Da Mare Nostrum a Triton

di  Fulvio Vassallo Paleologocopertina

In un recente comunicato, l’Agenzia per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione Europea Frontex ha criticato le autorità italiane perché avrebbero risposto alle chiamate di soccorso che sono giunte dalle acque internazionali, coinvolgendo le unità della missione TRITON oltre il mandato deciso a Bruxelles. La Centrale operativa di comando della Marina, in un paio di occasioni, avrebbe ordinato ai mezzi di Frontex (sembra soltanto due imbarcazioni e qualche ricognitore) di andare a salvare persone in difficoltà più a sud delle 30 miglia da Malta e da Lampedusa, che sarebbero state decise a Bruxelles come limite per le attività di contrasto dell’immigrazione irregolare, compito precipuo delle operazioni TRITON. Non si tratta soltanto di una questione di competenza negli interventi SAR (Search and Rescue) di ricerca e salvataggio. E neppure si può trattare di una questione di soldi, che l’Unione Europea non intende sborsare per missioni di salvataggio. In sostanza, Frontex chiede all’Italia di continuare a pagarsi da sola gli interventi di salvataggio in acque internazionali, ma le ragioni di questa presa di posizione sono molteplici.

Alcuni autorevoli rappresentanti politici e militari sostengono infatti che «Il rimpatrio è l’elemento fondante della politica di contrasto contro l’immigrazione illegale, ma deve essere permeato dal rispetto dei diritti umani». Non si considera che oggi la parte preponderante dei migranti che arrivano o fanno ingresso per ragioni di soccorso nel territorio dello Stato sono tipicamente potenziali richiedenti asilo. Sembra dunque che non si voglia affatto che i migranti, in gran parte profughi di guerra, come i siriani, o vittime di feroci dittature, come gli eritrei, arrivino in Europa. Il ministro Alfano in questi ultimi giorni ha dato anche una imbeccata agli strateghi di Frontex, dicendo che un «eccesso di accoglienza può aumentare fenomeni di razzismo», ed aggiungendo poi che l’esame delle richieste di asilo «dovrebbe avvenire in Africa». In Gran Bretagna il governo, di fronte alle difficoltà elettorali, vorrebbe bloccare le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo e boicotta persino l’operazione TRITON di Frontex, tanto qualche migliaia di morti in più nel canale di Sicilia o nel mar Egeo, se non tra il Marocco e la Spagna, cosa può contare?

foto1Rispetto a queste politiche di sbarramento e di morte si registra una forte presa di posizione delle Nazioni Unite: salvare vite umane e riconoscere il diritto d’asilo innanzitutto. L’ultimo Report di Francois Crepeau, Rapporteur delle Nazioni Unite per i diritti umani, è chiarissimo. Se si ritirerà del tutto Mare Nostrum ci saranno effetti a catena anche a Malta, dove si può attendere un aumento esponenziale degli arrivi e delle chiamate di soccorso. E sarà sempre più elevato il rischio di altre stragi in mare. Anche secondo l’UNHCR i governi europei sono più impegnati a respingere che a salvare vite umane, e sono evidenti i dati forniti da questa agenzia che confermano la crescita esponenziale delle vittime negli ultimi mesi del 2014, fino ad ottobre oltre 3.400.

Il ministro dell’interno italiano rimane invece in linea con sue precedenti dichiarazioni, quando ha riconosciuto, con l’Unione Europea, che Mare Nostrum costituiva un «fattore di attrazione» per le partenze dei disperati che, dalla Libia e dall’Egitto, salpavano verso l’Italia. Adesso che le partenze si stanno spostando verso la Turchia e la Grecia cosa si inventerà? Certo parlare di «richieste di asilo da esaminare in Africa» denota una totale incapacità a percepire quanto sta avvenendo nei Paesi di transito e le possibili vie di uscita che dovrebbero essere affidate ad interventi di mediazione con la creazione di canali umanitari, piuttosto che all’ennesimo ricorso all’uso delle armi destinato a mettere in piedi regimi militari in grado di fermare le partenze dei migranti, anche a costo di violare i loro diritti fondamentali come il diritto alla vita e alla libertà personale.

D’altra parte, i burocrati di Frontex si permettono di criticare i comandi operativi della Marina Militare e della Guardia Costiera italiana, perchè adempiono i doveri di salvataggio imposti dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare, arrivando a salvare persone a 40-50 miglia a nord della costa libica, 120 miglia a sud di Lampedusa. A Bruxelles e a Varsavia (sede di Frontex) ignorano che, secondo il Regolamento Frontex del 2004 n.2007 e in base alle successive linee operative approvate nel tempo per le operazioni Frontex, il coordinamento dei mezzi e la stessa dichiarazione di un evento SAR (Ricerca e salvataggio) spettano esclusivamente allo Stato competente ad intervenire in una determinata zona di acque internazionali in base alla suddivisione delle zone SAR approvata a livello internazionale. Ma se lo Stato competente non ha mezzi disponibili, come nel caso di Malta, deve intervenire lo Stato che ha ricevuto la chiamata di soccorso.

foto2Il richiamo fatto da Frontex ai diversi asset operativi sui quali l’agenzia è impegnata nel Mediterraneo centrale, a sud di Lampedusa in direzione della Libia soprattutto, per dissuadere gli interventi coordinati dagli italiani, non può implicare alcun obbligo di intervento delle autorità maltesi che in diverse occasioni si sono dichiarate non in grado di inviare mezzi, e, in occasione del naufragio dell’11 ottobre 2013, non sono intervenute per tempo. Né si può pensare ad una collaborazione di altre unità Frontex (certo non dell’operazione Triton che dovrebbe rimanere entro le 30 miglia a sud di Lampedusa e Malta) con mezzi militari libici o di altri Paesi nelle acque prospicienti la Libia. Se ci sono imbarcazioni militari presenti in quelle acque ci staranno per finalità segrete, forse di sorveglianza antiterrorismo, ma non certo per salvare vite umane. E a Bruxelles il Parlamento Europeo non è stato neppure informato di questi ulteriori “asset operativi” di cui parla adesso Frontex. Le regole operative di Frontex del resto dovrebbero essere chiare a tutti. Nessun atto della Commissione Europea, del Consiglio UE e del Parlamento Europeo ha autorizzato missioni Frontex nel Mediterraneo centrale al di fuori dell’operazione Triton, con i ben noti limiti di operatività, derogabili su richiesta dell’Italia per accertate esigenze di ricerca e soccorso, come quelle che si ritengono generalmente attendibili dopo una chiamata di soccorso.

Mentre nei primi sei mesi di quest’anno ci sono state meno di 500 vittime, da luglio ad oggi se ne contano oltre 3000 (secondo dati UNHCR), ed è difficile non rilevare che questo incremento spaventoso di uomini, donne e bambini annegati corrisponde al maggiore impiego delle navi commerciali nelle missioni di salvataggio ed al ridimensionamento dell’operazione Mare Nostrum. Per la prima volta, 17 migranti sono morti a bordo di una imbarcazione proveniente dalla Libia non perchè la stessa imbarcazione abbia fatto naufragio, ma soltanto perchè nessuno è intervenuto in tempo, nessuno li ha visti, prima che il freddo e la sete li uccidessero.

foto3Se i burocrati di Bruxelles e di Varsavia contavano di ridurre l’effetto “attrazione” derivante dalla presenza delle navi di Mare Nostrum a 30-40 miglia dalla costa libica, adesso che comunque in quelle acque, malgrado il depotenziamento di Mare Nostrum e i limiti operativi imposti a Triton, si continua a salvare gente, la somma dei diversi interventi di salvataggio non può diventare oggetto di critica alle autorità italiane. Semmai occorre una ulteriore riflessione, una seria valutazione delle responsabilità che scaturiscono dalla crescita esponenziale delle vittime, vittime che potrebbero aumentare ancora nei prossimi mesi invernali, se si accogliessero gli indirizzi forniti oggi dai burocrati di Bruxelles e di Varsavia. Vittime sì, ma non certo di crudeli scafisti, quanto piuttosto di chi, ad un tavolo di un ufficio dell’agenzia Frontex, ha deciso che, per rinforzare le prassi e le intese operative di controllo delle frontiere marittime comuni, si potesse anche mettere in conto un aumento dei naufragi, o dei casi di abbandono in mare, magari per scaricare ancora una volta sui Paesi più esposti, come Malta e l’Italia, la responsabilità delle operazioni di ricerca e salvataggio.

foto4In questi giorni in Italia si sta scoprendo che il sistema di accoglienza inghiotte una quantità enorme di soldi che finiva per arricchire pochi privati, ed i loro consulenti.Solo il Cara di Mineo “valeva” e continua a “valere” 45 milioni di euro, quasi la metà del budget di un anno dell’operazione di salvataggio “Mare Nostrum”. Sarebbe davvero necessario che, oltre allo sdegno per queste ruberie, e per condizioni indegne di accoglienza nelle quali sono stati trattenuti migliaia di migranti, si cerchi una svolta sostanziale delle politiche in materia di immigrazione ed asilo, sia sul piano interno, che a livello dell’Unione Europea.

Sarebbe tempo finalmente di tracciare una politica delle migrazioni che sia capace di sganciarsi dalle logiche elettoralistiche che premiano chi addita con maggiore ferocia i migranti come responsabili di tutti quei mali che sono invece recati dalla crisi economica e da quelle forze politiche e sociali che l’hanno favorita, giungendo persino a negarne l’evidenza. Se i politici non avranno questo coraggio toccherà alla società civile organizzata prendere in mano le questioni ed aprire con determinazione una contrattazione diffusa per superare quei nodi che impediscono riforme legislative e modifiche delle prassi applicate dalle autorità amministrative.

Dialoghi Mediterranei, n.11, gennaio 2015
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Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato, docente di Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero presso l’Università degli studi di Palermo, componente del Collegio del Dottorato in “Diritti umani: evoluzione, tutela, limiti”, presso il Dipartimento Studi su Politica, diritto e società. È Componente del Consiglio direttivo dell’ASGI (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), collabora con l’associazione Altro Diritto, ed opera attivamente nella difesa dei migranti e dei richiedenti asilo, con diverse Organizzazioni non governative. È autore di numerose pubblicazioni in materia di immigrazione e asilo.
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