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Camminamenti, incontri e scambi. Il festival delle letterature migranti e la cultura del conoscersi

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L’idea del muoversi, osteggiata sempre più ottusamente da asfittiche politiche nazionali e internazionali, è una realtà che investe non solo gli esseri umani, ma, in tutta evidenza, le culture, le idee, le espressioni comunicative e artistiche che dell’uomo sono parte inalienabile. A muoversi con l’uomo è tutto quell’insieme che lo rende tale, che lo permea e lo definisce, si sposta col singolo un piccolo bagaglio di vita, intelletto, esperienze; si sposta col migrare dell’umanità un variegato insieme di fagotti pronti a scambiarsi, mescolarsi e arricchirsi e muta di passo in passo, di scelta in scelta, il futuro personale e collettivo di tutte le parti coinvolte.

«Ogni decisione è una scommessa sul futuro, di fronte a essa si spiega l’immensità del tempo accompagnato da una moltitudine di dati in interazione. Il mondo è sempre composto più di imprevedibile che di probabile. Una volta presa la decisione gli altri futuri possibili scompaiono […]. Le conseguenze di un atto non hanno sempre la trasparenza della decisione che l’ha scatenato» (Le Breton, 2017: 29).

È così che la dimensione della migrazione risulta di più facile comprensione in quella frazione di trasparenza che segna le cause scatenanti la decisione di partire, o il trovarsi indotti a farlo, ma scivola nell’invisibilità in tutto quel tumulto di conseguenze che dal momento dell’arrivo, e spesso durante il primo tragitto, caratterizzano le storie del migrare contemporaneo.

La letteratura, espressione umana, comunicativa, descrittiva, espressiva, capace di racchiudere nel narrato la forza di un sentire esperienziale, migra, si sposta, viaggia, si stende su campi nuovi, si traduce sfrangiando e sfaccettando il proprio senso sul tessuto sociale della lingua di arrivo, e si presta, infine, come specchio del raccontato.

Il festival delle letterature migranti non è solo l’insieme di eventi interessanti e momenti di riflessione. È un progetto di consapevolezza, di scambio e conoscenza che scorre attraverso gli snodi di una città multiculturale e cangiante come lo è Palermo.

Troppo spesso si è portati a pensare alla migrazione come ad un percorso che da un punto di partenza, magari attraverso difficoltà, traumi, disastri, perdite di ogni tipo, conduce a un punto di arrivo, a una terra di approdo, a un nuovo luogo nel quale sedersi e prendere posto, fermarsi, come se il migrare si fosse concluso così, come se il viaggio che ha condotto l’essere umano a attraversare terre e acque si completasse con quell’arrivo.

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Museo Salinas, sede centrale degli appuntamenti del Festival

La realtà migratoria è però ben diversa e basta anche la piccola esperienza, infinitamente meno traumatica, rischiosa, dolorosa, dei tanti cittadini del mondo più ricco e sicuro che per studio o lavoro devono lasciare il proprio Paese, magari solo la propria regione, per rendersi conto di come l’arrivo altro non sia che un nuovo inizio che prosegue, un continuum che si allunga dalla partenza in poi, senza che mai ci sia un vero punto di stallo all’interno di quell’esperienza performante che è il migrare.

Inserirsi nel tessuto sociale, affrontare le troppe pratiche burocratiche, spesso tentare di riprendere il proprio percorso verso quelle che erano le mete desiderate e mai raggiunte, diventa il proseguire di un cammino – meno visibile ma non meno sofferto – che è un indissolubile fluire interno ancor prima che uno spostarsi fisico. Allo sradicamento della migrazione si associa una condizione di separazione e isolamento che riformula l’individuo rispetto alla realtà che precedeva la partenza, tanto più che

«l’individualismo contemporaneo riflette il fatto che il soggetto si definisce attraverso i propri riferimenti. Questi non è più sorretto da regole collettive esterne ma costretto a trovare in se stesso le risorse di senso per restare attore della propria esistenza. […] L’immersione totale nel tessuto sociale non è più un’evidenza ma una cosa da conquistare» (Le Breton, 2017: 32-33).
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Teatro Garibaldi, dove si sono svolti gli spettacoli teatrali e musicali del Festival

Immaginare attraverso i racconti, le parole, gli occhi ispessiti di quel vissuto che vi si è condensato nei pochi anni di giovani esistenze che hanno affrontato esperienze difficili anche solo da ripetere verbalmente oltre che da accettare, permette di condividere lo spazio esperienziale del racconto tessendo una più fitta rete sociale poiché troppo spesso «siamo meno insieme di quanto non siamo gli uni accanto agli altri, distaccati gli uni dagli altri» (ivi: 32); partecipare a un incontro dialogante permette di rendersi conto di quanto impossibile sia fare dell’arrivo, sia questo avvenuto via mare o camminando attraverso un confine spinoso, il momento in cui il migrare può dirsi compiuto, e nel corso dei tanti incontri che si susseguono anno dopo anno all’interno di questo festival è possibile partecipare a questi racconti senza il filtro mediatico, che spesso li rende distanti e indistinti, ma con il diretto incontro che permette un più profondo trasferimento dell’altro, della sua dimensione esperienziale, nel bagaglio conoscitivo e sensoriale di chi vuole conoscere e comprendere la natura profonda delle migrazioni contemporanee, dall’altro che è un noi e col quale condividiamo luoghi e futuro.

«Sarebbe un guaio far finta di niente e procedere come se la teoria della complessità non esistesse o riguardasse soltanto il mondo naturale» sostiene Remotti (2013: 214) riferendosi alle riflessioni di Ulf Hannerz e alla necessità di dedicarsi a una macroantropologia della cultura per comprendere la realtà contemporanea entro la quale alcuni spazi, più di altri, sono un continuo suolo di attraversamenti. L’Italia, la Sicilia, Palermo sono tra queste lingue di terra, tra questi luoghi dai bordi sfumati, dai confini indistinti e estesi lungo i tanti camminamenti che l’attraversano. Tra i primi brandelli di un Occidente a cui aggrapparsi l’Italia è uno dei più vicini avamposti disteso verso quelle realtà da cui si è costretti a partire perché martoriate dallo sfruttamento nelle sue tante, becere, forme. Palermo anno dopo anno ha saputo fare di sé un luogo di condivisione, un cumvivere da percepire come struttura portante della società, come chiave di lettura di un tessuto urbano umano multietnico, multiculturale, plurale in tutte le sue espressioni.

In questo contesto, lo spaccato del festival delle letterature migranti vive ogni anno nella forma fisica della memoria rappresa in questa polifonia di storie che ci avvolge, ci coinvolge e ci include tutti, aiutandoci a comprendere il cambiamento nel momento in cui avviene, senza perdere il passo, senza escludere, leggendo il passato, e non solo il presente, raccontando il futuro mentre esso accade e si fa storia.

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da Archivio Festival

Gli eventi, i momenti di incontro e confronto che si sono susseguiti nel corso di queste cinque giornate del festival di quest’anno (9-13 ottobre 2019) sono stati, ancora una volta, una effervescente corrente che ha attraversato luoghi e sguardi, correndo e rincorrendo le esistenze e i destini degli uomini lungo i cieli del raccontare, del raccontarsi. Una immagine e un’identità che assume forma, corpo e vita attraverso le opere letterarie, differenti e discusse, dialogate e aperte al confronto in differenti momenti, ma anche attraverso i diversi esiti espressivi chiamati a rispondere all’impellenza del dialogo: dalla musica alle arti visive che con la rapidità di un cartellone pubblicitario catturano lo sguardo tra i tanti richiami del frenetico contesto cittadino e investono la coscienza in modo fulmineo, imponendo una riflessione troppo spesso soffocata. Dalla pratica della traduzione trasformata in gioco per palesare la poliedrica capacità di rappresentare e rappresentarsi mutando contesto culturale e linguistico al safari fotografico che ha portato a caccia di luoghi e suggestioni, per confrontare le diverse visioni, i diversi frammenti percepiti nella raffigurazione complessiva di una Palermo vista sempre più come spazio condiviso e comune. Dal teatro al racconto in ogni altra sua forma. La letteratura e molte altre declinazioni dell’arte si sono offerte come terra di scoperta e conoscenza, come campo di incontro e confronto, il solo modo per giungere a un coesistere sano e umanamente proficuo.

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da Archivio Festival

Tra le operazioni del festival di maggiore impatto, per la propria capacità di palesarsi e travolgere l’occhio esterno di un pubblico diffuso, merita una particolare attenzione la realizzazione delle opere di cartellonistica caratterizzate dall’immediatezza di uno slogan, di un’immagine che si imprime rapida della mente anche tra le distrazioni del formicolio chiassoso della realtà urbana: Italiani brava gente, realizzato da Fare Ala+Wu Ming 2, campeggia al centro di un manifesto, e a formare la scritta si susseguono atrocità, misfatti e colpe di una nazione che sul ruolo dei bonaccioni del mondo ha basato gran parte della sua identità esterna e interna; e ancora all you can hate, dell’artista #ditosinistro, un gioco di parole facile da memorizzare, che sintetizza la fame bulimica di rabbia, odio, violenza, prevaricazione che scorre come sangue dal mondo mediatico fino al diretto relazionarsi umano.

All’interno del Festival delle letterature migranti, alle manifestazioni artistiche, nelle differenti declinazioni, si sono susseguiti momenti di dialogo, di conoscenza diretta tra chi ha un vissuto di migrazione come bagaglio personale, chi si impegna nell’ausilio dell’accoglienza, e chi ha sentito l’esigenza di ascoltare e interrogarsi. L’incontro con un giovane rifugiato, avvenuto in uno dei locali simbolo di una Ballarò rinata nella sua multietnica e complessa realtà, è stato uno dei momenti di più forte impatto. I racconti dei viaggi, delle fughe, delle torture, dei naufragi siamo ormai abituati a sentirli, non destano quasi più lo stupore che simili orrori meritano, ma trovarsi viso a viso con chi ha provato in prima persona tutto questo, con chi si batte affinché non si risolva in una dichiarazione di Paese sicuro tutta l’impossibilità di restare in luoghi dove non c’è la guerra ma ci sono fame, o paura, ha un sapore diverso e assesta un colpo diretto e pieno anche a quelle coscienze che avrebbero preferito distrarsi.

«Mi chiamo Cheikh Insa Dieme, nato il 30 dicembre 1990 in Senegal, attivista per i diritti umani, più specificamente nel contesto della protezione dei bambini. Ho lavorato in diverse strutture di protezione dei diritti dei minori. Tra questi differenti posso nominare Save The Children, ENDA Graf Sahel e tanti altri. È con questo in mente che ho iniziato a denunciare la violenza contro i bambini nel mio paese e ho creato un’associazione giovanile chiamata Youth Volunteer Health Network per rispondere meglio alle esigenze dei bambini.
È per questo lavoro di denunciare i problemi che incontrano i bambini nel mio Paese, che persone che non conosco mi hanno più volte aggredito e a volte hanno lasciato le tracce dei loro coltelli sulla mia pelle.
Nel 2016 ho lasciato il mio Paese per salvarmi dalla minaccia di morte a cui sono stato più volte soggetto. Lo stesso anno, nel sud del Senegal, dove stavo facendo un progetto di educazione sessuale che coinvolgeva 5.000 bambini, qualcuno ha messo fuoco alla mia camera per uccidermi perché aiutavo anche bambini LGBT.
Ecco perché sono fuggito dal mio paese per rifugiarmi nel Burkina Faso. Anche in Burkina Faso sono fuggito a causa delle numerose esecuzioni della polizia che mi ha chiesto soldi per poter rimanere nel Paese.
Queste sono le ragioni che mi hanno portato a questa pericolosa strada che ho intrapreso per ripararmi dal pericolo e dalla prigione che mi incombeva su di me. Quando sono arrivato in Libia, mi sono reso conto che era più pericoloso del Paese in cui mi trovavo prima. In Libia, ho trascorso più mesi in prigione con la tortura di Huniman, in questo Paese l’uomo nero vale diversi dinari libici. Queste torture hanno lasciato un’eredità in questa nuova vita che sto conducendo per poter iniziarne una di dignità».
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Incontro con Insa

È questo il racconto che Insa fa di sé e dell’inizio della sua migrazione: le torture, le violenze, la paura di percepirsi come preda, costantemente esposto al rischio di una cattura a fini estorsivi, il trauma indelebile della morte di chi con lui ha condiviso la prigionia, il viaggio e il naufragio dal quale lui e pochi altri sono riusciti a salvarsi, l’ingiustizia di essere minacciati per il proprio impegno nella tutela dei più deboli e quella di dover sopportare che la propria patria, quella dalla quale si è stati costretti a fuggire venga etichettata sbrigativamente quale Paese sicuro, come se solo le guerre, quelle esplicite e eclatanti, fatte di bombe e raffiche di mitra, possano rendere uno Stato insicuro per chi lo vive, come se solo questo, la minaccia di una morte per motivi bellici possa legittimare il tentativo di costruirsi una vita sana, sicura, libera e dignitosa. Tutto questo non è ascrivibile a un percorso che può dirsi finito e compiuto col solo arrivo in Italia. La realtà della migrazione continua, prosegue nell’inserirsi, nel ricostruire se stesso e la propria quotidianità, continua nell’affrontare il distacco e il timore per i propri cari rimasti nel Paese natio, prosegue negli incubi che lo svegliano di notte e necessita di un sostegno civico e psicologico che ha trovato nella scrittura, nella poesia, un canale percorribile per parlare di sé e di quel male che troppo spesso la politica della disinformazione trasforma in una grottesca e drammatica farsa.

 «Il mio incubo/ Sono nero,/sono bianco,/sono giallo,/non so più niente./Sono un essere umano./Sono un uomo,/sono una donna,/sono un bambino./Sono chiamato rifugiato,/ho perso tutto:/il mio Paese,/la mia terra natia,/i miei amici,/il mio quartiere./Sono fuggito dalla terra per buttarmi nel mare./Se il mare è più sicuro della terra, penso che non ci sia più scelta./Tu mare,/ mi hai saziato./Nella tua pancia riposano amici,/nella tua pancia riposano donne,/nella tua pancia riposano bambini,/nella tua pancia riposano donne incinte./Però sembri più sicuro della terra:/non torturi nessuno,/non stupri nessuno,/non ammazzi nessuno a sangue freddo,/non rubi a nessuno la sua dignità./Ho abbandonato il mio bambino per salvarlo,/a forza di correre ho perso la forza di tenerlo./Ho abbandonato mia madre per salvarmi,/ a forza di correre mi dice:/ va avanti, ti seguo figlio mio./Non la vedo più./Mi sono reso conto che l’ho persa sempre./Ho abbandonato i miei amici per salvarmi,/molti hanno ricevuto pallottole d’arma da fuoco,/altri sono stati urtati da pick-up./Tu guerra,/tu discriminazione,/tu religione,/tu razza,/tu violenza,/tu violenza basata sul genere,/tu, /tu,/mi ridarete tutto quello che mi avete preso?/Non credo./Sempre e ancora tu,/ancora/e ancora/nelle notti./Vi vedo spesso,/vi vedo come se fosse oggi./Ho paura di chiudere gli occhi /Per cercare di non vedervi./Mi lavo ancora/E ancora/Per togliervi dalla mia pelle./Annuso il vostro odore,/percepisco il vostro sudore,/sento ancora il numero di volte che mi avete allargato le gambe,/sento spesso i dolori/che toccano nel più profondo del mio essere./Siamo in molti a subire questa ingiustizia./Ti diffamerò ovunque andrò,/affinché il tuo regno cessi./Ti perdono 7ma non dimenticherò mai/il tuo passaggio su di me».

Con questi suoi versi in una lingua che gli è ancora nuova ma che già gli appartiene, e con un sorriso pieno di amarezza e di speranza, Cheikh Insa Dieme ha concluso l’incontro che ha assunto il racconto del suo vissuto come testimonianza della complessità di un migrare aspro e ininterrotto, «come se l’essere-gettato fosse avvenuto una volta per tutte, invece di essere una determinazione ontologica cangiante dell’essere dell’uomo, la cui contrattazione avviene immersi in una quotidianità e trascendenti costantemente verso un avanti-a-sé» (Vicari, 2012: 23).

Con Insa hanno portato la loro esperienza e la loro visione sulle politiche migratorie contemporanee anche due attivisti, Andrea Costa e Giampiero Obiso, dell’associazione Baobab che da anni aiuta coloro che giungono in Italia, per fermarvisi o per continuare il loro cammino, creando un racconto corale, trasversale e includente del quale nessuno poteva sentirsi solo un esterno ascoltatore, ma parte in causa all’interno di una esperienza toccante ed perturbante. Oggi più che mai si è frastornati dall’eccesso di informazioni e distinguere le voci reali da quelle deformate dall’utile o dalla paura è sempre più difficile, «Ma davvero oggi il sapere è più a rischio, e la conversazione e il dibattito sono più difficili […]? Forse il punto non è che le persone sono più ottuse o meno disposte ad ascoltare […] è solo che ora abbiamo la possibilità di sentirle tutte» (Nichols, 2018: 31), ma alcune strillano più di altre e occorre invece concedersi il tempo dell’ascolto di quelle che possono raccontare se stesse.

72568368_1202198123310842_432488865811398656_n«Le immagini sono soltanto versioni del reale, ma crediamo a tal punto alla loro intrinseca verità che le guerre o gli eventi politici hanno luogo ormai a colpi di immagini che orientano un’opinione pubblica facile da abbindolare, anche se non è affatto vittima di sotterfugi» (Le Breton, 2014: 29), ha solo scelto di seguire il frastuono più reboante dei media, senza interrogarsi sulla presenza di immagini e narrazioni meno chiassose, ma dirette e dense di vissuto di quel reale raccontato e deformato da certe retoriche politiche.

A chiudere il festival nel susseguirsi di espressioni culturali e comunicative che per giorni si sono mescolate in un turbinìo dinamico e vitale è stato, per il progetto Mediterranea Revolution, un organo pulsante di chiamata alle arti, lo spettacolo teatrale “Scuola Superiore di Rivoluzione”, testo e regia di Claudia Puglisi, che si è soffermato sulla necessità di prendere una posizione, sia la propria realtà quella di dover partire o quella di chi si trova a accogliere, la necessità di fare, fare qualcosa, provare, tentare, tenendosi al riparo dall’ignavia e dalla noncuranza, e ancora sull’imperativo personale di trovare un posto nel mondo, di combattere contro la morte che ingoia chi cerca invece di avere un futuro, contro l’indifferenza e la vigliaccheria del fingere di non sapere, di non credere a quello che invece è un’evidenza sotto gli occhi di tutti, e che si conclude proprio con una battuta che suona come un auspicio: «Hanno visto? Hanno visto tutti? Hanno visto la morte? Speriamo di sì».

Dialoghi Mediterranei, n. 40, novembre 2019
Riferimenti bibliografici
D. Le Breton, Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.
D. Le Breton, Sociologia del rischio, Mimesis, Milano, 2017.
T. Nichols, La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, Luiss, Milano, 2018.
F. Remotti, Cultura. Dalla complessità all’impoverimento, Editori Laterza, Bari-Roma, 2013.
D.Vicari, La frontiera abitabile. Per una psicoterapia con gli immigrati, Sensibili alle foglie, Rende, 2012.

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Valeria Dell’Orzo, antropologa culturale, laureata in Beni Demoetnoantropologici e in Antropologia culturale e Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha indirizzato le sue ricerche all’osservazione e allo studio delle società contemporanee, con particolare attenzione al fenomeno delle migrazioni e delle diaspore e alla ricognizione delle dinamiche urbane. Impegnata nello studio dei fatti sociali e culturali e interessata alla difesa dei diritti umani delle popolazioni più vessate, conduce su questi temi ricerche e contributi per riviste anche straniere.

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