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Dai diritti umani al diritto di umanità. Verso il concetto e la pratica della cittadinanza planetaria

copertinaper la cittadinanza

di Franco Ferrarotti

Si dànno parole e corrispondenti concetti di uso corrente, che appunto nel loro comune, quotidiano utilizzo, si consumano, perdono il loro valore profondo e realizzano la famosa «legge» di Gresham, secondo la quale la moneta cattiva scaccia la buona. «Società» sembra essere una di queste parole. Si dice «società» e si pensa alle varie società geograficamente, storicamente e linguisticamente distinguibili, tanto da potere, su una mappa, indicare una società italiana, tedesca, francese, americana, e così via, senza peraltro avvedersi e avere piena coscienza che nel termine e nel concetto di società è presente una promessa di eguaglianza che è stata storicamente tradita.

Questo tradimento, oggi, si va rivelando, sia pure indirettamente, con sempre maggiore chiarezza. La stessa pandemia, a causa del suo carattere globale, finisce per segnalare e richiamarci alla fondamentale unità della famiglia umana. Ma soprattutto contribuisce a far emergere un’ombra che grava, oggi, sull’umanità: la confusione fra valori strumentali e valori finali.

L’innovazione tecnologica e le comunicazioni elettronicamente assistite sono oggi riconosciute, adottate e seguite come principio-guida della società umana. Si tratta di un valore, certamente, che è però puramente strumentale. Il progresso tecnico è un valore, ma non ci dice da dove veniamo, dove siamo, dove andiamo. È in grado di controllare la correttezza interna delle sue operazioni. Ma non è altro che l’eterno ritorno dell’identico. È la transizione dello stesso allo stesso, il trionfo dell’istessità, o sameness, la perfezione priva di scopo. Non riconosce la variabilità storica. Tende ad appiattire l’esperienza umana, a ridurre il mondo a una serie di stazioni di servizio perché, di fatto, è a portata planetaria. Ma ecco che, nello stesso momento, i gruppi dirigenti nei vari Paesi, governanti e influenzanti, invece di costruire ponti, alzano muri, si rinchiudono nei loro piccoli orticelli, esaltano la loro particolare sovranità, difendono i loro diritti di cittadinanza, dichiarano la guerra dei dazi.

Nella situazione odierna, il concetto di cittadinanza gioca un ruolo regressivo, che tende a giustificare le disuguaglianze. È un nodo problematico da cui i giuristi, paghi della coerenza formale, si tengono prudentemente lontani. Ma nella prospettiva planetaria che oggi si va aprendo, grazie alla contraddittoria azione dell’elettronica applicata e della pandemia, la considerazione della natura ambigua del concetto di cittadinanza si impone. Penso a Paolo di Tarso, in procinto di venire arrestato, che pronuncia la formula salvifica: «Civis romanus sum» e subito viene rilasciato, diventa «intoccabile».

E gli altri? Si può essere polítes, civis, citoyen, citizen – e gli altri? Chi sono? Per Platone, non sono veramente «uomini», ma andràpora, «piedi di uomo»; per il suo discepolo, Aristotele, sono «macchine animate»; nei Paesi odierni, anche in quelli formalmente «democratici», sono al livello di metechi, e più o meno prigionieri di guerra, schiavi, sans papiers e sans droits. Fa una certa impressione che persino per la Rivoluzione Francese del 1789, quella dei «diritti immortali», questi si applichino solo a chi possegga almeno un lembo di terra francese. Gli altri sono alieni, diversi, uomini solo in senso zoologico, pericolosi, «impuri», da isolare e, possibilmente, sterminare in nome del Blut und Boden.

patto_terra-500x277In altra sede mi sono a lungo occupato di questo problema, convinto che l’attuale significato del concetto di cittadinanza sia divisivo e vada ripensato e riscritto in termini planetari. Come ho più sopra osservato, nel momento in cui capi politici responsabili, in grado di leggere i segni della storia, dovrebbero farsi «pontefici», cioè costruttori di ponti, si adoperano invece per alzare muri, coltivano il mito dell’invasione di immigrati, dànno corso ad anacronistiche «guerre della tariffa».

Parlano, o si illudono di parlare, in nome del popolo. Ma non sanno che per i Romani della classicità populus vuol dire «popolo in armi» e che il verbo infinito passivo populari significa «devastare, saccheggiare, incendiare».

Siano fortunati: viviamo in tempi di emergenza. Per la prima volta, dopo venticinque secoli, dall’Atene di Pericle nel V secolo ad oggi, il destino dell’Europa non è più nelle mani degli Europei. Dipende dai rapporti fra Stati Uniti, Russia e Cina. In subordine, India.

Con le due guerre mondiali del secolo scorso, l’Europa ha deciso di commettere suicidio. E tuttavia, siamo fortunati, perché ci è toccato di vivere in tempi di emergenza. L’emergenza fa emergere il problema: la contraddizione flagrante fra una tecnica che ha una portata planetaria, specialmente nelle sue applicazioni elettroniche, e gruppi dirigenti, politici e culturali, governanti e influenzanti, che, al momento in cui dovrebbero essere, come abbiamo detto, «pontefici», costruttori di ponti, alzano muri, non hanno idee, si illudono di garantirsi prosperità e sicurezza chiudendosi dentro i propri angusti confini.

Ma nessuno si salva da solo. La loro inconsapevolezza è così tracotante da riuscire commovente. Non si sa se definirli studenti fuori corso, dilettanti allo sbaraglio o ancora delinquenti in libera uscita. Nessuna meraviglia che la tecnica sia ritenuta il principio-guida dello sviluppo storico. Ma abbiamo già osservato che la tecnica è una perfezione priva di scopo. Può solo controllare l’esattezza delle proprie operazioni interne. Di qui, un mondo disorientato, né centralizzato né decentrato. Semplicemente, a-centrato, in cui i valori strumentali oscurano i valori finali, dominato dalla piattezza interiore, dall’eterno ritorno dell’identico e dalla creazione artificiosa dello spontaneo – completamente in mano alle società multinazionali, fondate sul principio della a-territorialità, dotate di un potere enorme, pubblico e quindi politico – e nello stesso tempo, a vergogna di politici e giuristi, considerate ancora meri domicili privati.

copertrinaNella situazione odierna, quando le comunicazioni elettronicamente assistite hanno praticamente abolito la «frizione dello spazio», sarebbe necessario costruire ponti, favorire l’interscambio fra le culture. La scarsa statura storica e morale dei capi politici odierni li induce invece a costruire e a rinchiudersi dentro i muri. Negano l’altro. Non comprendono che l’identità non è un dato; è un processo. Identità e alterità sono pratiche di vita e concetti correlativi, l’elettronica applicata e la stessa economia capitalistica, affamata di sempre nuovi mercati, puntano decisamente alle dimensioni planetarie, ad una globalizzazione commerciale che toccherebbe a capi politici consapevoli e intellettualmente coraggiosi portare a compimento con adeguate strutture sovranazionali e sovrastatuali. Si potrebbe pensare alle Nazioni Unite. Frutto delle due guerre mondiali del secolo Ventesimo, che hanno determinato il suicidio finale dell’Europa, le Nazioni Unite restano un foro privo di forza effettiva così come il Parlamento Europeo di Strasburgo è poco più che un’assemblea di inascoltati consiglieri e un quietum servitium per politici e sindacalisti nazionali ritenuti, a torto o a ragione, degni di un congruo pensionamento.

È in questo quadro che si rende manifesta tutta la sostanza anacronistica e, in senso proprio, reazionaria delle politiche che oggi sembrano sul punto di prendere il sopravvento in Europa, ma anche negli Stati Uniti e nell’America Latina. La guerra dei dazi ne è solo un aspetto. Non si tratta di un neo-isolazionismo, cui gli Stati Uniti, non immemori della dottrina Monroe («L’Europa agli Europei, L’America agli Americani»), si sono nell’Ottocento dedicati, consapevoli di doversi dare una propria fisionomia storica e morale ad evitare di venir considerati una mera appendice dell’Europa. È un protezionismo miope, un sovranismo non nazionalista, ma chiuso nel proprio territorio, che non si rende conto che lo Stato-nazione è finito.

Naturalmente, il cadavere è un bel pensiero per il verme. Nel momento in cui masse umane si muovono alla ricerca di una vita diversa e di condizioni esistenziali migliori, da un continente all’altro, i sovranisti negano il diritto di attracco alle navi, fanno del Mediterraneo, del «mare fra le terre», contro la sua vocazione storica, un cimitero a cielo aperto.  

Occorre passare dall’hominitas all’humanitas, sviluppare e praticare il concetto di «cotradizione culturale», imparare ad essere abitanti della «piccola patria» e nello stesso tempo cittadini del mondo. Qualunque essere in sembianze umane che nasca e passi per una volta su questo pianeta, quali che siano il colore della pelle o la forma degli occhi, è titolare di un diritto di umanità, e in base a questo diritto va riconosciuto, rispettato e accettato da tutti come concittadino.

Dialoghi Mediterranei, n. 50, luglio 2021
Per ulteriori approfondimenti:
Franco Ferrarotti, La perfezione del nulla, Roma-Bari, Laterza, 1997.
F. F., La convivenza delle culture, Bari, Dedalo, 2003.
F. F., La vocazione del Mediterraneo, Chieti, Solfanelli, 2018.
F. F., Oltre il razzismo, Roma, Armando, 2019.
F. F., La sociologia inferma scienza vera scienza, Chieti, Solfanelli, 2020.  
F. F., Confronti e interscambio fra le culture, Roma, Armando, 2021.
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Franco Ferrarotti, tra i protagonisti della istituzionalizzazione della sociologia in Italia negli anni sessanta, il più noto dei sociologi italiani all’estero. Ha insegnato alla Sapienza di Roma ed è autore di numerosissimi libri tradotti in francese, inglese, spagnolo, in russo e in giapponese, ha collaborato con le maggiori riviste scientifiche statunitensi, oltre che europee. I suoi studi hanno riguardato le questioni del mondo del lavoro e della società industriale e postindustriale, i temi del potere e della sua gestione, le dinamiche generazionali, i problemi della marginalità urbana e sociale, delle credenze religiose, delle migrazioni. Una particolare attenzione è stata dedicata nelle sue ricerche alla città di Roma. Ha sempre privilegiato un approccio interdisciplinare e insistito sull’importanza di uno stretto nesso tra impostazione teorica e ricerca sul campo. Ferrarotti è stato consigliere di Adriano Olivetti, diplomatico e deputato del Parlamento nella Terza Legislatura (1958-1963).

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