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Costruire percezioni. Neuroscienza e coscienza dell’io nella società diffusa

 Escher, Bond of Union, 1956

Escher, Bond of Union, 1956

di Valeria Dell’Orzo

Quale realtà è la nostra? Come funziona l’uomo in relazione a sé stesso e agli altri? Siamo piccole sacche di una ricca amalgama cognitiva di entropia e sintropia, racchiusa tra le giunture di una struttura complessa, al tempo stesso esoscheletro e endoscheletro, un doppio performante, fisico e culturale che ci sorregge e come un morbido vaso contiene lo sciabordio del nostro quotidiano pensare, comunicare, partecipare. È una condivisione diffusa, necessaria, imprescindibile quella umana che si sostiene e si costruisce in un continuo movimento di pensieri e impulsi, di analisi e attitudini. La psiche, fisica, è inscindibile dalla cultura che l’alimenta (Bruner, 2003).

Siamo una miscellanea di natura e cultura, siamo soprattutto ciò che sta al di là di questa dicotomia, e per conoscerci e comprenderci è necessario, anche, indagare come queste indissolubili parti funzionino e comunichino tra loro, nella creazione congiunta dell’essere umano, e di quello speciale brodo primordiale intra-biotico che la società rappresenta, entro il quale l’uomo si forma rigenerandolo a sua volta.

Tenendo saldo il perno culturale, sul quale ci allineiamo all’immagine che ci sceglie e che scegliamo di avere nel micronucleo che meglio ci rispecchia e entro il quale il nostro ruolo funziona, occorre però non dimenticare, senza per questo porlo in illusoria privilegiata predominanza, l’aspetto più intrinsecamente fisico dell’essere umano: il funzionamento corporeo e quello della gestione materiale, neuronale, del pensiero, del ricordo, della comunicazione, della comprensione.

Le neuroscienze cognitive, formalizzatesi negli anni ’70, sulla scorta di teorie e studi scientifici sull’andamento di corteccia e nuclei celebrali, ma anche su un sostrato di limitante evoluzionismo antropologico, basilarmente riduzionistiche nei confronti della mente umana, sondata quale mero prodotto funzionale (Dennet, 2009), non hanno però potuto eludere le dimensioni della personalità e dell’esperienza, e hanno così indagato la funzionalità fisica del cervello umano in relazione a memoria, emozione, apprendimento: processi consci e inconsci alla base dell’interrelazione e dunque della costituzione di quell’habitus [1] che la società rappresenta.

Fermare lo sguardo, grazie a un insieme di tecnologie d’analisi [2],  su come la nostra mente stimoli, produca, elabori, quelle funzioni interpersonali indispensabili alla condizione societaria in cui l’uomo è immerso, permette di individuare la meccanica di quell’innumerevole schiera di processi che, secondo vari gradi di consapevolezza e inconsapevolezza, mettiamo in atto continuamente e a più livelli personali e relazionali, dalla memorizzazione di uno slogan al riconoscere un volto dopo averne tracciato una mappatura nella nostra mente secondo quei canoni a cui la cultura quotidiana ci ha abituati.

Mino Ceretti, Uomo allo specchio rotto, 1957

Mino Ceretti, Uomo allo specchio rotto, 1957

L’uso di moderne apparecchiature, gli studi laboratoriali, i test su campioni variegati, per osservare quali aree del cervello entrino in azione di fronte a uno stimolo o a un altro, come e quali zone neuronali comunichino tra loro nella costruzione del sentire, del ricordare, del codificare, ci hanno condotto alla conoscenza, ancora non completa di come il nostro cervello elabori, usi e contenga la fitta pioggia di informazioni, di immagini impresse sulla lastra cangiante del ricordo o suggerite da un alone di vago sentire inespresso. È un campo interessante e affascinante di indagine sull’io, singolo e collettivo, ma queste conoscenze sono le stesse che, proprio per l’umana propensione utilitaristica al controllo sull’altro, rendono biologicamente mirate le campagne di persuasione e strumentalizzazione. «Un sistema di indottrinamento efficiente deve assolvere a svariati compiti alcuni dei quali piuttosto delicati. Tra i bersagli di questo sistema ci sono le masse … distratte da iper-semplificazioni dotate di grande efficacia emotiva, emarginate, isolate» (Chomsky, 2015: 236).

Si fa leva sulle reazioni del cervello per solleticarvi all’interno la costruzione di immagini politicamente e mediaticamente sfruttabili. La paura, la fiducia, il ricordo o l’appiattimento dell’oblio vengono pressati nelle menti secondo comprovati e funzionali sistemi comunicativi ottenendo purtroppo, se non l’auspicata complessiva massificazione, comunque una diffusa fascia di ridotto senso critico, sfilacciamenti societari in cui il filtro della costruzione di immagini esterne si è allargato, sotto incuria personale e pressioni globalizzate. Non sono le idee, qui, a essere poste in esame, ma i casi in cui la loro costruzione è impersonale e vacua, privandole di fatto della profondità, intimamente culturale, di cui dovrebbero essere espressione, a favore del cedimento all’ignavia della coscienza.

Se la strumentalizzazione delle neuroscienze può giungere a incidere sul piano della coscienza, nella sua accezione di conscientia, quella consapevolezza che il singolo ha di sé e della realtà che lo circonda e dunque della propria identità in relazione a questo duplice indissolubile spazio, allora tale coscienza, come insieme di tutto ciò di cui abbiamo esperienza, rischia di divenire la distorsione di ciò che mediaticamente ci si impone con gli eccentrici toni delle propagande e attraverso lo specchio deformante della disinformazione mirata. La coscienza, quella personale, frutto di contatto intimo con la realtà, diviene, allora, un atto di dignità e autonomia che si slega dalle pressioni appiattite su standard di facile smercio, che si sottrae alla induzione di un sé senza volto.

Magritte, Decalcomania, 1966

Magritte, Decalcomania, 1966

La plasticità sinaptica (Berlucchi, 2002), quella capacità del sistema nervoso di modificare l’attività delle sinapsi, modificando di fatto la propria struttura e funzionalità consente, a livello societario, il non appiattimento, la varietà percettiva e rappresentativa, e dunque la libertà di costruzione di un pensiero proprio, una trincea verso le propagande d’assalto. In campo clinico tali processi caratteristici delle fasi di apprendimento e creazione della memoria, e della formazione dell’esperienza, si instaurano anche a seguito di un danno fisico, per compensare e risolvere gli effetti di una lesione; in ambito socio-culturale la violenza mediatica che ci colpisce così come l’esperienza diretta, il contatto e l’attenzione, possono, come spesso avviene e com’è auspicabile, innescare lo stesso tipo di sistema difensivo e accrescitivo. Ma tra le insidie della nostra continua riformulazione vi sono, anche, quegli strumenti tecnologici dai quali non possiamo più prescindere, sulla base dei quali, dopo averli creati, ci rimoduliamo di volta in volta, affidando alle nostre appendici digitali quegli sviluppi intimi che ci costerebbero un maggior grado di attenzione, di cosciente consapevolezza,di sforzo della memoria, rischiando di condurre noi stessi a una dispnea relazionale alla quale l’uomo, un animale comunitario, potrebbe non essere in grado di adeguarsi  (Varanini, 2016).

Dialoghi Mediterranei, n.20, luglio 2016
Note

[1]  Il sociologo francese Bourdieu descrive l’habitus come lo spazio della riproduzione sociale e culturale, capace di generare comportamenti regolari e attesi, che condizionano la vita sociale degli individui secondo il loro raggio di interrelazione. L’habitus dunque genera azioni coerenti in relazione allo spaccato sociale entro cui agiamo, non può quindi essere né universale né, ugualmente, limitato a un solo individuo.
[2]  Le neuroscienze si avvalgono di metodiche di indagine, di tecnologie di neuroimmagine, in grado di analizzare l’attività celebrale e le relazioni che intercorrono tra le varie aree celebrali. Tra i sistemi di più largo utilizzo troviamo: la Tomografia ad emissione di positroni (PET), la Risonanza magnetica funzionale (fMRI), l’Elettroencefalogramma multicanale (EEG), la Tomografia a emissione di fotone singolo (SPECT), la Magnetoencefalografia (MEG) e la Spettroscopia ad infrarossi (NIRSI).
Riferimenti  bibliografici
G. Berlucchi, The origin of the term plasticity in the Neurosciences: Ernesto Lugaro and chemical synaptic transmission, J Hist Neurosci, 2002.
 P. Bourdieu, Risposte. Per un’antropologia riflessiva, Bollati Boringhieri, Torino, 1992.
 J. Bruner, La ricerca del significato. Per una psicologia culturale, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.
N. Chomsky, Anarchia. Idee per l’umanità liberata, Ponte delle Grazie, Milano, 2015.
D. C. Dennett, Coscienza, che cosa è, Laterza, Roma-Bari, 2009.
 V. Gallese, Ammaniti M., La nascita dell’intersoggettività, Raffaello Cortina, Milano, 2014.
V. Gallese, (2013/a), Neuroscienze cognitive: Tra cognitivismo classico e embodiedcognition, inwww.psychiatryonline.it
F. Varanini, Macchine per pensare. L’informatica come prosecuzione della filosofia con altri mezzi. Trattato di informatica umanistica, Guerini e Associati, Milano, 2016.
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Valeria Dell’Orzo, giovane laureata in Beni Demoetnoantropologici e in Antropologia culturale e Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha indirizzato le sue ricerche all’osservazione e allo studio delle società contemporanee e, in particolare, del fenomeno delle migrazioni e delle diaspore, senza mai perdere di vista l’intersecarsi dei piani sincronici e diacronici nell’analisi dei fatti sociali e culturali e nella ricognizione delle dinamiche urbane.

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