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“Crisi dell’italiano”: falsi problemi, campanilismo e un sano bilinguismo

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per l’italiano

di Giuseppe Sorce

Insieme al cosmo, che sottende il mondo, l’essere umano nel suo peculiare esistere e autopercepirsi è stato ed è l’altra grande traiettoria del pensiero di Homo Sapiens. Nel tempo, nello spazio e nelle culture. Ecco allora che oggi ci troviamo di fronte a due particolarissime immensità e intensità, il cosmo appunto che racchiude la Terra – tornata a essere grande punto di domanda soprattutto riguardo ai futuri possibili prospettati dall’antropocene – e la cognizione umana. Con cognizione ci si riferisce al complesso di interazioni uomo-ambiente (e “–uomo” di nuovo se preferiamo) che realizza il nostro essere nel mondo, quindi pensiero, percezione, linguaggio ecc. [1].

Come funziona la nostra mente, come funzioniamo noi in quanto forme di vita inscindibilmente legate all’ambiente, al mondo, al cosmo, è il grande interrogativo che traina oggi le più importanti ricerche scientifiche e filosofiche. Ci sono scuole di pensiero, ci sono approcci, ci sono campi di studi multidisciplinari [2] il cui scopo è comprendere come funzioniamo: qual è l’esatta configurazione di impulsi neuronali del mio ricordo di quel pino dal quale mangiavo i pinoli direttamente dalle pigne quand’ero bambino? Se oggi c’è la tecnologia che ci permette di comandare con la mente il puntatore di un mouse di un computer o far apparire a schermo le cifre di una moltiplicazione che vogliamo fare perché invece resta un problema quasi irrisolvibile trovare il modo di comunicare il risultato della moltiplicazione direttamente alla mente, senza “passare” dagli occhi che leggono il risultato a schermo? Sono esempi ovviamente, ma è ancora lontano il giorno in cui riusciremo a caricare la nostra “anima”, ossia il complesso delle attività cognitive che ci rendono noi, inequivocabilmente noi stessi, su un hard disk esterno per poi scaricarla in un altro corpo bionico e immune allo scorrere all’invecchiamento [3].

Ma veniamo al punto di quella che vuole essere una piccolissima riflessione sulla lingua italiana. Vi potreste chiedere cosa c’entra un preambolo del genere. L’idea è quella di provare a condurre il lettore di queste righe attraverso questo movimento di macchina, come se foste al cinema a vedere un film di Tarantino. Prendete l’essere umano nella sua totalità. Immaginatevi la scena: una coppia di esseri umani (immaginate proprio uno scenario da racconto dell’Eden) da soli in un piccolo ecosistema, ci sono loro due e accanto degli alberi, un prato verde, un ruscello, i raggi del sole che brillano sul fogliame di un albero da cocco, qualche animale passa di tanto in tanto, leoni, giraffe, primati, il cielo azzurro, un colle sullo sfondo con la cima innevata. Abbiamo la scena tipo di presentazione della mitica età dell’oro dell’umanità. Un ritratto esotico e stilizzato della nostra situazione etologica agli albori del genere umano. La camera si allontana dalla scena e vediamo il tempo accelerare, i due soggetti in questione diventano tre, quattro e così via, cominciano a vestirsi, a costruire prima una capanna, poi un tempio greco e così via rapidissimo il filmato avanza, gli alberi circostanti abbattuti, sullo sfondo vediamo un anfiteatro romano, poi un castello medievale francese, e via via fino ai moderni edifici di Chongqing.

Nel frattempo i nostri due esseri umani ora sono una comunità di individui che si muove a bordo di veicoli su ruote, il cielo un tempo azzurro è adesso grigio, di alberi ne sono rimasti un paio, il ruscello ha lasciato il posto ad un viale pieno di cartelloni pubblicitari luminescenti, gli unici animali rimasti sono cani e gatti portati in un frenetico passeggio da umani indaffarati che indossano una mascherina sul viso per poter respirare un’aria in altro modo leggermente nociva. Mettiamo in pausa il nostro film. Zoomiamo di nuovo avanti, verso i volti dei nostri personaggi. Il tempo adesso è fermo, possiamo spostare l’inquadratura liberamente su un volto, poi su un altro e così via. In termini evolutivi siamo gli stessi di duecentomila anni fa [4]. Tutto quello che invece in questo breve film stilizzato della nostra storia è cambiato è il rapporto con l’ambiente e con noi stessi, ossia la cultura e il mondo insieme ad essa. Seppur comportamenti culturali sono stati individuati in altre specie animali (altri primati ma anche nei delfini) [5] siamo ancora portati a pensare che essa sia nostra esclusiva prerogativa. In ogni caso, resta il fatto che è la cultura e l’insieme complesso dei comportamenti e oggetti culturali la causa del fatto che oggi possiamo pensare un viaggio su Marte, riusciamo a curare alcune malattie, bombardiamo atomi in cerca di risposte sul reale, abbiamo Into the Wild di Eddie Vedder (manco per citare sempre la nona di Beethoven), La notte stellata di Van Gogh, i lamassu al Louvre, la Divina Commedia di Dante ecc.

1Ora, rimanendo proprio sull’ultimo esempio citato, le lingue sono strumenti culturali unici e preziosissimi per l’umanità. È quasi impossibile determinare dove finisce il pensiero e dove inizia il linguaggio, di cui le lingue sono fra gli strumenti più raffinati [6]. Va considerato inoltre che la lingua, in generale, è il mezzo attraverso il quale si ragiona sulla ragione stessa, sulla lingua e il linguaggio stesso. Parliamo di lingue utilizzando lingue, cerchiamo di comprendere le lingue e i linguaggi usandone altrettanti. È inevitabile. Preso atto di questo e preso atto che le lingue sono prodotti culturali e come tali in balìa del tempo (storia), dello spazio (geografia) e della cognizione umana, capite bene come affermazioni del tipo “dobbiamo difendere la lingua italiana dalle parole inglesi” suscitano legittimamente ilarità nell’ascoltatore. (La stessa ilarità che mi pervade quando oggi, ripeto, mi capita di leggere su certe riviste colte e quotidiani nazionali enunciati che pretendono di basare un ragionamento serio e rigoroso su cose come “la nostra nazione”. Non intendo spendere neanche un minuto o un rigo sul perché mi viene da ridere, non per spocchia o pigrizia ma perché a rispondere ci ha pensato la storia del mondo degli ultimi duecento anni, ossia dall’indomani della comparsa del concetto ottocentesco di nazione).

Le lingue non sono delle robe statiche e incasellabili. Il fatto che ne esistono delle versioni standard delle quali esistono delle grammatiche è una mera esigenza pratica della nostra civiltà che è dell’ordine del convenzionale più che dell’ontologico. Se vogliamo ragionare sulle lingue umane non possiamo mettere da parte la loro essenza umana, ma questo non c’è bisogno che lo ripeta io. Ovviamente oggi nel 2021 in Italia diamo per scontato che un bambino impari a parlare una lingua e che di quella lingua poi ne vada a studiare una versione standardizzata in una cosa che si chiama scuola. Lì il bambino imparerà che esiste una cosa che si chiama grammatica che è noiosa ma che serve e una cosa che si chiama letteratura che invece è forse più interessante ma sicuramente più inutile della matematica. Ecco, oggi. Giusto per dare due coordinate, proviamo anche solo a pensare che i primi villaggi risalgono almeno approssimativamente al 11000 a.C. [7], e che secondo la Treccani «in Occidente i primi concetti grammaticali si debbono ai sofisti greci» [8], dovendo tenere presente inoltre quali ristrette fette della popolazione avevano accesso a ciò che oggi potrebbe rientrare sotto il termine “istruzione” o “scuola” e così via. Esseri umani, duecentomila e forse più anni di incontri, scontri, migrazioni, collassi, estinzioni, salvezze insperate, scoperte, guerre, matrimoni, stupri, malattie, mondo, continenti, ere glaciali, deserti, oceani, crisi climatica, catene montuose, fiumi navigabili, dei, semi dei, miti, piramidi.

Quando parliamo di una lingua non possiamo dimenticare tutto questo ossia tutto ciò che c’è dietro una lingua, anche la meno parlata del mondo. Dietro ogni lingua c’è la storia del mondo e dell’umanità intera. Dietro ogni lingua c’è la storia personale di un individuo, la sua famiglia, la comunità della famiglia, la regione spaziale della comunità della famiglia dell’individuo, la storia culturale e la contingenza del periodo storico in cui questo individuo nasce, senza averlo deciso o scelto; dietro la comunità della famiglia dell’individuo ci sono tutte le comunità e famiglie e individui che ogni giorno si incontrano con la comunità di partenza e la famiglia e l’individuo ecc. Moltiplicate tutto questo nel tempo e nello spazio in quella fitta rete di relazioni che è l’umanità, dall’articolo all’Australia. Tenete conto che ogni comunità ha il suo particolare idioma locale (più o meno diffuso, più o meno simile all’idioma della comunità più vicina). Anche se una comunità parla una lingua che ha anche solo una parola in più, o una parola diversa nell’accento, nell’accezione più o meno ampia, di quella di un’altra comunità (vicina, oppure interna, o adiacente o soggiacente), moltiplicate queste variabili per quanti individui e comunità ci sono nel mondo. Fatto questo, moltiplicate ancora, non so per quanto, perché oggi c’è una cosa chiamata Internet e viviamo in mondo definito come globalizzato. Ecco, quando parliamo di una lingua dobbiamo tenere conto di tutto questo.  Tutto questo. Stacco. Come nel nostro breve film edenico-apocalittico, ci ritroviamo con un balzo ad oggi. (E quindi alcuni hanno deciso che le lingue sono quello che sono oggi, dimenticando i duecentomila anni fino all’adesso-qui. Ma va bene). Con un piccolo sforzo di immaginazione, appare però allora chiaro come l’idea di “difendere una lingua” sia davvero fumosa, vaga, nell’ottica della storia della specie umana – salvo nel caso in cui un popolo invadendone un altro non ne sopprima arbitrariamente la cultura vietandone la lingua, allo scopo di irretire il conquistato e annientare la propria cultura e identità.

41bdojdbvul-_sx306_bo1204203200_Ovviamente, noi viviamo nell’adesso-qui, io nella fattispecie sono italiano, non l’ho scelto, non l’ho deciso, ma mi è stato detto fin dalla nascita che a casa e per strada potevo anche parlare una variante appellata come “dialetto” e non meglio definita (ho imparato poi dopo le classificazioni di dialetto, italiano regionale ecc. studiando linguistica, storia della lingua italiana, dialettologia ecc.), mentre a scuola e in certe occasioni dovevo parlare italiano. Poi nel tempo andando avanti si scopre la letteratura, le letterature, la scrittura, i temi, le lettere, la grammatica appunto e così via. Sono attualmente laureato in italianistica quindi penso di sapere cosa sia l’italiano e penso di potermi escludere dal dover puntualizzare che “amo l’italiano” (qualunque cosa possa significare amare una lingua che per te è la lingua madre; anche se forse è come con i parenti più stretti. Li ami? Li ami come ami il compagno o la compagna che invece hai scelto fra tanti e tante proprio perché te ne sei innamorato? Sono tipi di amore diverso, ma qual è quello più puro? Quello vero? – è questo il taglio di domande, nulla di più argomentato, nulla di più analitico possibile. Provo allora a riformulare la domanda in termini più rigorosi e sensati: “ami il tipo di comunicazione, scritta, orale, letteraria, che con la lingua italiana è possibile realizzare rispetto ad altre lingue?” ecco così avrebbe forse più senso, ma non l’avrebbe comunque se poi la lingua in questione è la tua lingua madre. Certo nel caso di Ugo Foscolo, allora potrebbe avere senso fargli questa domanda date le sue vicissitudini biografiche, storiche e culturali, ma è proprio un caso limite che rientra nei casi storici delle guerre, delle diaspore, dei conflitti, che non ci interessa qui trattare, perciò torniamo a noi).

“Difendere l’italiano”, addirittura “difendere oggi l’italiano dall’inglese”. Per un’analisi che poggi le sue affermazioni su dati, percentuali, e riflessioni documentate vi rimando all’esaustivo intervento qui su Dialoghi Mediterranei di Cristina Lavinio [9], ricordandovi anche sempre qui l’intervento di Olivier Durand che solleva questioni interessanti sul piano politico, sociale, semiotico e umano tout court – allo stesso modo vi sconsiglio in generale farneticanti elaborati nazionalisti (del tipo “prima l’italianohoh!1!1”) che tendono a ignorare molto di ciò che il sapere umano ha prodotto sulle lingue [10]. Io invece ho preferito offrirvi un breve film a parole e un piccolo esercizio di immaginazione sulla base di saperi umanistico-scientifici. Detto questo esporrò brevemente la mia tesi sullo stato attuale dell’italiano.

A mio avviso non si può difendere l’italiano, come non si può difendere nessuna lingua dal flusso della storia, della geografia, del mondo e dell’umanità – l’unico modo per “difendere una lingua” sarebbe quello di isolare i suoi parlanti dal resto del mondo, dal resto dell’umanità e anche dal resto del tempo, perché quei parlanti non devono venire a contatto con tutto ciò che può essere nuovo, oggetti, idee, fenomeni, e si dovrebbe impedire anche che figli di questa comunità isolata dal cosmo intero sviluppino anche solo una parola, un vezzeggiativo, un’imprecazione, qualsiasi suono o segno nuovo che rimandi a qualcos’altro (ossia che abbia significato). Appurata l’impossibilità e anche l’utilità di questo espediente [11], torniamo con i piedi per terra, a confrontarci cioè con lucidità, senza nazionalismi e campanilismi con la lingua italiana oggi. L’infiltrazione dell’inglese c’è ed è fisiologica in una certa misura. L’inglese è la lingua veicolare di un mondo globalizzato, iperconnesso, e multiculturale. Se ci fosse l’italiano al posto dell’inglese, chi si lamenta non si lamenterebbe o magari direbbe che l’italiano sta opprimendo le altre lingue. Allo stesso modo, constatiamo ogni giorno come l’utilizzo spesso improprio di parole inglesi si stia infiltrando in una misura che possiamo considerare “sbagliata” o eccessiva. Ma dobbiamo stare sempre attenti: tali fenomeni non devono essere letti attraverso giudizi affettivi, campanilisti o dell’ordine di un arbitrario “giusto” o “sbagliato”. Semmai tali infiltrazioni, usi propri e impropri, adozioni esagerate e prestiti numerosi, ci danno indicazioni sullo stato della lingua italiana in termini diacronici e sociologici.

L’italiano parlato diffusamente dagli italiani è fatto recente, come si suole dire “è la televisione che ha fatto gli italiani” e, in termini di comunità di parlanti è abbastanza vero, considerando il fatto che sono pochi gli italiani che parlano un italiano standard e sono ancor meno gli italiani di tutte le età che domani passerebbero un test c1 dell’italiano se lo facessero – questa è una provocazione, ma ci restituisce la differenza che c’è fra praticare una lingua e poi la sua grammatica standard, il suo uso formale ma anche quanto della lingua sia sociale e culturale. Allo stesso tempo, internet ha consentito a milioni di persone di avere accesso diretto a tutto ciò che riguarda l’informazione (articoli, saggi, notizie, software, tecnologia, scienza) e l’arte (film, libri, videogiochi, musica ecc.) senza passare per traduttori, traduzioni, rifacimenti, doppiaggi e quant’altro. Inoltre, il lessico stesso di internet e della comunità scientifica globale è l’inglese, chi oggi ha a che fare con piattaforme di informazione e di intrattenimento come Youtube, Twich, servizi di streaming e social network è inevitabilmente esposto senza mediazioni (peculiarità intrinseca dell’era informazionale) [12] ai contenuti originali che quasi sempre usano l’inglese proprio al fine rapportarsi con quanti più utenti possibili e in tutto il mondo.

carocciL’italiano è particolarmente esposto all’inglese perché l’italiano di uso comune è giovane. I parlanti italofoni – parlo quindi di italiano parlato e non dell’italiano in quanto lingua letteraria evolutasi a partire dai primi componimenti medievali, da Dante, Boccaccio ecc. – troppo spesso ancora percepiscono l’italiano come lingua integrativa, lingua colta, lingua ufficiale, in relazione al proprio dialetto o al proprio italiano regionale che varia in troppe cose rispetto a un italiano parlato standard costruito a posteriori e non su una lunga tradizione storica di comunità reale di parlanti (a differenza del francese per esempio) [13]. Questa “abitudine”, che indebolendosi col tempo sta sedimentando finalmente un vero italiano parlato a discapito dei dialetti, per esempio potrebbe essere una delle cause che porta molti giovani soprattutto a creare neologismi realmente inutili, esempio: droppare da to drop, editare percepito come italianizzazione da to edit, targhettare da to target, uplodare da upload ecc. Questi sono casi per cui per tutte le parole c’è un corrispettivo italiano di uso comune, ma nonostante ciò i ragazzi quando videogiocano online con altri italiani sono portati a parlare così, perché sentono le italianizzazioni più vicine a ciò che stanno facendo, al gioco che stanno giocando, a ciò di cui stanno parlando, e così via a loro stessi, alla loro comunità, alla loro “sottocultura” (se vogliamo proprio creare una cesura).

Che senso avrebbe condannare tutto ciò dicendo “no! Tu devi parlare italiano standard” oppure no “droppare non è italiano, usarlo è sbagliato”? Quale sarebbe il senso di impedire a dei parlanti di fare ciò che naturalmente hanno fatto nella storia e continueranno a fare, cioè contribuire all’evoluzione della propria lingua e della propria comunità? Con quale autorità ci indigniamo dell’uso di parole nuove create da adattamenti da un’altra lingua quando l’italiano stesso è un adattamento evolutivo di una lingua letteraria che si è imposta a partire da un volgare latino? Perché questa paura dei neologismi, poi in generale? Come si mantiene in vita una lingua se non rinnovandola? Davvero, cos’è che vi fa paura? Creare neologismi anzi non è forse la prova del fatto che quella lingua, finalmente, nel nostro caso, la sentiamo veramente nostra? Io creo un neologismo perché “ho” una lingua, la sento mia, ho quella confidence (parola il cui significato oscilla tra sicurezza in sé stessi e fiducia) linguistica che mi permette di creare, arricchire, spaziare con la “mia” lingua. Mi rivolgo agli amanti della “difesa dell’italiano”: non è forse quello che chi ha fatto l’Italia sognava? Far sì che gli italiani si sentissero tali, far sì che l’italiano fino ad allora relegato quasi totalmente alla letteratura, a ristrette cerchie, a situazioni circoscritte, diventasse la lingua del popolo tutto? Finalmente ci sono generazioni che parlano italiano sul serio.

language-evolutionÈ il caso allora di analizzare. A mio modo di vedere l’unica soluzione a questa crisi dell’italiano, se di questo veramente vogliamo parlare, è una sola: un sano bilinguismo. Dati e ricerche scientifiche (e non prese di posizione) ci dicono che saper parlare più lingue fa bene alla mente, alle idee, al funzionamento del cervello e che un contesto di sano bilinguismo può portare molti benefici sociali e culturali favorendo l’integrazione, la multiculturalità, il dialogo fra i popoli, a maggior ragione se una delle due lingue è la lingua veicolare del contesto storico di riferimento [14]. Basta andare a vedere i modelli educativi dell’insegnamento dell’inglese nei Paesi scandinavi o in Olanda e Belgio, non risulta che questi Paesi abbiano dimenticato le loro lingue, anzi. Un contesto in cui si studia bene un’altra lingua, nel nostro caso l’inglese, può infatti solo far bene all’italiano, perché sì in quel caso davvero ci si accorge delle peculiarità della nostra lingua e sì, si avrebbero strumenti e conoscenze per perpetrarla e arricchirla (e non “difenderla”).

Inoltre pensiamo al vantaggio sociale che avremmo, in termini qualitativi e pratici, se noi italiani parlassimo tutti bene l’inglese già nelle scuole medie. La facilità con cui ci si può rapportare al mondo, in maniera diretta, senza dover spendere migliaia di euro in scuole private per avere le certificazioni utili per studiare, lavorare, fare ricerca ovunque all’estero. Precludere un adeguato insegnamento dell’inglese è un torto che si fa al cittadino, e non fa altro che alimentare quelle storture evidenziate per esempio da Lavinio e Durand [15], proprio quell’inglese usato impropriamente, per darsi un tono, per imbrogliare il consumatore, per creare confusione in termini di comunicazione politica, quell’inglese “cattivo”, “improprio”, infestante e infiltrante che più viene ignorato e non studiato, più danneggia proprio l’italiano.

Per questo, ripeto, un sano bilinguismo, una sana didattica ed educazione alla lingua veicolare del mondo, l’inglese, l’inglese che apre le porte del lavoro e del futuro, l’inglese della scienza e dei saperi, l’inglese dell’arte, dei film, dei romanzi, delle inchieste, dei cartelli di protesta nelle manifestazioni degli oppressi di tutto il mondo, può salvare l’italiano poiché salva già gli italiani che lo studiano per affacciarsi a quella parte del mondo e di umanità che non parla italiano.

 Dialoghi Mediterranei, n. 51, settembre 2021 
Note
[1]https://www.treccani.it/enciclopedia/scienza-cognitiva/#:~:text=scienza%20cognitiva%20L’insieme%20delle,processi%20cognitivi%20umani%20e%20artificiali; Newen A., De Bruin L. 2018 (a cura di), The Oxford Handbook of 4E Cognition, OUP Oxford.
[2] Sarebbe impensabile oggi, anche se ci sono sempre dei nostalgici che fanno finta di niente, parlare di psicologia, o antropologia, ma anche narratologia, senza attingere dal campo degli studi delle scienze cognitive; giusto per dare degli esempi: https://www.treccani.it/enciclopedia/psicologia-cognitiva_%28Enciclopedia-Italiana%29/;  Eysenck M. W., Keane M. T. 2012, Psicologia cognitiva, Idelson-Gnocchi;https://www.treccani.it/enciclopedia/antropologia-cognitiva_%28Enciclopedia-Italiana%29/; Armstrong P. B. 2020, Stories and the brain: the neuroscience of narrative, Baltimore, Johns Hopkins University Press.
[3] Vedi Kurzweil R. 2008, La singolarità è vicina, Apogeo education; Bostrom N. 2018, Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie, Bollati Boringhieri, Torino. In questi due testi, si affronta proprio il “problema” della singolarità tecnologia da due fazioni diverse. Mentre Kurzweil è fiducioso sull’arrivo fatidico dell’evento-singolarità, Bostrom mantiene i piedi per terra discutendo su quali oggi sono le strade attraverso le quali si può raggiungere una ben più tangibile superintelligenza che possa consentire il salto di paradigma delle scienze e delle tecnologie (vedi anche: Kuhn T. S. 2009, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino.)
[4] Cfr: https://www.treccani.it/enciclopedia/ominidi#homosapiens-1. La storia evolutiva è dell’uomo è complessissima e viene ridiscussa puntualmente ad ogni nuova scoperta, la cifra di duecentomila anni è ovviamente indicativa fra gli estremi di datazione, trecentomila e centocinquantamila anni fa della prima comparsa, centosettantamila o centoventimila dall’Out of Africa – vedi:
https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Quando_iniziarono_i_Sapiens_a_emigrare_dall_Africa.html – tutt’ora discussi, considerando anche le varie ibridazioni, vedi per esempio: https://edition.cnn.com/2020/02/13/world/ancient-humans-africa-intl-scli-scn/index.html?fbclid=IwAR2plg-hBJK7puSBFtMdDX4-K7hN9nExpbqHqdaezRv7vXar_g21OTpJ1-Q;
Diamond J. 2005, Armi, acciaio e malattie, Einaudi, Torino;
https://www.discovermagazine.com/planet-earth/its-time-for-a-new-model-of-human-evolution?fbclid=IwAR1TvjdHAVeUkMEpFyAcN8fQ5_Y3E0j4ybvfDke3Xz7m4X72EbXkZTzimW8; https://it.wikipedia.org/wiki/Homo_sapiens;
Striger C. 1999, Replacement, continuity and the origin of Homo sapiens, in Bräuer, G. & Smith, F. H. (eds.), «Continuity or replacement? Controversies in the evolution of Homo sapiens»: 9-24.
[5] Cfr.https://www.lescienze.it/news/2012/08/01/news/delfini_intelligenza_cultura_sottogruppi_apprendimento_sociale-1185924/;
https://www.nationalgeographic.it/wildlife/2020/07/un-nuovo-studio-dimostra-che-i-delfini-imparano-a-utilizzare-gli-strumenti-dai;
http://www.ucp.istc.cnr.it/index.php/primate-center-news/87-la-cultura-nei-primati-non-umani; https://www.nature.com/articles/s41559-017-0336-y.
[6] Tallerman M. e Gibson K.R. (a cura di) 2011, Oxford handbook of language evolution, OUP Oxford; Ferretti F. 2015, La facoltà del linguaggio, Carocci, Roma; Massironi M. 1995, La via più breve nel pensiero visivo, in «Sistemi intelligenti», vol. 7: 223-261.
[7] Diamond J. 2005, Armi, acciaio e malattie, Einaudi, Torino: 10-50.
[8] https://www.treccani.it/enciclopedia/grammatica/.
[9] Lavinio: http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/anglismi-tra-uso-e-abuso-esibizione-e-maleducazione-linguistica/; Durand: http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/perche-sono-avvelenato-dallitanglese/.
[10] Qualcuno ha scordato, in balìa di una specie di sbornia autocelebrativa e campanilistica (dove arbitrarie posizioni vengono spacciate come idee fondate) cosa sia una lingua. Alcuni molto spesso saltano interi capitoli oppure ci passano su rapidamente, distrattamente o perché in mala fede o perché non li comprendono magari e, anziché mettersi in gioco e chiedere spiegazioni, delucidazioni, come si fa di solito quando si vuole realmente comprendere, preferiscono evitare, per orgoglio, per vergogna, per spocchia o per altro tipo di carenze. I capitoli in questione hanno il probabile titolo di “lingua e linguaggio”, “lingua e cultura”, “linguistica generale”, “scienze cognitive applicate al linguaggio”, “psicologia e sociologia del linguaggio”, “grammatica storica”, “propedeutica alla semantica e al lessico”, ecc. per una minibibliografia si rimanda alla nota XIII. Ovviamente al fine di avere una visione chiara di capitoli con titoli del genere bisogna chiaramente avere un’infarinatura (si può dire no? O è troppo metaforico?) di ampi saperi quali “antropologia culturale”, “storia”, “geografia” ecc. (perché poi non dobbiamo lamentarci dei negazionisti del covid). Si invita pertanto a interpretare correttamente la provocatoria perorazione di quanto scrive Ugo Iannazzi nel suo “Manifesto in difesa della lingua italiana”. 
(http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/per-un-manifesto-in-difesa-dellitaliano/; http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/due-spigolature-carducci-marinetti-e-lintegrita-dellitaliano/).
[11] Situazioni simili si sono verificate nella storia dell’umanità, si pensi agli arbëreshë, all’islandese moderno ecc.
[12] Castells M. 2010, The Information Age. Economy, Society, and Culture, Volume I, The Rise of the Network Society, Blackwell.
[13] Bruno Migliorini, Lingua e cultura,Tumminelli, Roma, 1948; Massimo Palermo, Linguistica testuale dell’italiano, Il Mulino, Bologna, 2013; Pietro Trifone (a cura di), Lingua e identità. Una storia sociale dell’italiano, Carocci, Roma, 2009; Storia dell’italiano scritto. III. Italiano dell’uso, a cura di Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin, Carocci, Roma, 2014; Enrico Testa, L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale, Einaudi, Torino, 2014.
[14] https://www.wired.it/scienza/medicina/2014/06/03/parlare-piu-lingue-fa-bene-al-cervello/; Garraffa M., Sorace A., Vender M. 2020, Il cervello bilingue, Carocci; Bialystok E., Luk G., Craik F. I. M. 2012, Bilingualism: consequences for mind and brain, in «Trends  in Cognitive Science»,  vol. 16, n. 4: 240-250; Baker C. 2011, Foundation of Bilingual Education and Bilingualism, Multilingual Matters; Antoniou M. 2019, The Advantages of Bilingualism Debate, in «Annual Review of Linguistic», vol. 5: 395-415.
[15] Vedi nota IX.

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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Pensare il luogo e immaginare lo spazio. Terra, cibernetica e geografia”, relatore prof.  Franco Farinelli.

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