EDITORIALE

foto ansa

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La Storia scorre come un fiume carsico sotto gli occhi degli uomini che – come diceva Marx – non sanno di farla. Nel disordine mondiale sotto la superficie evenemenziale dei fatti non sappiamo quale nuova carta geopolitica si stia disegnando, quale nuovo ordine sociale si stia preparando. Sappiamo però che davanti a noi e attorno a noi s’innalzano muri invalicabili, come a voler chiudere e blindare entro altissime pareti verticali non esigue minoranze ma interi popoli sradicati e sfollati dalle loro terre.

A segnare faglie e cesure nella trama delle strategie e delle alleanze internazionali, a  segnalare i piccoli smottamenti che precedono grandi sommovimenti, lacerazioni e  fratture insanabili è – per fare un solo esempio – quel che sta accadendo a Gerusalemme, da sempre crocevia di dinamiche destinate a implodere in un’area ben più vasta di quella dei Luoghi santi. Qui, nell’infinito scontro tra il governo israeliano e la popolazione araba insediata, i palestinesi sono per la prima volta drammaticamente soli, non potendo più contare sul sostegno economico, l’appoggio politico e l’aiuto umanitario dei Paesi arabi. Sono soli non solo contro le forze armate di Netanyahu ma anche contro l’esercito del sedicente Califfato islamico. La nuova Intifada non ha più alcuno scudo tra i musulmani né alcuna guida fuori dal Fronte Popolare di Liberazione.

Con la dissoluzione della questione palestinese nella agenda politica delle nazioni arabe mediorientali, smembrate e disgregate al loro interno, minate o travolte dagli attacchi terroristici dell’Isis, impoverite e svuotate dall’esodo di massa dei profughi, finisce un’epoca e si chiude forse per sempre quella storia del Mediterraneo che per più di mezzo secolo ha coagulato attorno alle sorti e alla causa del popolo della Palestina l’unità e la solidarietà dei Paesi arabi, non solo in nome della Umma coranica. I nuovi muri a Gerusalemme, costruiti per separare gli abitanti a seconda della loro religione, si sommano ai tanti sbarramenti frettolosamente eretti nel cuore dell’Europa per arginare le migrazioni di quanti fuggono guerre e carestie. Nulla di tutto questo è casuale.

Oggi i muri, con la loro invadenza ed evidenza materiale e simbolica, sembrano rappresentare in modo eclatante la pochezza e la stoltezza di una politica che,  illudendosi di presidiare spazi e status di privilegi, moltiplica piazzaforti e trincee – nel caos irreggimentato dei Balcani come nell’ordine ingannevole della Danimarca – per fare la guerra agli inermi e ai dannati della terra, senza accorgersi che, mentre si barrica per difendersi dalle paure del “fuori”, lentamente deperisce, marcisce e muore “dentro”. A coltivare il rancore sociale e a soffiare sulle fobie collettive è l’infido vento delle destre nazionaliste e populiste che avanzano pericolosamente nelle elezioni recenti di non pochi Paesi del Vecchio Continente.

Ci tocca, dunque, constatare che all’immagine della rete virtuale, accessibile, permeabile, invisibile, a cui affidiamo questo nuovo numero di Dialoghi Mediterranei, fa da contrappunto – non solo metaforico – un’altra rete, anzi il reticolato, ovvero la dura e ruvida concretezza del muro che nel mondo effettuale e reale segrega e respinge, il filo spinato che sbarra la strada ai profughi, i cavalli di frisia e i militari che cacciano e strattonano donne e bambini in marcia nel fango e sotto la pioggia. Sono i muri del disonore rievocati da Nino Giaramidaro nel suo contributo, le ignobili cortine di ferro inutilmente innalzate per tentare di fermare la disperata «via crucis» dei fuggiaschi.

Nulla però è più aberrante e devastante delle barriere mentali, dei muri concettuali, dei pregiudizi che scavano fossati e cicatrici nello spazio sociale, nella relazione con gli altri, nelle pratiche culturali della quotidianità. Ce lo spiega con ricchezza e profondità di argomentazioni Gabriella D’Agostino che, interrogandosi intorno al consumato lessema dell’identità e alla definizione della “natura umana”, sgombra definitivamente il campo dalle ricorrenti e strumentali ambiguità semantiche. Ce lo suggeriscono, in verità, molti degli autori che portano allo scoperto le pregiudiziali ideologiche e le tante “trappole di pensiero” disseminate nel dibattito pubblico sulle migrazioni. A cominciare dai numeri del Dossier Statistico IDOS 2015 che Franco Pittau mette in fila per confutare tesi preconcette e informazioni distorte. Licia Toffaloni, invece, ci spinge a riflettere sulle diverse contraddizioni implicite nelle interpretazioni occidentali del “prismatico” mondo islamico. Non diversamente Chiara Dallavalle e Cinzia Costa ragionano sui diritti dei profughi e le numerose aporie giuridiche che mortificano la dignità dei cittadini stranieri e dei richiedenti asilo, mentre Valeria Dell’Orzo e Eugenio Giorgianni si interessano di due diversi fenomeni diasporici: la prima getta una luce inquietante sulle forme di violenta affiliazione dei giovani aggregati nelle bande criminali delle Maras; il secondo ritrova nel quartiere più popoloso di Manchester gli echi delle lingue e delle forme musicali afrocaraibiche. Di vicende connesse ai movimenti migratori si occupano pure Flavia Schiavo che recupera la memoria della presenza storica degli italiani a Manhattan e Carmen Bilotta che, muovendo dalle tradizioni rituali legate alla morte,  denuncia lo scandalo dei corpi senza nome e senza tomba dei tanti migranti inghiottiti dal mare.

Tutti questi contributi, dunque, incrociano, sotto diversi aspetti, il tema-chiave delle migrazioni, fil rouge comune ai singoli interventi, mentre altri dispiegano un ampio scenario geografico che passa in rassegna non pochi Paesi del Mediterraneo: dall’Egitto, raccontato da Shaimaa Magued, con le ambigue e incestuose commistioni di uno Stato al tempo stesso militare e religioso, alla Libia di Gheddafi così come emerge dalle pagine di Yasmina Khadra recensite da Marta Gentilucci; dalla Catalogna e le storiche aspirazioni indipendentiste ricostruite da Elsa Franza Cavallini alla Tunisia di Azza Filali nella lettura critica di Annamaria Clemente e a quella del Quartetto premiato dal Nobel per la Pace, su cui Federico Costanza compie una puntuale analisi politica. Come a sigillare e a meglio definire la conoscenza del contesto maghrebino e nordafricano, questo numero, particolarmente denso di articoli, si arricchisce di due notevoli ricognizioni filologiche su aspetti e vocaboli della lingua araba, a firma di Francesca Morando e Michele Marangon.

La piccola comunità di Dialoghi Mediterranei, in gran parte nata e formata da giovani laureati in antropologia dell’Università di Palermo, ha dunque – come s’intuisce – via via ampliato l’orizzonte delle collaborazioni, potendo contare sull’apporto sempre più cospicuo di studiosi e ricercatori, la cui partecipazione al progetto editoriale è certamente segno di incoraggiamento e di apprezzamento. Tra gli altri, questo numero si avvale del contributo di Mario Sarica, noto etnomusicologo, fondatore e curatore scientifico del Museo di Cultura e Musica Popolare dei Peloritani, da tempo impegnato nello studio approfondito dei simboli cerimoniali e dei linguaggi espressivi dei riti. Alle feste e alle nuove e pervasive tecniche di documentazione visuale e digitale dedica la sua attenzione il giovanissimo Angelo Cucco, mentre il decano dei nostri più fedeli collaboratori Marcello Vigli torna a intrattenersi sull’attualità delle vicende vaticane.

Se Stefano Montes e Concetta Garofalo continuano nel loro rigoroso esercizio di applicazione delle categorie antropologiche e semiotiche alle esperienze etnografiche del quotidiano, Luigi Lombardo rinnova l’invito a compiere con lui il periplo della circolazione dei cibi lungo le più segrete rotte del Mediterraneo. Come sempre numerose sono le letture e le recensioni dei libri. Orietta Sorgi nel presentare il catalogo del Museo delle Trame di Gibellina traccia un affettuoso profilo del suo illustre fondatore, Ludovico Corrao. Virginia Lima propone una intelligente e attualizzante rilettura dell’opera Tieste di Seneca alla luce dei rapporti mai interrotti tra la seduzione del potere e l’attrazione del male. Infine Francesca Rizzo muove dal recente volume di Semi sul fenomeno della Gentrificazione per discutere della rifunzionalizzazione degli spazi urbani nel contesto delle trasformazioni sociali e culturali.

Nella rassegna  degli autori di questo numero di Dialoghi Mediterranei non poteva mancare la voce della letteratura, affidata ad uno dei poeti e dei critici siciliani più raffinati e sensibili, Lucio Zinna, il quale ripercorre la poesia italiana del Novecento per coglierne i riflessi e gli echi ereditati dal mondo medioevale: una esplorazione suggestiva e piena di sorprese, tant’è – conclude l’autore –  che «nella storia degli uomini tutto passa e nulla passa invano. Quel che vale resta, a prescindere da clamori e silenzi, non di rado costituendo lievito per i tempi successivi. In questo senso, ogni epoca è medio evo di un’altra».

Ci piace trarre dalle parole sensate di Lucio Zinna l’auspicio che quel neonato, mirabilmente colto nella fotografia posta in apertura a questo editoriale, possa con lo sguardo incantato della sua curiosità e del suo stupore  superare il muro insensato di scudi e di vergogna che il medioevo contemporaneo ha innalzato contro il futuro, che è e resta nonostante tutto in marcia, anche se ci ostiniamo a non vederlo o a non volerlo.

Dialoghi Mediterranei, n.16, novembre 2015

 

 

 

 

 

 

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