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Climateconomia. Politiche agricole e cambiamento climatico nell’Eurozona mediterranea della Sicilia

Pomodori di Pachino

Pomodori di Pachino

di Davide Sirchia

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Il termine climateconomia  vuole indicare la stretta relazione che passa tra il cambiamento climatico e le scelte economiche e politiche. Adattarsi alle nuove esigenze territoriali è una prerogativa dell’uomo sociale in qualità di produttore di cultura. Osservare un cambiamento culturale attraverso gli adattamenti e il suo inventare nuovi schemi politici ed economici per rendere vincente l’adattamento, è lo scopo ultimo di questo breve contributo.

Diversi antropologi hanno affrontato i cambiamenti politico-commerciali e i cambiamenti climatici “vissuti” dai Paesi non occidentali in chiave di sviluppo economico, ben pochi invece si sono occupati delle stesse tematiche in ambito europeo. La Sicilia e il “Mezzogiorno d’Italia”, sia per questioni storiche sia per la posizione geografica in cui l’area si trova, può essere considerata alla stessa stregua di una zona “esotica”, posta però nel Meridione d’Europa.

Gli studi antropologici sul Mediterraneo evidenziano come il Sud Italia sia caratterizzato da un’area culturale [1] tipica che presenta connotazioni diverse da quelle del Nord e dell’Europa, come ipotizza Banfield (1976) con il suo familismo amorale diffuso nel Sud Italia; o ancora Herzfeld (2003) che evidenzia lo stereotipo della furbizia italiana in certe aree culturali. Questi studi d’area spingono ad una riflessione sull’interesse degli elementi antropologici che distinguono il territorio meridionale europeo, focalizzando il campo di studio nell’area di confine tra l’UE e il sud del Mediterraneo, quale è la Sicilia.

Negli ultimi anni la regione geografica della Sicilia è attraversata da un cambiamento della produzione delle colture agricole: ai tradizionali agrumeti o piantagioni di pomodorino di Pachino si sostituisce sempre più la produzione di frutti sin ora considerati prettamente esotici. Nella zona occidentale dell’Isola sta intensificandosi la produzione di Papaya e Banane e nell’area orientale si mette in coltura il lychees, tutte piante che necessitano del “clima equatoriale”.

È noto che la zona di confine sud europea è caratterizzata dal cosiddetto “clima Mediterraneo”, contraddistinto da un lungo periodo di siccità estiva che si contrappone ad inverni piovosi con temperature miti. Il clima equatoriale, invece è connotato da temperature medie annuali piuttosto elevate accompagnate da precipitazioni generalmente abbondanti. Le precipitazioni sono distribuite in maniera più o meno uniforme durante l’anno ma sono spesso a carattere temporalesco, anche se di breve durata. L’escursione termica annuale è molto bassa, e garantisce una temperatura costante durante tutto l’anno. Sembra che queste caratteristiche climatiche stiano progressivamente soppiantando il clima mediterraneo e molti specialisti, come ad esempio Andaloro, asseriscono che siamo «assoggettati alla tropicalizzazione del Mediterraneo» [2].

Papaya in Sicilia

Papaya in Sicilia

Il processo di “tropicalizzazione del mar Mediterraneo” come conseguenza del cambiamento climatico con il riscaldamento globale comporta, altresì, una migrazione di fauna e flora provenienti dalle zone tropicali e sub tropicali, prima estranee all’area mediterranea. Studi di agraria con l‘appoggio dell’Ateneo palermitano, stanno mettendo a punto un piano per lo «sfruttamento della tropicalizzazione del Mediterraneo», coltivando specie terrestri tropicali, come appunto la Papaya e le Banane nella zona occidentale dell’Isola, mentre nella zona costiera orientale si predilige la coltura del “lychees” (Litchi chinensis Sonn) di varie qualità, delle quali alcune di grande valore commerciale. Alcune varietà del lychees si sono distinte soprattutto per la quantità prodotte, tant’è che riferiscono alcune fonti che il frutto viene commercializzato nel nord Italia e in alcuni Paesi d’Europa. Tra queste varietà sottolineiamo: la Wai-Chee, la Kwai Mai e la Mclaine. Quantità e qualità del prodotto hanno fatto sì che il frutto si sia inserito nei canali commerciali d’Europa, entrando in competizione con gli stessi frutti prodotti all’estero. Il prezzo di vendita vantaggioso ha permesso lo stabilizzarsi della richiesta di questi Paesi.

Oggi intere zone agricole sono state riconvertite a queste nuove colture dando vita a nuove forme di agro-business regionale che, sfruttando le coltivazioni intensive e gli accordi di libero commercio nell’area comunitaria, riescono a produrre ingenti quantità di prodotto e ad esportarle a prezzi competitivi nei Paesi membri, rendendosi concorrenziali e vincenti.

La Conca D’oro [3] dell’area metropolitana di Palermo e la zona della provincia di Trapani sono due zone emblematiche che testimoniano il passaggio sempre più incalzante alle piantagioni tropicali dalle tradizionali colture mediterranee.

Per comprendere il perché della scelta della variazione agricola così dirompente, non si deve focalizzare l’attenzione solo sul cambiamento climatico che attraversa la regione, ma bisogna tenere in considerazione altre variabili, più prettamente economiche, che stanno allo stesso modo caratterizzando l’area, come i rapporti commerciali che la Comunità Europea ha stretto con altre nazioni mediterranee e le ripercussioni economiche e politiche che queste hanno sulle scelte del tipo di agricoltura da praticare, ed infine come l’economia locale, nazionale e comunitaria reagisce a fronte di queste importazioni.

Per rendere concreto un concetto così articolato useremo come esempio la filiera di produzione del pomodorino di Pachino, una varietà di pomodoro che appartiene alla specie botanica Lycopersicum esculentum Mill, introdotta in Sicilia alla fine del 1980 da una società israeliana [4]. Il pomodorino di Pachino, caratterizzato dalla sua forma a grappolo, è gestito da un consorzio che ha ottenuto l’etichetta di IGP (Indicazione Geografica Protetta), ovvero il marchio di origine che viene attribuito dall’Unione Europea a quei prodotti agricoli e alimentari per i quali una determinata qualità, la reputazione o un’altra caratteristica dipendono dall’origine geografica, e la cui produzione, trasformazione e/o elaborazione avvengono in un’area geografica determinata.

Come Delfosse [5] indica, le etichette alimentari non sono sempre un beneficio per le industrie agroalimentari, in quanto il costo economico di cui le aziende si fanno carico per rispettare la “coltura tipica” comporta un aumento del prezzo di vendita. I consumatori, spesso, tra la scelta di un prodotto alimentare avente l’etichetta “IGP” o “DOP” e prodotti alimentari simili, ma senza etichetta, preferiscono acquistare quest’ultimi, per il prezzo più contenuto. Questa scelta del consumatore medio danneggerà la filiera dei prodotti tipici abbassandone la domanda ma non il prezzo, a causa dei costi della produzione. Questo porterà ad un aumento della richiesta dei prodotti non etichettati, spesso importati, favoriti dagli accordi internazionali.

Produzione di avocado in Sicilia

Produzione di avocado in Sicilia

Probabilmente il rapporto costo-beneficio, intendendo per “costo” l’onere economico che il consorzio paga per apporre l’etichetta e per “beneficio” i valori che l’etichetta attribuisce al prodotto quali qualità, produzione locale o nostrani, quindi a km. 0, etc., non va affatto a vantaggio della scelta dell’acquisto da parte dei consumatori. La spesa dell’etichettatura (costo) verrà sommata al prezzo base del prodotto, pertanto il consumatore avrà un prodotto che economicamente si posizionerà fuori mercato rispetto a quelli importati. Questi ultimi, in quanto prodotti in zone climatiche simili, avranno e manterranno le stesse caratteristiche organolettiche di quelle coltivate dal consorzio, ma il loro prezzo di vendita non sarà aggravato dal “costo” dell’etichettatura.

Mutuando le riflessioni di Delfosse, probabilmente sarebbe opportuno creare un sistema di protezione e di qualità differente, che non gravi in “costi” economici sui consorzi e quindi sul prezzo finale di vendita, favorendo così una “competizione” più equa tra i prodotti locali e quelli importati.

Oltre al fattore dell’etichettatura bisogna anche tenere in considerazione l’accordo Euro- Mediterraneo sull’importazione dei prodotti agricoli dal Nord Africa. Tra il 1998 e il 2005 l’Unione europea (UE) ha stipulato degli accordi euro-mediterranei di associazione con sette Paesi del Mediterraneo del Sud quali Libano, Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Marocco e Tunisia. Questi accordi fungono da base alla progressiva liberalizzazione degli scambi nello spazio Mediterraneo, stabilendo altresì le condizioni della cooperazione in ambito economico, sociale e culturale tra l’Unione europea e i Paesi partner.

Il partenariato euro-Mediterraneo tra l’Unione europea (UE) e i Paesi del Mediterraneo del sud è stato avviato nel 1995 dal processo di Barcellona. Tale partenariato politico, economico e sociale si basa sui principi di reciprocità, solidarietà e co-sviluppo. Gli accordi incoraggiano la cooperazione intra-regionale dei Paesi partner del Mediterraneo in chiave di sviluppo economico e sociale. Essi prevedono la progressiva istituzione di una zona di libero scambio nel Mediterraneo, nel rispetto delle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). La libertà di circolazione delle merci tra l’UE e i Paesi del Mediterraneo risulterà possibile attraverso: la progressiva eliminazione dei dazi doganali; il divieto delle restrizioni quantitative all’esportazione e all’importazione, nonché di altre misure di effetto equivalente o discriminatorie tra le parti.

Queste regole si applicano in particolare all’importazione di prodotti industriali, agli scambi di prodotti agricoli, trasformati e non, e ai prodotti della pesca. Possono essere adottate, tuttavia, delle misure di salvaguardia per ragioni di interesse pubblico o per tutelare un settore economico particolarmente vulnerabile. Inoltre i partner si impegnano a raggiungere la completa liberalizzazione del settore dei capitali non appena sussisteranno le condizioni di base.

Coppetta di frutta mista tropicale siciliana

Coppette di frutta mista tropicale siciliana

Nei rapporti di compravendita, la differenza di prezzo di acquisto da parte dei commercianti tra le agricolture locali e quelle importate è ancora molto rilevante, in quanto le ultime costano molto meno rispetto alle locali, perché saranno il prodotto di una mano d’opera meno costosa, non saranno sottoposti al costo dell’etichettatura e, anche se attualmente su loro grava la spesa del dazio, il loro prezzo di vendita sarà inferiore ai locali, quindi i consumatori finali prediligeranno l’acquisto dei prodotti importati non solo per il prezzo modesto a cui sono offerti ma anche perché, provenendo dalla stessa area climatica, avranno lo stesso livello di gusto e qualità dei prodotti locali.

Il governo centrale della regione Sicilia cerca di “aiutare” gli agricoltori locali dando alcuni incentivi, ma spesso questi “aiuti economici” non bastano a far fronte alle perdite secche. Gli agricoltori locali, specie quelli del pomodoro di Pachino, stanno riducendo drasticamente le loro produzioni, abbandonando parti dei loro campi con i frutti paradossalmente pronti per la raccolta, così da evitare l’impiego di braccianti e quindi contenere i costi di gestione dell’impianto.

In un articolo di Repubblica del 17 febbraio 2012, il presidente della Coldiretti Sicilia, Alessandro Chiarelli, denunciava il fatto che alcuni prodotti importati da zone del Nord Africa, in particolare dal Marocco, erano abbondantemente distribuiti sul mercato italiano a prezzi molto competitivi rispetto ai frutti locali. La corsa al ribasso, insostenibile, per i produttori dell’Isola, è particolarmente evidente nella commercializzazione degli agrumi e di molti ortaggi, coltivati tradizionalmente in Sicilia.

In questa vera e propria guerra del “prezzo più basso” gli agricoltori siciliani hanno preferito non partecipare, lasciando le coltivazioni locali tradizionali alla produzione estera. La tendenza che possiamo registrare è che si preferisce di gran lunga investire capitale e forza lavoro nella sperimentazione e sviluppo di nuove forme di agricoltura, in grado di essere oggi competitive e vincenti in un mercato globale. Dagli esperimenti fatti sulle colture tropicali, notiamo che la scelta dei consumatori nell’acquisto dei prodotti siciliani è beneficiata dal costo inferiore rispetto agli stessi prodotti importati dalle zone produttrici “esotiche”. I costi doganali che gravano sui frutti “esotici” importati finisce col rendere piùù conveniente la stessa produzione condotta in territorio siciliano. A ciò si deve aggiungere che la non “etichettatura” dei prodotti rende decisamente più contenuto il costo finale del prodotto, aumentandone di conseguenza ulteriormente la competitività.

Dialoghi Mediterranei, n.24, marzo 2017
Note 
[1] Per area culturale viene designata «l’area geografica entro la quale erano presenti determinati tratti, ossia elementi culturali (…), nozione che poggia su una particolare concezione delle culture considerate come somma complessiva dei loro tratti componenti». Cfr Fabietti U.  (2015: 69-70)
[2] Andaloro F., (2001:53-56)
[3] Per Conca D’oro s’intende quella porzione costiera della pianura palermitana coltivata ad agrumeti, da cui prende il nome, indicando con il termine d’oro il colore dei frutti caratteristici. Dopo l’espansione dell’area metropolitana della città di Palermo ha notevolmente ridotto la sua estensione.
[4] Dario Bressanini, L’invenzione della tradizione: il pomodoro di Pachino, in QUERY, La scienza indaga i misteri, n.14, CICAP, estate 2013
[5] Delfosse, C. (2011: 115-121)
Riferimenti bibliografici
Albera D., Blok A., Bromberger C., Antropologia del Mediterraneo, Guerini e Associati, Milano 2007.
Andaloro F., La tropicalizzazione del Mediterraneo, in La biodiversità nella regione biogeografica mediterranea, ENPA , Firenze 2001.
Banfield E. C., Le basi morali di una società arretrata, il Mulino, Bologna 1976.
Crate S. A., Gone the Bull of Winter? Grappling with the Cultural Implications of and Anthropology’s Role(s) in Global Climate Change, in “Current Anthropology”, vol. 49, n. 4, 2008.
Delfosse C. (sous la direction de), La mode du terroiret les produitsalimentaires,  Les Indes Savantes, Paris 2011.
Fabietti U., Storia dell’antropologia, Zanichelli, Bologna 2015.
Harvey D., Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007.
Herzfeld M., Intimità culturale. Antropologia e nazionalismo, l’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2003.
Vasavi A. R., Hybrid Times, Hybrid People’: Culture and Agriculture in South India, in Man
New Series, vol. 29, n.. 2, Royal Anthropological Institute of Great Britain and Ireland, 1994.
Sitografia
 https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=275412#10
http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=URISERV%3Ar14104

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Davide Sirchia, laureato in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo, attualmente è laureando in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso L’Università Milano-Bicocca. Dal 2015 è titolare di cattedra di Antropologia e Etnografia presso l’Uni3 di Milano e collabora con diverse realtà di supporto didattico agli studenti. Ha pubblicato il suo primo saggio antropologico, La Zucca, la Morte e il Cavaliere. Un Halloween del 1200 in terra di Puglia.

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