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CdG – Centro di Rigenerazione. L’Appennino in cammino

Castel del Giudiice (ph. Emanuele Scocchera)

Castel del Giudice (ph. Emanuele Scocchera)

CIP

di Letizia Bindi 

Un paese come campo aperto e come rete 

La riflessione che provo a proporre in questo contributo riguarda un percorso che si sta avviando, ma alla cui genesi e maturazione ho partecipato nel lungo periodo. Ciò mi ha permesso di seguire molte delle fasi attraversate dal paese e dalla piccola comunità di abitanti in questione che si è andata caratterizzando negli ultimi venti anni per uno speciale impegno nella definizione di progetti di ripopolamento e riqualificazione basati sulle competenze e sulla partecipazione, sulle soluzioni innovative e su una gestione dei fondi esterni e interni e dell’insieme delle opportunità di sviluppo e riqualificazioni territoriali sostenibili.

Il paese è Castel del Giudice e il nuovo percorso si inquadra nella cornice del Bando Borghi Linea A del Ministero di Cultura a seguito di una non breve procedura di selezione e riassegnazione e di una intensa e particolarmente interessante fase di affinamento e puntualizzazione delle azioni progettuali che chi scrive ha avuto modo di seguire sin dall’inizio sia in qualità di co-progettatrice delle azioni che di etnografa impegnata in una osservazione sistematica di tutte le attività volte ai processi di trasformazione locale (Bindi 2022 b). In tal senso il progetto si costituisce come un punto di arrivo di un più complessivo percorso territoriale che riguarda il Comune in questione, l’energica azione innovativa innescata dal suo Sindaco, Lino Gentile, ma più complessivamente l’intera area territoriale di riferimento, l’Alto Molise e la montagna che lo caratterizza (Bindi-Conti-Belliggiano 2022).

Sul piano maggiormente auto-riflessivo e metodologico, questo progetto, per la sua genesi e la pregressa ricognizione di sfondo, condensa una linea di ricerca ormai quasi decennale, portata avanti nel quadro del Centro di ricerca BIOCULT dell’Università del Molise (Bindi 2022 a): i temi ispiratori, le specifiche indagini territoriali, le competenze coinvolte e impegnate nei diversi territori, la radicale multidisciplinarietà dell’impianto teorico e metodologico, la stretta interazione con la popolazione di Castel del Giudice, i progetti internazionali nel quadro dei quali questo caso di studio è stato presentato, discusso, confrontato con altre esperienze similari e l’apporto che da questo complesso e articolato processo è derivato. 

downloadAria del tempo 

Se il discorso sulla montagna e la comparabilità delle ricerche dedicate a questa specifica definizione del paesaggio culturale affonda le proprie radici in un contesto più ampio (Boos-Salvucci 2022), gli ultimi anni, l’ultimo decennio in special modo si caratterizzano per una nuova attenzione delle ricerche storiche, socio-antropologiche, geografiche ed economiche centrate sull’Appennino: territorio a lungo segnato da marginalità e depressione economica e oggi, significativamente, di nuovo in attività, attraversato da nuove aspirazioni ed effervescenze. Molteplici le riflessioni che si stanno, infatti, attivando in quest’area ampia, diversificata e ricca di storie, contaminazioni, interconnessioni, molte le azioni volte a invertire la rotta dello spopolamento, della inesorabile contrazione dei servizi e delle attività economiche, del progressivo infragilimento territoriale.

Senza voler costruire ‘santini’, né rappresentazioni generiche ed edulcorate delle aree interne e montane del Centro e del Sud del Paese (Rizzo 2022), si registrano, tuttavia, nuovi percorsi, casi emblematici di ripopolamento, innovazione, ripresa di antiche coltivazioni e loro trasformazione e rimodulazione, processi di patrimonializzazione dei sistemi di saperi e pratiche culturali e materiali, nuove linee dello sviluppo e della costruzione di certe aree come destinazioni turistiche. L’Appennino interconnesso, teso tra entroterra e costa, vivace, pieno di scambi, osmotico e in movimento che ci viene restituito anche nella prospettiva storica da certi lavori di ricerca (Ciuffetti 2019), ad esempio, non nega tuttavia le fragilità e le perdite subite in termini di capitale umano, sociale e culturale nelle regioni del Meridione italiano e anzi impongono una ricognizione critica del dibattito meridionalista già avviato negli ultimi due decenni (Faeta 2003; Palumbo 2006) e il confronto con analoghe esperienze nazionali, europee ed extraeuropee (Cejudo Garcia 2021; Porcellana-Fassio-Viazzo-Zanini 2016; Müller 2020; Boos-Salvucci 2022): i processi legati al cambiamento climatico e alle fonti rinnovabili nelle aree rurali, o ancora il welfare e il sistema dei servizi alle persone, le nuove forme di imprenditoria locale, le nuove agricolture, i restanti, i ritornanti, i new comers e l’intero ventaglio dell’innovazione sociale e culturale nelle terre d’Appennino.

Più generalmente ancora, questa riflessione, si proietta nel dibattito, più volte affrontato proprio su queste pagine ‘binarie’ anche, sulle aree interne e montane, sulla loro definizione basata sulla distanza dalla città, sulla decrescente densità abitativa, sui servizi fondamentali sempre più carenti (Lucarelli- Luisi-Tantillo 2022; De Rossi 2020). Quello stesso dibattito, tuttavia, ha anche determinato una riconsiderazione dei bisogni territoriali, ne ha analizzato i nuovi nessi geo-politici, geo-culturali e geo-emozionali (Puttilli-Santangelo 2018), persino, e ha iniziato a pensare, sempre più spesso, questi territori non solo come baluardo di resistenza contro la definitiva obsolescenza di certe aree, ma al contrario degli avamposti e dei laboratori di riflessioni e di pratiche innovative, alternative a poli urbani sempre più affollati, in perenne sofferenza d’aria, di verde, di mobilità e di spazi abitativi, ricreativi, di socialità, di formazione contravvenendo con ciò a una linea politica decennale centrata sul modello urbanocentrico come soluzione.

È così che i discorsi sull’Appennino si sono popolati di aspirazioni collettive a riportare i ‘margini al centro’ (Carrosio 2019), ad abitare e lavorare gli spazi di frontiera, ad occupare, insomma, aree negoziali (Bindi – Mercurio 2023) in cui sperimentare nuove economie, rinnovare l’interazione sostenibile con l’ambiente e con i patrimoni bioculturali che caratterizzano le diverse regioni e specifici insediamenti locali.

Si modificano in questo quadro in movimento anche i soggetti operatori di cambiamento: si costituiscono nuove forme associative per la gestione delle risorse e dei servizi locali, si attivano cooperative di comunità e comunità energetiche, si generano nuove forme di attivismo e di impegno in favore della località capaci di tenere insieme storici abitanti di queste aree, nuovi residenti, turisti, studiosi: un nuovo ‘policentrismo territoriale’ (De Rossi-Barbera 2021) che riconnette diversamente le città e i paesi, la dimensione locale dell’appartenenza con i flussi translocali e globali di informazioni, di persone e di prodotti secondo traiettorie e catene di valore in costante trasformazione e basati su sistemi di competenze differenziate (Bindi, Conti, Belliggiano 2022). 

Castel del Giudice (ph. Emanuele Scocchera)

Castel del Giudice (ph. Emanuele Scocchera)

Il laboratorio Castel Del Giudice 

Castel del Giudice si inserisce nel novero delle diverse sperimentazioni oggi presenti in Appennino e ha provato in quest’ultima fase a pensare e affinare in modo condiviso un progetto di rigenerazione territoriale che qui si cercherà brevemente di delineare avanzando alcune riflessioni sull’impianto progettuale elaborato e sulla metodologia che si intende adottare per portarlo avanti. Il progetto, infatti, si basa strutturalmente sull’intreccio di competenze differenziate al fine di rielaborare e dare il giusto respiro e rilievo alla sua secolare storia comunitaria, alla sedimentazione urbanistica nel corso delle diverse epoche, alla tradizione e all’innovazione in ambito agricolo e pastorale, alla più recente ed abbastanza efficace vocazione turistica, al costante intreccio di scambi, conoscenze, interazioni di culture e di prospettive di continuità e cambiamento. 

locandina-a3-invito-customComunità di competenze 

Sin dal primo documentario dedicato ormai oltre quindici anni fa a questo paese Una piccola comunità competente. Castel del Giudice (Ruggieri 2012), il paese e la comunità si sono per lo più orientati verso scelte e processi di sperimentazione attenti in primo luogo all’innovazione nella continuità: innovazione in chiave ecologica, qualità delle riqualificazioni urbane, innovazione produttiva e nella trasformazione dei prodotti agricoli, nuove idee per abitare/riabitare un paese di montagna con una speciale cura per la popolazione anziana e la sua integrazione nel corpo vivo della comunità (la RSA recuperata nella porzione dell’abitato riqualificato) e la speciale attenzione per la qualità sia dell’abitare sia residenziale che turistico. Più di recente, nel processo per rimettere il margine al centro, l’impegno si è diretto verso l’accoglienza, anche, ospitando progressivamente sempre più famiglie di diversa origine e integrandole progressivamente nelle diverse attività lavorative presenti sul territorio e generate in larga parte anche grazie al progetto più complessivo di rigenerazione.

Senza complessi di inferiorità, pur nella consapevolezza della dimensione dei propri progetti, Castel del Giudice si è così applicato in questi anni a molte linee di bandi competitivi, ha intercettato fondi rilevanti, ha visto trasformarsi nel tempo il suo volto urbano, almeno per una sua parte, e ora si accinge a continuare questo percorso nel quadro ancor più stimolante, se possibile, di un progetto pilota del Ministero di Cultura che mette al centro i paesi piccoli, caratterizzati da abbandono e spopolamento, per l’appunto, in un percorso di riqualificazione in primo luogo sociale e culturale oltre che urbanistico, basato sui temi della “attrattività abitativa e culturale per l’Appennino”. Così recita il sottotitolo del progetto Centro di (ri)Generazione: una proposta che si avvia a concretizzare la visione di un laboratorio sperimentale per la nuova residenzialità contemporanea basato sui saperi avanzati e specialistici, l’innovazione territoriale e la ricerca applicata a servizio della popolazione locale e dei nuovi visitatori e abitanti, non limitandosi a un esercizio di sviluppo sostenibile e rigenerazione territoriale, ma insistendo sulla irrinunciabile ricerca applicata e sull’impegno a favore dei propri cittadini, ma centrando anche la propria attenzione sull’area vasta circostante, sull’importanza di una rete di collaborazioni locali, sul ruolo del motore PNRR e Progetto Borghi non solo per il singolo Comune beneficiario, ma come hub per la progettazione innovativa rivolta anche alle zone e comuni circostanti e, tutto ciò, in rete con le sperimentazioni dell’intero Appennino.

image-978-886046-190-2Tre assi 

In linea con la cornice di finanziamento e la sua struttura di bando che andrebbe di per sé studiata – e lo faremo in futuro nel quadro del lavoro di ricerca etnografica che stiamo svolgendo e continueremo a svolgere sull’intero progetto –, per comprenderne le logiche intrinseche, le aspirazioni e le retoriche messe a terra dal Ministero nel quadro dell’ambizioso progetto PNRR – rispetto al quale, tuttavia, non sono mancati i rilievi critici e le perplessità anche da parte di chi scrive (De Rossi – Barbera 2022), i tre assi che si sono ritenuti portanti per la rigenerazione sono rappresentati essenzialmente da:

1) welfare e comunità, per rafforzare le condizioni abitative e investire nei sistemi integrati a servizio della nuova residenzialità, permanente e temporanea, sull’inclusione, le nuove forme di partecipazione dei cittadini alle progettualità in fieri;

2) sviluppo sostenibile delle risorse territoriali, per sperimentare la transizione ecologica e la nuova circolarità economica ed etica in tutte le loro forme in chiave locale diventando attraverso questi processi un laboratorio avanzato per nuove competenze e un centro di formazione multidisciplinare innovativo specializzato nella rigenerazione dei territori fragili, montani, periferici in stretta connessione con altre esperienze simili europee e non solo nel merito;

3) attrattività turistica e territoriale, per inventariare e valorizzare gli asset e i patrimoni bioculturali secondo equilibri condivisi e consapevoli tra residenzialità, turismo e accoglienza e puntando sul ruolo delle imprese e delle associazioni culturali e creative come volano di sviluppo e rigenerazione territoriale. 

9788843094615Welfare e comunità 

Il punto di partenza dell’intero percorso di rigenerazione culturale è stato posto volutamente su un tema che solo apparentemente può sembrare lontano dall’obiettivo di sviluppo dell’attrattività turistico-culturale dei ‘borghi’ centrale nel bando. Tale impressione di distanza dal cuore stesso del progetto, sfuma immediatamente, tuttavia, se si pensa che l’intento delle diverse attività presenti in questo primo asse è quello di innalzare la qualità della vita e rendere più abitabile e condivisa l’esperienza interna della cittadinanza, creando una nuova condizione di abitabilità partendo da una conoscenza profonda e una attività auto-riflessiva forte volta a comprendere i percorsi futuri di sostegno e l’ulteriore coinvolgimento della popolazione locale nei progetti rilevanti per il proprio futuro e di tutti quei nuovi visitatori sporadici, turisti e nuove figure (gli studiosi, gli smart workers, gli artisti,  ecc.). Per questo il progetto parte da processi partecipativi di mappatura (#ouverture) come elemento stesso di dinamizzazione e attivatore di comunità (laboratori di cittadinanza e sperimentazione in ambito rurale, cantiere delle idee rigenerative), associandoli a interventi per la nuova residenzialità – l’incubatore di start-up e il senior social housing – che rimettono al centro le due generazioni estreme, potremmo dire, considerate cruciali in questo processo di rigenerazione: la terza e quarta età e i giovani e giovanissimi abitanti. Al tempo stesso, sul fronte della convivenza tra antichi mestieri e integrazione di nuovi arrivi sono state pensate azioni come  Riabitare digitale (smart/co-working, co-housing, welfare e telemedicina) orientati a costruire appartenenza e/o a consolidarla, azioni di welfare culturale come #montagnacreativa e TEDxApennines, per incrementare e rinnovare le conoscenze, il dibattito, le esperienze, per far crescere le attività e le sollecitazioni culturali sul territorio, ma anche la riscoperta dei saperi produttivi e l’insieme delle attività mentali e fisiche volte a migliorare la qualità della vita, promuovere il benessere dei residenti, dei ritornanti e dei nuovi abitanti e visitatori (biodanza, passeggiate, conoscenza delle erbe e delle risorse del territorio, creatività ed esperienze condivise en plein air, ecc.). La genesi di questa programmazione è avvenuta attraverso progressive fasi di confronto con la popolazione locale, attraverso la cumulazione successiva di esperienze e proposte e ha orientato il primo asse di intervento verso una notevole coerenza e interconnessione, come vedremo in seguito, con il resto del progetto. 

i__id5778_mw600__1xSostenibilità e risorse del territorio 

Anche in questo caso la preoccupazione preliminare non è stata progettare azioni sporadiche e puntiformi, ancorché di grande livello e valore anche sul piano dell’impegno economico, volte a sviluppare arte, cultura, turismo. Per la seconda volta il progetto è partito dalla dimensione collettiva mista e condivisa tra residenti e turisti, tra visitatori e restanti e ha pensato ad azioni per generare nuova abitabilità lavorando in special modo sull’innovazione scientifica e tecnologica nell’impiego delle risorse territoriali come questione al tempo stesso di sviluppo sostenibile e di nuovo patto di cittadinanza, nuova forma di condivisione e ingaggio. Sono stati così pensati, insieme al sistema allargato delle competenze scientifiche messe in campo, alcune sperimentazioni relative alle fonti rinnovabili e l’implementazione di un Borgo Rinnovabile a basso impatto, sia in termini di carbon and water footprint, sia in termini di usi del suolo, di riciclo e rifiuti zero. L’azione rigeneratrice si concentrerà, pertanto, su un percorso di scelte condivise capace di trasformare realmente il paese in una comunità energetica, capace di gestire e decidere consapevolmente le scelte sull’energia, sull’allocazione delle risorse, sui reinvestimenti in favore del territorio (Gruppo di lavoro ‘Energia e fonti rinnovabili’ di Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’).

Accanto a ciò una importante area di intervento e lavoro sui temi della sostenibilità e tutela della biodiversità coltivata e allevata coordinato da RurObserv, un Osservatorio permanente, pensato da Università degli Studi del Molise, per l’agricoltura sostenibile e lo sviluppo rurale, integrato dell’area che si intreccerà con i centri di ricerca e formazione generati dal progetto e che mira a indirizzare verso scelte territoriali virtuose, durevoli, esperte e innovative anche in questo ambito.

A testimonianza di quanto il nesso tra sostenibilità e cultura, tra inclusione e integrazione sociale e welfare e saperi sia strutturale nel progetto, fa parte del macro-ambito “sostenibilità e risorse” anche #ENZIMA, Istituto di Studi Avanzati per la Rigenerazione Territoriale degli Appennini, che proporrà un Master di Strategie Integrate per la Rigenerazione Territoriale: un polo scientifico territoriale per la formazione e la ricerca di alto livello internazionale che possa preparare figure di operatori dotati di competenze plurime di monitoraggio, progettazione e formazione di competenze avanzate in diversi ambiti: tecniche costruttive e restauro del patrimonio, sviluppo rurale sostenibile, agroecologia, innovazione sociale in agricoltura e salvaguardia dei patrimoni ambientali, paesaggistici, rurali e culturali, materiali e immateriali che sarà realizzato all’incrocio delle competenze dei diversi istituti universitari coinvolti (Università degli Studi del Molise, Politecnico di Torino, Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’, Università degli Studi de L’Aquila). 

9788868439675_0_536_0_75Attrattività turistica e territoriale 

Infine, l’asse della valorizzazione culturale e il rafforzamento della capacità attrattiva, volto a costruire le condizioni per intercettare nuovi flussi turistici e promuovere nuova attrattività residenziale. Il progetto qui ha volutamente centrato l’azione sull’intreccio tra comunità locale e nuove residenzialità: gli spazi e le attività ricettive per l’accoglienza turistica ‘classica’, con le residenzialità temporanee per artisti e smart workers, quelle di inclusione per anziani e per i nuovi arrivati dai percorsi di migrazione e di fuga da situazioni di crisi, di carestia, di guerra.

Tra gli interventi vengono pertanto previste delle residenze temporanee per nuovi abitanti e artisti, come la Capsulasullavalle – un modulo abitativo a basso impatto ambientale che ciclicamente, durante tutto l’anno, ospiterà artisti nazionali e internazionali – che andrà a intrecciarsi col lavoro più ampio dei CreativeHubs, un sistema integrato di residenze di artista, installazioni, mostre, laboratori creativi volti a dinamizzare e internazionalizzare la sfera dell’offerta creativa e culturale del paese provando a farne un centro e un faro dell’attrattività artistica e culturale e conseguentemente di un turismo collegato di livello internazionale.

L’attrattività turistica sarà necessariamente interconnessa con nuove configurazioni dello spazio pubblico: si prevede, ad esempio, l’installazione di opere artistiche permanenti nello spazio urbano e nelle aree verdi circostanti e una stazione ipogea di scambio intermodale pensata per ridurre l’impatto dei mezzi di trasporto, individuali e/o aziendali, connessi ai flussi di abitanti, turisti e visitatori.

Infine, #Arrivi/Ritorni rappresenta una linea integrata di azioni volte ad articolare un’offerta turistica suddivisa in nicchie differenziate, legate in special modo al benessere e a un turismo esperienziale e responsabile, senza trascurare l’importante peso che in queste aree e regioni può rivestire il turismo delle radici e i progetti di rientro verso la patria di origine degli italo-discendenti. 

Castel del Giudice (ph. Emanuele Scocchera)

Castel del Giudice (ph. Emanuele Scocchera)

L’alveare

Servono, talvolta, delle idee sintetiche per tenere insieme i progetti nella loro complessa e interconnessa articolazione e anche in questo caso è stato il territorio a fornire l’immagine capace di articolare l’insieme delle condizioni di partenza, delle idee e aspirazioni e delle azioni messe e da mettere in campo.  Se il principio ispiratore, infatti, è rappresentato dalla sua reticolarità, dalla co-progettazione reale delle azioni di rigenerazione, dal lavorare insieme, a Castel del Giudice c’era un’attività particolarmente adatta a rappresentare tutto questo ed era l’apiario di comunità, aperto nel quadro più ampio di un processo di sviluppo dell’agricoltura biologica e di uso sostenibile delle risorse agroalimentari, di recupero delle varietà autoctone e di trasformazione coerente delle stesse.

Si è così pensato all’alveare per la sua struttura integrata e compatta, la sua pluralità ben temperata, alla sua intrinseca cooperatività. Le api sono sentinelle di salute ambientale, ma sono anche una specie esperta che lavora di concerto, sviluppando una danza aerea generativa, impollinando nell’intero territorio circostante. Per questo insieme di ragioni l’alveare si presenta come possibile rappresentazione sintetica di questo percorso e dell’intero progetto: collaborazione, integrazione, vigilanza, nutrimento, creatività, appartenenza, rinnovamento comunitario e una nuova idea produttiva per le aree interne e montane.

Come antropologa coinvolta sin dal principio in questo cammino appenninico di rigenerazione, si avvia ora il compito più delicato, quello di osservare e articolare la speciale complessità di questi processi, evitando le facili narrazioni consolatorie ed edulcoranti, ma provando anche a restituire il passaggio in atto dal senso di vuoto che inesorabilmente avanza a quello di un pieno che può crescere, fatto in primo luogo di esperienze, di persone, di competenze e di confronti. Non si cambia solitariamente, ma nella tensione tra x o y – ci viene da dire col Calvino de Gli amori difficili –, in quella distanza generativa che può tragicamente prendere la forma della distanza e dell’immobilismo oppure dischiudersi, senza per questo diventare un’icona pacificante o monolitica, in forme di prossimità e in communitas (Clemente 2017). 

Dialoghi Mediterranei, n. 62, luglio 2023 
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Letizia Bindi, docente di discipline demoetnoantropologiche e direttore del Centro di ricerca ‘BIOCULT’ presso lo stesso Ateneo molisano. Presidente dell’Associazione “DiCultHer – FARO Molise” per la piena attuazione della Convenzione di Faro nel territorio regionale molisano. Si occupa di storia delle discipline demoetnoantropologiche, di rapporto tra culture locali e immagini della Nazione nella storia italiana recente e sulla relazione più recente tra rappresentazione del patrimonio bio-culturale e le forme di espressione digitale. Su un fronte più strettamente etnografico ha studiato negli scorsi anni i percorsi di integrazione dei migranti, alcuni sistemi festivi e cerimoniali, la relazione uomo-animale nelle pratiche culturali delle comunità rurali e pastorali, la transumanza dinanzi alle sfide della tarda modernità e della patrimonializzazione UNESCO. Visiting Professor in varie Università europee, coordina alcuni progetti internazionali sui temi dello sviluppo territoriale sostenibile e i patrimoni bio-culturali (EARTH – Erasmus + CBHE Project con Università Europee e LatinoAmericane) e il Progetto ‘TraPP (Trashumancia y Pastoralismo como elementos del Patrimonio Bio-Cultural) in collaborazione con le Università della Patagonia argentina. 

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