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Contraccezioni, divorzi, unioni di fatto: questioni non risolte della Chiesa di Roma

copertinadi Maria Immacolata Macioti

È noto che la pastorale familiare in ambito cattolico ha vissuto varie difficoltà a partire almeno dai tempi di Pio XII e poi di Paolo VI. Nel senso che già da tempo i cattolici osservanti sentivano un certo disagio con riguardo agli insegnamenti pastorali riguardanti la famiglia, la sessualità, l’eventuale pianificazione delle nascite: un tema mai accettato fino in fondo, ché un cattolico credente, si diceva, avrebbe dovuto in primo luogo tenere presente la volontà di Dio in merito. Ma con Paolo VI si erano aperte speranze, per i cattolici osservanti: vi era il Concilio Vaticano II in corso, era stata  prevista una apposita commissione per valutare, tra l’altro, l’opportunità o meno di consentire la limitazione delle nascite:  un medico statunitense, Gregory Goodwin Pincus, aveva da poco scoperto un farmaco, divenuto subito popolare sotto la dizione di ‘pillola’, sempre più adottato da chi non desiderava, non intendeva avere un numero sproporzionato di figli. Si trattava infatti di un trattamento mestruale che di fatto impediva l’ovulazione. Vive, diffuse le attese, le speranze in merito di molti cattolici. Quindi, una Commissione consultiva, che avrebbe affrontato un tema che sarebbe stato comunque trattato anche, si pensava,  dai Padri conciliari.

Una situazione complessa, quella della pastorale familiare in ambito cattolico, al cui interno si muovevano in modo diseguale i sacerdoti che avevano a che fare, nei confessionali, con donne angosciate, in attesa di essere rassicurate. In un’ottica sociologica vale la pena di ricordare come fosse profondamente mutata la situazione lavorativa: un tempo i figli erano visti come una ricchezza per la famiglia che avrebbe avuto una maggiore capacità di poter far fruttare i propri terreni, se ne aveva. O di avere piccoli guadagni laddove i giovani avessero lavorato come mano d’opera su terreni altrui. Ma ormai, finita l’era della prevalenza di un mondo agricolo, i figli erano diventati per le famiglie a scarso reddito soprattutto un peso: da questo punto di vista, la società industriale all’epoca sempre più presente ed esigente sconsigliava di avere molti figli, molte bocche da sfamare. Nell’Italia allora ancora legata alla Chiesa cattolica, le attese per una possibilità di regolazione delle nascite erano molto presenti, le speranze molto vive: era ormai chiaro a tutti che i conteggi e le astensioni in giorni ritenuti fertili non funzionavano: molti ragazzi e ragazze potevano testimoniarlo.

Concilio-Vaticano-II

Concilio Vaticano II

In realtà si avrà in quei giorni lontani, ci ricorda Luigi Sandri in un suo recente lavoro dal titolo Il papa gaucho e i divorziati Questo matrimonio (non) s’ha da fare (Roma, Aracne 2018) un appassionato dibattito conciliare in merito al birth control. Sandri ricorda gli interventi del cardinale canadese Paul-Émil Léger, arcivescovo di Montréal che parla dell’amore umano coniugale come di un vero fine del matrimonio; ricorda la posizione dell’arcivescovo di Malines-Bruxelles, cardinale Leo Joseph Suenens, che ritiene che si sia molto sottolineato il crescite et multicamini biblico (Genesi I,28) a scapito dell’erunt duo in carne una (Genesi 2,24). Si parla di esplosione demografica, di sovrapopolazione. Non è affatto di questo parere però il potente cardinale Alfredo Ottaviani, preposto alla Congregazione del Sant’Uffizio. Non lo sono molti alti prelati.

Possibilista invece la Commissione ad hoc. Ma il pontefice  prende posizione nel Discorso ai cardinali del 23 giugno 1964: il Vaticano II non potrà deliberare su questo punto importante, così come non si discuterà del celibato obbligatorio per i presbiteri della Chiesa latina. Nel 1968 poi uscirà la Humanae vitae, enciclica in cui, ricorda Sandri, la contraccezione veniva giudicata decisamente immorale, in linea con quello che era stato l’insegnamento di Pio XI nell’enciclica Casti connubi, in linea con quanto ne pensava Pio XII.

Lo sconcerto, di fronte a queste vecchie posizioni ribadite, è grande nel mondo cattolico. Donne di ceti alti guardano con timore all’idea di avere un figlio dopo l’altro, fino al termine dell’età fertile, in un’epoca in cui non è più usuale vivere in una famiglia allargata, in cui non ci sono più grandi aiuti domestici. Donne di ceti meno privilegiati vedono moltiplicarsi i loro problemi. Come far fronte alle tante esigenze, alle tante bocche da sfamare, con una unica, modesta entrata, a volte neppure sicura?

Si era nel celebre 1968: venti nuovi spirano sugli Usa, in Francia, in Italia. Non, almeno apparentemente, sulla Chiesa. Che fare? Si interrogano in molti. Le donne, in genere più vicine alla Chiesa di quanto non lo siano padri e mariti, vivono momenti di angoscia e incertezza. Molte si allontanano, necessariamente,  dalla frequenza religiosa.

In quegli anni ero in Inghilterra, giovane madre di un bambino piccolo:  io stessa non pensavo di passare gli anni futuri accudendo un bambino dopo l’altro. Né lo pensavano le mie amiche. Ricordo ancora i discorsi sconcertati di allora, il forzato abbandono della pratica religiosa da parte di varie coppie, di molte donne. Che, costrette dalle circostanze, o cessano la frequentazione religiosa o, se più ‘fortunate’ nei rapporti con membri avanzati del clero, gesuiti in testa, seguono gli insegnamenti religiosi in genere: ma non quelli riguardanti la contraccezione.

Sandri ricorda inoltre e propone un ulteriore fronte problematico: quello dei divorziati, che possono poi anche essersi risposati civilmente e che sembrano aver chiuso per sempre, dato il loro comportamento, ogni rapporto con la Chiesa. Anche in questo caso, ricorda lo studioso, la questione sembra formalmente ignorata in ambito cattolico.

«Seppure formalmente ignorate dal Vaticano II, esistevano però anche allora persone che, cattoliche praticanti, una volta rimaste sole, dato che il partner aveva definitivamente abbandonato la famiglia per viversi un altro amore, si erano di fatto accasate con un nuovo partner. L’imbarazzante situazione era però un tabù, per la Chiesa, e così il Concilio non volle aprire il dossier. Un silenzio che, tuttavia, per un attimo fu rotto in modo clamoroso, in San Pietro, la mattina del 29 settembre ’65».
Padri-conciliari.

Padri conciliari

Che era accaduto? Che mons. Elias Zoghby, vicario patriarcale per i melkiti in Egitto, era intervenuto in aula ricordando il caso di donne abbandonate dal marito, che con il tempo si erano trovate nella necessità di ricostruirsi una vita: le Chiese orientali, aveva ricordato mons. Zoghby, avevano sempre avuto coscienza di avere questa autorità e di poterla esercitare in favore del coniuge innocente. E cita Matteo (5,32 e 19,6) in cui si fa una eccezione per il matrimonio, indissolubile sì ma con l’eccezione del caso di adulterio. La tradizione orientale, suggerisce, potrebbe essere ripresa e utilmente adottata.  Grande, naturalmente, l’eco sui media. Grande lo sconcerto della curia romana.

Il Concilio Vaticano II, nonostante tutto, sembrava avere schiuso porte, consentito di guardare al futuro con un certo ottimismo. Vi si parlava di ‘popolo di Dio’,  di coinvolgimento dei fedeli, uomini e donne. Molte cose erano sembrate, all’epoca, possibili. Ma, ribadisce Sandri, l’Humanae vitae  getta molti nello sconforto. In modo inequivocabile, vi si afferma:

«…la Chiesa insegna che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita. Tale dottrina (…) è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo».

Analoga e severa la posizione del successore, Giovanni Paolo II, che aveva come Prefetto della Congregazione della dottrina della fede il cardinal Joseph Ratzinger. Il nuovo pontefice difenderà in ogni modo la posizione del predecessore. Chi non è d’accordo perderà la cattedra universitaria, o non verrà scelto per l’insegnamento nelle università cattoliche. Nascerà anzi il Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II”  per studi su matrimonio e famiglia, per la difesa della Humanae vitae, presso la pontificia Università Lateranense.

Più tardi, nel 1980, il Sinodo dei vescovi dedicato alla famiglia cristiana vedrà, ancora, un sostanziale accordo su queste posizioni, con l’eccezione dei vescovi inglesi, che avanzeranno un appello tanto accorato quanto inascoltato. Non solo: poco dopo, la Familiaris consortio chiuderà ogni spiraglio: i divorziati risposati non saranno ammessi alla comunione eucaristica. Sandri intitola un paragrafo del suo libro: ‘Durezza contro i divorziati. Misericordia con gli assassini’: questi infatti avrebbero potuto essere perdonati, se avessero ammesso pubblicamente la loro colpa. Sandri non lo ricorda in questa sede – il discorso lo avrebbe portato lontano – ma Giovanni Paolo II è il pontefice che è stato vicino ad Ante Pavelić e agli ustascia, responsabili in effetti di delitti e assassinii, di molti lutti nei Balcani. È stato il pontefice che ha negato che donne violentate e volutamente ingravidate dal nemico potessero abortire. Ratzinger, è noto, continuerà questa politica di grande autoritarismo, anche costringendo tre vescovi tedeschi all’autodafé.

3Non mancavano allora, non mancano oggi posizioni più morbide, meno imperative: ad es. Sandri ricorda il cardinale Dionigi Tettamanzi, che parla di ‘comprensione’, da parte della Chiesa, del dolore, della difficoltà di coniugi che vivono un forte distacco l’uno dall’altro: la Chiesa, assicura il prelato, non dimentica né rifiuta queste persone, né certamente le considera indegne.

Il divorzio, come è noto, passa in Italia, diviene legge dello Stato. A ragione Sandri ricorda l’impegno di Giovanni Franzoni, già abate di S. Paolo, per il divorzio (Vd. il suo Il mio regno non è di questo mondo. Una risposta alla Notificazione della Cei sul referendum, 1974).  Il Paese si rivela meno succube all’insegnamento ecclesiastico di quando non si ipotizzasse in Vaticano. Il divorzio diventa legge dello Stato.

E papa Bergoglio? Questo è un importante interrogativo di oggi, un interrogativo che si riflette anche nel libro di Sandri. Che ricostruisce  una difficile, complessa storia in merito ai temi della famiglia, del matrimonio, del ruolo delle donne. A partire dal Sinodo del 2014, in cui si affacciano temi e problemi un tempo impensabili: contraccezioni, unioni di fatto, unioni tra persone dello stesso sesso, ecc. In sintesi, sembra emergere l’ipotesi di considerare la tematica dei divorziati e risposati caso per caso, con gradualità, pensando alle attenuanti. Nella interpretazione di Sandri, che è stato a lungo uno dei vaticanisti più noti e non ha mai smesso di occuparsi di questi temi, si supera in qualche modo, ‘alla chetichella’, il catechismo di Wojtyla, troppo recente perché lo si possa ripudiare ad alta voce. Il che non significa, certamente, che siano tutti d’accordo: ancora esistono conservatori e progressisti, come in Italia è ben noto: basti pensare alla fondazione Lepanto, che sarebbe ben felice se si potesse trovare un modo per deporre Francesco dal pontificato.

Sandri prosegue nel suo puntuale esame di quanto accade nella Chiesa: ed eccoci al Sinodo del 2015, che amplia le cause di nullità del matrimonio. Non senza contrasti, contraddizioni, preoccupazioni. Faticose e difficili, le posizioni condivise.  Ed ecco, il 19 marzo 2016, l’uscita della esortazione post sinodale di Francesco, l’Amoris laetitia.  In cui molto ci si sofferma sul tema della gradualità della pastorale, delle circostanze attenuanti nel discernimento, della misericordia pastorali.

Risolutivo, questo testo papale? Certamente, secondo l’autore, vi sono felici innovazioni. Ribadito il messaggio papale: la dottrina è una cosa, l’applicazione, la pastorale sono variabili, dovrebbero tenere conto delle mutate circostanze, della misericordia. Ma, sottolinea Sandri, alcuni punti cruciali non compaiono proprio. Non se ne parla. Restano difficoltà, incertezze interpretative che lasciano aperte varie ambiguità. Perché l’affermazione di fondo è quella già nota: riaffermazione della dottrina, cambiamento della pastorale. Insomma, un papa da un lato certamente innovativo, ben più ragionevole rispetto ai suoi immediati predecessori. Ma che non può non tenere conto dell’esistenza di forti dissensi, di difficoltà interne.

4Le reazioni confortano questa lettura: i capitoli X e XI ripropongono così, rispettivamente, le ragioni del Sì e quelle del No.  Il che rinvia, una volta ancora, a un mondo diviso, a una Chiesa in difficoltà. Talmente in difficoltà che il pontefice non rinnova la carica di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede al cardinale Gerhard Ludwig Müller, già alla guida dell’ortodossia cattolica. Gli succederà Pietro Parolin. Una scelta ovviamente significativa. Ma va ricordato che Müller rifiuta di mettersi a capo del dissenso rispetto al pontefice, mentre esorta a tenere presenti i cardinali che hanno espresso dubbi sulla Amoris laetitia e i numerosi firmatari di una lettera di critiche al papa, la cosiddetta Correctio filialis, di cui molti hanno avuto contezza grazie alla Fondazione Lepanto presieduta da De Matteis.

Resta l’evidenza del fatto che esistono forti resistenze all’idea di Bergoglio circa il procedere caso per caso, a proposito dell’eucarestia ai divorziati risposati. Un ‘labirinto teologico’, quello in cui si troverebbe oggi il pontefice, in cui si troverebbe la Chiesa romana. Come uscirne? Il libro ci propone un capitolo in cui si esaminano le reazioni che hanno avuto, che hanno messo in essere ortodossi ed evangelici circa divorzi e nuovi matrimoni. In cui sono contemplate le eccezioni.

Che fare, in una situazione così problematica? Sandri suggerisce un nuovo Concilio: una grande Chiesa come quella romana non può, a suo parere, temere un Concilio. In caso contrario, scrive, difficilmente si potrà arrivare a una reale pacificazione sul piano teologico e pastorale. E questo influirà sul nuovo conclave. Troppi e troppo pesanti infatti le questioni aperte: tra queste l’autore cita, mi sembra a ragione, il tema delle donne, tuttora discriminate all’interno della Chiesa. Un auspicio quindi comprensibile, anche condivisibile. Ma che difficilmente, temo, troverà un sollecito riscontro.

La casa editrice del volume di Sandri è l’Aracne, in genere specializzata in pubblicazioni universitarie: c’è da sperare che il testo sia in grado di fare un suo autonomo percorso. L’immagine in copertina è certamente pertinente e insieme controproducente, a mio avviso: abbiamo qui i reali di Inghilterra protagonisti del distacco dalla Chiesa di Roma. Anche il titolo, da un lato accattivante, potrebbe indurre perplessità. Il papa gaucho? In che senso viene utilizzata questa espressione che può sembrare irrispettosa e distaccata? In realtà l’intento dell’autore sembra un altro: un cavallerizzo generoso, ospitale, fedele all’amicizia, rispettoso del codice di giustizia, che si muove nelle pampas, le grandi praterie del Paese, il gaucho, come viene spiegato nella Introduzione.

Dati i contenuti estremamente puntuali e scrupolosi dell’ordine cronologico, delle diverse posizioni, sarebbe certamente un peccato che la copertina potesse indurre fraintendimenti e distogliere dalla lettura di un testo che è invece quanto mai equilibrato e puntuale.

Dialoghi Mediterranei, n. 35, gennaio 2019

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Maria Immacolata Macioti, già professore ordinario di Sociologia dei processi culturali, ha insegnato nella facoltà di Scienze politiche, sociologia, comunicazione della Sapienza di Roma. Ha diretto il master Immigrati e rifugiati e ha coordinato per vari anni il Dottorato in Teoria e ricerca sociale. È stata vicepresidente dell’Ateneo Federato delle Scienze Umane, delle Arti e dell’Ambiente. È coordinatrice scientifica della rivista “La critica sociologica”  e autrice di numerosissime pubblicazioni. Tra le più recenti si segnalano: Il fascino del carisma. Alla ricerca di una spiritualità perduta (2009); L’esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia (con E. Pugliese, nuova edizione 2010); L’Armenia, gli Armeni cento anni dopo (2015).

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