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Capire la storia o correggerla?

coverdi Mariano Fresta 

Negli anni 25-20 avanti Cristo, l’imperatore Augusto, volendo lasciare ai posteri un ricordo indelebile delle attività da lui svolte, volle che le sue Res gestae fossero scolpite sulle pareti di edifici imponenti situati in varie parti dell’Impero. Di tutti questi monumenti ci è rimasto solo quello di Ankara (denominato appunto monumentum ancyranum) dove l’iscrizione, nonostante i guasti dovuti al tempo, riporta quasi tutta intera la narrazione di quelle vicende. La volontà di Augusto fu quella di fissare sulla pietra, materiale più duraturo delle pergamene e del papiro, questa sua memoria, per evitarne l’oblio. E forse volle anche che i fatti a lui dovuti fossero tramandati come lui li aveva narrati, senza che altri li potessero modificare o stravolgere per tornaconto o per sminuire la sua immagine storica.

Non possiamo sapere se questa volontà sia stata rispettata, data la mancanza totale di notizie a proposito; possiamo ritenere, tuttavia, che il suo racconto sia stato sostituito da quelli dei successivi imperatori, perché ogni potere politico, avendo la necessità di sorreggersi e durare il più a lungo possibile, facilmente è portato a modificare la narrazione dei fatti storici a proprio favore o addirittura a capovolgerla, oltre ovviamente a ricordare le proprie gesta.

Di come i fatti storici siano soggetti ad essere manipolati in vario modo ci rende edotti il libro di Giorgio Caravale, Chi controlla il passato. La storia nelle mani del potere (Laterza, Bari 2026), che sintetizza nel primo capitolo i tentativi di revisione storica e di rimozione di quegli elementi costituzionali su cui si fonda la Repubblica Italiana che si sono manifestati dal 1990 in poi. Nel secondo capitolo ci informa intorno a ciò che accade fuori dell’Italia e nell’ultimo affronta sia le cause della crisi dello storicismo, sia qual era la situazione della storia nel passato ed infine quale è nel mondo di oggi e quale potrebbe essere nel prossimo futuro in un’era di totale globalizzazione.

Chiude il libro una bibliografia ampiamente ragionata a supporto delle sue argomentazioni, che aiuta il lettore a ricordare meglio notizie e temi della cronaca più recente, la quale viaggia velocemente sui social ed ha spesso una vita brevissima.

Caravale ha il merito di discutere questi temi dal punto di vista non del politico ma dello storico e soprattutto sollecita, per la sua brevità, ad attivare la nostra memoria per ricordare altri fenomeni simili che hanno interessato l’Italia nell’ultimo secolo e mezzo. La distorsione del racconto storico, infatti, non è un fenomeno di questi ultimi anni: in Italia, per esempio, già appena dopo l’Unificazione nazionale cominciarono a sorgere critiche più o meno radicali su come il processo risorgimentale era stato condotto; non furono solo le critiche che avrebbero preso il nome e i modi della questione meridionale, ma anche le proteste spontanee delle genti che si trovarono dopo l’Unità a vivere nelle nuove condizioni create dall’innesto violento del capitalismo in una società di ancien régime. Su questo malessere furono impostate le critiche al movimento risorgimentale, con una visione storica che teneva solo conto di casi particolari non inquadrati nel complesso sistema politico ed economico che prendeva piede non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale. Le polemiche localistiche finirono però con l’avvento del fascismo che impose il concetto di patria unica, indivisibile e indiscutibile.

Dopo il Secondo conflitto mondiale, con l’avvento della democrazia e una situazione nuova di libertà concepita secondo la Costituzione repubblicana, le voci di dissenso riapparvero. Le più consistenti furono quelle del movimento neoborbonico, nato a Napoli dove i sentimenti monarchici avevano già trovato modo di esprimersi, con la vicenda del sindaco Achille Lauro, come una forma di opposizione popolare. Mentre, però, quest’ultima si sorreggeva su un elementare e demagogico populismo, i neoborbonici sono stati tra i primi a voler riscrivere la storia risorgimentale riproponendo i Borbone come una delle dinastie più illuminate di tutti i tempi: essa, ricordano i neoborbonici, ha lasciato monumenti insigni come la Reggia di Caserta, è stata promotrice di tanti primati, come la prima ferrovia (7 Km da Napoli a Portici), il primo ponte sospeso sul Garigliano, ecc.: infine, affermano che i suoi sudditi, compresi i montanari che per sopravvivere si davano al brigantaggio, erano gli abitanti più felici della Terra e soprattutto non pagavano tasse: si dimenticano, però di dire che, nonostante i monumenti insigni e i primati in vari campi, essi non avevano scuole pubbliche, non avevano ospedali e non c’era nessuna rete di comunicazione stradale in tutto il regno; inoltre, gli intellettuali più eminenti del Regno, lasciarono la loro testa nella napoletana Piazza Mercato. Nello stesso tempo i neoborbonici si sono affannati a raccontare un’altra storia risorgimentale, utilizzando dicerie e falsità come quella riguardante la berretta di Garibaldi indossata per nascondere le orecchie che gli erano state mozzate perché ladro di cavalli; quella di Cavour come rappresentante della losca massoneria inglese, il quale si appropriò dei tesori dello Stato borbonico per ripagarsi delle guerre risorgimentali e della spedizione dei Mille; il brigantaggio è poi paragonato ai guerilleros sudamericani e i suoi capi a tanti Che Guevara. Il tutto raccontato in molti libri di successo da autori che si professano storici (Pino Aprile, Gigi Di Fiore) [1].

Più pericoloso, anche se non si tratta di un movimento organizzato come quello neoborbonico, è quel fenomeno che avviene quando si ricordano le stragi e le violenze nazifasciste avvenute durante gli ultimi due anni di guerra: se una buona parte dell’opinione pubblica condanna quegli episodi, c’è una piccola parte, quasi tutta appartenente ai luoghi in cui avvennero gli eccidi, che è convinta che non sarebbe successo nulla se non ci fosse stata lì vicino la presenza di gruppi partigiani. Ipotesi verosimile, se la lotta partigiana non fosse stata necessaria [2].

i__id3787_mw600__1xRecentemente, ci ricorda Caravale, il tentativo più riuscito di riscrivere una storia dell’Italia del Novecento pro domo sua è stato quello di Berlusconi; infatti ad un imprenditore disinvolto come lui, una volta entrato in politica, il rispetto della storia ufficiale d’Italia gli avrebbe creato un’infinita serie di lacci e laccioli; riscriverla, invece, gli avrebbe permesso, sdoganando le estreme destre anticostituzionali, ad avere in Parlamento la maggioranza per governare; e poi perché il fingere di essere una persona senza pretese da intellettuale facilmente gli avrebbe permesso di trovare simpatia e consenso presso quelle classi, operaie o piccolo borghesi, che non leggono giornali e in casa non posseggono nemmeno un libro; e che ritengono divertente vedere un proprio leader sbeffeggiare i governanti europei facendo le corna ad uno di loro, mentre il fotografo scatta la foto ufficiale dell’incontro. In verità, nei primi anni della sua vita pubblica Berlusconi aveva anche cercato di mascherarsi da intellettuale: infatti, dopo essersi appropriato delle case editrici Mondadori e Einaudi, si mise a pubblicare libri classici ad alcuni dei quali appose le sue prefazioni; quasi subito, però, fu costretto a bloccare questa sua ambiziosa attività da alcune denunce per plagio letterario. Meglio, dunque, confondersi col “popolaccio” e comportarsi allo stesso modo: così tornò alla cultura a lui più confacente, quella del gioco del calcio, che molti imitarono, a cominciare dal fatidico “scendo in campo”, per indicare l’inizio di una carriera politica.

La scuola è certamente uno degli obbiettivi contro cui si rivolge l’avversione di chi vuole modificare la narrazione storica; essa, oltre ad essere la palestra in cui si formano (o si dovrebbero formare) le menti delle future generazioni, è anche la custode del sapere ufficiale: per questo chi detiene il potere cerca di impedire che essa diventi il luogo in cui si educa al pensiero critico. E così oggi, l’attuale governo, che tenta di indebolire l’architettura costituzionale dello Stato allo scopo di raggiungere l’obiettivo di un potere centrale autoritario e libero dai controlli che garantiscono l’esercizio della democrazia, dopo aver fallito il tentativo di modificare il sistema giudiziario, prova adesso a dare l’assalto alla scuola, forse la più debole delle istituzioni statali. Il ministro dell’Istruzione e del merito [2] Valditara ha già, via via, introdotto a livello contenutistico alcuni elementi che entrano in collisione con quanto era rimasto di buono dopo gli interventi delle ministre berlusconiane Gelmini e Moratti [3], ma ora si appresta a realizzare addirittura una riforma globale dell’istituzione scolastica. Caravale, che dedica molte pagine a questo progetto (ivi: 26-46), nel presentare le teorie storiografiche e pedagogiche dell’on. Valditara, ci sorprende e non poco, perché ci svela che dietro questa proposta di riforma dei programmi, in cui non mancano alcuni spropositi di livello contenutistico e didattico, c’è il pensiero dello storico Ernesto Galli della Loggia, una volta, e forse ancora oggi, importante intellettuale che gravitava tra i movimenti e i partiti progressisti (dai radicali al PSI: è stato anche membro della direzione della rivista Mondoperaio, fondata da Pietro Nenni). Vero è che il ministro, un politico a suo agio tra Lega e Fratelli d’Italia, ha tradotto secondo i propri parametri le argomentazioni e le proposte dello storico, storpiandone procedimenti e prospettive; ma è altrettanto noto che molti intellettuali che gravitavano fino all’anno 2000 intorno ai partiti di sinistra hanno progressivamente abbandonato l’antica cultura progressista per abbracciare il nuovo pensiero dominante modellato sul gioco infantile del “tana libera tutti”. È stata una lenta, acritica, progressiva e letale regressione culturale, tanto che le considerazioni avanzate da Galli della Loggia appaiono simili a quelle espresse dagli “apocalittici” illustrati nei primi anni della seconda metà del secolo scorso da Umberto Eco. E mano mano che la regressione avanza, diventa più forte la tentazione autoritaria; Caravale fa notare che le indicazioni che Galli dà per l’attuazione dei suoi programmi sono prescrittive, nulla è lasciato all’autonomia degli insegnanti, con buona pace della Costituzione: il passaggio dal socialismo libertario di Nenni all’autoritarismo pedagogico è stato netto e deciso, così come quello dal pacifismo e dall’internazionalismo all’attuale sovranismo e al militarismo bellicista. Ed è proprio in questo trasformismo che si annida l’insulsa ambizione di cambiare la storia: perché nel racconto diverso della storia si può trovare una probabile giustificazione alla propria regressione culturale.

Questo fatto che accade a molti intellettuali contemporanei è, secondo me, uno dei temi importanti di cui dovrebbe occuparsi oggi l’antropologia: cercare di individuare le cause di questo drammatico fenomeno degli intellettuali che, invecchiando, prendono posizioni culturali antitetiche, e in modo stridente, a quelle che avevano venti/trenta anni prima. L’acqua stagnante finisce col puzzare, è vero; ma un fiume che nell’arco di pochi anni inverte la direzione della sua corrente ha del portentoso, e siccome l’inversione di pensiero degli intellettuali non è dovuta a interventi soprannaturali o a cataclismi geologici, qualche motivo di origine umana ci deve essere.

Un altro aspetto della cultura storica contemporanea è quello del woke o del politically correct. Questa corrente culturale nata verso la metà del secolo scorso negli USA, Paese multiculturale e dalle molte diseguaglianze, si è via via diffusa tanto da non essere più patrimonio di storici e antropologi ed è entrata nel linguaggio comune, soprattutto nel campo sanitario: non si dice, infatti, più handicappato ma diversamente abile, non più cieco ma ipovedente. Insomma, un modo per nascondere in parte una realtà drammatica e “diversa” e non ferire, con un linguaggio realistico, le persone affette da malaugurati malanni fisici. Nella vita quotidiana questi eufemismi (una volta si chiamavano “pie bugie”) possono servire ad ammorbidire il linguaggio; nei campi della storia e dell’antropologia, invece, il pensiero woke crea problemi seri. Esso, da un lato, ha il merito di aver richiamato la nostra attenzione su minoranze tenute ai margini della società dando loro la possibilità di rivendicare la loro presenza attiva nel mondo; dall’altro, oggi i suoi rappresentanti sono convinti che tutte le ricerche antropologiche precedenti e i loro esiti non hanno valore in quanto svolti da studiosi che non potevano capire quelle condizioni di vita e quelle culture in quanto non appartenenti alle comunità o ai gruppi studiati. Come dire che le attività di ricerca e le opere di Malinowski non sono da considerarsi scientifiche perché lo studioso non era un indigeno trobriandese, era un bianco europeo ed era portatore di cultura coloniale. Non si chiedono, però, se la diversità culturale di Malinowski non sia stata all’origine della sua curiosità scientifica e del suo lavoro di ricercatore.

Sono posizioni teoriche alquanto assurde, spesso dogmatiche e settarie, che rischiano di cadere nel ridicolo. Qualcosa accenna a tali questioni Caravale, io qui mi permetto di suggerire la lettura del numero monografico della rivista «Cambio», in cui molti autori discutono i vari aspetti delle teorie woke, e di un testo di Fabio Dei, dedicato a questa spinosa questione, di cui coglie tutte le contraddizioni e tutte le problematiche [5]. Non tutto quello che è passato sotto il vaglio del politicamente corretto è da buttar via, perché grazie ad esso oggi siamo più tolleranti e comprensivi nei riguardi di minoranze prima misconosciute; ma non si può accettare che tutto quanto è stato studiato e scritto negli ultimi due secoli dagli occidentali sulle popolazioni africane, asiatiche, amerindie, orientali e sulle minoranze sociali endogene sia da rinnegare totalmente. L’Illuminismo, fortunatamente, ci ha insegnato l’uso della ragione critica ed oggi abbiamo molti strumenti di analisi raffinati che ci consentono di vedere dove e come la cultura occidentale ha indagato con aria di superiorità o addirittura offeso i gruppi osservati e come, viceversa, abbia illustrato obiettivamente le culture più diverse.

Tra le correnti del pensiero woke c’è la cancel culture, piuttosto diffusa negli Usa, che si manifesta clamorosamente con l’abbattimento delle statue di personaggi storici che, pur essendo stati considerati benemeriti della loro Nazione per la loro opera intellettuale o politica, avevano però la colpa di essere proprietari di schiavi o di attuare una politica colonialista.

Gli antichi Romani, per cancellare qualsiasi traccia di persone ritenute colpevoli di gravi reati nei confronti dello Stato (e non di minoranze particolari) si servivano di una condanna postuma chiamata damnatio memoriae; per noi questo strumento non è più comprensibile né a livello giuridico, né morale, in quanto ci sembra più una vendetta politica che un giudizio storico; pur non accettando la stessa cancel culture, tuttavia, forse senza esserne coscienti, adoperiamo altri strumenti meno violenti e più eleganti per depositare nel dimenticatoio o per rendere invisibili le vicende storiche spiacevoli o controproducenti: per custodirne la memoria (questa è la motivazione) basta chiudere in un museo quel che ci può dare fastidio perché diventi innocuo: «perché il museo è un luogo di repressione, dove il potere delle immagini può essere addomesticato» (ivi: 72). E poi c’è un nostro inconsapevole comportamento che, secondo Germano Maifreda citato da Caravale (ibidem), fa sì che lo sfregio ad un monumento storico «è persino più rispettoso della storia dell’indifferenza quotidiana con cui migliaia di persone attraversano ogni giorno piazze, strade e giardini popolati da figure mute di cui non ricordano, e non sanno, nulla».

statua-di-colombo-okMa poi perché cancellare le vicende storiche che non ci piacciono? Davanti all’ingresso del Central Park a New York si trova la statua che rappresenta un cavaliere nativo; è stata collocata lì, un luogo molto frequentato: è stato un gesto che corregge quel tipo di storia unilaterale, mettendole a fianco un’altra memoria che la completa. Perché per capire la storia abbiamo bisogno di più storia, non di cancellare quella su cui non siamo d’accordo. Punti di vista diversi sulla stessa vicenda ci aiutano a capire meglio quel che è successo: il racconto storico non è semplice e lineare, è complesso e complicato. Richiede una certa fatica intellettuale per individuare il suo vero senso, la sua verità.

Tra l’altro, nel giudicare gli atti della cancel culture spesso non abbandoniamo i nostri pregiudizi, in quanto riusciamo a capire (ma non a giustificare) i motivi per i quali si vuole abbattere la statua di Cristoforo Colombo, ma se sono i seguaci dell’ISIS a distruggere le statue di Buddha a Bamiyan, allora, oltre a condannare quel gesto di vandalismo iconoclastico, lo attribuiamo pure alla cultura peculiare dell’Islam: ed invece è «l’espressione di un attitudine universale» (ivi:73).

Un altro fenomeno, che ci costringe a fare i conti con la storia e la sua narrazione, è quello della immigrazione che vede centinaia di migliaia di persone spostarsi dai Paesi in cui regnano la povertà e le guerre verso Paesi che sembrano promettere occasioni di lavoro e migliori condizioni di vita. Questi frequenti esodi pongono questioni delicate e di difficile soluzione; intanto la loro accoglienza è contestata da certi movimenti politici e in parte dalle popolazioni ospitanti che, senza chiedersi quali sono le drammatiche cause, antiche e recenti, di queste migrazioni, temono di veder impoverire le loro condizioni di vita; e soprattutto ignorano che durante i lunghi millenni della sua esistenza l’umanità non è stata mai ferma e che lo stato attuale della popolazione mondiale odierna è il frutto di innumerevoli trasmigrazioni e contaminazioni etniche e culturali. La questione più scottante che la presenza di questi immigrati ci pone davanti dovrà essere affrontata fra qualche anno: per il momento non ci stiamo pensando, ma fra cinque o dieci anni cosa succederà nelle classi delle scuole italiane quando gli insegnanti di storia dovranno illustrare le vicende storiche del colonialismo e sui banchi scolastici sono seduti studenti sia di radicata origine italiana sia studenti di cittadinanza italiana ma provenienti da famiglie asiatiche, indiane, africane, sudamericane? Sarà molto arduo raccontare la solita storia dell’Europa, patria dell’Umanesimo, del Diritto, della filosofia; ed ancora più difficile riaffermare che i Paesi europei con il loro colonialismo hanno portato la civiltà a quelle lontane popolazioni extraeuropee. Si dovrà raccontare un’altra storia, perché molto probabilmente quei ragazzi diventati cittadini italiani vorranno dei chiarimenti e qualcuno glieli dovrà dare. Dobbiamo, quindi, attrezzarci, anche dal punto di vista culturale, ad accogliere quelli che ancora arriveranno, perché la ricerca di una vita migliore continuerà ancora e nessun muro, nessuna recinzione, nessuna legge la potrà impedire. Tra l’altro, come dice Caravale, non si può dividere il mondo tra puri (noi) e impuri (gli altri): questa è una visione manichea che non appartiene al corso della storia, che è complessa e contraddittoria e non può essere semplificata per coloro che non hanno tempo e voglia di ragionarci su. Non si possono nascondere od omettere quelle vicende insopportabili per chi le ha subite; anzi il loro racconto deve «aiutare a formare un giudizio storico, anziché volerlo eliminare in fretta» (ivi: 76).

Molto spesso tutte queste correnti di pensiero che vogliono correggere la narrazione storica si appoggiano a concetti di libertà e di democrazia interpretati in modo assoluto; ma come il diritto alla nostra libertà finisce quando comincia quello degli altri, così è anche in un sistema democratico dove non abbiamo il diritto di esprimerci e comportarci secondo i nostri istinti, ma si deve vivere rispettando i diritti degli altri, perché solo così tutti hanno la possibilità di crescere e di migliorarsi come cittadini e come persone civili.

Un’ultima considerazione. Mentre leggevo il testo di Caravale, ogni tanto sottolineavo qualche frase che mi sembrava stonata a confronto con il resto del discorso. Ho trovato la risposta alle mie perplessità nelle pagine (ivi: 81) in cui l’Autore ci informa che nella ricerca storica contemporanea gli studiosi hanno smesso di scrivere la storia facendosi suggestionare da pregiudiziali filosofiche o peggio ideologiche; obbediscono, invece, agli scopi propri dell’indagine che è quella di trovare la verità mettendo a confronto tutte le narrazioni che riguardano tutti gli accadimenti, anche quelli più fastidiosi. Si vede che, nonostante gli sforzi, da lettore conservo ancora qualche vizio acquisito con la vecchia storiografia. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026 
Note 
[1] Sul neoborbonismo la bibliografia è molto ampia; per una sintesi mi permetto di rimandare al mio saggio: M. Fresta, Il neoborbonismo. Memoria divisa o mistificazione?, in «Dialoghi Mediterranei», n. 36, Istituto Euroarabo, Mazara del Vallo, 1 marzo 2019, rivista on-line.
[2] C. Di Pasquale, Le Memorie di una Nazione. Riflessioni su uno Stato che ricorda tra eccessi, amnesie e conflitti, in Dei-Di Pasquale, Stato, violenza, libertà, Donzelli Editore, Roma 2017: 191-220.
[3] Guai a non citare il merito, visto che su di esso si basa la concezione della scuola di questa nuova classe dirigente che la vuole meritocratica e conseguentemente autoritaria e repressiva.
[4] Mariastella Gelmini da ministro della P.I. attuò una riforma da lei stessa definita “epocale”. Nei fatti la sua legge anticipò l’azione dell’attuale ministro Valditara almeno in due punti: 1) ripristinò la valutazione aritmetica (da 1 a 10) del voto di condotta, da conteggiare nello scrutinio finale insieme con i voti delle varie discipline, che qualche decennio prima era stato sostituito con un giudizio articolato tendente a definire la personalità dello studente; 2) il ripristino del maestro unico nelle classi delle Elementari al posto dei tre indicati nella riforma del 1985.
[5] Si vedano «Cambio», vol. 13, n. 25, Firenze 2023; F. Dei, Il nativo universale. L’equivoco problema delle epistemologie indigene, in «Lares» XCI, n. 2, Firenze Mag.-Agosto 2025: 353-370. 

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Mariano Fresta, già docente di Italiano e Latino presso i Licei, ha collaborato con Pietro Clemente, presso la Cattedra di Tradizioni popolari a Siena. Si è occupato di teatro popolare tradizionale in Toscana, di espressività popolare, di alimentazione, di allestimenti museali, di feste religiose, di storia degli studi folklorici, nonché di letteratura italiana (I Detti piacevoli del Poliziano, Giovanni Pascoli e il mondo contadino, Lo stile narrativo nel Pinocchio del Collodi). Ha pubblicato sulle riviste Lares, La Ricerca Folklorica, Antropologia Museale, Archivio di Etnografia, Archivio Antropologico Mediterraneo. Ultimamente si è occupato di identità culturale, della tutela e la salvaguardia dei paesaggi (L’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in Lares) e dei beni immateriali. Fa parte della redazione di Lares. Ha curato diversi volumi partecipandovi anche come autore: Vecchie segate ed alberi di maggio, 1983; Il “cantar maggio” delle contrade di Siena, 2000; La Val d’Orcia di Iris, 2003.  Ha scritto anche sui paesi abbandonati e su altri temi antropologici. É stato edito nel 2023 dal Museo Pasqualino il volume, Incursioni antropologiche. Paesi, teatro popolare, beni culturali, modernità.

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