Editoriale

foto Cuttitta

foto Cuttitta

   Accade a volte che due avvenimenti di cronaca, lontani nello spazio e senza alcuna relazione reciproca e tuttavia quasi simultanei nel tempo e coincidenti nel segno, riassumano e illuminino epifanicamente lo spirito dell’età che viviamo, una certa tendenza che s’impone nella ideologia e nella cultura di un sempre più ampio milieu. Epifenomeni di quel rancore sociale che scorre nelle vene carsiche delle società contemporanee, al di là dei confini nazionali e statali, nell’aria intossicata che sembra accompagnare il vento della globalizzazione. Il primo fatto è accaduto a Roma. Risale al 27 novembre scorso, quando militanti di Casa Pound hanno impedito l’accesso a scuola a novanta bambini e adolescenti rom, bloccandone l’uscita dal campo sito nella periferia nord della capitale. Due giorni dopo a Gerusalemme qualcuno ha dato fuoco alla scuola arabo-ebraica, “Mano nella mano”, un luogo eminentemente simbolico, dove da diversi anni si insegna il bilinguismo e si educa alla convivenza interetnica nella città tormentata da mille contrasti.

Due fatti diversi e distanti e tuttavia drammaticamente consonanti e simmetrici. Sommati ad altri piccoli e disseminati eventi, ci dicono qualcosa su ciò che ci ostiniamo ancora a negare, a rimuovere, a non chiamare per nome. Segnalano l’esistenza inquietante di un diffuso razzismo che, nel colpire le giovani generazioni, vuole preparare un futuro di odiose segregazioni e discriminazioni. Se poi allarghiamo lo sguardo oltre il Mediterraneo, ci giungono dal Pakistan gli echi della strage compiuta dai talebani che, attraversati al loro interno da appartenenze claniche e affiliazioni terroriste, hanno trucidato i bambini di una scuola in nome di una fede religiosa barbarica. Tensioni razziali agitano molte città degli Stati Uniti e nel disordine mondiale prevalgono rozzi fanatismi, violenze epuratrici e prospettive totalizzanti che dividono il mondo e gli uomini secondo la logica militare: Amici/Nemici.

Siano arruolati nel partito di Dio o in quello della razza pura, sventolino le bandiere nere dell’Isis o quelle di Forza Nuova, essi combattono una guerra disperata contro la complessità del nostro tempo, la promiscuità etnica delle nostre vite, la pluralità delle opzioni offerte dal mercato delle identità. Gli schematismi e gli integralismi che muovono, sostengono e armano le loro azioni e le loro parole finiscono col produrre l’orrido scenario dei massacri e dei terrorismi contro i bambini e le istituzioni scolastiche impegnate nella loro promozione.

Delle stesse terribili esperienze sono vittime altri soggetti deboli come i migranti, quando sono costretti a subire non solo l’ostracismo dei pregiudizi ma anche le beffarde speculazioni di quanti hanno fatto affari nel verminaio degli appalti e della gestione dei centri di accoglienza. Fuggiti da fame ed epidemie, da guerre fratricide e pulizie etniche, gli stranieri, stretti nella tenaglia tra il disprezzo dei razzisti e lo sfruttamento dei faccendieri corrotti e corruttori che abitano il “mondo di mezzo”, portano sui loro corpi le ferìte di una società profondamente ingiusta, le offese di chi non riconosce loro i diritti umani e civili elementari.

In questo numero Dialoghi Mediterraneì ha messo insieme ancora una volta contributi che ci aiutano nel paziente esercizio del distinguere per capire fenomeni dell’attualità connessi alle dinamiche migratorie, per discernere responsabilità e moventi, per ragionare su implicazioni culturali e questioni sociali aperte. Ma come sempre, nel segno di un più ampio orizzonte visuale, offre all’attenzione dei lettori ricognizioni e riflessioni su aspetti e vicende relativi a storia, letteratura e arte, con particolare riferimento alla realtà territoriale a noi più vicina. Incrociando etnografia e storiografia, alcuni autori propongono interessanti percorsi di letture, altri sono impegnati in originali esplorazioni su fatti culturali e campi di ricerca inediti. Fa la sua apparizione, per la prima volta nelle pagine della nostra rivista, la poesia e, tra i poeti più sensibili del nostro tempo, Nino De Vita ci ricorda le nostre origini precarie e la disperante miseria del mondo contadino che per un’azione di rimozione collettiva abbiamo non solo distrutto ma anche cancellato dalla memoria.

Salutiamo il nuovo anno con le fotografie di Giuseppe Cuttitta, fotografo palermitano attento a strappare allo sguardo opaco della quotidianità una verità  ineffabile che coniuga col nitore della luce realismo e simbolismo, perfetta adesione alle cose e alta raffinatezza estetica. Per Dialoghi Mediterranei ha scelto di cimentarsi sul tema del cous cous, piatto per antonomasia mediterraneo, comune nel sistema alimentare dei popoli che si affacciano su questo mare, cibo screziato di semola e grani che ha conosciuto le migrazioni dal Nord Africa alla Sicilia, dal Libano e la Palestina fino alla Penisola iberica. Non c’è probabilmente segno augurale più propiziatorio della fotografia che abbiamo selezionato per accompagnare questo editoriale, una immagine che convoca i popoli di diversi continenti attorno ai fumi della grande pentola del cous cous, la cui lunga e laboriosa preparazione sembra voler alludere alla faticosa esperienza del convivere prima della felice conquista del dialogo e dello scambio culturale.

Nelle sue numerose versioni, il cous cous ha rappresentato e rappresenta  una formidabile metafora dei processi di commistione e meticciamento delle diverse identità, forme pratiche e dinamiche che hanno sempre attraversato e permeato lo spazio mediterraneo. C’è da augurarsi che lo spirito di tolleranza e di condivisione incarnato dal cous cous, con le sue differenze complementari e le sue caratteristiche intrinseche reciprocamente ibridate – di granelli fisicamente separati e costitutivamente agglomerati – possa essere assunto come modello antropologico di interazione umana e di integrazione civile. Per cui, alle soglie del nuovo anno che si apre con le speranze di un rinnovato ordine politico e sociale, Dialoghi Mediterranei esprime l’auspicio che sia per tutti un anno semplicemente e finalmente più giusto.

Dialoghi Mediterranei, n.11, gennaio 2015
 
 
 
Sommario
 
Alessio Angelo
Ragionamenti su cronaca, business dei migranti e neofascismo
Chiara Brambilla
Educare all’intercultura attraverso il paesaggio: esperienze a Mazara del Vallo
Antonella Elisa Castronovo
Gli effetti (non) previsti del sistema CARA. Il caso di Mineo
Emanuela Chinnici
L’isola che (non) c’è
Roberta Cortina
Tra “Artisti di Sicilia”. La mia esperienza a Palazzo Sant’Elia
Antonino Cusumano
Antropologia e migrazioni. Orizzonti incrociati
Giuseppe Cuttitta
Il Mediterraneo. In un piatto unico la memoria delle identità
Chiara Dallavalle
Vittima o ingrato? Le rappresentazioni del rifugiato nel sistema di accoglienza italiano
Valeria Dell’Orzo
La rivoluzione sentimentale: slanci, retaggi e ipocrisie
Nino De Vita
Dommianu
Piero Di Giorgi
Renzi in calo, corruzione alle stelle
Piero Di Giorgi
I profitti  individuali e i licenziamenti collettivi
Nicola Di Maio
L’anarchismo come poesia. Per una biografia intellettuale di Gianni Diecidue
Giovanni Falcetta
Io, Charles Didier, e la “Recherche du temps perdu” di Marcel Proust
Nino Giaramidaro
Verbi di guerra
Rosario Lentini
Vini, mosti concentrati e “Ferrenosio”: i Favara di Mazara del Vallo
Luisa Messina, Filomena Cillo
L’antropologia applicata in un progetto di prevenzione per donne migranti
Giuseppe Modica
Il potere dell’arte e l’arte del potere
Stefano Montes
Semioantropologia come traduzione del vissuto
Gaetano Nicastro
Dall’intendente al sottoprefetto in Sicilia
Franco Pittau, Luca Di Sciullo e Antonio Ricci
I  dati statistici per passare dalle discriminazioni ai diritti
Annamaria Sanfilippo
Il Sanfilippo ritrovato
Luigi Speciale
Il riccio di mare e il gambero rosa nel bacino del Mediterraneo, dal Cambriano all’Olocene
Fulvio Vassallo Paleologo
Da Mare Nostrum a Triton
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