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Con il Mediterraneo nel mezzo ma con il destino in comune. Tra Bologna e il Marocco

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Marocco, da Biblioteche del Deserto

di Dimitris Argiropoulos, Lella Di Marco, Antonella Selva [*]

Progetti di ricerca al femminile

Il Mediterraneo negli ultimi anni – ormai diventati decenni – è purtroppo un riferimento tragico per le migliaia di persone (decine di migliaia) che sono state barbaramente abbandonate ai suoi flutti. Cambia cifra, tuttavia, per la diaspora dell’Africa, in particolare del nord, stabilizzata in Europa: per quest’ultima l’antica denominazione di Mare Nostrum viene risignificata, perde l’aura imperiale a favore di una dimensione domestica, il mare di casa, attraversato da un reticolo di nuove connessioni che disegnano nuove geografie.

Con il Covid il mare è tornato ad essere barriera. Frontiere chiuse nei due sensi, aerei inchiodati a terra, traghetti alla fonda nei porti, famiglie divise a metà, in molti casi proprio la parte emigrata nel mondo ricco si è scoperta ridotta a una miseria ben più cruda della parte rimasta al paese – oltre al danno la beffa. Su entrambe le rive un mondo come congelato nell’immobilità dell’attesa – del sussidio, del vaccino, della fine dell’incubo, della fine del mondo, di un futuro sempre più incerto, la vita disincarnata attraverso la luce azzurrina degli schermi.

In Marocco, nonostante un numero risibile di casi (in proporzione ha avuto fin’ora forse un decimo dei contagi dell’Europa), il confinamento iniziato a metà marzo ha cominciato ad allentarsi solo a giugno inoltrato, e anche dopo il Paese è rimasto isolato  verso l’esterno: qualche collegamento aereo e marittimo è ripreso sporadicamente in luglio, solo per cittadini marocchini residenti all’estero o stranieri residenti in Marocco, tutt’ora si può entrare solo su invito di un’impresa o muniti di una prenotazione alberghiera (ma quasi tutti gli alberghi sono chiusi, quindi in concreto si può entrare solo per lavoro). Grandi città come Casablanca e Marrakech non sono mai uscite dal confinamento e da ottobre nelle metropoli vige il coprifuoco dalle 21 alle 6. Ovunque gli orari del commercio sono ridotti allo stretto necessario e i siti turistici chiusi al pubblico (per dire: a Casablanca si può camminare per le strade ma non sul lungomare – a quanto pare la visione penitenziale della quarantena non è un’esclusiva italiana).

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Marocco, Artigiane Akka (ph. Consuelo Paris)

In questa situazione profondamente distopica, in cui tuttavia si sono moltiplicate le iniziative caritatevoli e l’attivismo solidale, ci siamo trovati, come associazione Sopra i ponti, storico organismo della diaspora marocchina a Bologna, a dover avviare (agosto 2020) un progetto di cooperazione pensato un anno fa, quando le condizioni erano radicalmente diverse. Il progetto, che si intitola “Emigrante? No … viaggio! Diaspora commecting people” ed ha ottenuto un finanziamento dell’OIM, era concepito per promuovere il turismo responsabile nel Marocco rurale e potenziare un embrionale circuito di economia solidale che collega piccoli produttori agroalimentari in Marocco, soprattutto cooperative femminili, con gruppi di consumatori critici in Italia. Insomma puntava tutto sul potenziamento delle connessioni tra i territori, che è poi la vera specialità della diaspora. Ma quali connessioni nell’attuale situazione di isolamento? La scelta era tra rinunciare o accettare una sfida difficile, ma in verità non c’era scelta in un anno di turismo a zero: la nostra cooperativa Asdikae bila Houdoud (Amici senza Frontiere) nata per offrire servizi turistici, e la rete di piccole cooperative rurali rimaste ancora più isolate nei loro remoti villaggi, potevano tentare di inventare un modo di lavorare anche in queste condizioni oppure soccombere.

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Marocco, Tessitrici di Taliouine (ph. Consuelo Paris)

Dopo mesi di interruzione delle comunicazioni interne alla rete, in piena estate ci siamo chiesti come fare ad avviare le attività progettuali che prevedevano prima di tutto una approfondita indagine sul campo per diagnosticare bisogni e risorse di ciascuna realtà aderente alla rete. All’interno del gruppo di staff non mancava lo scetticismo, che fosse impossibile cioè dare corso all’azione per via delle restrizioni governative e della ipotizzata paura del contagio da parte dei referenti locali, i quali, relativamente al sicuro nei villaggi di campagna, avrebbero preferito non accogliere i delegati venuti dalle città infestate dal virus (o presentate come tali dai media). Si era propensi a spostare l’indagine in modalità online, con un inevitabile drastico depotenziamento dell’azione. Il confronto, anche aspro, è esitato in una sintesi efficace: l’indagine sul campo sarebbe stata preceduta da una consultazione mediante videoconferenze con ciascuna realtà della rete (oltre una ventina di piccole coop e associazioni). Era una scommessa tutta da verificare: stiamo parlando in molti casi di gruppi di donne contadine in gran parte analfabete e uomini ugualmente distanti dalle tecnologie. Pochi/e avevano a disposizione un computer, ma tutte/i possedevano un cellulare. Con alcune/i referenti è stata necessaria una pre-formazione via telefono per installare o attivare l’app scelta per i collegamenti e a molti abbiamo dovuto ricaricare il cellulare per permettere loro di connettersi perché in questa situazione di crisi non potevano permettersi neanche quella minima spesa.

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Marocco, Coop. Brachoua (ph. Consuelo Paris)

Eppure nel giro di due settimane, tra agosto e settembre, tutte le organizzazioni rurali della rete hanno partecipato a una videoconferenza in cui ci si è scambiati notizie sulle condizioni del villaggio dopo il confinamento, è stato presentato il progetto unitamente agli obiettivi dell’indagine diagnostica e si è verificata la disponibilità dei/lle referenti ad accogliere nel villaggio gli operatori incaricati dell’indagine. Riuscire a effettuare questa pre-indagine online è stato già di per sé un grosso risultato. In più è venuto fuori che tutti, tranne un paio di villaggi in zona rossa per la presenza di cluster di contagi, erano felici di riprendere i contatti e disponibili all’accoglienza.

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Marocco, Tessitrici di Taliouine (ph Consuelo Paris)

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Marocco, Coop. Brachoua, Donne impegnate nella preparazione del pane (ph. Consuelo Paris)

Per quanto riguarda gli aspetti burocratici, va precisato che da Casablanca non si poteva uscire senza specifica autorizzazione prefettizia, e l’intera rete stradale era (è tuttora) disseminata di posti blocco per controllo dei movimenti. Da qui lo studio delle procedure per ottenere l’autorizzazione e l’acquisizione dei documenti utili a superare i posti di blocco.

L’indagine, condotta da due operatori di grande esperienza, è stata realizzata in 18 giorni, ha attraversato il Marocco da sud a nord, dal deserto all’oceano e ha dato risultati sorprendenti in termini di rivitalizzazione della rete associativa: l’accoglienza è stata ovunque calorosissima, come se ci si incontrasse tra sopravvissuti a una catastrofe (e un po’ era così!). Ovunque si è riscontrata una enorme voglia di fare, di muoversi, di spezzare in qualunque modo questa immobilità surreale. In una parola, di riprendere le relazioni. Dirette, concrete, fatte anche di corpi e non solo di bit. 

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Marocco, Ban Khadire Foum Zguid (ph Consuelo Paris)

Tale voglia di partecipazione era palpabile nel successivo incontro tenutosi ad Afourer, cittadina alle pendici del Medio Atlante nella regione centrale del Paese, il 25-26 ottobre, a cui ho partecipato personalmente anch’io. Il secondo step del progetto prevedeva infatti un incontro dei/lle delegati/e di tutta la rete per tenere l’assemblea annuale della rete associativa (in ritardo di molti mesi a causa del confinamento) e due sessioni di formazione in tema di accoglienza turistica (valorizzazione della gastronomia regionale) e web marketing dei prodotti agroalimentari (una novità imposta dalla rapida digitalizzazione che sta investendo anche il Marocco). La partecipazione è stata massiccia ed entusiastica, benché i limiti di budget e le regole anticontagio imponessero di non superare le 30 presenze. Giovanissime delegate da località remote del sud, del deserto, delle montagne, hanno affrontato viaggi anche notturni di più di 12 ore in pullman per partecipare, presentare i prodotti della loro cooperativa, conoscere le altre realtà della rete, quasi che l’incontro rappresentasse una sorta di rinascita alla vita sociale, un segnale che l’incubo poteva finire. E la sorprendente numerosità di donne giovanissime in qualche modo sottolineava il sapore primaverile dell’incontro, in contrasto con la data autunnale.

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Marocco, Cooperativa Taymate Timoulilt (ph. Consuelo Paris)

La nostra soddisfazione come promotori del progetto è stata grande perché abbiamo toccato con mano da un lato la crescita della rete associativa, nella partecipazione e nella consapevolezza dei/lle delegati/e, nelle idee e progetti che ne sono sprigionati, nella grinta e nella determinazione di andare avanti nonostante tutto, nella disponibilità a cogliere le sfide della digitalizzazione. La sessione sul web marketing ha prodotto l’idea di proseguire il lavoro con una carovana che porti il formatore presso le cooperative per formarle sull’utilizzo dei social media e realizzare in ciascun villaggio micro-eventi online rivolti ai consumatori italiani; l’accompagnamento sulla gastronomia regionale, curato dalla presidente della rete, l’insegnante Jamila Amzil (prima donna del suo villaggio a laurearsi!), sta già producendo un fitto scambio di ricette e sperimentazioni gastronomiche che attraverso la rete delle donne addette all’accoglienza turistica in famiglia verranno proposte agli ospiti stranieri quando potranno di nuovo essere accolti. Così si mette a frutto, migliorando i servizi e la formazione degli/lle addetti/e, questo tempo di frontiere chiuse.

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Marocco, Afouer, Corso di formazione (ph. Antonella Selva)

Poco a valle di Afourer, nel villaggio di Ait Iazza, si trova la piccola “Biblioteca comune Roberto Di Marco”, centro di lettura, di aiuto ai compiti per i più piccoli, sala studio per i più grandi, aula per l’alfabetizzazione delle donne adulte, attrezzata grazie a una donazione della famiglia dello scomparso prof. Di Marco, e gestita da un collettivo di insegnanti locali di cui fa parte la già citata Jamila Amzil. L’occasione dell’incontro di rete è stata arricchita da un piccolo gesto dall’alto valore simbolico: il nostro presidente onorario Mohamed Rafia Boukhbiza, storica anima dell’associazione, ha consegnato alla presidente e bibliotecaria volontaria Jamila una copia della Lettera a una professoressa di Don Milani e dei suoi ragazzi della scuola di Barbiana, dono della famiglia Di Marco. Il celebre testo è stato infatti pubblicato in traduzione araba a cura di Dimitris Argiropoulos dell’Università di Parma e alle nostre orecchie è immediatamente risuonata la corrispondenza tra l’esperienza di Barbiana e l’esperienza della biblioteca di villaggio curata da Jamila [1]. Ma più di tutti è stato colpito, direi quasi folgorato, dal testo il nostro Mohamed Rafia Boukhbiza, che si è immedesimato in pieno con i ragazzi di Barbiana, lui che negli anni ‘60, figlio dello storico quartiere popolare della vecchia medina di Casablanca, si era sentito respinto, bambino, dalla rigidità della scuola formale per recuperare poi solo da adolescente un percorso di istruzione grazie ai corsi “di seconda chance” che il Marocco indipendente a quei tempi offriva proprio per dare risposta al dilagante analfabetismo lasciato dal protettorato francese.

I Care

 Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali
يواستلاب صصحلا مسقت نأ نم سىقأو دشأ فاحجإ كانه
سيل .اساسأ نيواستميغ مه نم يب

copertina-libro-estesa-18-6-rev2-page-0I Care, il prendere/si cura come modalità educativa. “Come potevo spiegare […] che io i miei figlioli li amo, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare?” [2]

Molte persone che si occupavano di educazione erano interessate a conoscere il metodo della scuola di Barbiana. A questo scopo il 31 gennaio 1962 l’assessore alla Pubblica Istruzione di Firenze, Fioretta Mazzei, organizzò una conferenza a Palazzo Vecchio, nella quale don Milani raccontò la sua esperienza di maestro ai direttori didattici fiorentini: «se mi domandate perché faccio scuola, rispondo che faccio scuola perché voglio bene a questi ragazzi […] è una cosa affettiva, naturalissima»[3].

A chi gli chiedeva il segreto di Barbiana, il priore rispondeva che era una questione di «come bisogna essere» più che di «come bisogna fare per fare scuola»[4]. Sostenitore convinto della forza della relazione educativa nell’evoluzione delle persone, sapeva che per essere maestro di vita se-ducente non poteva restare indifferente al mondo emozionale dei ragazzi, ma doveva lasciarsi compromettere, facendo dono di sé, «perché la gente non crede a chi non ama»[5].

Egli riteneva che fosse il maestro, con la sua carica di fiducia e il suo amore incondizionato, la chiave per l’impegno e la motivazione degli alunni nel loro percorso di crescita [6]. Lorenzo Milani riteneva inoltre che buon educatore deve essere una persona virtuosa, degna di essere presa come esempio, compiendo un’autoanalisi sui propri comportamenti: «ho badato a edificare me stesso, a essere io come avrei voluto che diventassero loro».

Se si vuole incidere sulla realtà bisogna comportarsi in modo coerente coi propri valori; la testimonianza è fondamentale per essere considerati credibili dai ragazzi. «Lungo l’anno i giovani ci vedranno agire, reagire, pensare, rispondere in mille occasioni diverse, sempre eguali a noi stessi, sempre e senza sforzo presenti alla nostra visione della vita»[7].

12-lettera-versione-arabaLa scritta I care che troneggiava nell’aula di Barbiana era l’atteggiamento principe del priore e obiettivo di vita per i suoi alunni, significava “ho a cuore la tua crescita”, “sei presente nei miei pensieri”. Una cura che è amore, attesa e sospensione del giudizio e che aiuta l’altro a prendere forma, a capire qual è il proprio posto nel mondo, nella consapevolezza di essere amato e accettato dal maestro [8]. Un lavoro di cura che non è unilaterale ma si sviluppa nella tensione comune, grazie ai vincoli emotivi e affettivi che legano educatore ed educando [9]. «È dalla reciprocità che si sviluppa la formazione […], facendosi compartecipazione»[10].

I care significa emozione, sentire e muoversi, una spinta verso l’altro che nella cura educativa diventa comunicazione empatica che supera il distacco, la negazione, la distanza. Significa ri-trovarsi insieme, significa incontro e in-contro interessato. Significa apertura, conoscenza, desiderio e speranza di una buona convivenza. Significa speranza interessata. Significa trasformare i paesaggi di solitudine, come quello che ha trovato don Lorenzo Milani a Barbiana, in una moltitudine umana dove tutti possono, ognuno a suo modo.

I care, mi interessa: io spero che la traduzione in lingua araba di questa Lettera a una professoressa generi interesse, come penso desidererebbe don Milani, per i contenuti e per la centralità che la lingua, tutte le lingue, hanno avuto nel suo pensiero pedagogico e nella sua azione civile e democratica. Desidero e spero che questa Lettera sia letta con passione anche dalla gente di lingua madre araba ovunque loro si trovino.

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Mauritania (da Biblioteche del deserto)

Traduzione e tradizione

Intendo porre due questioni importanti quanto difficili da affrontare anche in questa sede a partire dalla collana di testi curata da Argilopoulos e da alcuni ritrovamenti di testi-manoscritti nel deserto della Mauritania tanto da costituire le biblioteche nel deserto.

Argilopoulos con la sua collana in fieri si è posto il problema della “mondialità”, dell’urgenza di allargare la conoscenza andando oltre, cioè trans-ducere, portare oltre i propri confini linguistici, senza tradire alcun pensiero. Procede con una squadra di traduttori che vivono in loco per scrutare, capire, scoprire convivendo con i locali. L’azione è comune, in-comune: stessa passione, medesimo coinvolgimento. Azione anche reciprocamente e-ducativa o come potrebbe definirla lui stesso nella strategia della co-spirazione, nel senso di respirare assieme stessa aria e stessa cultura in un sapere accogliersi. Condividendo sogni e progetti politici di cambiamento con protagoniste le soggettività che pensano e agiscono, producendo cultura. Ovvero intercultura dell’inclusione 

Il problema è di grande attualità. Nuovo e antico. Conoscere il mondo e capirne le diverse concezioni del mondo elaborate da uomini e donne in luoghi e tempi diversi, oggi più che mai ha bisogno del superamento del confine linguistico. La tecnologia aiuta ed è molto avanti ma tra-durre – si sa – non può essere semplice trasposizione meccanico-letterale della parola scritta da una lingua all’altra. Occorre conoscere bene la cultura di chi ha prodotto in origine il testo e la cultura, oltre che il registro linguistico, del Paese verso cui muove il testo tradotto. Le stesse difficoltà e i medesimi errori spesso con guai pesanti si riscontrano nella mediazione linguistica fra immigrati e istituzioni. Accade che il mediatore o la mediatrice, pur conoscendo la lingua, per esempio l’arabo, non riesca a mediare fedelmente, travisando o mettendoci del suo o addirittura non trovando le parole per “dirlo”. Per la lingua araba questo è un pericolo reale. Si consideri che c’è l’arabo classico parlato soltanto in Palestina e fra gli accademici egiziani, mentre in tutti gli altri Paesi arabi si parlano “dialetti” con reali difficoltà nel con-durre le loro parole in un’altra lingua senza tradire il loro pensiero.

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Mauritania (da Biblioteche del deserto)

Problema in verità non semplice che ha già coinvolto molti teorici, da Umberto Eco a studiosi come Margherite Yourcenar, autrice del famosissimo Le memorie di Adriano, scrittori che hanno seguito personalmente le traduzioni dei propri libri in altre lingue.

È vero altresì che senza il tentativo di traduzioni, anche se a volte discutibili, la nostra cultura sarebbe molto più povera da tempi remoti. Abbiamo letto traduzioni che sono stati “rifacimenti”, ricostruzioni, pretesti per veicolare il proprio pensiero e, in questo momento, il mio pensiero va a Ugo Foscolo e alla sua invettiva a Vincenzo Monti (pur dentro un dramma familiare) apostrofato in tono dispregiativo come il traduttor dei traduttor d’Omero, alludendo al fatto che non aveva attinto direttamente dal testo greco. Eppure il lavoro di Monti è di grande valore anche se non aderente a quanto viene attribuito ad Omero nel testo originale dell’Iliade. Ma questo è un altro discorso. Sappiamo come attualmente ci sia anche un grosso fermento all’interno della Chiesa ufficiale su certe espressioni tradotte in modo scorretto o ambiguo come lo definiscono molti teologi cattolici. Il riferimento è ad esempio alle parole attribuite al Cristo o al suo essere definito “ebreo” da parte di madre o alla vita stessa di Maria nel rapporto con il Figlio e gli apostoli.

Ho conosciuto negli anni passati Joyce Lussu, figura notevole del Novecento letterario e politico, spesso legata al nome di Emilio Lussu, fondatore del Partito d’azione, scrittore e Ministro del primo governo post fascista. L’ho frequentata per anni con un gruppo di giovane donne, come allieve ai piedi di una grande Maestra: donna poeta antifascista moglie madre Sibilla essa stessa. Ci parlava della sua traduzione in italiano dei testi di poeti-scrittori rivoluzionari come una delle sue attività che lei stessa considerava estremamente rivoluzionarie, proprio per la diffusione di quel pensiero oltre i confini geo-linguistici. Joyce arrivava alla traduzione dopo una intensa vita con l’autore da tradurre, nel suo luogo e fra la sua gente. Coinvolta in ricerca, studio, osservazione ma anche sedotta da forti sentimenti. Esempio notevole la traduzione delle poesie di Nazim Hikmet, il grande poeta turco perseguitato prima da Ataturk e poi dal governo filo hitleriano, che, durante i dodici anni di carcere durissimo, scrisse moltissimo, quasi un’opera monumentale della sua terra, intorno a quanto accadeva nel quotidiano. Il tutto come inno alla vita, all’amore, alla libertà, in cui le figure singole acquistano una dimensione corale. I suoi testi sono ancora proibiti in Turchia.

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Mauritania (da Biblioteche del deserto)

Jabes, intellettuale ebreo nato da genitori italiani e cresciuto in Egitto, poi nazionalizzato francese, alla ricerca di una patria e di una sua terra mai trovata, vede nel deserto il Libro «scritto sulla sabbia, che neppure le abbondanti piogge potranno mai farlo arretrare». Jabès, che ho conosciuto a Bologna negli anni 80, torna alla mia mente con i libri nel deserto: l’immensa mole di manoscritti di notevole e prezioso interesse storico e culturale, presente nelle quattro città principali della Mauritania. Un sapere inestimabile, accumulato nei secoli dai popoli che viaggiavano, s’incontravano e scambiavano merci e conoscenze, attraversando il Sahara, il più grande deserto che conosciamo. Una grande via di comunicazione, una rotta parallela al Mar Mediterraneo, che univa popoli e culture diversi, che mercanti ed esploratori con le loro carovane seppero percorrere prima del mare.

Il deserto nasconde ancora, fra le sue dune, dieci secoli di storia delle popolazioni del Sahara e del Sahel, patrimonio notevole da studiare e proteggere per salvarlo. La questione agli occidentali non è mai apparsa interessante; del resto tra colonialismo e sfruttamento dell’Africa gli interessi principali sono stati sempre altri, ovvero “portare la civiltà in quelle aree abitate da barbari”.

Comunque ormai quella mole di documenti è considerata un Patrimonio dell’umanità con le migliaia di manoscritti insabbiati negli scantinati delle moschee, sotto le tende dei nomadi e presso famiglie borghesi delle città del Marocco Sahariano, della Mauritania, del Mali e del Niger. È in tutta evidenza la conservazione-rilettura di questi documenti non è utile soltanto al mondo musulmano, contribuendo a rivelare indicazioni importanti anche per altri popoli e per l’Occidente in primo luogo. Tanto più che è ormai chiara la consapevolezza che siamo tutti connessi, oltre la telematica. Da soli, non serviamo più a noi stessi, dal momento che non siamo autosufficienti ma interdipendenti, correlati ad un bisogno urgente di socializzazione delle risorse e delle conoscenze.

Sid’ Ahmed Ould Habott, ricco e stimato uomo d’affari, possiede la maggiore biblioteca privata del mondo mauro. Afferma che la sua casa è diventata un piccolo ateneo internazionale dove visitatori arrivano da Paesi lontani, come Siria, Arabia Saudita, per consultare i manoscritti: dalla medicina alla letteratura, alla economia commerciale, alla religione, insomma quei testi della più alta cultura islamica che nel Medioevo i mercanti portavano dall’Oriente in Occidente per farli ricopiare ai nostri amanuensi.

Accade intanto anche l’immancabile smania di miliardari americani disposti a spendere cifre astronomiche per portare uno di quei manoscritti nelle loro case, come trofeo   di potere e prestigio personale, indipendentemente dal valore culturale intrinseco dell’opera. Sulla difesa di questo patrimonio, UNESCO ed altre agenzie internazionali compresa l’Italia sono in azione. Lo dico con gioia ma anche con amarezza assistendo quotidianamente alla chiusura di molte biblioteche in Italia, di molti centri culturali (pandemia a parte) nonché all’incuria quando non al rifiuto, da parte di istituzioni pubbliche, di accogliere donazione di libri e manoscritti di intellettuali italiani, motivato dalla mancanza di spazio o dalla carenza di personale. Un modo specioso e scandaloso di negare cittadinanza alla memoria.

Dialoghi Mediterranei, n. 47, gennaio 2021
[*] I testi vanno così rispettivamente attribuiti: Progetti di ricerca al femminile è a firma di Antonella Selva, I care di Dimitris Argiropoulos, Traduzione e tradizione di Lella Di Marco.
Note
[1] «Io che vengo da un piccolo villaggio situato nel Nord della Siria – scrive Hisam Allawi – aratterizzato da tanta povertà e discriminazione, mi sentivo come uno di quei ragazzi autori del libro. Così l’orgoglio è aumentato, scoprendo che il libro è uno dei più significativi che abbia mai letto. Una testimonianza che raccoglie la vita dei poveri nel mondo, uniti dalle stesse condizioni. Le problematiche affrontate dai ragazzi di Barbiana ci dimostrano che il mondo era già un piccolo villaggio ai loro tempi prima ancora dell’invasione della tecnologia che ci unisce in un mondo irreale, mentre il mondo che raccontano i ragazzi ci unisce sentimentalmente nonostante le distanze e i confini.  La traduzione è stata fatta conservando il suo significato e riadattandolo nella maniera più vicina possibile ad una cultura così lontana da quella La traduzione è stata fatta conservando il suo significato e riadattandolo nella maniera più vicina possibile ad una cultura così lontana da quella occidentale».                                 
[2] L. Milani, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007: 222.
[3] L. Milani, La parola fa eguali, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2005: 71.
[4] L. Milani, Esperienze Pastorali, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1997: 239.
[5] Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, cit.: 160.
[6] Cfr. D. Maviglia, L’azione critica della parola nell’esperienza pedagogica di Don Milani in D. De Salvo, L’eredità pedagogica di Don Milani, Quaderni di Intercultura, 2011: 33.
[7] L. Milani, Esperienze pastorali, cit.: 238.
[8] Cfr A. Versace: “I care”: componenti emozionali in D. De Salvo, L’eredità pedagogica di Don Milani: 61
[9] Ivi: 63.
[10] G. Mollo, Il problema della formazione in R. Pagano, La pedagogia generale, Monduzzi, Milano, 2011: 170.

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Dimitris Argiropoulos, docente di Pedagogia Speciale all’Università di Parma, per il Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali. Educatore, si occupa di pedagogia della marginalità e delle emergenze, con articolare attenzione ai contesti delle migrazioni, e delle minoranze etniche. Ha condotto ricerche riguardanti le condizioni di vita dei rom in situazione residenziali di campi “nomadi” e ha indagato il rapporto tra immigrazione e disabilità. Attivista e membro della Fondazione Romanì, ne coordina il Comitato Scientifico, ed è coinvolto in attività di cooperazione educativa internazionale. Si occupa infine di schiavizzazione e traffico di esseri umani e si interessa della formazione degli Educatori di Strada.
Lella Di Marco, laureata in filosofia all’Università di Palermo, emigrata a Bologna dove vive, per insegnare nella scuola secondaria. Da sempre attiva nel movimento degli insegnanti, è fra le fondatrici delle riviste Eco-Ecole e dell’associazione “Scholefuturo”. Si occupa di problemi legati all’immigrazione, ai diritti umani, all’ambiente, al genere. È fra le fondatrici dell’Associazione Annassim.
Antonella Selva, socia fondatrice e membro del comitato direttivo di Sopra i ponti, ha collaborato alle trasmissioni di informazione della emittente locale Radio Città 103 (oggi Radio città Fujiko) dal 1989 al 1997, è stata consigliera comunale a Bologna dal 1992 al 1999 per Rifondazione comunista. Dalla fine degli anni 80 si interessa al tema dell’immigrazione e partecipa al movimento antirazzista e pacifista. Approfondisce la conoscenza degli squilibri nord-sud con viaggi di conoscenza e cooperazione in Nicaragua (1992 e ’93), marcia della pace a Sarajevo del beati costruttori di pace (dicembre 1992), Iraq (1993), Palestina (1990, 1994), Kurdistan (1994), Libia (1995). Lavora come impiegata presso la Ausl di Bologna e scrive e disegna fumetti: ha pubblicato due graphic novel (Femministe, 2015, e Cronache dalle periferie dell’impero, 2018) e due racconti brevi a fumetti contenuti in pubblicazioni collettanee (Alla ricerca della sua terra, 2012, e Come il Titanic, 2013).

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