teatro di cronache che sembrano tutte orientate a descrivere una sorta di inedita lotta di classe del nuovo millennio, una sfida tra gli ultimi che vengono dal mare e i penultimi che difendono la “propria” terra, tra i poveri arrestati alle frontiere e i ricchi asserragliati dentro le fidate mura, due mondi  – la globalizzazione dal basso dei grandi movimenti di massa da un lato,  e l’esausta modernità dell’Occidente dall’altro – che paradossalmente nell’età trionfante delle comunicazioni e delle interconnessioni non s’incontrano né dialogano.

Echi di queste cronache il lettore troverà nei copiosi contributi di questo numero che tuttavia s’intrattiene più diffusamente sulle esperienze di inclusione e di integrazione, su quanto è possibile fare, tra mille difficoltà e oggettive resistenze, sul piano delle politiche culturali e della sperimentazione di positivi modelli di gestione che, nella prospettiva non più emergenziale ma di lunga durata, non si limiti ad accogliere ma promuova riconoscimento e interazioni, prepari la transizione dalla società multietnica a quella interetnica. Questa immagine “altra” dell’immigrazione, che a fatica si fa strada nella sostanziale reticenza dei media, racconta di gruppi musicali, di spettacoli teatrali, di produzioni filmiche, di attività ludiche e sportive, nonché di nuove forme espressive di arte e di letteratura che vedono coinvolte soprattutte le nuove generazioni, i figli degli immigrati e i loro coetanei italiani. Su questi aspetti che hanno in tutta evidenza significative implicazioni socioantropologiche, sulle dinamiche di contaminazione, commistione e ibridazione culturale che per vie carsiche sono attestate nelle pieghe delle convivenze a livello locale e nelle periferie urbane, Dialoghi Mediterranei eserciterà una speciale attenzione, nella convinzione che il futuro delle nostre città e dei loro abitanti passa attraverso questi processi di rigenerazione e rivitalizzazione del tessuto umano e civile.

Di tanto altro ragionano gli autori dei contributi pubblicati in questo cospicuo fascicolo, che registra la presenza di nuovi prestigiosi collaboratori e ospita una selezione di scritti monografici dedicati al tema dei piccoli paesi. Un ambizioso progetto che – come spiega Pietro Clemente che ne è il promotore e il coordinatore – vuole far maturare una nuova coscienza, la coscienza di luogo, dal momento che «Luoghi significa mondi piccoli, remoti, minori, interni, periferici, a portata e misura di uomini e donne, come gli orti o i piccoli paesi». Nel porre il centro in periferia si ribalta l’ordine convenzionale del guardare e del pensare, dell’abitare e del vivere, si decentrano i punti di vista e si suggerisce «una idea nuova di civiltà complessiva [che] non può che nascere dai luoghi piccoli perché in essi sono visibili e riprogettabili i nessi che fondano la civiltà, le relazioni sociali e quelle con la natura».

È noto infatti che l’Italia è un Paese policentrico la cui riconoscibilità è affidata alla somma eterogenea dei paesi, per lo più di piccole dimensioni, che ne costituiscono la tenace orditura della trama, l’ossatura e l’articolazione dell’ampio patrimonio collettivo dei diversi insediamenti umani. Da qui l’obiettivo di costruire una rete che metta in circolo le differenti esperienze delle microcomunità di questo formidabile mosaico di realtà periferiche a forte radicamento territoriale, di fondare cioè un luogo virtuale in cui dialoghino le pratiche locali volte a contrastare l’emorragia demografica e l’omologazione culturale.

Che sia Dialoghi Mediterranei questo luogo di raccolta, confluenza e confronto delle diverse voci, testimonianze e ricerche condotte nei e sui piccoli paesi è impresa coerente al nostro costante sforzo editoriale di diventare speciale osservatorio impegnato a leggere la contemporaneità nei suoi molteplici risvolti sociali e antropologici, nelle sue questioni di cruciale attualità che nella rete incrociano globale e locale, memoria e progetto. Tanto più che a combattere lo spopolamento di alcuni centri abitati contribuiscono a volte gli stessi profughi che assicurano il recupero di attività lavorative dismesse, la cura e la manutenzione delle terre e dei terrazzamenti, il rilancio di laboratori artigianali tradizionali. Un modo per ridare linfa vitale all’economia dell’area, un’opportunità per le popolazioni autoctone di rinnovare i sentimenti di appartenenza alla comunità e un modello di ospitalità diffusa che può dare vita a nuove forme di coesione sociale, di mutualità e di convivenza. Si tratta di esperienze che sollecitano una profonda riflessione sul ruolo dell’immigrazione quale potenziale e straordinaria risorsa quando rende gli abitanti e i migranti soggetti attivi e responsabili in un processo di partecipazione e condivisione.

Dei fenomeni complessi e contraddittori che abbiamo di fronte – troppo complessi e contraddittori per essere irretiti dentro schematismi ideologici e tesi precostituite – è possibile cogliere alcune schegge nella ricognizione dei mondi più remoti ed appartati, nell’osservazione da vicino di luoghi e percorsi di vita quotidiana, nella risignificazione e rivalutazione degli spazi abitati a misura degli uomini. Claudio Magris ha annotato che «in una scheggia ci può essere il mondo, ma essa è qualcosa se non è solo una scheggia bensì il mondo». Se i fatti globali esistono solo se declinati nelle traduzioni locali, i piccoli paesi che resistono alla crisi e allo sradicamento sono esempi che rappresentano un ottimo antidoto non solo alle comode generalizzazioni ma anche a quelle derive di anomia e atomizzazione cui sembrano destinarci i nonluoghi, quei paesaggi urbani paradigmi dell’assenza e della solitudine che vorrebbero farci precipitare dentro un quadro di Hopper o dentro una fotografia di Di Donato.

Dialoghi Mediterranei, n.27, settembre 2017

 

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