I.1. I natali di Giuliana e la militanza politica durante gli anni delle lotte contadine
Il ritratto che emerge intorno alla figura di Giuliana Saladino condotto da Giovanna Fiume nel saggio introduttivo a Chissà come chiameremo questi anni [1] ha una vena nostalgica. La studiosa fa trapelare le qualità della scrittura, la veste indagatrice, l’acume, la compassione e la propensione all’ascolto della giornalista. Il sodalizio fra le due nasce nel 1985 quando Giovanna Fiume fu invitata insieme a Eva Di Stefano, Amalia Collisani e Rita Sgrò a prendere parte al comitato di lettura della casa editrice femminista La luna, ed è in seguito continuato per la collaborazione alle riviste «Segno» e «Mezzocielo» e al Comitato dei lenzuoli.
Nata nobildonna a Palermo il 16 dicembre 1925, Giuliana Saladino è stata amabile scrittrice di cose civili e giornalista, famosa di un giornalismo d’inchiesta che ha fatto scuola. Di sé scrive:
«La prima volta ero una bambina undicenne condotta per mano da una Dama di San Vincenzo alta e bella, vestita dimessamente, quel dimesso che il sottoproletario palermitano, esperto in cose servili e di corte giudicava degno del titolo di duchessa: i poveri si chinavano per baciare con gesto rapido l’orlo del suo vestito quando nel catoio sordido consegnava il tagliando per un litro di latte e un chilo di pasta a undici o dodici persone malate affamate ringhiose che lei ammansiva con la sola presenza sua e del tagliando. Scippavamo sottomissione, rassegnazione alla volontà di Dio. Era prima della seconda guerra mondiale» [2].
Calamitata da subito dal movimento contadino e dalle lotte per l’occupazione delle terre, racconta della propria militanza comunista in molte pagine di Romanzo civile, scritto nel 1983 e uscito postumo per Sellerio nel 2000: finita la guerra e caduto il fascismo, venne alla ribalta una nuova generazione di militanti di sinistra, dalla tempra antica e dalle molte virtù, desiderosi di «cambiare tutto per cambiare tutto», seppur non privi di una candida ambiguità morale. Tra questi Rocchi, o meglio Lillo Roxas, di cui sono narrati con trepida commozione gli ultimi terribili mesi di malattia. Un libro sull’amicizia, o meglio su quel particolare tipo d’amicizia che s’instaura tra i siciliani, «isolata» e «isolana» [3] e che diviene lo spunto per ritessere, attraverso le trame di donne e uomini dalle molte virtù, la biografia dell’Italia del dopoguerra.
«La seconda volta ero una militante comunista, avevo venti anni, di nuovo di porta in porta, anziché pasta, attesa e implorata, portavo parole e altro che rassegnazione! Scippavo rivolta, consenso allo splendore nebuloso del mondo nuovo […] fine ultimo a un certo punto mi sembrò quello, già detto, di travasare con un secchiello l’acqua del mare, porzioncine di voti travasati dalla Dc al Pci, un travaso così lento che una vita, a quanto pare, non sarebbe bastata» [4].
Un ritratto fiero, puntellato da motivazioni etico-politiche chiare e irrefutabili. L’elemento che ingabbia e organizza l’ideologia della Saladino in questa seconda fase è l’ardente senso della collettività entro cui l’individuo si realizza e scompare, tanto da «scippare» rivolta, e cioè infuocare gli animi, accenderli, senza una organizzazione precisa né risolutiva: «ma il più delle volte mi ritrovavo tra lotte improvvisate e senza sbocco […]. Il fine ultimo a un certo punto mi sembrò quello, già detto, di travasare con un secchiello l’acqua del mare, porzioncine di voti travasati dalla Dc al Pci, un travaso così lento che una vita a quanto pare non sarebbe bastata». La voce dialettale “scippare” – strappare, derubare, portare via – ricorre in modo significativo nel ritratto che la Saladino fa di sé e che risulta organizzato in fasi diverse nelle quali la scrittrice volta per volta s’identifica. Il termine indica «un pigliare con violenza dall’altrui mani», l’atto con cui si nutre la rapacità del giornalista e da cui l’autrice si è gradualmente discostata poiché denuncia una relazione asimmetrica, gerarchica, sbilanciata [5].
Le lotte contadine del 1945-55 condussero in Sicilia e nel Mezzogiorno alla concessione di circa 300 mila ettari di terreno, favorendo l’applicazione dei decreti Gullo, l’equa ripartizione dei prodotti mezzadrili come previsto dalla riforma agraria. Queste conquiste rappresentarono un importante fattore di cambiamento per la realtà agraria siciliana, determinando la scomparsa della vecchia classe dirigente, l’abolizione del latifondo e la democratizzazione della vita rurale. Il movimento contadino, infatti, volendo scardinare il sistema latifondista si scontrò con gli interessi di quella classe sociale che ne traeva profitto: gli agrari. I grandi proprietari terrieri, dal loro canto, si opposero in ogni modo alle rivendicazioni bracciantili, benché queste ultime fossero incentivate dal decreto Gullo n.279 del 19 ottobre che ripartiva la proprietà privata in relazione alla produzione agricola. I contadini subirono così l’offensiva violenta della mafia che si rivoltò contro i dirigenti contadini, come Placido Rizzotto o Giuseppe Maniaci, privandolo delle sue guide [6].
Entrata a far parte come segretaria di redazione del periodico comunista «Chiarezza», dove conobbe Marcello Cimino suo compagno di vita, Giuliana Saladino scrisse un racconto breve, ispirato allo stragismo siciliano di quegli anni, forse la sua prima prova di scrittura letteraria: Leggerò io il giornale ai contadini, comparso nel 1947 su «Gioventù», rivista dell’Unione dei giovani antifascisti di Trieste, in cui compaiono anche interventi di Marcello Cimino e Italo Calvino. Lo scritto, che racconta la storia di Tommaso, un contadino «politicizzato» che la sera, dopo il lavoro, legge il giornale agli altri contadini analfabeti, presenta lo stile scarno, asciutto e minimalista che in seguito sarebbe diventato peculiare della scrittrice. Nonostante sia stato pubblicato il 21 maggio 1947, a venti giorni dalla strage di Portella della Ginestra, il racconto sembra implicitamente alludere a uno degli omicidi che in quei mesi colpivano sindacalisti e capilega. Tra il 1946 e il 1947 almeno otto di questi furono assassinati in diverse località della regione.
La raffigurazione della Sicilia della stagione delle lotte contadine e dell’occupazione dei feudi continua in Terra di rapina (1976). Il fatalismo della rappresentazione dipana davanti agli occhi del lettore la storia di una generazione priva di peccato metafisico, graziata a dover esercitare le proprie virtù a favore di una realtà isolana impermeabile al cambiamento e per questo inaspettatamente sconfitta e costretta a emigrare. Il reportage prende inizio dal racconto di un episodio clamoroso, un tentativo di rapina, poi fallito, compiuto da Giuseppe Di Maria, di Cianciana, ai danni di una banca di Carmagnola, in Piemonte, per approdare nei luoghi di origine del criminale e tesserne la trama violenta.
«Ricordare, raccontare, testimoniare, non è vero che non ne vale la pena […] Bisogna ricordare, se non altro per quelli che hanno pagato di persona» [7].
E dei contadini scrive:
«Sembra una civiltà e stringi stringi è solo fatica e ignoranza, sapientemente distillata in cento proverbi e modi di dire e comportamenti che camuffano la saggezza in silenzio, che contrabbandano rassegnazione e misoneismo, che esaltano la radicata, anche se non ingiustificata convinzione che ogni mutamento è in peggio» [8].
Sono parole con cui di fatto l’autrice svolge considerazioni antropologiche, volte a discoprire – non senza un sofferto ma consapevole processo di storicizzazione di sé e della propria cultura – modelli e significati che il proprio popolo, quello siciliano, attribuisce alla propria esistenza. Un’epica della Sicilia, in cui vige la legge del non cambiamento, «fondata nel peccato antico dei siciliani di sentirsi perfetti». La storia di Giuseppe Di Maria è in Terra di rapina (1976) pretesto per dipanare davanti agli occhi del lettore l’epopea di una generazione irriducibile che, sconfitta e amareggiata, sceglie la fuga per sopravvivere. Pertanto, la Saladino indagando a ritroso sulle origini del protagonista documenta l’intrinseca connessione tra individuo, società e cambiamento in corso: Giuseppe Di Maria altro non è che il figlio di una terra bandita. Interviste e testimonianze raccolte da sindacalisti, intellettuali e braccianti, contadini e minatori sono alla base della materia del romanzo in cui s’innesta una drammatica riflessione sulla storia siciliana nei suoi aspetti politici, sociali, economici e culturali.
I.2 Gli anni ruggenti del giornale «L’Ora»
Negli anni Cinquanta Giuliana Saladino prende parte alle agitazioni delle donne dei quartieri popolari, insieme a Anna Grasso e Lina Colajanni. Nel 1956, in seguito all’occupazione sovietica dell’Ungheria, lascia il partito senza però mai rinnegare l’esperienza fatta. Nel 1957 comincia a lavorare al giornale «L’Ora», prima come segretaria di redazione, poi come giornalista. Fondato negli anni della Belle Époque dalla famiglia Florio, «L’Ora» costituì il principale organo di informazione in grado di incanalare le istanze della borghesia imprenditoriale siciliana verso l’apparato amministrativo nazionale, di fatto dissentendo da altre testate filogovernative allineate con l’aristocrazia agraria e conservatrice. Il primo numero uscì il 22 aprile 1900, sottotitolato Corriere politico quotidiano della Sicilia.
Agli inizi di proprietà del marchese Carlo Starabba di Rudinì, figlio dell’ex Presidente del Consiglio Antonio Starabba, marchese di Rudinì, nel 1904 «L’Ora» fu integralmente rilevato da Ignazio Florio, il quale fino a quel tempo ne era stato solamente socio azionario. A dirigere il giornale fu chiamato Vincenzo Morello, in precedenza giornalista per la Tribuna di Roma. Il quotidiano assunse da subito un respiro europeo, favorito dalle collaborazioni con il New York Sun, il Times di Londra e Le Matin di Parigi. Resistito alla violenza del regime fascista, il giornale in seguito passò nelle mani di Amerigo Terenzi, vicino al Partito Comunista e già editore del romano «Paese Sera». Nel 1947 subì la prima seria intimidazione da parte del bandito Salvatore Giuliano, perché smettesse di riferire “fatti da non pubblicizzare”, pena la vita dei collaboratori. La risposta del direttore non si fece attendere. Come riporta Nisticò, il giorno seguente uscì sulle colonne del giornale, sotto forma di un editoriale, la replica di Pier Luigi Ingrassia:
«[…] Lo stesso fece una volta Giuliano con una lettera all’allora direttore Pier Luigi Ingrassia, e Ingrassia gli rispose che “la pelle è un tessuto che ha un valore se sotto ci sono tanti organi fra i quali il cervello e il cuore e quindi un’idea e una passione”. Se per paura – aggiungeva e aggiungiamo noi oggi – dovessimo rinunciare all’idea, a che ci servirebbe la pelle? [9].
Il quotidiano continuò dunque a difendere i principi politici e morali in cui credeva e a rafforzare la vocazione alla resistenza civile. Negli anni’50 il progressivo cambiamento sociopolitico ed economico italiano investì pure la Sicilia, dove il fenomeno mafioso assunse presto un volto nuovo irradiandosi dalle campagne alle città e facendosi borghese. «L’Ora» fu il primo quotidiano a documentare il degradarsi della vita sociale isolana, gettando luce sui legami occulti tra potere politico e criminalità organizzata e facendo il nome del corleonese Luciano Liggio. La risposta del boss mafioso non tardò a arrivare: alle 4:53 del 19 ottobre 1958 fu fatta esplodere una bomba carica di 5 chili di tritolo nella tipografia della sede storica del quotidiano sita in piazzetta Francesco Napoli. Tuttavia, malgrado le minacce, il giornale non si lasciò intimorire e il 20 ottobre uscì di nuovo in edicola con il titolo La mafia minaccia, l’inchiesta continua. Alla guida dell’infuocata redazione dell’Ora dal 1954 si mise il calabrese Vittorio Nisticò, in precedenza redattore del quotidiano romano «Paese Sera». Su di lui leggiamo:
«Poco prima, nel 1957, io mi inventavo e riciclavo giornalista. Cadevo nelle grinfie di un nevrotico abbarbicato al suo tavolo anche per sedici ore di fila, concentrato, incazzoso, scattante, balbettante per timidezza o per furore, dispensava rabbuffi gelidi o appallottolava e tirava in faccia due cartelle, mi intimidiva da morire, sempre con un bicchiere di latte sul tavolo, fumando milioni di sigarette, finto distratto, finto arruffone, in realtà attentissimo vigile appassionato, Vittorio Nisticò, che dirigeva L’Ora destreggiandosi tra gli scogli e le secche del merdaio palermitano, che aggrediva la città, frugava nelle sue pieghe, denunciava o blandiva, dando voce al lettore inerme e indifeso contro i potenti, coagulando attorno a sé tensioni e buona volontà. […] La sua tensione le sue furie il suo carisma buttavano in prima linea un giornale povero e combattivo che allevava giornalisti come polli in batteria, dandogli stile e nerbo, massacrandoli di lavoro e esigendo tutto senza nulla concedere. […] e quando Vittorio – dopo quasi 20 anni! – roso dall’ulcera e dalla stanchezza lasciò il suo posto, tante cose avvennero, dando luogo a quel travaso di uomini che ha dato fior di giornalisti a tutti i quotidiani e settimanali italiani – la peste sicula dilaga, dov’è che non trovi un siciliano? – che ha dato uno staff eccellente al Giornale di Sicilia, sicché la bella Gaia, in una delle sue capatine da Londra per fornire mafioserie al Guardian o all’Evening ha un momento di autentico smarrimento: dove sono? Sono al L’Ora o sono al Sicilia? perché lì incontra tutti, da Mario a Franco, da Daniele a Giuseppe, a Giovanni, e Francesco e Salvo, possibile che siano tutti qui, che è accaduto? Ѐ accaduto» [10].
l ritratto che ne viene fuori è dunque quello di un fumatore nevrotico alle prese con il merdaio palermitano, «abbarbicato al suo tavolo anche per sedici ore di fila», vigile, attentissimo e appassionato, di giudizio severo con i suoi addetti ai lavori, dalla parte dei deboli e degli oppressi contro i potenti. Di un uomo assurto a modello di tanti cronisti di razza via via emigrati verso altre testate: Etrio Fidora, Felice Chilanti, Calogero Roxas, Mario Farinella, Salvo Licata ecc. Sotto la sua direzione il giornale cominciò a vantare collaborazioni con firme prestigiose: da Renato Guttuso a Leonardo Sciascia, da Salvatore Quasimodo a Andrea Camilleri, il quale pubblicò su «L’Ora» La Barca, uno dei suoi primi racconti.
Ma a furia di denunciare nomi e cognomi di boss sul giornale diversi cronisti persero la vita. Gli anni in cui Nisticò diresse il quotidiano furono funestati da una serie di morti e sparizioni violente. Il primo fu Cosimo Cristina, corrispondente giovane e ambizioso che indagava sul fenomeno mafioso e sulle sue ramificazioni nei territori di Caccamo e Termini Imerese. Le circostanze dell’omicidio furono chiarite solo in seguito. Come fu appurato dal Vice Questore di Palermo Angelo Mangano, il corpo del cronista venne deposto sui binari per simulare un suicidio. Nel 1970 fu la volta di Mauro De Mauro, il cui rapimento si intrecciò con altri affaires italiani come il golpe Borghese e il delitto Mattei. La scomparsa del collega diviene per Giuliana l’occasione per segnare in un diario la cronaca giornaliera di tutti gli sviluppi sul caso, l’indifferenza dell’opinione pubblica, i depistaggi, lo scetticismo e l’ignavia degli investigatori. Al racconto della cronaca di quei giorni si unisce il ritratto impietoso di una Palermo degradata dal malgoverno e ingranditasi «sotto la sferza della speculazione privata». I rapporti tra i cittadini si intessono nel segno della paura e della diffidenza, tutto è ridotto a un colabrodo, le scuole vengono vandalizzate, si susseguono scioperi e proteste, c’è un morto per strada ogni giorno, muri pericolanti dal terremoto del’68 spiaccicano bambini senza rompere il torpore di una città irredenta e vecchia da secoli.
Due anni dopo un altro omicidio a sfondo mafioso colpì ancora una volta uno dei corrispondenti del giornale: Giovanni Spampinato. Inviato a Ragusa per documentare le attività illecite e la connivenza delle forze di estrema destra con la criminalità organizzata, Giovanni Spampinato fu raggiunto da sei colpi di pistola sparati a poca distanza dalla sua Cinquecento da Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale di Ragusa.
Dopo aver collaborato nel 1974 alla costituzione del Coordinamento delle giornaliste siciliane, il 24 dicembre del 1975 Giuliana Saladino si congedò dal giornale «L’Ora». Riferisce in Romanzo civile:
«La terza volta ero una giornalista, rapace come siamo tutti i giornalisti, carpivo e fuggivo col malloppo degli appunti, fatto l’articolo si passa ad altro. Mi sentivo dinamica e importante. Scippavo, condivo con parole calde, servivo freddo, nero su bianco, gira e rigira era sempre la stessa musica, gonfia d’indignazione, che scandiva senza scalfirli i pessimi avvenimenti isolani. In un sussulto di vanità, o di delirio narcisistico, confezionai pesanti sacchetti neri pieni di parole, inchieste articoli servizi corsivi, e li consegnai con sollievo alla spazzatura cittadina. Era il 1980 e – oplà – il più della vita era trascorso» [11].
In questo passo emergono l’esperienza e lo sguardo disilluso ma non rassegnato di una donna che è stata in grado di coniugare alla propria attività giornalistica un percorso di vita che trovava sbocco nelle vie e nei quartieri di una città nel contempo vittima e carnefice, dolce e amara, orgogliosa e rassegnata. La rapacità che presiede allo scippo implica «un carpire con violenza dall’altrui mani», per obbedire a propri progetti – progetti nobili, votati alla collettività, chiaro – dove però permangono delle componenti narcisistiche. L’occhio della cronista appare frustrato al cospetto di una realtà capace di deludere soltanto, ripiegato narcisisticamente su di sé per prendere la distanza dagli avvenimenti isolani. A questa terza fase del ritratto possono essere legate le parole di Marcello Cimino:
«[...] Io e Giuliana siamo usciti di scena relativamente presto. Per quindici anni abbiamo lavorato insieme a L’Ora. Quando abbiamo interrotto il rapporto di lavoro quotidiano lei aveva quarantanove anni. Io cinquantacinque. Nel 1975. Ѐ stata una svolta importantissima nella nostra vita. Ci siamo detti: siamo stati abbastanza in trincea, perché affannarsi ancora? Solo perché con gli anni aumenta lo stipendio, e poi la liquidazione e poi la pensione? Non ci sembrava una ragione valida. Volevamo avere molto più tempo libero, invece, per riflettere, per vivere in campagna, ascoltare musica, andare più spesso ai concerti, leggere, viaggiare. […] Abbiamo trascorso gran parte del nostro tempo lontano dai rumori, dall’aria inquinata, dalle risse cittadine. […] Non è certo un’idea mia ma sono d’accordo: il tempo libero caratterizzerà il futuro degli esseri umani. Sarà bene impiegato se la gente accetterà una vita più frugale. Se non si farà sterminare dal lavoro, dall’ossessione del denaro e da falsi bisogni. Per essere più liberi bisogna essere più frugali. Questo è il senso dell’austerità di cui parlava Berlinguer: consumare di meno e dedicarsi di più alla qualità della vita. […] Tutti – e in primo luogo le istituzioni – devono spendere di più per la qualità e meno per la quantità. Meno sfarzo e più civiltà» [12].
Da questo breve passo traspare l’esigenza di Giuliana e di Marcello di attingere a una vita che permetta a mente e corpo di espandersi e rifiorire, attraverso il consapevole distacco da tutti i comportamenti correnti della vita sociale. La loro è una decisione di ripulsa radicale delle turbolenze della vita cittadina, degli intrecci di interesse, del mondo degli sprechi e dei consumi. Il fine è la frugalità che sola può migliorare la qualità della vita e slegarla dai vincoli imposti dalla nuova società di massa. Ѐ l’idea ricavabile dal pensiero di Berlinguer che coltiva il senso dell’austerità e l’urgenza di un ritorno rapido alla civiltà. In questo clima di turbolenze politiche, Enrico Berlinguer, segretario del Pci dal 1972, suggestionato dal colpo di Stato cileno contro Allende del settembre 1973, sperimenta la linea del «compromesso storico». Per schivare l’eventualità che un governo di sinistra metta in atto soluzioni autoritarie come quella cilena, egli suggerisce che priorità del Pci è di stabilire un accordo con la Dc per una proficua collaborazione di governo. A questo proposito Marcello Cimino sostiene:
«Forse gli anni settanta sono la fase più delirante, più tragica e misteriosa della storia della repubblica. […] Il compromesso storico era una risposta drammatica a una pressione sociale eccezionalmente drammatica. C’era la furia del nuovo movimento giovanile, la sete generalizzata di rinnovamento e l’aggressività della destra golpista. Un’infernale girandola che due temperamenti drammatici e complessi – quelli di Moro e Berlinguer – tentarono di risolvere con una soluzione molto intellettualistica. Essa spostava molto in avanti – fino a una strana utopia – il patto istituzionale. […] Ma davvero si poteva sperare che andasse in porto? Gli Stati Uniti lo avrebbero mai permesso? E i conservatori – che in Italia sono spesso all’ombra dei partiti democratici – non avrebbero fatto ricorso a tutti i mezzi, anche i più illeciti, per fermare i comunisti? Si può interpretare il compromesso storico come l’ultimo tentativo di una strategia rivoluzionaria all’italiana? L’ultimo tentativo rivoluzionario dei comunisti italiani, prima di accettare il metodo socialdemocratico?» [13].
L’intellettuale è un vinto e allo stesso tempo pieno di furore per tutto ciò che è spazzato via dal corso degli avvenimenti:
«Ma con l’andare del tempo quello che non ci andava bene eravamo noi stessi. Gli anni settanta ci fecero a pezzi, e a scegliere il perché c’è solo l’imbarazzo della scelta, tanti erano gli elementi che non voglio mettere in ordine, ma buttare alla rinfusa: una certa stanchezza individuale e collettiva, i postumi del’68, l’inarrestabile deterioramento della vita pubblica, il sequestro le lettere e l’uccisione di Moro […] l’attesa di una crisi energetica che, visibile, non venne mai, […] il compromesso storico su cui ci azzannavamo […]» [14].
Favorevoli all’apertura del Pci sono diversi dirigenti della Dc, fra cui in particolare il presidente Aldo Moro. Questa manovra viene realizzata nel marzo del 1978, quando viene composto un governo di soli democristiani presieduto da Giulio Andreotti. Lo stesso giorno in cui il governo si presenta al Parlamento (16 marzo 1978) un commando brigatista, in un agguato in via Fani, blocca l’auto con cui Moro si sta dirigendo in Parlamento: dopo averne ucciso la scorta, i brigatisti rapiscono il dirigente democristiano. Infine, il 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia, il cadavere di Aldo Moro viene fatto ritrovare nel portabagagli di un’auto in via Caetani, una strada nel centro di Roma. Nel corso del sequestro Moro il Pci sostiene la linea della fermezza, che è quella di chi non vuole intavolare trattative con le Br per il rilascio del dirigente democristiano. La reazione molto controllata dei democristiani e la forte insistenza dei media sulla brutalità del terrorismo per la vita democratica del Paese alienano alle Br le simpatie che intendevano procurarsi con questa iniziativa; inoltre, l’azione delle Br produce un clima di tensione e sospetto che non facilita affatto la collaborazione fra la Dc e il Pci.
D’altro canto a sinistra, sia dentro che fuori dal Pci, vi sono gruppi politici e intellettuali che criticano duramente il compromesso storico, considerato come un’alleanza innaturale del Pci con la Dc, ovvero con un partito corrotto e venduto agli interessi degli Usa. Il processo degenerativo che investe la società interessa anche la sfera dei rapporti interpersonali e della famiglia. Il divorzio non c’è ancora e i diritti della donna rimangono limitati. La moglie resta marchiata da pregiudizi intollerabili ed esclusa dal mondo lavorativo del marito. Il lavoro domestico rappresenta il luogo della realizzazione femminile. Del 1968 è un’inchiesta di Giuliana Saladino sulle donne palermitane [15]. Padri autoritari che lasciano uscire di casa le figlie solo al fianco di un uomo; mogli stanche che, pur avendo un matrimonio felice, lamentano una vita vuota, spenta, irrisolta; ragazzi che disprezzano le ragazze vergini che si sono loro concesse e che per questo non sono più da sposare; fratelli che pretendono di controllare la vita delle loro sorelle; ragazze del popolo che rivendicano il desiderio del piacere fisico e che constatano la libertà sessuale delle ragazze del ceto medio e dell’alta borghesia palermitana. La consapevolezza che il sesso è una attribuzione connotata culturalmente è in Giuliana Saladino posta in termini autoironici e assai espliciti:
«Un disagio mi si presentava a tratti, come un oscuro divertente dilemma: malgrado le mestruazioni i parti e gli allattamenti ero un uomo in cui sonnecchiava, o meglio dormiva della grossa, una donna traboccante, o ero una donna striminzita e divisa dentro cui stava sveglio un ometto prepotente e volitivo? Il goffo interrogativo, sollecitato più da una condizione mia e di tutte le altre che da uno stato d’animo, mi perseguitò a lungo, travestendosi in modi diversi, sbucandomi da tutte le parti, inceppandosi nel lavoro di partito, nel giornale, nella vita privata, nello scrivere, era una richiesta globale e difficilissima di identità» [16].
Finita l’esperienza giornalistica presso la redazione di Nisticò, Giuliana scrive anche sul «Giornale di Sicilia» e sul mensile «Segno», rivista che fa capo a un gruppo di intellettuali, insegnanti o impiegati, guidati da un arguto quanto tenace insegnante di filosofia, Nino Fasullo. In questo periodo la sua critica al collateralismo di Chiesa e Dc si fa più acuta e sprezzante. In particolare sente di dovere muovere le proprie accuse al mantovano Ernesto Ruffini che, dopo esser stato per ventidue anni – dal 1945 al 1967 – cardinale a Palermo, lascia una Chiesa compromessa con il potere e connivente con la mafia:
«Fu l’avversario più chiuso e protervo di papa Roncalli, si mosse in direzione opposta alla Chiesa, alla storia e agli stessi suoi fedeli palermitani, l’anticomunismo lo accecò e gli fece discriminare i poveri in buoni e cattivi. Consumò un matrimonio indissolubile tra Chiesa e Dc, intervenendo visceralmente in ogni consultazione elettorale, praticando il terrorismo religioso, si servì dei notabili con arroganza e con arroganza li servì» [17].
In Giuliana Saladino è drammatica la coscienza della corruzione che attraversa Palermo e i suoi dirigenti. In questa realtà disgregata, priva di credibili strutture civili, la violenza circola a tutti livelli e logora anche gli uomini di fede:
«Si apre il giornale e ci si resta male. Chi ci crederebbe. Il cardinale Carpino non vuole più saperne, se ne va; “Palermo”, dice con improvviso ufficiale annuncio, “è una diocesi di molti e difficili problemi pastorali” […] Ha 65 anni – l’età di tanti uomini pubblici –, non è malato, ma in tre anni si è velocemente logorato, non ha trovato collaborazione alcuna, ha perduto ogni forza e fiducia […] Il cardinale Carpino era l’uomo nuovo succeduto al cardinale Ruffini, a venti anni di oltranzismo di intrighi politici e di prepotenze, se ne va così: Palermo distrugge» [18].
Nel 1970 arriva Salvatore Pappalardo. Contro una così vasta e radicata decadenza Pappalardo «viene ad emergere in tutta la sua statura, […] perché alla precisione e al vigore delle sue denunce fa da supporto l’alta carica spirituale, infine perché viene a colmare il vuoto creato dalla caduta di credibilità del potere temporale» [19]. L’autrice dunque esalta la coerenza del cardinale Pappalardo nell’esercizio della missione pastorale contro un mondo dominato dal potere.
La stagione degli anni Ottanta si apre con l’assassinio del presidente della Regione Piersanti Mattarella (Castellamare del Golfo, 24 maggio 1935- Palermo, 6 gennaio 1980) e di Carlo Alberto Dalla Chiesa (Saluzzo, 27 settembre 1920-Palermo, 3 settembre 1982). La situazione economica è invece complicata dalla crisi del Golfo e dalle difficoltà di approvvigionamento del gas. La Sicilia continua a essere prostrata dalla disoccupazione e dal malgoverno. La Dc siciliana rimane connivente con il potere mafioso e inibisce la crescita sociale e politica dell’isola. Il rigetto dell’autrice nei confronti della sua sventurata terra viene così espresso in Romanzo civile:
«Capisco. Nel 1983 capisco che non esiste città o cittadina o villaggio d’Europa che possa vantare – senza golpe, senza eserciti in armi, né assedio e irruzione entro le mura – l’intero establishment politico burocratico militarpoliziesco massacrato: capo della procura, vice questore, capo dell’opposizione, capo della regione, medico legale, generale prefetto. […] Perché ciò accada impunemente, senza che scoppi una guerra civile, senza che si ritenga tutto concluso con solenni funerali, occorre un consenso di massa interiore e profondo: può darsi che senza saperlo e senza volerlo noi siciliani, pur esecrando e manifestando, consentiamo in fondo con la mafia, modello vincente, borghesia nascente?» [20].
Pertanto, per l’autrice alla strategia omicida della mafia corrisponde un consenso interiore e profondo da parte della comunità isolana.
Nel 1986 Giuliana Saladino aderisce alla nascita della casa editrice La luna e nel 1991, insieme a Letizia Battaglia, Rosanna Piraino e Simona Mafai, fonda la rivista «Mezzocielo». A seguito delle stragi di mafia del 1992 fonda, con la figlia Marta Cimino, il Comitato dei lenzuoli, nato per colmare il vuoto di bilanci creatosi a sinistra dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, di sua moglie e della scorta. Il Comitato, coi lenzuoli stesi ai balconi in segno di protesta per quelle morti ingiuste, risponde all’urgenza di rieducare Palermo ai valori della cittadinanza e abiurare l’appartenenza della città alla cultura mafiosa. Nello stesso periodo la Cassazione approva le sentenze del maxiprocesso del pool antimafia. Mancanza di senso dello Stato, viltà politica e debolezza morale sono tra le cause principali della crescita del fenomeno mafioso tra la popolazione.
Intanto la Dc subisce una flessione al nord a favore della Lega, mentre aumenta il suo consenso in Sicilia. Nello stesso anno il Partito democratico della sinistra, proprietario del giornale «L’Ora», chiude la testata. Nel 1993 Giuliana Saladino accetta per un breve periodo l’incarico di assessore alla cultura della giunta guidata da Leoluca Orlando, sindaco di Palermo dal 1985; in questa veste dirige il primo incontro dei periodici femminili autogestiti. La sindacatura di Orlando rappresenta per la città una boccata di aria nuova: egli si pone a capo di una giunta che divide i partiti, riaggrega il consenso e scuote le coscienze.
Giuliana Saladino, infine, muore il 15 marzo 1999, dieci anni dopo Marcello, suo compagno di vita.
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
Note
[1] G. Fiume, Finché c’è collera c’è speranza, in G. Saladino, Chissà come chiameremo questi anni, Sellerio, Palermo, 2010: 11-65
[2] G. Saladino, Romanzo civile, Sellerio, Palermo, 2000: 122
[3] M. Sorgi, Nota, in G. Saladino, Romanzo civile, cit: 9-11
[4] G. Saladino, Romanzo civile, cit.: 122
[5] G. Fiume, Finché c’è collera c’è speranza, in G. Saladino, Chissà come chiameremo questi anni, cit.:18-19
[6] A. Calabrò, Nota, in G. Saladino, Terra di rapina, Sellerio, Palermo, 2000: 9-18
[7] G. Saladino, Terra di rapina, cit.: 48-49
[8] Ivi:75
[9]V. Nisticò, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell’«Ora» di Palermo, Sellerio, Palermo: 99
[10] G. Saladino, Romanzo civile, cit.: 85-86
[11] G. Saladino, Romanzo civile, cit.:122
[12] M. Perriera, Marcello Cimino. Vita e morte di un comunista soave, Sellerio, Palermo, 1990: 185-186
[13] ivi:187-188
[14] G. Saladino, Romanzo civile, cit.:106-107
[15] G. Fiume, Finché c’è collera c’è speranza, in G. Saladino, Chissà come chiameremo questi anni, cit.:48-52
[16] G. Saladino, Romanzo civile, cit.:71
[17] G. Saladino, Il cardinale e la Chiesa, in P. Arlacchi, G. Bocca, N. Cattedra, C. Cederna, M. Cimino, A. Dall’Ora A. Ferrari, A. Padalino, G. Saladino, M. Sorgi- C. Stajano, Morte di un generale, Mondadori, Milano, 1982: 115-134, 118-119
[18] ibidem
[19] G. Saladino, Compilando l’Indice di Segno, in «Segno», Anno X, N.12 (55), 1984: 5- 14, 12
[20] G. Saladino, Romanzo civile, cit.: 142-143
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Pietro Romano, laureato presso l’Università degli Studi di Palermo in Lettere Moderne con una tesi dal titolo Le due anime di Giuliana Saladino. Tra giornalismo e letteratura, è autore di una raccolta di poesie, dal titolo Il sentimento dell’esserci (Rupe Mutevole, 2015), nonché di diverse prefazioni e recensioni per libri pubblicati da Rupe Mutevole. Suoi testi compaiono in diverse antologie e riviste.
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