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Decostruire le vulgate nella storia degli ebrei e degli arabi

copertina1di Roberto Cascio

Ci sono dei libri che sfidano gli umori del tempo, ne contrastano le tendenze, sembrano essere indifferenti alle fortune del mercato editoriale. Sono gli studi maturati all’ombra di lunghe e appartate ricerche, di scavi e accurati scrutini delle fonti. Ma nella storiografia la storia non cessa mai di essere ripensata e riscritta. E le vulgate sono prima o poi destinate ad essere rovesciate.

La recente fatica editoriale di Georges Bensoussan, Gli ebrei del mondo arabo. L’argomento proibito sembra sfuggire all’impressione della curiosa sorte riservata ai libri di storia, con questi ultimi destinati il più delle volte o alla solita ristrettissima cerchia di cultori della materia o a ergersi come “classici” imprescindibili per la comprensione di un periodo storico fino ad allora ritenuto “concluso” nella sua fatica interpretativa [1].

Le Juifs du monde arabe, pubblicato nel 2017 e di recente pubblicato dalla casa editrice Giuntina, è a tutti gli effetti un testo “storico”, visto l’uso copioso di fonti (puntualmente riportate tra le note al libro) e la caratura indiscutibile di Bensoussan, tra i più grandi esperti di sionismo e storia della Shoah. Ciò che rende particolare il testo è l’agilità dello stesso (nel complesso non si raggiungono le duecento pagine) coniugata alla pretesa di poter avanzare tesi rivoluzionare in un campo “minato” come quello della storia degli ebrei del mondo arabo. Campo minato, argomento proibito, in quanto tema che richiama direttamente la contemporaneità e la necessità di ripensare in maniera più disincantata possibile il rapporto tra le diverse comunità religiose che, in un Paese a forte trazione multiculturale come la Francia, rischia continuamente di precipitare nell’odio e nell’intolleranza.

Eppure, incurante dei rischi provenienti dall’affrontare tale ricerca (e nonostante varie denunce tradottesi in accuse di razzismo e conseguenti processi penali), Bensoussan sceglie di non cedere il fianco ad un comodo politically correct e affronta la storia degli ebrei nel mondo arabo fermamente convinto delle sue tesi e della bontà delle fonti da lui prese in considerazione. Consapevole dello “scandalo” a cui potrebbero portare le sue conclusioni, lo storico nato in Marocco dissemina lungo il testo interessanti riflessioni intorno al valore della ricerca storica e sulla necessità di evitare una lettura ideologica di quest’ultima, piegandola ad interessi esterni che minano l’oggettività della ricerca stessa.

Proprio per la forza e il valore di queste riflessioni, si dividerà il ragionamento che propongo in due parti: a) Valore della ricerca storica particolare (quindi, intorno alle ricerche e alle tesi di Bensoussan sulla sorte degli ebrei del mondo arabo); b) Valore della ricerca storica generale (con particolare riferimento al ruolo delle ideologie).

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Profughi ebrei yemeniti

La storia degli ebrei nel mondo arabo, la crisi di una narrazione ‘mitica’

Il punto di partenza per l’indagine di Bensoussan è la convinzione che solamente una seria ricerca storica possa spiegare l’esodo di quasi 900 mila persone dai territori arabi in un lasso di tempo decisamente limitato (dal 1945 fino ai primi anni ‘70); un esodo imponente, che «mise fine a una civiltà bimillenaria, anteriore all’Islam e all’arrivo dei conquistatori arabi». Trovare una risposta a questo quesito storico può risultare sorprendentemente semplice: la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 avrebbe provocato un collasso delle relazioni tra arabi ed ebrei tali da non garantire più la sicurezza di quest’ultimi, portandoli così ad un esodo di massa fuori dai confini dei Paesi dove fino ad allora erano residenti. Tuttavia, questo tipo di soluzione è appunto la più semplice (nonché la più generalmente accettata dagli storici), ma la realtà dei fatti è ben più complessa e non può certo appiattirsi alla vulgata di una età dell’oro, età “mitica”, in cui gli ebrei vivevano in condizioni ottimali e soddisfacenti sotto la dominazione araba.

Una vulgata nata negli ambienti dell’ebraismo europeo del XIX secolo e fatta propria dal mondo arabo dalla metà del “secolo breve”, con l’obiettivo di “scaricare” ogni responsabilità del precipitare delle relazioni tra arabi ed ebrei alla cupidigia e alla volontà sionista di occupare i territori della Palestina. Il tracollo dell’età dell’oro sarebbe dunque esclusiva colpa dei sionisti, della popolazione ebrea, letteralmente “ingrata” nei confronti di una popolazione, come quella araba, che da sempre avrebbe riconosciuto uno status privilegiato ai credenti nella religione ebraica.

A questa versione, ormai impostasi soprattutto nella storiografia araba, Bensoussan oppone con forza il suo studio, frutto di appassionate ricerche di archivio che hanno permesso di riaprire il dibattito storico sulla condizione degli ebrei nei territori arabi. Scrive lo stesso autore nella sua Prefazione,

«“La storia diffida di ciò che è ovvio” ha detto Paul Veyne. All’opposto di una leggenda avallata ancor oggi dalla maggioranza dell’opinione pubblica, l’enorme quantità di cronache, documenti d’archivio, testimonianze e documenti tratti da fonte diplomatica o militare di origine araba, occidentale ed ebraica, ci dice che, lungi dall’essere la terra dell’Eden, il mondo arabo è stato per la condizione degli ebrei una terra di dhimma, che letteralmente significa una terra di «protezione», e cioè, nel linguaggio e nella realtà del tempo, una terra di sottomissione. (…) Allora, a poco a poco, si disegna il vero quadro di una condizione di sottomissione che non è né leggenda dell’epoca d’oro sostenuta dagli uni, né la leggenda crudele rivendicata da altri. Una storia umana di dominazione, talvolta di stima, di ammirazione, ma sempre storia di una minoranza assoggettata e oggetto permanente di disprezzo».

Una mitica età dell’oro, dove arabi ed ebrei condividevano le loro esistenze in maniera pacifica e armoniosa non è mai esistita, sostiene quindi Bensoussan. Da questa premessa, lo storico francese può quindi avanzare la tesi alla base del suo lavoro: l’esodo degli ebrei non è esclusivamente riconducibile al sionismo e alla nascita dello Stato di Israele, quanto invece alla volontà degli ebrei di fuoriuscire dallo stadio di inferiorità in cui il mondo arabo li aveva di fatto relegati. Un riscatto che, secondo la tesi di Bensoussan, è avvenuto «attraverso l’istruzione scolastica e l’incontro con l’Occidente dei Lumi».

In che modo la secolarizzazione diede inizio all’emancipazione ebraica? Bensoussan, nelle sue ricerche tra gli archivi dell’Alliance israelite universelle, è riuscito a ritrovare preziosi indizi di una costante opera di educazione che ebbe come riflesso quello di portare l’uomo ebraico a guardare con occhio diverso il mondo, mettendo in discussione il suo stato di dhimmi che fino a quel momento era stato vissuto come qualcosa di naturale e indiscusso:

«lo sforzo della scolarizzazione arrivato dall’Europa facilitò l’emancipazione delle società ebraiche del mondo arabo. Fu questa una delle ragioni dell’abisso che ben presto separò ebrei e musulmani, quando l’eredità dei Lumi venne a scontrarsi frontalmente con l’assoggettamento imposto dagli ebrei».

 

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Alcuni ebrei provenienti dai Paesi arabi in un campo di raccolta allestito in Israele

L’educazione, più che il sionismo e la nascita di Israele, sarebbe dunque il vero elemento alla base dell’esodo di massa di un popolo ormai bollato dal mondo arabo come “arrogante” nel suo tentativo di alzare la testa dopo secoli di sottomissione. E di sottomissione è appunto corretto parlare, contro l’idea di un’età di concordia precedente all’esodo ebraico dalle terre arabe: il testo di Bensoussan sarà quindi costellato, lungo i suoi brevi capitoli, di esempi lampanti di quell’antisemitismo “cronico” che gli ebrei hanno dovuto vivere lungo i secoli sotto la “protezione” araba. Lo storico nato in Marocco intraprende quindi un grandioso tentativo di decostruzione di falsi miti e leggende intorno alla clemenza araba nei confronti della popolazione ebrea, rivelandone la parzialità e l’incongruenza con un ambiente in cui l’ebreo viveva costantemente sotto minaccia. Vale la pena qui ricordare i capitoli dedicati alla Tunisia e al salvataggio di ebrei da parte del Rettore della Grande Moschea di Parigi, sotto l’occupazione nazista: in entrambi i casi, Bensoussan mostra come gli storici abbiano spesso accettato una verità di comodo, esaltando all’inverosimile i pochi casi di effettiva collaborazione tra ebrei e fedeli musulmani e sottacendo invece svariati episodi di intolleranza e violenza che emergono prepotentemente dallo studio delle fonti diplomatiche, dai dossier di polizia o da semplici resoconti di viaggiatori europei nelle terre arabe.

Verità di comodo che denunciano la difficoltà, anche ai giorni nostri, di una narrazione storica imparziale e oggettiva che potrebbe potenzialmente mettere in crisi molti miti storici la cui messa in discussione genera scandalo e accuse di revisionismo con l’aggravante del razzismo. Da queste riflessioni, Bensoussan farà poi derivare interessanti analisi intorno al valore e alla strumentalizzazione di alcune ricerche storiche. Prima tuttavia di affrontare queste considerazioni, occorre approfondire in maniera dettagliata le fonti che lo storico francese utilizza per le sue tesi di fondo precedentemente delineate. In particolare, la nota 7 del testo si rivela preziosa per una lettura critica dell’opera di Bensoussan:

«Queste annotazioni vanno a completare il mio libro Juifs en pays arabes al quale rinvio, unitamente ad altri saggi su questo tema: Bernard Lewis, Juifs en terre d’islam [...]; Norman Stillman, Jews of Arab Lands in Modern Times, The Jewish Publication Society, 2003; e Paul Fenton e David Littman, L’Exil au Maghreb. La condition juive sous l’islam, 1148-1912».

Gli scritti citati in nota saranno in seguito largamente richiamati da Bensoussan ed è quindi ragionevole convenire che lo storico francese abbia affiancato alle sue ricerche personali “sul campo” (archivi storici et similia) temi e considerazioni già presenti nei testi sopra riportati. Il primo nome che sicuramente spicca per l’eccezionalità del personaggio è quello di Bernard Lewis, recentemente scomparso. Orientalista dalla preparazione superba, Lewis si è spesso contraddistinto per un approccio disincantato verso il mondo arabo-musulmano, reo, a suo dire, di non essere salito in tempo sul treno della modernità (molto significativamente, una delle sue ultime opere, What went wrong? The Clush Between Islam and Modernity in Middle East è tradotta in italiano come Il suicidio dell’Islam). Gli altri tre autori presi in considerazione da Bensoussan, ovvero Fenton, Littman e Stillman, non possono sicuramente esser definiti come personaggi ostili al mondo ebraico: ad ogni modo, sarebbe comunque scorretto bollare come “faziosa” una ricerca solo sulla base della nazionalità o religione dell’autore.

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Un gruppo di ebrei tripolini festeggia nel ’49 un anno di indipendenza di Israele

Ciò che comunque vale la pena sottolineare è che Littman e Fenton nei loro testi hanno basato le loro ricerche sugli stessi archivi dell’Alliance israelite universelle frequentati da Bensoussan, pervenendo alle medesime conclusioni dello storico nato in Marocco [2]. Contrariamente, sono ben  pochi gli storici arabi citati lungo il testo, ed in gran parte fungono semplicemente da punto di partenza negativo nell’azione di decostruzione storica di Bensoussan. Non è da escludere che una maggiore presenza di storici arabi e di un vero “confronto” sulle fonti avrebbe sicuramente giovato al lettore del testo di Bensoussan, sebbene questo avrebbe inevitabilmente avuto conseguenze considerevoli nell’agilità e nella scorrevolezza del testo.

Colorare la verità’: la deriva e il pericolo di una storia ideologizzata

La ricerca storica di Bensoussan si conclude riassumendo le tesi che l’autore si era promesso di dimostrare nella premessa al testo:

«non c’è mai stata una memoria degli ebrei del mondo arabo, ma delle memorie, a seconda dei tempi, dei luoghi, degli ambienti sociali. Più si scendeva in basso nella scala sociale, e più la memoria ebraica diventava dolorosa [...]. Scrivere la storia degli ebrei dell’Oriente arabo mette dunque a nudo i rapporti di servitù mascherati da racconti folcloristici. La scrittura della storia porta libertà quando fa capire una verità disincantata ai dominati, i quali spesso sono i primi divulgatori di leggende rassicuranti».

Quali fattori impediscono la decostruzione di una verità “di comodo”? Quali sono i rischi di una ricerca storica in cui obiettivo primo è riportare fatti ed eventi ideali solo per avvalorare le proprie convinzioni e opinioni personali? «L’occhio in realtà vede soltanto “ciò che lo spirito è pronto a vedere”», sostiene l’autore francese citando il suo connazionale Bergson. Impietosamente, nel testo viene riportato un estratto tratto dal testo Dalla Cina [3] dell’intellettuale militante Maria Antonietta Macciocchi, come esempio di asservimento ad un ideale il cui frutto velenoso è la distorsione della realtà, che viene forzatamente ricondotta alle nostre categorie di pensiero a conferma della nostra peculiare visione del mondo. Nel caso specifico preso in considerazione nel testo di Bensoussan, le relazioni tra ebrei e musulmani sono state spesso edulcorate in nome di un obiettivo ben preciso [4]:

«Scrivere senza batter ciglio che in Palestina “ebrei e musulmani hanno vissuto a lungo insieme in armonia” significa cancellare con un tratto di penna tutto un corpus di testimonianze e di documenti di archivi. La verità è che si vuole non urtare il mondo arabo di oggi».

La riscrittura della storia attuata già dagli anni ‘50 da attivisti e militanti legati al mondo sovietico trova nell’«Ortodossia del Bene» il suo corrispettivo odierno. Gli episodi avvenuti nella Grande Moschea di Parigi durante l’Occupazione, con il salvataggio di ebrei da parte dei musulmani, assumono valore e permangono della loro forza se non vengono strumentalizzati o enfatizzati fino a far diventare una bella pagina di storia la caricatura di se stessa. Accade così che un ideale di per sé positivo (mostrare la possibilità di concordia tra religioni differenti) pretenda di trovare nella storia eventi e situazioni che confermerebbero la bontà e la praticabilità di quest’ideale, nonostante questo significhi ignorare deliberatamente altri fatti, magari meno eclatanti ma non meno veri rispetto ai primi citati. Bensoussan usa quindi la forte espressione di “terrorismo intellettuale” per definire questo tipo di “tradimento” nella ricerca storica che impedirebbe di affrontare con oggettività e metodo una questione delicata come quella dei rapporti tra mondo ebraico e mondo musulmano:

«Il terrorismo intellettuale che procede per amalgami e insinuazioni (“fare il gioco di…”) pesa enormemente sulla difficoltà di far capire la storia degli ebrei dell’Oriente arabo. In particolare quando l’opinione pubblica reifica il mondo arabo musulmano in figura messianica e redentrice».

Queste considerazioni aprono quindi la riflessione intorno al pericolo di assoggettare la storia al politically correct, indirizzando la ricerca verso un obiettivo, la conferma di un’ipotesi di lavoro invece che lasciare agli eventi e alla storia stessa la possibilità di farci un’idea intorno a un momento storico delineato. Si potrebbe aggiungere che ne vale della considerazione che noi stessi abbiamo della storia: solo se saremo disposti a cambiare la nostra opinione e ad assistere allo sgretolamento delle nostre convinzioni sarà possibile accingersi alla lettura di un testo storico con  la volontà di apprendere qualcosa e di comprendere nel senso più profondo del termine. Come aggiunge in nota Bensoussan, riportando un brano di Orwell: «E tuttavia ogni singolo progresso può prodursi solo grazie a un accrescimento di informazione, il che richiede una costante distruzione dei miti».

Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2018
Note

[1] Occorre ribadire, considerando il particolare periodo storico in cui viviamo, che tertium (libri di giornalisti che si gettano nella riscrittura storica senza alcun metodo storico) non datur.
[2] Si rinvia al seguente link per leggere l’intervista a Fenton e Littiman: https://sup.sorbonne-universite.fr/sites/default/files/public/files/Exil-au-Maghreb-Arche-2011-03.pdf
[3] Testo che, ad ogni modo, è un reportage di viaggio e non una ricerca di storia contemporanea.

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Roberto Cascio, laurea Magistrale in Scienze Filosofiche conseguita presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi dal titolo “Le Pietre Miliari di Sayyid Qutb. L’Islam tra fondamento e fondamentalismo”. Ha collaborato con la rivista Mediterranean Society Sights ed il suo campo di ricerca è l’islamismo radicale nei paesi arabi, con particolare riferimento all’Egitto.

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