Chiese e omofobia. Le veglie ecumeniche di Palermo

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Fiaccolata al municipio di Palermo, 17 maggio 2016 (ph. Franzella)

di Fabio Franzella

La questione dell’omofobia si è imposta nelle cronache italiane nell’estate del 2009 a seguito di reiterati episodi di violenza nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (lgbt).  Non era certo la prima volta che si verificavano eventi di discriminazione basati sul- l’orientamento sessuale, ma stavolta i media hanno messo in evidenza il susseguirsi delle violenze in un’escalation impressionante, definendo la nuova agenda-setting di notiziabilità. Ciò che si è svelato nel racconto mediatico non sono soltanto le storie personali di aggressioni ma la richiesta di riconoscimento pubblico di un problema sino ad allora taciuto e, ancor prima, la visibilità di identità negate. L’omofobia, nell’identificazione dell’omosessualità come capro espiatorio, ha così posto maggiore attenzione a queste persone e alle loro tematiche, mettendo a nudo l’ipocrisia della tolleranza spacciata per accettazione. Tollerare significa ‘sopportare’ e configura un rapporto asimmetrico di chi sostiene qualcosa che potrebbe essere spiacevole, mentre accettare vuol dire ‘accogliere’, ricevere qualcosa dall’altro senza riserve.

Il termine omofobia è stato coniato nel 1985 dallo psicologo George Weinberg per definire la paura e l’odio nei confronti delle persone omosessuali. L’origine etimologica greca, da homo ‘uguale’ e phobos  ‘paura’, ha un significato diverso rispetto a quello originario, per cui omo è diventato abbreviazione di‘omosessuale’. Lo stesso termine omosessuale, apparso la prima volta nel 1869, risulta impreciso in quanto significa letteralmente ‘dello stesso sesso’, non indicando ma alludendo al comportamento sessuale verso persone del proprio sesso. La reticenza implicita e il riferimento alla sola sfera genitale hanno fatto poi privilegiare l’uso del termine inglese gay. Sebbene anche in questa parola, per quanto significhi ‘felice’, non manchino le accezioni negative e gli usi ingiuriosi, è certamente da preferire per il fatto che è stata scelta dagli stessi attivisti del movimento di liberazione omosessuale negli Usa: si sono riconosciuti gay in opposizione al termine omosessuale usato in senso dispregiativo dagli eterosessuali, in modo non dissimile da quanto accaduto con la comunità nera, che aveva preferito chiamarsi black piuttosto che nigger.

Alcuni studiosi preferiscono parlare di omonegatività piuttosto che di omofobia, in quanto la fobia rimanda ad uno stato clinico individuale, irrazionale e non controllabile, mentre la negatività indica l’avversione e lo stigma della cultura egemonica.

Come tutti i gruppi che rivendicano un’identità, anche le persone omosessuali concorrono per l’accesso a determinate risorse materiali e simboliche. Riconoscere un’identità a chi è stato indotto per tanto tempo a negarla o falsificarla in un’identità eterodiretta, secondo le norme culturali dominanti nella propria società, vuol dire affermarne la piena cittadinanza, con diritti e doveri. Anche l’Italia nel 2016 si è infine dotata di una legge che riconosce le unioni civili tra persone dello stesso sesso, dopo una lunga querelle con l’Unione Europea che chiedeva una tutela giuridica ad hoc. Manca, tutt’oggi, una legge che preveda il reato di omofobia come aggravante della violenza motivata dall’orientamento sessuale. Eppure la difesa dei diritti lgbt è per alcuni intesa come un’ostentazione e una ricerca di diritti privilegiati per una minoranza, che dunque non avrebbe bisogno di una legge apposita. Nel discorso comune, le persone con diverso orientamento sessuale sono considerate alla pari di tutte le altre e perciò non bisognose di particolari diritti, che piuttosto si tramuterebbero in privilegi. Dall’altro lato, chi aggredisce le persone omosessuali e transessuali ha spesso come movente intrinseco proprio il diverso orientamento sessuale, come offesa alla sua identità più intima, allo stesso modo in cui si colpiscono altre minoranze considerate inferiori e indegne di rispetto. Dunque una legge contro l’omofobia servirebbe a punire proprio l’intenzionalità di colpire una determinata categoria di persone solo per il loro essere, come accaduto nel razzismo. La difesa di tutti i cittadini, e in particolare delle minoranze e delle fasce più deboli, è un dovere dello Stato di diritto ed è la cartina al tornasole del grado di civiltà delle nostre democrazie.

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Corteo in via Maqueda, 14 maggio 2015 (ph. Franzella)

Nel 2007 l’Unione Europea ha istituito il 17 maggio come “giornata internazionale contro l’omofobia”. In quell’anno sono sorte in vari Paesi le prime veglie di preghiera in ricordo delle vittime dell’omofobia e della transfobia. In Italia le veglie sono organizzate con il sostegno del Progetto Gionata, portale web su fede e omosessualità, e in Europa con la collaborazione dell’European forum of lesbian, gay, bisexual and transgender christian groups. Attraverso la rete, gli attivisti si incontrano e scelgono i versetti biblici che guidano le celebrazioni delle veglie.

La realizzazione di questi momenti di preghiera all’interno delle chiese cristiane ha posto la questione fede e omosessualità sotto nuovi punti di vista e ha svelato ambiguità e resistenze tra le posizioni ufficiali delle chiese, spesso ancora di chiusura, e la reale accoglienza delle comunità locali coinvolte.

Da osservatore non soltanto partecipante ma co-organizzatore di queste veglie a Palermo, sono testimone del cammino intrapreso in questa città nel dialogo tra le chiese e le persone lgbt.

Il 28 giugno 2007, in concomitanza con altre dodici città italiane, a Palermo si è realizzata la prima veglia contro l’omofobia nella Chiesa Valdese di via Spezio promossa dall’associazione “Koinonia”, fondata da Nicolò D’Ippolito, che ha riunito esponenti dell’attivismo lgbt, credenti e non, all’interno di una liturgia cristiana. L’anno seguente, il venir meno delle attività dell’associazione non ha fatto comunque mancare l’appuntamento alla manifestazione, che è stata curata negli anni successivi dal gruppo di cristiani lgbt “Ali d’aquila”. Le veglie hanno raccolto attorno a sé diverse realtà sociali ed interconfessionali, ma non tutte le chiese si sono mostrate sempre disponibili ad accogliere una celebrazione che trattasse questi temi. La maggiore opposizione è nata nel momento in cui si è cercato di portare questi eventi nelle chiese cattoliche.

La prima che ha accolto l’iniziativa è stata nel 2008 la Rettoria di San Francesco Saverio con la disponibilità di Don Cosimo Scordato, che si è sempre distinto nelle attività di inclusione sociale nel multietnico quartiere popolare dell’Albergheria. Non a caso, il gruppo ha posto la sede principale dei suoi incontri proprio in questa struttura, ove si incrociano esperienze molto diverse di associazioni e volontari che animano il centro sociale San Saverio. Il gruppo “Ali d’aquila”, adoperandosi per una piena integrazione delle persone omosessuali nelle varie realtà ecclesiali, ha ricercato il dialogo anche con le altre chiese palermitane, scrivendo nell’aprile 2010 una lettera aperta a tutte le parrocchie cattoliche e le comunità protestanti della città. Delle duecento lettere inviate tramite posta ordinaria, hanno risposto solo quel paio di sacerdoti e pastori che già conoscevano il gruppo, ma, nonostante il silenzio, quell’anno il gruppo prese la decisione di fare la veglia in una chiesa cattolica molto centrale, la Rettoria di Santa Lucia di via Maqueda.

Poche ore prima della veglia, è giunta però comunicazione di inagibilità della chiesa a seguito di alcune impalcature al portone che da giorni capeggiavano all’ingresso ma che sino a quel momento non ne avevano precluso l’accesso. Costretti in fretta a cambiar programma, il gruppo ritrovò nuovamente accoglienza nella vicina Chiesa Valdese di via Spezio. Finché la notizia della riapertura della chiesa di Santa Lucia la sera stessa, per una preghiera della comunità di S. Egidio, pose alla luce la verità dei fatti: una chiusura ad personam. Come si sarebbe appreso nelle ore seguenti, era stata la Curia Arcivescovile a mettere un veto all’evento, in quanto organizzato da un gruppo non riconosciuto e non autorizzato dall’Arcidiocesi. Nonostante ciò, l’anno successivo il gruppo “Ali d’aquila” ha scritto una lettera al Cardinale, Paolo Romeo, e al Vescovo Ausiliare, Carmelo Cuttitta, per chiedere un incontro conoscitivo, auspicando la loro collaborazione e quella delle comunità coinvolte.

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Il gruppo Ali d’aquila con don Franco Barbero al Palermo pride nazionale 22 giugno 2013 (ph. Franzella)

Non essendo giunta alcuna risposta, il gruppo si mosse ugualmente nella preparazione della veglia insieme alla Comunità di San Saverio, la Chiesa Evangelica Luterana, la Chiesa Valdese di via Spezio ed il contributo della Comunità Kairòs per la Lectio Divina. Per la scelta della predicazione, si propose  il nome di Padre Gianluigi Consonni, comboniano, insediato da meno di un anno a Palermo dopo diciotto anni di missione in Brasile. Con la sua esperienza in contesti di forte emarginazione, il nuovo sacerdote non ebbe esitazione ad accettare una veglia per gli omosessuali nella sua nuova chiesa di Santa Lucia, sita in piazza della pace in vicinanza al carcere Ucciardone. Purtroppo questa parrocchia condivise nel nome e nei fatti le stesse sorti dell’omonima Chiesa di Santa Lucia dell’anno precedente: un nuovo veto dell’Arcidiocesi impedì l’utilizzo della struttura ecclesiastica. Padre Consonni, votato all’obbedienza ma non alla menzogna, decise di non nascondere la notizia scrivendo sul sito internet della parrocchia quanto comunicato dal Palazzo Arcivescovile il 4 maggio 2011:

«La Curia di Palermo, venuta a conoscenza dell’iniziativa, mi ha invitato al pieno rispetto delle norme date dalla Santa Sede al n. 17 del documento “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali” dell’1/10/1986. Quindi mi è stato chiesto di annullare l’incontro di preghiera del giorno 12 p.v. nella parrocchia di Santa Lucia» [1].

Il documento citato dalla Curia faceva riferimento all’esclusione dei gruppi omosessuali nell’organizzazione di celebrazioni religiose all’interno di una chiesa:

«Dovrà essere ritirato ogni appoggio a qualunque organizzazione che cerchi di sovvertire l’insegnamento della Chiesa, che sia ambigua nei suoi confronti, o che lo trascuri completamente. Un tale appoggio, o anche l’apparenza di esso può dare origine a gravi fraintendimenti. Speciale attenzione dovrebbe essere rivolta alla pratica della programmazione di celebrazioni religiose e all’uso di edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi, compresa la possibilità di disporre delle scuole e degli istituti cattolici di studi superiori. A qualcuno tale permesso di far uso di una proprietà della Chiesa può sembrare solo un gesto di giustizia e di carità, ma in realtà esso è in contraddizione con gli scopi stessi per i quali queste istituzioni sono state fondate, e può essere fonte di malintesi e di scandalo» [2].

A seguito di questi eventi, la Chiesa Luterana profilò un incidente diplomatico per la proibizione di una veglia di preghiera ecumenica e l’esclusione delle comunità protestanti all’interno di una chiesa cattolica. In segno di protesta, pur rispettando il veto, venne presa la decisione di fare ugualmente la celebrazione nel piazzale antistante la chiesa. L’aver intestato la veglia con altre comunità ha rafforzato il gruppo “Ali d’aquila” che stavolta non era più solo ma aveva l’appoggio e la presenza di tanti altri cittadini.

La notizia si rivelò un boomerang per la Chiesa Cattolica: non appena è stata ripresa dai media televisivi e dalla stampa, poche ore prima della veglia la Curia ha invitato il gruppo “Ali d’aquila” ad un incontro col Cardinale e il Vescovo Ausiliare. Delle motivazioni addotte nella nota lettera ai vescovi non si fece più alcun riferimento, ma il veto in quell’occasione rimase per non venir meno alle parole del documento vaticano. Di conseguenza, la manifestazione si svolse come predetto nella piazza, ma si trattava comunque dell’inizio di un dialogo che diede avvio ad un processo di riconoscimento che ha condotto l’Arcidiocesi a non ostacolare più le successive manifestazioni e inviare invece un proprio delegato in rappresentanza.

Negli anni successivi le veglie di Palermo hanno operato un cambiamento semantico, divenendo veglie “per il superamento” dell’omofobia e della transfobia, con la consapevolezza che non basta fare memoria delle vittime ma che occorre agire per il cambiamento, partendo dal linguaggio e proponendo anche azioni propositive e testimonianze di accoglienza. Le veglie stesse si configurano non soltanto come un momento di preghiera e commemorazione ma anche di presa di coscienza collettiva di una problematica, l’omofobia, che il più delle volte si attua in discriminazioni poco visibili prima di divenire violenza fisica. In un decennio, queste veglie ecumeniche sono diventate un momento d’incontro importante per la città, unendo le chiese alle piazze con una celebrazione liturgica che prosegue in fiaccolata per le strade, secondo un percorso che varia di anno in anno, di chiesa in chiesa.

L’accresciuta attenzione mediatica verso i diritti gay e il dialogo con le diverse componenti della chiesa e della società ha condotto negli anni un seguito sempre maggiore di persone e di comunità che si sono aggiunte a quelle già presenti. Oggi sono tredici le sigle, religiose e laiche, che compongono il comitato organizzatore delle veglie a Palermo: dal promotore gruppo “Ali d’aquila” con la Comunità di San Francesco Saverio, alla Chiesa Evangelica Luterana, la Chiesa Valdese di via dello Spezio e le Chiese Valdesi di Trapani e Marsala, la Comunità Kairòs, Laici Missionari Comboniani, Libera associazione contro le mafie, Associazione Genitori di Omosessuali, Parrocchia SS. Pietro e Paolo Apostoli, Comunità di Vita Cristiana, Associazione Comunità e Famiglia, Parrocchia Maria Ss. dell’Addaura, Movimento Internazionale della Riconciliazione.

3Allargare la veglia di preghiera per il superamento dell’omofobia e della transfobia in una prospettiva interconfessionale, coinvolgendo sempre più persone, ha permesso di portare avanti un’iniziativa che ha messo in contatto attori molto diversi tra loro, in una convivialità delle differenze che è la cifra stessa della dimensione ecumenica. Se sul piano verticistico e dottrinale è molto difficile che le chiese possano cambiare in breve tempo le loro posizioni conservatrici, sul piano orizzontale delle comunità dei fedeli le esperienze di inclusione sono già presenti e hanno dato vita in alcuni casi anche a benedizioni di coppie dello stesso sesso, come fa Don Franco Barbero nella sua Comunità cristiana di base a Pinerolo. Il sacerdote vuole così «compiere un atto di ministero ecclesiale che esprime l’amore inclusivo di Dio, reso visibile comunitariamente, pubblicamente»[3] annunciando dal 1978 la benedizione di Dio alle coppie omosessuali.In quell’anno, con Ferruccio Castellano, Don Barbero ha dato vita a un convegno nazionale su “fede cristiana e omosessualità” nel centro ecumenico di Agape a Prali, messo a disposizione dalla Chiesa Valdese. Ormai da quarant’anni in questo luogo si prosegue un dibattito che si è arricchito nel tempo di nuovi studi e professionalità che ne hanno cambiato anche la comunicazione: da una visione eterodiretta dall’esterno ad un’autorappresentazione dei propri bisogni con il coinvolgimento diretto dei partecipanti, protagonisti della propria storia. Questa vicenda, insieme ad altre, mostra come la richiesta di riconoscimento da parte delle persone omosessuali sia un percorso diversificato e non recente, se non per il circuito mediatico.

Per tanto tempo la rappresentazione mediatica dell’omosessuale è stata legata a pregiudizi che hanno stigmatizzato persone ed esperienze molto diverse tra loro. Tra queste, i credenti omosessuali hanno subito un tabù ancor più forte, per l’inconciliabilità sancita dalle chiese tra la fede e la loro sessualità. Questa minoranza nella minoranza sta compiendo un gesto di autodeterminazione che reclama il proprio posto nella Chiesa, facendo sentire la sua voce in maniera differente ma non antitetica al movimento dei diritti gay. Alcuni gruppi credenti partecipano anche ai Pride, secondo modalità proprie, come fa il gruppo “Ali d’aquila”in un’ottica di evangelizzazione, diffondendo con dépliant le parole del Vangelo e portando la propria testimonianza di fede e omosessualità alla luce del sole. “Contribuire ad una chiesa più inclusiva e accogliente” è stato il titolo del primo congresso dell’associazione nazionale “Cammini di Speranza”, tenutosi ad Albano Laziale da 7 al 9 aprile scorso, per dare una voce unitaria ai cristiani lgbt in Italia. Queste donne e uomini hanno così compiuto un doppio coming out, solo apparentemente incompatibile, da cristiani e omosessuali insieme. La sfida che si pone innanzi alle chiese e alla società è il passaggio dalla tolleranza all’accettazione delle persone lgbt, con i loro amori, i loro figli, le loro famiglie.

Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
Note
[1] Comunicato stampadella parrocchia di Santa Lucia di Palermo, 4 maggio 2011
[2] Congregazione per la dottrina della fede, Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986, art. 17
[3] Franco Barbero, Benedizione delle coppie omosessuali, L’Harmattan Italia, Torino, 2013: 18
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Fabio Franzella. laureato in Beni Demoetnoantropologici e specializzato in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli studi di Palermo, attivista dei diritti umani, è stato responsabile di un gruppo di Amnesty International e fa parte del Comitato organizzatore delle veglie ecumeniche per il superamento dell’omofobia e della transfobia di Palermo. È mediatore culturale di Addiopizzo, promuovendo un’immagine della Sicilia che vuole liberarsi dalla mafia. Attualmente vive a Milano e lavora presso Altroconsumo.

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