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Distorsioni del potere. Sulla propaganda di guerra in Ucraina

Otto Dix, Trincea, 1918

Otto Dix, Trincea, 1918

di Nicola Martellozzo

«Lo stupore perché le cose che noi viviamo sono “ancora” possibili nel ventesimo secolo […] non sta all’inizio di alcuna conoscenza, se non di questa: che l’idea di storia da cui deriva non è sostenibile» (Benjamin, 1997: 33).

Come da manuale

Da quando è cominciato il conflitto tra Russia e Ucraina questa frase di Benjamin continua a tornarmi in mente. Nella sua ottava tesi sul concetto di storia, il filosofo tedesco s’interrogava su quel costante «stato d’eccezione» (Ausnahmezustand) che caratterizzava gli anni Trenta, reso manifesto dal nazi-fascismo. Com’è possibile, ci si domandava, che nell’Europa moderna e civile rinata dalle ceneri della Grande guerra fosse ancora immaginabile una violenza di tal genere?

Le stesse domande – lo stesso stupore – sono tornate all’indomani dell’invasione dell’Ucraina; sbigottimento per un atto considerato assolutamente ingiustificato e anacronistico, in piena contraddizione con i decenni di Pax Europaea faticosamente costruiti.

A molti osservatori e analisti l’attacco della Federazione russa è apparso come il riproporsi di un passato ormai chiuso, incompatibile con la maturità del nostro secolo. Il fatto è che «non c’è mai stata un’epoca che non si sia sentita “moderna”» (Benjamin, 1997: 131), e che non abbia interpretato il crollo dei propri valori e della propria stabilità come un retrocedere della storia: la guerra come barbarie, tribalismo, anacronismo. Eppure anche questo conflitto, come qualunque altra guerra nella Storia, è frutto della modernità, è contemporaneo quanto noi, le nostre istituzioni e le nostre armi.

Questo aspetto spicca particolarmente all’interno dell’attuale propaganda di guerra, in cui nuovi strumenti e tecnologie affiancano princìpi già ben collaudati. Si tenga presente che in ambito comunicativo, propaganda, censura e satira descrivono modalità distinte di gestione dell’informazione, all’interno di una rete di media ideologicamente orientata. La propaganda basa la propria efficacia sulla forza di immagini (visuali o retoriche che siano) per influenzare la percezione sociale e gli immaginari pubblici, una modalità che possiamo definire di controllo positivo e selettivo delle informazioni. Le immagini, accuratamente selezionate e ri-contestualizzate, vengono moltiplicate e diffuse per raggiungere milioni di persone.

Tuttavia, ogni sistema politico che sfrutti la propaganda per i propri scopi deve fare i conti con l’impossibilità di controllare fino in fondo i suoi effetti. In questo senso la censura non è altro che una pratica complementare alla propaganda, un controllo selettivo e negativo delle informazioni. La satira costituisce infine un terzo polo distinto: può essere utilizzata ai fini della propaganda, ma non coincide con essa; consiste in un’appropriazione “illegittima” delle immagini, ed è efficace perché mostra l’eccesso di senso – l’indicibile – attraverso un’espressione eccessiva, caricaturale, estrema, verso cui non c’è difesa (Martellozzo, 2019) [1].

In questo breve contributo non tenteremo alcuna analisi della situazione geopolitica attuale, né della complessa serie di eventi che hanno condotto all’invasione armata dell’Ucraina. Proveremo invece ad analizzare alcuni aspetti specifici della propaganda di guerra condotta dalle parti belligeranti, facendo nostra la dichiarazione d’intenti di Anne Morelli: 

«Non cercherò di sondare la purezza delle intenzioni degli uni e degli altri. In questa sede non cerco di sapere chi mente e chi dice la verità, chi è in buona fede e chi non lo è. La mia unica intenzione è d’illustrare i princìpi di propaganda, unanimemente utilizzati, e di descriverne i meccanismi» (Morelli, 2001: 6) [2]. 

fig-1L’opera da cui è tratta la citazione è direttamente ispirata alle riflessioni di Arthur Ponsonby, politico britannico che all’indomani della Prima guerra mondiale raccolse e demistificò una lunga serie di menzogne diffuse (principalmente) dalla propaganda alleata riguardanti la Germania (Ponsonby, 1942). Morelli ha ripreso il lavoro di Ponsonby estendendolo anche a conflitti più recenti, come quelli in Afghanistan, Kosovo, o la guerra del Golfo. La studiosa italo-belga ha potuto compilare in tal modo un decalogo dei princìpi della propaganda di guerra: (1) noi non vogliamo la guerra; (2) il nemico è l’unico responsabile del conflitto; (3) il leader avversario ha i tratti del diavolo; (4) noi difendiamo una nobile causa, non interessi particolari; (5) il nemico commette volontariamente delle atrocità, se noi le commettiamo è per errore; (6) il nemico usa armi bandite; (7) noi subiamo poche perdite, quelle del nemico sono enormi; (8) artisti e intellettuali sono dalla nostra parte; (9) la nostra causa ha un carattere sacro; (10) quelli che mettono in dubbio la nostra propaganda sono dei traditori (Morelli, 2001: 7-77).

Sarebbe fin troppo semplice dimostrare come tutti questi punti siano seguiti alla lettera dalla propaganda russa, allenata da anni di repressione interna e dalla “questione cecena”. Tentiamo invece un esperimento meno scontato, verificando l’applicazione di questi princìpi alla propaganda del governo ucraino. Sul primo e secondo punto non ci sono dubbi, dato che l’Ucraina (e con essa buona parte della comunità internazionale) continua a ribadire la natura immotivata dell’invasione russa, pianificata dalla Russia senza alcun reale casus belli. In questa narrazione Putin è descritto come un dittatore assetato di potere, un leader dispotico che terrorizza il suo popolo, addirittura un pazzo, paragonabile a Hitler.

Sul quarto e nono punto, il presidente Zelenskyy ha affermato in più occasioni che il popolo ucraino sta lottando non solo per la sua sopravvivenza, ma per la difesa della libertà occidentale e dell’Europa. Il bombardamento dell’ospedale e del teatro di Mariupol sono atrocità commesse scientemente, una delle molte stragi condotte ricorrendo anche ad armi chimiche e termobariche, bandite dagli accordi internazionali. Il presidente ucraino ha ribadito in più occasioni la resistenza eroica del suo popolo, capace di infliggere pesanti perdite al (teoricamente) più avanzato e potente esercito russo. Un esempio è il cosiddetto Ghost of Kyiv, asso dell’aviazione ucraina che avrebbe abbattuto da solo più di quindici aerei russi, ma la cui esistenza non è stata mai ufficialmente confermata o smentita; dopo due settimane di scontri, il governo ucraino affermava che le vittime nell’esercito russo sono da tre a sei volte superiori alle proprie [3] (TKI, 2022). Rispetto all’ottavo punto, sono sempre più numerose le prese di posizione a favore dell’Ucraina da parte di intellettuali, sportivi, artisti e personaggi dello spettacolo, anche di nazionalità russa.

fig-2Rimane il decimo punto. Proprio mentre scrivevo questo testo, è stata diramata la notizia della sospensione da qualunque attività politica di undici partiti ucraini di minoranza. La limitazione rimarrà in vigore per tutta la durata della legge marziale, ed è motivata dalle posizioni filo-russe espresse da questi partiti e che, secondo il governo, potrebbero destabilizzare la situazione interna e favorire l’invasione di Putin. Per la verità a questa lista di partiti si dovrebbe aggiungere anche il Partito Comunista Ucraino, forza politica di una certa rilevanza nel periodo immediatamente successivo alla “Rivoluzione della dignità” del 2014, e dichiarato fuorilegge l’anno successivo. Sarebbe anche interessante capire in che modo stia venendo utilizzato il sito web Myrotvorets (Миротворець), un database promosso dal Ministero degli interni ucraino in cui sono raccolti e pubblicati i dati sensibili di soggetti “nemici dell’Ucraina”, dal presidente siriano Bashar al-Assad a centinaia di giornalisti che si sono occupati della guerra nel Donbass.

Mi rendo conto rileggendo l’ultimo paragrafo che quanto ho scritto mi pone su un terreno alquanto scivoloso. Sarei tentato di rievocare nuovamente la mia “dichiarazione d’intenti”, ma voglio convincermi che chi legge sia abbastanza maturo da considerare e valutare le mie affermazioni secondo il senso per le quali sono state scritte. Sono diverse settimane che in Italia persiste un clima piuttosto sconfortante, in cui sovente capita di sentire analisti ed esperti ribadire a ogni piè sospinto come condannino l’attacco della Russia, come aderiscano senza remore ai valori occidentali, e come assolvano l’Ucraina da ogni possibile responsabilità storica. C’è chi è arrivato perfino a sostenere che certe manifestazioni per la pace favoriscano il gioco di Putin, e che alla fin fine il pacifismo sia una posizione ipocrita e irrealistica. Di fronte a tutto ciò un pensatore come Luciano Canfora ha parlato di auto-censura e di maccartismo isterico (De Giovannangeli, 2022), esagerando sicuramente nei toni, ma rilevando comunque l’influenza della propaganda di guerra sul dibattito pubblico. Certo, nessuno è stato accusato di essere un traditore, e sicuramente nessuno finirebbe mai in carcere se sostenesse le ragioni della Russia, quando invece a parti inverse sappiamo bene qual è il trattamento riservato ai dissidenti.

Prendiamo ora in considerazione due casi specifici di propaganda di guerra: il bombardamento dell’ospedale di Mariupol e il discorso del presidente Zelenskyy al Congresso degli Stati Uniti. Il primo esempio è particolarmente interessante sia per il ruolo giocato dai nuovi mezzi di comunicazione – social network come Instagram, Twitter e Tik Tok – sia come fenomeno di “post-verità”. Con questo termine vengono indicate quelle «circostanze in cui, per la formazione dell’opinione pubblica, i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli all’emozione e alle convinzioni personali» (Pireddu 2016). Non è un caso che questo termine cominci a diffondersi proprio nel 2016, anno segnato dal referendum sulla Brexit e dall’elezione di Donald Trump. Proprio l’ex-presidente statunitense ha condotto una campagna elettorale e una politica fortemente segnate dalla post-verità, in cui la verità diventa irrilevante. La pandemia da Covid-19 e le tante teorie del complotto affermatesi negli ultimi anni hanno ulteriormente esacerbato questa condizione, in cui fake news e credenze eterodosse mantengono la loro capacità di influenzare l’opinione pubblica e gli immaginari culturali anche dopo la loro smentita.

Questo è precisamente quanto è accaduto nella propaganda creata al seguito del bombardamento dell’ospedale di Mariupol (9 marzo 2022). Dopo la denuncia del presidente Zelenskyy dell’attacco e delle vittime civili, fonti diplomatiche russe affermarono che si trattava di un edificio inattivo da tempo, impiegato come base operativa dal battaglione Azov. Quest’ultimo è un contingente militare inquadrato nel 2014 all’interno dell’esercito russo, che precedentemente ha agito come milizia paramilitare. Il battaglione Azov è stato utilizzato dal governo ucraino nella regione del Donbass fin dall’inizio delle tensioni nella zona, guadagnandosi una reputazione “ambigua” per la conduzione spregiudicata delle operazioni militari e per annoverare tra le sue fila moltissimi nazionalisti di estrema destra.

Tweet della propaganda russa sul bombardamento dell'ospedale di Mariupol]

Tweet della propaganda russa sul bombardamento dell’ospedale di Mariupol

Come prova della presenza del battaglione nell’ospedale vennero pubblicati alcuni screenshot presi da un video postato su Tik Tok, che ritraggono soldati ucraini all’interno di una struttura sanitaria simile a quella di Mariupol. In un tweet successivo, mostrato all’inizio del capitolo, l’intelligence russa accusò il governo ucraino di aver costruito “ad arte” anche l’evacuazione di donne incinte, coinvolgendo l’influencer Marianna Podgurskaya. La donna, effettivamente gravida, era ricoverata nell’ospedale di Mariupol durante il bombardamento, cosa che trova conferma anche in precedenti post del personale sanitario e della stessa influencer, precedenti all’attacco russo. Il tweet propagandistico è stato successivamente rimosso da Twitter e ufficialmente smentito, ma la propaganda russa è riuscita comunque a diffondere il dubbio nel web, alimentando scetticismo e dibattiti nei social network.

Nell’era della post-verità, la verità del post perde di rilevanza: al di là del banale gioco di parole, il caso di Mariupol dimostra come nella propaganda contemporanea la comunicazione social non sia uno strumento accessorio, bensì un fattore cruciale. Per questo motivo, nelle ultime settimane Russia e Stati Uniti hanno coinvolto decine di giovani tiktokers in iniziative governative su contenuti e stili comunicativi riguardanti la guerra in Ucraina. La scelta di concentrarsi su questo social network non è dovuta solo alla sua rapida ascesa e alla sua popolarità tra i più giovani, ma dipende anche dal fatto che si tratta di un’app cinese, e perciò meno influenzabile rispetto alla piattaforma Meta (comprendente Facebook, Instagram e Whatsapp).

Veniamo ora al caso della propaganda ucraina, e all’abile strategia comunicativa del presidente Zelenskyy. La campagna elettorale che ha determinato la sua vittoria nelle elezioni del 2019 è stata condotta da esperti nel settore della comunicazione e dell’intrattenimento, tra cui diversi membri della casa di produzione Kvartal 95, fondata dallo stesso Zelenskyy. Tra l’altro, la sua è stata una campagna elettorale quasi esclusivamente virtuale, che ha presentato Zelenskyy come il candidato del cambiamento, un “servitore del popolo” chiamato a combattere la dilagante corruzione del Paese; per la verità, il presidente condivide diversi aspetti con gli oligarchi suoi connazionali (Harding, Loginova, Belford, 2021), ma la rappresentazione costruita in questi tre anni restituisce all’Ucraina e alla comunità internazionale un’immagine quasi ideale. Dall’inizio del conflitto con la Russia Zelenskyy è diventato ormai una figura riconosciuta e rispettata nell’immaginario globale, promuovendo la causa ucraina nei parlamenti di Germania, Regno Unito, Israele e Stati Uniti.

Proprio il discorso tenuto al Congresso statunitense è particolarmente interessante per le scelte comunicative in funzione propagandistica: vale a dire, l’impiego di determinati riferimenti culturali per suscitare un coinvolgimento emotivo e l’approvazione della politica americana [4]. Il presidente Zelenskyy ha fatto anzitutto riferimento a personalità e luoghi fondamentali per l’identità culturale statunitense, ovvero Martin Luther King – I have a dream diventa I have a need – e Mount Rushmore: 

«Ricordo il vostro memoriale nazionale a Mount Rushmore, le facce dei vostri più importanti presidenti, quelli che posero le fondamenta dell’America come essa è oggi: democrazia, indipendenza, libertà, e attenzione per chiunque lavori con impegno, viva onestamente e rispetti la legge». 

L’aspetto della rievocazione interessa anche riferimenti più emotivi, legati a episodi tragici della storia americana [5] come l’attacco a Pearl Harbor e l’attentato alle Torri Gemelle: «Ricordate l’11 settembre, quel giorno terribile del 2001 quando il male cercò di trasformare le vostre città in un campo di battaglia». Due eventi egualmente luttuosi, che determinarono la successiva entrata in guerra degli Stati Uniti. È interessante, e nient’affatto casuale, che questi riferimenti fossero già parte di retoriche usate da alcuni politici statunitensi per condannare l’intromissione russa nelle elezioni del 2016, il cosiddetto Russiagate. Nel corso di una delle numerose udienze, il senatore democratico Denny Heck paragonò esplicitamente le interferenze del Cremlino a Pearl Harbor e all’11 settembre, definendole una minaccia all’integrità della nazione: «Our battleships weren’t sunk and our towers didn’t collapse, but the attack didn’t end on election day, and it will continue» (McCarthy, 2017). Il discorso di Zelenskyy trova perciò un terreno già ben dissodato, dove la Russia è considerata un pericolo diretto e incombente. Per questo motivo la resistenza ucraina è così importante: essa costituisce un baluardo contro il rinnovato imperialismo di Putin e, in caso di sconfitta, l’inizio di un conflitto mondiale: 

«Oggi il popolo ucraino non sta difendendo soltanto l’Ucraina. Stiamo combattendo anche per i valori dell’Europa e del mondo, stiamo sacrificando le nostre vite nel nome del futuro. È per questo che gli americani oggi non stanno aiutando soltanto l’Ucraina, ma l’Europa e il mondo a mantenere il pianeta in vita a garantire la giustizia nel corso della Storia». 

Poco importa che il governo russo intenda davvero estendere il conflitto oltre l’Ucraina; di nuovo, non sono in discussione fatti oggettivi o la buonafede del presidente Zeleskyy, bensì il calcolato appello emotivo al Congresso e alla società civile statunitense. Ucraina o russa, vediamo all’opera una propaganda di guerra che ricalca perfettamente i principi di Morelli attraverso nuove tecnologie mediatiche. Una propaganda da manuale. Perfettamente moderna. 

Risultati del voto sulla risoluzione ONU del 2 marzo 2022 (verde: a favore; rosso: contrari; giallo: astenuti; blu: assenti)

Risultati del voto sulla risoluzione ONU del 2 marzo 2022 (verde: a favore; rosso: contrari; giallo: astenuti; blu: assenti)

Who cares about Europe? 

C’è un ultimo fenomeno su cui vorrei portare l’attenzione, prima di concludere: nella votazione sulla risoluzione ONU per la condanna dell’aggressione russa all’Ucraina (2 marzo 2022), è mancata quella spaccatura bipolare che ci si sarebbe aspettati. È vero, la maggior parte dei Paesi ha condannato le azioni della Russia – è superfluo ricordare che essa mantiene un potere di veto presso l’ONU –, e solo quattro nazioni (Bielorussia, Eritrea, Siria e Corea del Nord) si sono esplicitamente opposte alla risoluzione. L’aspetto interessante però sono stati i 35 voti d’astensione: 17 Stati africani, 3 delle principali ex-repubbliche sovietiche (Tagikistan, Kazakistan, Kirghizistan), insieme a Pakistan, India e Cina. Nella maggior parte degli articoli giornalistici questi astenuti sono stati citati en passant, come un’informazione da dare per “dovere di cronaca” e che, al più, enfatizza il peso dei 141 Stati che invece hanno accettato la risoluzione.

Tuttavia, si tralascia completamente il fatto che questa manciata di nazioni assomma da sola a più del 40% della popolazione mondiale. Non necessariamente il 40% più povero: con l’eccezione del Brasile, in questo schieramento rientrano tutti i membri del BRICS, il gruppo di quei Paesi candidati a diventare le più grandi economie del nostro secolo. Inoltre, tra di essi spiccano molti membri storici del Movimento dei Paesi non-allineati, costituitosi negli anni Sessanta come alternativa al bipolarismo schiacciante tra Russia e Stati Uniti.

Le (rare) analisi sulle ragioni di queste astensioni tendono a enfatizzare il peso geopolitico della Federazione russa, interpretando il voto come una sorta di posizionamento strategico. In effetti, molti dei Paesi asiatici che si sono astenuti dal voto sono anche i più vicini al territorio russo, e ricadono dunque all’interno della sua area di influenza economica e militare. Un discorso simile può valere per il continente africano, che raccoglie più della metà delle nazioni astenute: tra il 2021 e il 2022 la Russia infatti ha rafforzato le proprie partnership con diversi Stati africani, con investimenti focalizzati «on security and defensive alliances, supplying weapons to buyers with no strings attached and presenting itself as a bulwark against armed insurgents» (Adeoye 2022).

Oltre a queste considerazioni di carattere squisitamente geopolitico, è interessante capire quali siano state le motivazioni esplicite addotte dai diversi Paesi circa la propria astensione dal voto. Prendiamo le dichiarazioni di Sud Africa e Cina: il rappresentante della nazione sudafricana «said the current text does not lead to an environment conducive to mediation and could lead to a deeper rift between the parties», mentre il delegato cinese «voiced regret that the draft has not undergone full consultations with the entire United Nations membership. He called on the international community to abandon the cold war logic as well as the approach of expanding military blocs to ensure security» (UN 2022). Nonostante il diverso posizionamento geopolitico di queste due nazioni, vediamo come in entrambi i casi venga criticato il testo della risoluzione, sia nel contenuto che nelle modalità della sua stesura. La Cina in particolare sottolinea il mancato coinvolgimento di tutta la comunità internazionale, ma è abbastanza chiaro come questo appello si riferisca a esclusioni piuttosto specifiche.

La stessa critica implicita, accompagnata come nel caso sudafricano da un appello super partes alla pace, proviene dall’India. La sua posizione di neutralità non sorprende, se consideriamo che insieme a Egitto, Indonesia e Jugoslavia, l’India di Nehru ha dato vita al movimento dei Paesi non-allineati. La più popolosa democrazia del globo vanta inoltre una lunga storia di collaborazione con la Russia, ben prima dello scioglimento dell’Unione Sovietica; un caso esemplare fu il veto dell’URSS durante la guerra d’indipendenza del Bangladesh, che nel 1971 bloccò la risoluzione proposta dagli Stati Uniti per un immediato cessate il fuoco tra le parti. Mutatis mutandis, il supporto militare indiano al movimento separatista bengalese tramite l’aggressione armata del Pakistan trova molte similitudini con l’attuale invasione russa dell’Ucraina.

fig-5Parlando di storia, il risultato del 2 marzo non è affatto un caso eccezionale: nel 2014 si era già presentata una simile configurazione di voto rispetto alla risoluzione UNGA 68/262, legata all’annessione della Crimea al territorio russo. In quel caso furono molti di più i contrari allineati con la Russia, tra cui il “blocco sudamericano” di Bolivia, Cuba, Nicaragua e Venezuela, come anche tra i 58 astenuti, sempre con India e Cina in testa. Questa situazione si è riproposta durante la votazione indetta il 7 aprile 2022 in risposta alla strage di Buča, per sospendere la Russia da membro dal Consiglio per i Diritti umani dell’ONU. In questo caso la risoluzione è stata approvata con uno scarto di una decina di voti, con un alto numero di astenuti (58) e di contrari (24).

Se negli anni Sessanta l’obiettivo dei Paesi non-allineati era quello di opporsi alla polarizzazione tra i due blocchi mondiali, oggi l’astensione di Cina, India e Sud Africa dimostra l’anacronismo di ragionare ancora con logiche e retoriche da Guerra fredda. E lo dimostra soprattutto a “noi” occidentali, che tanto facilmente abbiamo rispolverato l’idea di uno scontro di valori tra civiltà, rimuovendo fin troppo rapidamente decenni di studi post-coloniali. Nella fretta di ricreare schieramenti – e questo vale anche per la Russia, ovviamente – abbiamo dato per scontato che tutto il mondo prendesse una posizione chiara, perché come possono le nazioni rimanere indifferenti davanti al dramma che si consuma in Europa? Ma questa idea di contare qualcosa per ogni nazione esistente solo perché stavolta il dramma ci riguarda da vicino, perché accade nel cuore dell’Occidente – e anche le metafore sono significative – dando per scontata una presa di posizione unanime, è una presunzione che sa molto di eurocentrismo. Vi è implicita l’idea che il mondo occidentale rappresenti l’emblema della civiltà e dei valori contemporanei, come è stato più volte ribadito da tanti politici statunitensi ed europei rispetto al significato dell’aggressione russa. E viceversa, l’idea che la società russa costituisca una controparte necessaria, unica alternativa ad un mondo occidentale falso e decadente.

Simili forme storiche di antropocentrismo, esacerbate dalla propaganda di guerra, dimenticano che oggi ci sono nazioni che considerano l’Europa un teatro bellico distante, e che rifiutano di farsi inglobare in retoriche eurocentriche. Del resto, perché dovrebbero? Perché Paesi come Cina e India, che hanno subìto il colonialismo europeo e che a fatica hanno saputo smarcarsi da tale retaggio, diventando a loro volta delle superpotenze globali, dovrebbero schierarsi in un conflitto marginale? Certo, per noi cittadini europei la guerra in Ucraina è tutt’altro che marginale, e tocca da vicino il nostro stile di vita, le nostre abitudini, i nostri affetti. E lo stesso pensano i cittadini del Myanmar, del Sud Sudan, del Libano o dello Yemen rispetto alle loro guerre.

Questo non vuole essere un esercizio di “benaltrismo”, per ridimensionare o eludere la gravità del conflitto ucraino rispetto alle altre guerre in corso nel mondo. Ma il nostro coinvolgimento non deve renderci ingenui rispetto alla sua importanza relativa per altre nazioni; le astensioni di quei 35 Paesi sono lì a ricordarci che le trame globali del potere sono cambiate, e che c’è una grande differenza tra l’interesse a mantenere una forma di diritto internazionale condivisa e parteggiare per i “buoni” e i “cattivi” della situazione. Questo atteggiamento potrà sembrarci alquanto cinico e ipocrita, e per certi versi esso rimanda a forme di nazionalismo o “-centrismo” non migliori di quelle russe o americane; eppure, per quanto sgradevoli, quelle astensioni ci dimostrano che le immagini della nostra società e dei nostri valori che vediamo riflesse nella propaganda di guerra sono rappresentazioni deformate, distorte dal potere nella sua peggiore, eppure così diffusa, espressione: quella della violenza. 

Dialoghi Mediterranei, n. 55, maggio 2022
 Note
[1]   Per descrivere questo potere della satira di ribaltare la propaganda non trovo descrizione migliore di una battuta di Corrado Guzzanti quando, nei panni di un gerarca fascista all’Auditorium di Roma, disse riferendosi a Putin: «Che cos’è questa mezza frase “il problema ceceno non esiste”. E dilla almeno bene: “il problema ceceno non esiste più”!» (23 novembre 2003).
[2]   Testo originale: «Je ne tenterai pas de sonder la pureté des intentions des uns ou des autres. Je ne cherche pas ici à savoir qui ment et qui dit la vérité, qui est de bonne foi et qui ne l’est pas. Mon seul propos est d’illustrer les principes de propagande, unanimement utilisés, et d’en décrire les mécanismes».
[3]   Il conteggio ufficiale è estremamente preciso: «Ukraine’s military have killed over 12,000 Russian troops, destroyed 1,249 armored personnel carriers, 617 vehicles, 389 tanks, 150 artillery systems, 60 fuel tanks, 64 multiple launch rocket systems, 90 helicopters, 77 aircraft, 34 anti-aircraft warfare systems, 8 unmanned aerial vehicles, and 2 boats». Il rapporto è stato diramato dal Ministero della Difesa su Facebook: https://www.facebook.com/MinistryofDefence.UA/posts/275307574781702 [controllato il 10/03/2022].
[4]   Il video integrale del discorso si può trovare qui: https://www.youtube.com/watch?v=-9pTrFJj8tE [controllato il 10/03/2022].
[5]   A volte, però, questi riferimenti suscitano la reazione opposta a quella sperata: è il caso del paragone con la Shoah, usato dal presidente Zelenskyy nel suo discorso al Parlamento israeliano (20/03/2022) per descrivere l’offensiva russa, che ha provocato lo sdegno del Primo ministro Bennett.
Riferimenti bibliografici 
Adeoye A., 2022, “UN vote on Russia invasion shows a changing Africa”, Chatam House, 7 marzo 2022, https://www.chathamhouse.org/2022/03/un-vote-russia-invasion-shows-changing-africa [controllato il 10/03/2022].
Benjamin W., 1997, Sul concetto di storia, Torino, Einaudi.
De Giovannangeli U., 2022, “‘Zelensky salito al potere con un colpo di Stato, guerra è tra Russia e Nato’, intervista a Luciano Canfora”, Il riformista, 12 marzo 2022, https://www.ilriformista.it/zelensky-salito-al-potere-con-un-colpo-di-stato-guerra-e-tra-russia-e-nato-intervista-a-luciano-canfora-285926/ [controllato il 10/03/2022].
Harding L., Loginova E., Belford A., 2021, “Revealed: ‘anti-oligarch’ Ukrainian president’s offshore connections”, The Guardian, 3 ottobre 2021, https://www.theguardian.com/news/2021/oct/03/revealed-anti-oligarch-ukrainian-president-offshore-connections-volodymyr-zelenskiy [controllato il 10/03/2022].
Martellozzo N., 2019, “Da Triumph des Willens a Der Fuehrer’s Face: Forme aurorali di transmedialità nella propaganda della Seconda guerra mondiale”, Mediascapes Journal, 13: 86-97
McCarthy D., 2017, “Why the House Hearings Revealed More About America Than Russia”, The National Interest, 20 marzo 2017, https://nationalinterest.org/feature/why-the-house-hearings-revealed-more-about-america-russia-19844 [controllato il 10/03/2022].
Morelli A., 2001, Principes élémentaires de propagande de guerre (utilisables en cas de guerre froide, chaude ou tiède…), Bruxelles, Labour.
Pireddu M., 2016, “Storia naturale della post-verità”, Doppiozero, 1 dicembre 2016, https://www.doppiozero.com/materiali/storia-naturale-della-post-verita [controllato il 10/03/2022].
Ponsonby A., 1942, Falsehood in Wartime (11ed), London, Allen & Unwin.
The Kyiv Indipendent (TKI), 2022, “Ukraine’s military updates report on Russian losses”, The Kyiv Indipendent, 14 marzo 2022, https://kyivindependent.com/uncategorized/ukraines-military-updates-report-on-russian-losses/ [controllato il 10/03/2022].
UN, 2022, “General Assembly Overwhelmingly Adopts Resolution Demanding Russian Federation Immediately End Illegal Use of Force in Ukraine, Withdraw All Troops”, UN Press, 2 marzo 2022, https://www.un.org/press/en/2022/ga12407.doc.htm [controllato il 10/03/2022].

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Nicola Martellozzo, dottorando presso la Scuola di Scienze Umane e Sociali (Università di Torino), negli ultimi due anni ha partecipato come relatore ai principali convegni nazionali di settore (SIAM 2018; SIAC 2018, 2019; SIAA-ANPIA 2018). Con l’associazione Officina Mentis conduce un ciclo di seminari su Ernesto de Martino in collaborazione con l’Università di Bologna. Ha condotto periodi di ricerca etnografica nel Sud e Centro Italia, e continua tuttora una ricerca pluriennale sulle “Corse a vuoto” di Ronciglione (VT).

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