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Campanili in rete: identità locali e fragilità condivisa nel sistema associativo del comune di Fiamignano

Fiamignano

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CIP

di Settimio Adriani, Teresa Leonetti, Veronica Paris, Antonella Secone, Valentina Secone 

Il comune di Fiamignano, disperso nell’Appennino reatino, rappresenta un caso emblematico delle trasformazioni che attraversano molte aree interne italiane. Dinamiche analoghe sono osservabili in numerosi territori montani, nei quali il progressivo rarefarsi della popolazione si accompagna a una serie di trasformazioni demografiche e insediative: spopolamento progressivo, marcato invecchiamento della popolazione residua, estrema frammentazione in una costellazione di piccole e piccolissime frazioni storicamente autonome sul piano operativo.

Tutto ciò incide in modo strutturale sulla capacità logistica della comunità: si restringe la base potenziale del volontariato, con una conseguente concentrazione delle responsabilità organizzative su un patrimonio umano in costante contrazione; l’esperienza gestionale si concentra in un numero sempre più ristretto di soggetti attivi e si moltiplicano le sovrapposizioni di ruolo – spesso gli stessi individui siedono in più comitati – mentre aumenta il rischio di una progressiva iper-responsabilizzazione in pochi nodi centrali.

In questo scenario segnato da un lento calo demografico e sociale, sopravvive tuttavia un tessuto associativo sorprendentemente vitale. Operano infatti realtà diverse per natura, struttura e ambito di intervento, alcune formalmente costituite, altre informali, alcune continuative, altre attive in modo intermittente (De Rossi 2018; per una visione delle dinamiche a livello generale si vedano Agenzia per la Coesione Territoriale e ISTAT).

Nella complessità di tale scenario, le segnalazioni informali hanno consentito di censire le seguenti: Associazione ASD Valle del Salto, Associazione Don Agostino Gismondi, Associazione Gamagna, Associazione Giovani cicolani, Associazione Nova Santa Lucia, Associazione Sant’Ippolito, Associazione Tanto per, Azienda Faunistico Venatoria Castello di Rascino, CAI Rascino, Centro anziani, Comitato Brusciano, Comitato Fagge, Comitato Fiori del Sambuco, Comitato Marmosedio, Comitato Sant’Agapito, Comitato Santo Stefano, Il ristoro del brigante, Pro Loco di Fiamignano, Sci club Rascino. Sono queste realtà che, nel loro insieme, compongono un presidio fondamentale di socialità, memoria, cura dei luoghi e delle persone che li abitano.

Fagge, Santuario della Madonna del Carmine

Fagge, Santuario della Madonna del Carmine

Eppure questa pluralità, che potrebbe rappresentare una risorsa strategica, si configura spesso come una somma di iniziative isolate. Le associazioni e i comitati agiscono prevalentemente all’interno del proprio perimetro frazionale, raramente collaborano in modo strutturato e, non di rado, entrano in una competizione implicita fatta di variegate rivendicazioni, critiche reciproche, sospetti di protagonismo (per approfondimenti sulle istituzioni di common-pool resources, si veda Ostrom 1990; per un raffronto con la partecipazione deliberativa urbana si veda Fung 2004).

In contesti a bassa densità demografica, la visibilità pubblica diviene una risorsa scarsa e simbolicamente rilevante: il riconoscimento sociale sostituisce in parte quello economico e organizzativo, mentre la legittimazione passa attraverso la capacità di intestarsi iniziative percepite come identitarie. Tale dinamica non è semplicemente il frutto di conflitti personali, ma affonda le radici in una storia territoriale che ha consolidato identità fortemente localizzate.

Il campanilismo, in questo senso, non è un’anomalia patologica, ma una forma di capitale sociale “chiuso”: legami forti, senso di appartenenza intenso, fiducia interna elevata, ma scarsa propensione alla cooperazione inter-frazionale e limitata capacità trasformativa quando le relazioni restano esclusivamente endogene (Granovetter 1973; Bourdieu 1986).

Dall’altro lato, la stessa chiusura identitaria limita la costruzione di capitale sociale “ponte” (bridging – Putnam 1993, 2000; Gittell & Vidal 1998), necessario per elaborare una visione complessiva del territorio comunale come sistema territoriale integrato. Proprio la costruzione di questo tipo di legami ha costituito l’obiettivo potenziale da perseguire attraverso l’incontro tra le realtà associative locali (evento storico per il territorio di riferimento), più avanti descritto e con i seguenti obiettivi: creare occasioni di dialogo e collaborazione che affianchino, senza sostituirli, i legami forti già esistenti all’interno delle singole comunità.

Questo capitale sociale interno (bonding – ivi) produce effetti ambivalenti. Da un lato, consente una mobilitazione efficace attorno a feste patronali, manutenzioni di beni religiosi o ambientali, attività sportive di vario genere, eventi culturali e iniziative stagionali; garantisce rapidità decisionale e coesione; mantiene viva una dimensione comunitaria che contrasta l’atomizzazione tipica dei contesti in declino. Ogni gruppo tende a percepire l’altro come focalizzato esclusivamente sul proprio ambito e, in parte, questa percezione è fondata: la frammentazione spaziale si riflette in uno sminuzzamento progettuale. Le risorse, già esigue – volontariato anziano, autofinanziamento tramite tesseramenti e piccole donazioni – si disperdono in una molteplicità di micro-iniziative. Queste duplicano sforzi e adempimenti, moltiplicano i costi organizzativi, polverizzano la comunicazione pubblica e riducono la capacità di presentarsi come interlocutore unitario verso enti sovraordinati. In assenza di una massa critica condivisa, diventa più difficile accedere a finanziamenti esterni o partecipare con credibilità a bandi che richiedono progettazione integrata e partenariati stabili.

Peschieta. chiesa di Santa Maria del Cucurbita

Peschieta. chiesa di Santa Maria del Cucurbita

In questo quadro emerge una questione delicata: è legittimo, o anche solo opportuno, che un’associazione intervenga operativamente in un ambito territoriale “altrui”? Sul piano giuridico non vi sono impedimenti; sul piano relazionale, tuttavia, l’intervento esterno può essere percepito come invasione, giudizio implicito sull’inerzia altrui o tentativo di egemonia simbolica. Il problema non è normativo ma culturale. Con risorse già limitate, un’azione non programmata localmente rischia di generare conflitto più che collaborazione e di aggravare la dispersione di energie. Ciò non significa che ogni ambito debba restare impermeabile: significa piuttosto che l’intervento inter-frazionale può funzionare solo se esplicitamente richiesto o concordato, inserito in un quadro minimo di fiducia reciproca e orientato a una collaborazione funzionale piuttosto che identitaria.

Le vie d’uscita realistiche non possono consistere in fusioni associative o in modelli di governance centralizzata, difficilmente accettabili in un contesto a forte identità locale. Più plausibile è un percorso incrementalista, snello, a basso costo, fondato sull’integrazione organizzativa delle diverse entità aderenti, senza però trascurare pragmaticamente le reali possibilità di ognuna di esse (per una visione generale sulle società in rete globale si veda Castells 1996). Un tavolo periodico di raccordo, privo di poteri gerarchici ma orientato allo scambio informativo e alla calendarizzazione condivisa, potrebbe ridurre sovrapposizioni e tensioni senza intaccare l’autonomia di ciascuno. In questo quadro, occorre però esercitare un vaglio realistico su uno degli aspetti più sensibili, ossia la definizione delle date degli eventi.

Quelle di alcune manifestazioni non si potranno certamente concordare, perché già solidamente radicate nelle realtà locali che le esprimono e strettamente connesse a tradizioni religiose, cicli stagionali o consuetudini identitarie non negoziabili. Tale elemento potrà essere inevitabile, ma non dovrà trasformarsi in un fattore limitante per l’intero sistema di organizzazione a livello territoriale. Si dovrà prenderne atto con lucidità e individuare, laddove possibile, strategie capaci di limitarne gli effetti, ad esempio attraverso forme di turnazione pre-concordata su scala pluriennale per gli eventi più flessibili, oppure mediante una programmazione anticipata che consenta di evitare sovrapposizioni particolarmente penalizzanti. Un calendario unico territoriale, anche digitale, contribuirebbe comunque a costruire la percezione di un sistema comune e a razionalizzare la comunicazione verso l’esterno, pur nel rispetto delle specificità che non possono essere armonizzate.

Radicaro, chiesa di San Paolo Apostolo

Radicaro, chiesa di San Paolo Apostolo

Micro-progetti inter-frazionali di scala limitata – ad esempio sulla rete sentieristica, su specifici eventi sportivi (anche su discipline inedite per l’area di riferimento), sulla valorizzazione ambientale o su eventi diffusi – potrebbero rappresentare sperimentazioni concrete di lavoro congiunto, limitate nel tempo e nel budget, tali da non generare nelle entità aderenti timori di perdita di centralità ma capaci di produrre apprendimento reciproco. Persino un piccolo fondo volontario di solidarietà operativa, alimentato da contributi contenuti ma regolari, introdurrebbe un principio di mutualità senza stravolgere le autonomie esistenti e consentirebbe di affrontare esigenze comuni senza replicare ogni volta le procedure.

In territori fragili, la visibilità pubblica assume un valore identitario forte; rinunciare a rivendicazioni esclusive può apparire come una perdita di riconoscimento. Tuttavia, il problema non è l’assenza di iniziative nel presente, ma la loro sostenibilità nel tempo. L’attuale equilibrio, pur dinamico e vitale, è strutturalmente instabile se dipende da un numero ristretto di volontari e non prevede un ricambio generazionale significativo. Nel medio periodo, la frammentazione competitiva rischia di tradursi in una sequenza di chiusure silenziose, dovute all’esaurimento delle energie disponibili più che a conflitti espliciti (Putnam 2000; per una visione generale delle dinamiche e le problematiche del volontariato territoriale si veda CSVnet).

La densità di sigle oggi presente nel territorio comunale è, paradossalmente, un segno di vitalità; ma senza una minima integrazione funzionale e una visione condivisa, essa potrebbe non essere sostenibile nel lungo periodo. Il sistema associativo locale si trova dunque davanti a un bivio non drammatico ma decisivo: mantenere una pluralità isolata, destinata progressivamente ad assottigliarsi, oppure sperimentare forme leggere di collaborazione che trasformino il campanilismo da barriera a rete di nodi autonomi ma comunicanti.

Non si tratta di superare il campanile – impresa culturalmente irrealistica – bensì di metterlo in relazione con gli altri, riconoscendo che la sopravvivenza delle singole realtà dipende sempre più dalla capacità di percepirsi come parti di un tessuto sociale territoriale fragile ma ancora dotato di energie, nel quale la cooperazione non rappresenta una rinuncia identitaria, ma una strategia di continuità e di adattamento collettivo.

In questa prospettiva, alcuni cittadini attivi nel volontariato hanno ritenuto opportuno avviare un primo momento di confronto informale volto a verificare la disponibilità delle diverse realtà associative ad intraprendere un percorso di dialogo e collaborazione. A tal fine, si è svolta una prima riunione esplorativa, ristretta ai soli proponenti, tenutasi il 6 marzo alle ore 17.00 presso la sede della Pro Loco di Fiamignano. L’incontro non ha avuto carattere decisionale né rappresentativo in senso formale, ma ha costituito una fase iniziale di ascolto reciproco e di condivisione delle riflessioni qui esposte, con l’obiettivo di verificare la possibilità di promuovere un confronto più ampio tra le realtà attive nel territorio comunale.

Gamagna

Gamagna

Tale scopo ha guidato la programmazione e lo svolgimento dell’incontro allargato svoltosi il 13 marzo alle ore 17.30, presso la sala consiliare del Municipio di Fiamignano, un primo incontro a carattere programmatico-operativo, aperto a tutti i comitati e le associazioni sopra elencati, invitati individualmente con adeguato anticipo. L’evento ha rappresentato un’occasione di dialogo diretto tra le diverse realtà attive e un primo tentativo di costruire uno spazio condiviso di confronto. L’esito dell’iniziativa ha mostrato elementi di interesse ma anche alcune cautele comprensibili. L’adesione all’invito è stata infatti più ampia del previsto: dei diciannove gruppi contattati, diciassette hanno partecipato all’incontro. Per quanto riguarda gli assenti, il Comitato Santo Stefano è risultato di fatto non più esistente, mentre il Comitato Fiori del Sambuco ha comunicato l’impossibilità a presenziare pur esprimendo attenzione verso il percorso avviato.

Nel complesso, le presenze all’incontro hanno evidenziato una diffusa apertura alla possibilità di avviare uno spazio di confronto, almeno sul piano dell’ascolto reciproco. Il dibattito ha tuttavia fatto emergere anche alcune perplessità, in particolare riguardo alle possibili modalità esecutive dell’auspicato raccordo e alla sua effettiva utilità pratica. Alcuni interventi hanno posto l’accento sulla necessità che qualsiasi forma di collaborazione resti uno strumento leggero e non produca ulteriori livelli di complessità organizzativa, già difficili da sostenere in ogni contesto caratterizzato da risorse volontarie limitate ed economiche esclusivamente alimentate dal basso.

In altri casi sono stati sollevati interrogativi più concreti sul contributo effettivo che realtà associative di dimensioni molto ridotte – in particolare alcuni piccoli comitati di frazione – potranno realisticamente offrire a possibili iniziative comuni. Non sono mancati, nel corso dell’incontro, segnali di cautela più marcati. Un comitato ha scelto di lasciare la riunione prima della sua conclusione e due associazioni hanno mantenuto un atteggiamento costantemente prudente, talvolta fortemente critico, rispetto all’impostazione dell’iniziativa, senza tuttavia esplicitare in modo articolato le ragioni di tale posizione.

Episodi di questo tipo, pur non rappresentando l’orientamento generale dei presenti, testimoniano come il tema della collaborazione inter-associativa tocchi sensibilità e aspettative differenti e richieda quindi tempi di maturazione adeguati. Proprio per questo motivo, al termine dell’incontro si è ritenuto opportuno non assumere decisioni immediate, ma concedere al processo uno spazio di ulteriore riflessione. Come primo strumento pratico di collegamento è stato attivato un gruppo di comunicazione informale – con un rappresentante per ciascuna realtà potenzialmente interessata – finalizzato a facilitare lo scambio di informazioni e mantenere aperto il canale di dialogo.

san-paolo-sagra-della-pizza-rentortaParallelamente, è emersa la disponibilità generale a programmare un nuovo momento di confronto entro alcune settimane, così da consentire alle diverse associazioni e comitati di valutare, con maggiore calma, prospettive, limiti e possibili forme alternative di collaborazione. Nel corso della riunione si è proposto di valutare l’istituzione di un Coordinamento delle realtà associative e operative del territorio comunale, concepito non come organismo gerarchico o sovraordinato, ma come luogo leggero di collegamento, scambio informativo e possibile azione condivisa tra soggetti autonomi.

Si è anche provato ad avviare una prima riflessione collettiva finalizzata alla redazione di un possibile Manifesto del Coordinamento, inteso come documento che racchiuda principi e intenti condivisi, capace di definire le finalità generali, lo spirito di cooperazione e i criteri di base del percorso. Qualora tale proposta trovasse un interesse diffuso tra le realtà presenti, sarà poi lo stesso Coordinamento a esprimere un Direttivo – composto da un rappresentante per ogni entità aderente – che, in piena autonomia e attraverso successive riunioni, valuterà l’opportunità di dotarsi di un regolamento interno, volto a disciplinare modalità di incontro, strumenti e forme pratiche condivise, nel rispetto dell’autonomia e delle specificità di ciascuna associazione o comitato.

L’auspicio è che questo percorso possa rappresentare un primo passo, prudente ma concreto, verso la costruzione di relazioni di fiducia e di collaborazione stabile tra le diverse realtà che animano le numerose ma minuscole frazioni del territorio, nella consapevolezza che la vitalità del sistema associativo locale dipenderà in misura crescente dal saper trasformare una pluralità di iniziative autonome in una rete di soggetti reciprocamente comunicanti.

In contesti territoriali caratterizzati da fragilità demografica e dispersione insediativa, la capacità di mantenere aperti spazi di dialogo tra soggetti autonomi rappresenta spesso non soltanto un’opportunità organizzativa, ma una delle condizioni essenziali per la continuità della vita associativa locale. Quanto fin qui delineato rappresenta le tappe del percorso avviato e gli obiettivi auspicati. Le difficoltà emerse sin dalle prime fasi appaiono tuttavia non trascurabili; sarà il tempo, più che le intenzioni, a restituire la misura degli esiti concreti del processo intrapreso. 

Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026 
Riferimenti bibliografici 
Agenzia per la Coesione Territoriale. Rapporto sulle aree interne italiane. Roma, 2018.
Bourdieu, Pierre. 1986. “The Forms of Capital”. In Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education, edited by John G. Richardson. New York: Greenwood: 241–58.
Castells, Manuel. 1996. The Rise of the Network Society. Oxford: Blackwell.
CSVnet. Rapporto annuale sul volontariato in Italia. Roma, 2019. <https://csvnet.it/>, 09.04.2026.
De Rossi, Antonio. 2018. Aree interne: dinamiche e prospettive di sviluppo. Milano: Franco Angeli.
Fung, Archon. 2004. “Deliberative Democracy and International Labor Standards.” Governance 17 (1): 51–71. https://doi.org/10.1111/j.0952-1895.2004.00240.x.
Gittell, Ross, and Avis Vidal. 1998. Community Organizing: Building Social Capital as a Development Strategy. Thousand Oaks, CA: Sage Publications.
Granovetter, Mark. 1973. “The Strength of Weak Ties.” American Journal of Sociology 78 (6): 1360–80. https://doi.org/10.1086/225469.
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Ostrom, Elinor. 1990. Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action. Cambridge: Cambridge University Press.
Putnam, Robert D. 1993. “The Prosperous Community: Social Capital and Public Life.” The American Prospect 4 (13): 35–42. https://doi.org/10.2307/2580031.
Putnam, Robert D. 2000. Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community. New York: Simon & Schuster.

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Settimio Adriani (settimioadriani@gmail.com) – Laureato in Scienze Naturali e Scienze Forestali, si è specializzato in Ecologia e ha completato la formazione con un Dottorato di ricerca sulla Gestione delle risorse faunistiche, disciplina che ha insegnato a contratto presso le Università degli Studi della Tuscia di Viterbo (facoltà di Scienze della Montagna, sede di Rieti), “La Sapienza” di Roma (facoltà di Architettura Valle Giulia) e dell’Aquila (Dipartimento MESVA). Per passione studia la cultura del Cicolano, sulla quale ha pubblicato numerosi saggi e monografie. Coordina il comitato editoriale della rivista quadrimestrale della Valle del Salto denominata Di Questa e d’Altre Terre, edita dalla Pro Loco di Fiamignano (RI).  
Veronica Paris (veronica.paris96@libero.it), ha frequentato il Liceo pedagogico con indirizzo socio-economico di Rieti, si è laureata in Scienze della Formazione e del Servizio Sociale presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Attualmente è impiegata come Assistente Sociale in una Cooperativa Sociale dove svolge le mansioni di coordinatrice dei servizi di assistenza domiciliare e assistenza scolastica. Come socia della Pro Loco di Fiamignano si interessa delle attività socio-culturali che l’associazione organizza nel territorio, curandone in particolare gli aspetti socioculturali. 
Teresa Leonetti (teresa.leonetti@libero.it), Antonella Secone (seconeantonella@tiscali.it), Valentina Secone (seconevalentina@hotmail.it) – Volontarie attive nell’Associazione Tanto per, impegnate nella promozione di eventi culturali e nello sviluppo di iniziative sociali a favore della comunità. Insieme ad altri attori del territorio, sono promotrici di un’azione volta a favorire il dialogo e la collaborazione tra le molteplici realtà del Terzo settore e i Comitati frazionali attivi nel comune di Fiamignano (RI), figurano tra le sostenitrici della nascita dell’auspicato Coordinamento, inteso come spazio stabile di confronto e cooperazione capace di mettere in rete competenze, risorse ed esperienze locali. L’obiettivo è rafforzare sinergie e partecipazione civica, valorizzando tradizioni e specificità dei territori senza intaccare le autonomie frazionali e contribuendo, al tempo stesso, alla vitalità complessiva del tessuto associativo.

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