Borderscape euro/africano attraverso il Mediterraneo. Esperienze artistiche dal LampedusaInFestival

A.Parracciani_,Arte-erta,Mediterraneo

A.Parracciani, Arte erta, Mediterraneo

di    Chiara Brambilla

 

  Il Mediterraneo si è dimostrato negli ultimi anni uno spazio cruciale per un’investigazione delle frontiere che non si limiti più a considerarle quali entità “date per scontate”, esclusivamente connesse ai limiti territoriali degli stati-nazione, ma come siti mobili, relazionali e soggetti a contestazioni di diversa natura, esplorando al contempo degli immaginari di frontiera alternativi “oltre la linea” di divisione territoriale tra stati-nazione moderni.

Di fronte ai processi della contemporaneità globale, le frontiere non possono più essere semplicemente assunte come griglia ordinante il mosaico mondiale, come linee fisse di demarcazione sulle mappe o nel terreno, ma vanno intese come processi politici, sociali e culturali complessi che sono da noi prodotti ma che contribuiscono, al contempo, alla produzione delle nostre identità individuali e collettive. Il passaggio dal concetto di border a quello di bordering, al centro della “svolta processuale” alle frontiere, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, ha consentito che esse fossero assunte come una pratica sociale dinamica e processuale di differenziazione spaziale.[1] Se ne deriva che, lungi dall’essere scomparse, le frontiere si stanno diffondendo e moltiplicando, mostrandosi quali luoghi rilevanti dai quali partire per pensare i cambiamenti territoriali, politici e socio-culturali del mondo attuale a una pluralità di scale e, dunque, non solo lungo le linee di demarcazione delle sovranità degli stati nazionali (Balibar, 2004 [2003]). Non si tratta, tuttavia, semplicemente del dis-locarsi e ri-locarsi delle frontiere, ma del moltiplicarsi delle loro forme, funzioni e pratiche attraverso una loro diffusione capillare e proliferazione in una pluralità di arene socio-politiche, che ne determina un movimento progressivo dai margini al centro della sfera politica. Diventa allora rilevante un’indagine delle frontiere che sappia considerarne non solo la natura di istituzione, volta a marcare i limiti giuridici e territoriali dello stato-nazione, ma altresì il suo carattere di “istituzione sociale” più ampiamente intesa.

In questo quadro, è utile far riferimento al potenziale critico del concetto di borderscape per ripensare la relazione tra i processi di b/ordering-othering e le migrazioni attraverso il Mediterraneo.[2] Tale approccio consente di portare all’attenzione la multidimensionalità (geo)politica ed epistemica delle frontiere, favorendo la possibilità di cogliere il carattere processuale, de-territorializzato e “diffuso” delle stesse – nell’interazione tra processi e pratiche di esternalizzazione e internalizzazione (Fassin, 2011) – e dei regimi che ne determinano la produzione e il funzionamento in epoca di globalizzazione e flussi transnazionali, esplorando, al contempo, immaginari geopolitici alternativi a quelli dominanti fondati su un’epistemologia territorialista, che riduce la frontiera a linea territoriale di demarcazione delle sovranità stato-nazionali. Il potenziale critico del concetto di borderscape intende fornire una visione politica inedita, capace di muovere oltre la questione della complessità delle frontiere per affrontare, invece, questioni etiche e normative di in/es-clusione, che continuano a costituire un vuoto epistemologico anche all’interno della riflessione degli studi critici sulle frontiere (Brambilla, 2014a).

A tal fine, è importante far riferimento agli studi che si sono concentrati sulle implicazioni politiche della nozione di borderscapenel dibattito scientifico multidisciplinare sulle frontiere.[3] In questi studi, il termine borderscape è impiegato con riferimento all’urgenza di trovare un concetto nuovo, che possa esprimere la complessità spaziale e concettuale della frontiera, come spazio non statico ma fluido e fluttuante, costituito e attraversato da una pluralità di corpi, discorsi, pratiche e relazioni che rivelano continue definizioni e ricomposizioni delle divisioni tra dentro e fuori, cittadino e straniero, ospitante e ospite attraverso confini statuali, regionali, razziali e simbolici multipli. Attraverso il concetto di borderscape, è espresso, dunque, il bisogno di dare espressione alle nuove geografie e identità spaziali che, risultato della negoziazione tra rivendicazioni e contro-rivendicazioni identitarie e territoriali, mettono in discussione l’immaginario geopolitico occidentale modernista e territorialista. Infatti, il concetto di borderscape offre l’opportunità di un’interrogazione critica a diversi livelli d’analisi. Per prima cosa, implica una riflessione sulla dimensione normativa della frontiera, vale a dire una valutazione critica delle premesse e degli argomenti etici, legali ed empirici che sono recati a giustificazione dei regimi cognitivi ed esperienziali sui quali le politiche frontaliere sono articolate (ciò che possiamo chiamare borderscapes egemonici). D’altro canto, il concetto di borderscape implica la considerazione del fatto che le frontiere sono anche abitate da lotte che consistono in strategie molteplici di resistenza contro i discorsi egemonici e le pratiche di controllo attraverso cui tali discorsi sono esercitati (ciò che possiamo chiamare borderscapes contro-egemonici).[4]

In tale veste, la frontiera come processo complesso evidenzia i limiti degli strumenti analitici e concettuali del “nazionalismo metodologico” (Glick-Schiller, Basch, Blanc-Szanton, 1994), il quale assume che la trilogia classica nazione/stato/territorio sia la forma socio-politica “naturale” del mondo contemporaneo, negando la multidimensionalità ontologica delle frontiere. Tale multidimensionalità emerge, invece, proprio nelle interazioni complesse che il moltiplicarsi e lo stratificarsi delle frontiere intrattengono con i processi globali, tra cui in particolare le migrazioni e altri fenomeni transnazionali (Riccio, Brambilla, 2010).

Le considerazioni tratte sulla portata politica del concetto di borderscape – con particolare riguardo alle nuove forme di appartenenza in epoca di globalizzazione e flussi transnazionali – permettono di chiarire altresì il legame che la nozione intrattiene con le cinque dimensioni dei flussi culturali globali che Arjun Appadurai (1996) definisce ethnoscapes, mediascapes, technoscapes, financescapes e ideoscapes. Come evidenziato dallo stesso Appadurai, la sua scelta di comporre questi cinque termini attraverso l’uso comune del suffisso “-scape” si deve al fatto che esso consente di esprimere la forma fluida e irregolare di questi paesaggi della globalizzazione. In linea con la riflessione di Appadurai, il concetto di borderscape recupera all’attenzione la vitalità e la creatività della frontiera, che non è per nulla una linea statica, ma uno spazio mobile e relazionale. La frontiera è un costrutto prospettico, nel senso attribuito al termine dall’antropologo indiano, mostrandosi come insieme di relazioni mai oggettivamente date, ma mutevoli in conformità al punto di vista adottato nel costruirle e nell’interpretarle, il quale cambia con il fluttuare delle contingenze storiche, socio-culturali e politiche (Brambilla, 2014b). Ne deriva che il borderscape non può essere limitato alla sua immagine estetica, non si risolve nell’essere luogo visibile, ma la sua esistenza si origina in un complesso intreccio di condizioni di possibilità non immediatamente visibili e iscritte nella relazione tra spazio, esperienza vissuta e potere. In questo quadro, il borderscape – come luogo di tensione tra immaginari molteplici, egemonici e contro-egemonici – mostra le implicazioni virtuose che una riflessione critica intorno al suo potenziale può avere nell’elaborazione di immaginari di frontiera alternativi all’immaginario geopolitico moderno e alla sua geografia territorialista.

Attraverso l’immaginario, il borderscape esprime il legame che esso intrattiene, oltre che con la politica, con l’estetica, consentendo altresì una riflessione sulle interazioni tra politica ed estetica. I linguaggi estetici detengono una posizione centrale nell’articolazione e nella trasformazione degli immaginari sociali, rispecchiando, spesso calibrando o addirittura riorientando, i processi con i quali i confini si materializzano nel mondo reale. In quest’ottica, la nozione di estetica assume un significato politico e sociale immediato.

 Banco con materiale illustrativoLampedusa

Banco con materiale illustrativo, Lampedusa ( foto Brambilla)

Alla luce dell’orientamento concettuale descritto, è interessante focalizzare l’attenzione sull’isola di Lampedusa e sul LampedusaInFestival, mostrando, da un lato, il potenziale critico della nozione di borderscape come chiave interpretativa per un’investigazione del caso di studio, e, dall’altro lato, riflettendo sulla crucialità di Lampedusa quale esempio di borderscape euro/africano tra i più significativi, per diverse ragioni climatiche, geologiche, geografiche, ma anche storiche e socio-culturali.

Ancorando un’analisi critica del caso di Lampedusa alla nozione di borderscape, si propone una presa di distanza dalla diffusa interpretazione delle frontiere contemporanee esclusivamente nei termini di “dispositivi” di esclusione, come affermato da metafore diffuse quali la Fortezza Europa. Tali metafore contribuiscono a riaffermare l’idea di una divisione netta tra ciò che è “dentro” e ciò che è “fuori” l’Europa, trasmettendo un senso di integrazione assoluta possibile solo al suo interno. Per tale via, la metafora della Fortezza Europa potenzia paradossalmente lo spettacolo del confine come elemento cardine attorno a cui si articola il dispiegarsi dei regimi egemonici frontalieri e migratori europei nel Mediterraneo (Cuttitta, 2012). Tuttavia, muovere oltre la metafora della Fortezza Europa non significa diminuire l’intensità di un pensiero critico di denuncia dell’ingiustizia su cui si fonda il regime delle frontiere europee. Significa, piuttosto, richiamare all’attenzione l’urgenza di un’analisi più attenta del funzionamento complesso di tale regime, includendo nell’osservazione ciò che accade quotidianamente all’agency dei migranti alle frontiere esterne meridionali dell’EU(ropa). In quest’ottica, è possibile riportare in primo piano l’agency politica e sociale dei migranti che l’esclusiva enfasi sulla chiusura e il rafforzamento delle frontiere della Fortezza Europa, anche attraverso la definizione dei migranti quali homines sacri, esclude. Se l’elaborazione concettuale di homo sacer, come formulata da Giorgio Agamben (2008 [1995]), definisce uno spazio e un’identità, dove il migrante resta sospeso tra dentro e fuori, lì posto come esistenza vulnerabile e “nuda”, passivamente oggetto delle azioni di altri e dell’autorità esclusiva del potere sovrano, la nozione di borderscape, in linea con le declinazioni offerte dall’approccio di studio dell’autonomia delle migrazioni, contribuisce all’affermazione di una visione differente, che enfatizza il potere trasformativo delle stesse, riconoscendo ai migranti la capacità di azione.

Come anticipato, Lampedusa costituisce, d’altro canto, un esempio di borderscape euro/africano particolarmente efficace. Piccola isola con un’area di poco più di 20 chilometri quadrati e una popolazione di circa 4.500 abitanti, Lampedusa è la parte d’Italia e d’Europa più a sud del Mediterraneo, più vicino alle coste africane che a quelle italiane. Seppur appartenente dal punto di vista politico e amministrativo all’Italia, la geologia di Lampedusa svela il suo legame con il continente africano, al quale l’isola è connessa da una piattaforma sottomarina. Tale legame geologico trova altresì espressione nella geografia fisica e nel clima dell’isola così come nella flora e nella fauna che la caratterizzano, molto simili a quelle del Nord d’Africa. La storia, poi, mostra le strette connessioni che Lampedusa intrattiene anche dal punto di vista culturale con le società che abitano la sponda africana del Mediterraneo, palesando il paradosso dei regimi frontalieri e migratori contemporanei che sfruttano tali caratteristiche dell’isola al fine di eleggerla barriera della Fortezza Europa, per escludere chi proviene proprio da quello stesso continente africano, al quale Lampedusa è strettamente legata sia geograficamente sia culturalmente.

Il carattere di isola di frontiera tra Europa e Africa, che ne indica l’eccezionale dimensione di luogo di contatto e di scambi, di in-between culturale “tra” i due continenti, è piegato, dunque, alle strategie esclusioniste che sottendono i regimi migratori europei nel Mediterraneo, riducendo l’isola, nelle semplificazioni mediatiche e politiche, a “sentinella” dell’Europa utile per l’affermazione della geografia differenziale della Fortezza Europa e per esercitare la violenza delle sue pratiche di b/ordering e othering attraverso il mar Mediterraneo. Ne emergono interazioni interessanti tra le geografie materiali e immaginarie di insularità e liminalità contingenti nello spazio mediterraneo euro/africano, che mostrano l’ambivalenza delle isole di frontiera, delle isole come frontiera. Tuttavia, l’ambivalenza delle isole di frontiera e come frontiera ne connota una possibile lettura anche quali eterotopie foucaultiane. Vale a dire che le isole reali o immaginarie possono essere assunte quali siti, dove una cultura è contemporaneamente rappresentata, contestata e rovesciata. A questo riguardo, le isole di frontiera possono essere interpretate come delle eterotopie, la cui ambivalenza è spiegata attraverso il concetto di simultaneità formulato da Foucault. La simultaneità consente, infatti, di leggere le strategie di mobilità e ostruzione del movimento, visibilità e invisibilità, flessibilità e intrappolamento che caratterizzano simultaneamente le geografie insulari come geografie liminali.

InfoPoint Associazione Askavusa,Lampedusa.

InfoPoint Associazione Askavusa, Lampedusa
(foto Brambilla)

In questo quadro, il concetto di borderscape è adoperato per esprimere la tensione costantemente presente nella frontiera tra l’esercizio della sovranità stato-nazionale moderna e i suoi tentativi di imporsi attraverso pratiche e discorsi securitari e asserzioni nazionaliste e le resistenze e le contromosse che tali tentativi d’imposizione provocano e nelle quali si apre la possibilità per pensare in modo nuovo alla territorialità e all’identità. Tuttavia, di là delle considerazioni di carattere generale che chiariscono l’interesse di Lampedusa come borderscape euro/africano, vi sono alcuni aspetti che ne determinano la specifica rilevanza con riguardo al dispiegarsi della relazione tra politica ed estetica, nella quale il concetto di borderscape si origina e che esso esprime.

Un primo aspetto che rende particolarmente interessante il caso di Lampedusa può essere rintracciato nel peculiare carattere del LampedusaInFestival (http://www.lampedusainfestival.com, ultimo accesso giugno 2014). Si tratta, infatti, di un’iniziativa dell’associazione culturale lampedusana Askavusa (= a piedi nudi; http://askavusa.blogspot.it/, ultimo accesso giugno 2014). Il Festival è nato proprio nel 2009 con il Collettivo Askavusa, che è stato costituito da un gruppo di attivisti locali sulla scia dell’impegno di protesta e lotta contro le politiche migratorie e i regimi frontalieri dell’Unione Europea e la creazione sull’isola di centri per la detenzione dei migranti. Nel progetto del Festival è chiaramente espresso l’intento di proporre una rassegna, principalmente cinematografica ma aperta anche ad altri e diversi linguaggi estetici, attraverso la quale dare forma a rivendicazioni resistenti e di lotta contro il regime egemonico delle frontiere, mettendo in discussione, per tale via, l’immaginario geopolitico territorialista moderno. In quest’ottica, il Festival è espressione di un borderscape contro-egemonico che interviene nella politica culturale della globalizzazione, assumendo la pratica artistica non come utopica, ma come possibilità effettiva di cambiamento, relazionandola ad altre forme di costruzione politica e movimento sociale che sottendono all’organizzazione dell’evento. Ne emerge il ruolo del Festival in quel processo di politicizzazione dell’estetica invocato da Jacques Rancière (2010) come necessario per ripensare criticamente la contemporaneità dei flussi transnazionali. Il Festival ospita pratiche di rappresentazione che contribuiscono a svelare la complessità di relazioni sociali iscritte nella geografia insulare di Lampedusa come frontiera e invisibilizzate dalle semplificazioni mediatiche e politiche, partecipando, in questo senso, alla scrittura di ciò che può essere definita una “contro-geografia” dell’isola-frontiera.

Delegazione di migranti eritrei partecipanti alla protesta “No finger prints” contro il regolamento Dublino II,Lampedusa.

Delegazione di migranti eritrei alla protesta “No finger prints” contro il regolamento Dublino II, Lampedusa (foto Brambilla)

Un secondo aspetto che dà conto della rilevanza del contesto lampedusano nella riflessione riguardo al potenziale critico del concetto di borderscape è legato al ruolo del LampedusaInFestival quale esempio di “politica locale” virtuosa delle frontiere che mette in discussione le interpretazioni egemoniche della frontiera meridionale dell’Europa. Infatti, il Festival, come anticipato, nasce dal locale, non è un’iniziativa portata sull’isola da attori esterni a essa. La dimensione locale del Festival è importante anche per far emergere, attraverso l’evento, la dimensione di isola di frontiera di Lampedusa, di cui si è parlato, e che occorre considerare nella sua genealogia per coglierne la complessità di significato. La genealogia di isola di frontiera di Lampedusa mostra, infatti, come essa sia stata e continui a essere contesto della negazione dei diritti di chi la abita, oltre che dei migranti che vi arrivano dal mare. La distanza geografica dai centri dello stato-nazione italiano, l’essere una piccola isola all’estrema periferia meridionale della penisola italiana, più vicina all’Africa che all’Europa, si è tradotto in una condizione di marginalità socio-economica e politica per i lampedusani che da molto tempo denunciano l’atteggiamento dissertatorio dei Governi italiani e l’assenza dello Stato nelle loro vite quotidiane.[5]

C’è un terzo aspetto che chiarisce la specifica rilevanza di Lampedusa e del Festival con riguardo alla relazione tra politica ed estetica che il concetto di borderscape esprime. Si tratta del coinvolgimento diretto dei migranti, ai quali il Festival ha dato, in tutte le sue edizioni, un ruolo attivo. A questo proposito, è di particolare interesse la sezione in concorso “Migranti e Memorie”, organizzata nell’ambito della IV edizione del Festival (2012) in collaborazione con l’Archivio delle Memorie Migranti, volta a ospitare “la narrazione della condizione migrante anche dal punto di vista dei migranti stessi”, incoraggiando la presentazione di lavori che potessero costituire degli esempi di “forme di autonarrazione”.[6] Per tale via, il Festival dà attenzione al tema dell’agency dei migranti e abbraccia l’idea dell’autonomia delle migrazioni, per la quale le migrazioni costituiscono una forza creativa che alimenta delle trasformazioni sociali, culturali ed economiche rilevanti, sfuggendo ai limiti imposti dalla sovranità politica statale. In questo modo, il Festival contribuisce a mostrare il potenziale delle auto-rappresentazioni dei migranti come una forma possibile di trasformazione e di partecipazione nella sfera pubblica, dove nuove strategie di esistenza all’interfaccia tra Europa e Africa possono trovare origine. Ciò assumendo la “condizione migrante” (migrancy) a fondamento dell’evento e riconoscendo a essa un ruolo indispensabile per muovere oltre l’immaginario geopolitico territorialista moderno e denunciarne le disuguaglianze e la violazione dei diritti che esso arreca.

Le  stesse auto-rappresentazioni dei migranti possono essere considerate dei borderscapes contro-egemonici, vale a dire delle pratiche discorsive che articolano soggettività e punti di vista alternativi, permettendo, per tale via, la potenziale sovversione e la sostituzione delle posizioni discorsive reificate e sedimentate dalle narrazioni egemoniche. Ciò restituisce agency e storicità all’esperienza migratoria, avanzando una nuova “epistemologia della resistenza” nei confronti del discorso dominante sui migranti in Italia (Wright, 2013).

Affinché si possa cogliere il potenziale virtuoso di tali nuove soggettività politiche dei migranti attraverso il Mediterraneo occorre comprendere il carattere ambivalente della frontiera, la sua doppiezza tra chiusura-oppressione e resistenza-apertura a nuove forme di soggettività politica che, scardinando il sistema di opposizioni binarie moderno, consente, da un lato, una riflessione critica riguardo al bisogno di nuovi immaginari alternativi geopolitici e di frontiera a quelli stato-centrici e, dall’altro lato, mostra come tale rilettura critica sia possibile solo se accompagnata da una riflessione, attenta a forme alternative di rappresentazione delle frontiere nei termini di una molteplicità di esperienze, memorie e trame della vita quotidiana che le auto-rappresentazioni migranti aiutano a dischiudere tra politica ed estetica.

Dialoghi Mediterranei, n. 8, luglio 2014
Note

[ 1]    Sulla svolta processuale alle frontiere – da border a bordering – si vedano, tra gli altri: van Houtum, van Naerssen, 2002; Newman, 2006.
[ 2]  Riguardo alla riflessione critica sui processi di b/ordering e othering si rimanda a: van Houtum, Kramsch, Zierhofer, 2005.
[ 3]  A questo proposito, si veda in particolare il volume curato da Rajaram e Grundy-Warr (2007). Nell’introduzione i due curatori si soffermano a descrivere la particolare declinazione concettuale che il libro intende dare alla parola borderscape, ripresa nella loro argomentazione da uno dei contributi del volume, quello di Perera, dedicato alle frontiere di un’altra isola, l’Australia. Cfr. anche Perera, 2009.
[4]  Queste considerazioni sono riprese da Mezzadra e Neilson (2011) nella loro riflessione sui “borderscapes dell’inclusione differenziale”, in cui propongono un’analisi critica della relazione tra giustizia e confini.
[5]   Una riflessione interessante su questi aspetti è offerta da Gatta, 2011. A questo proposito, si ritiene rilevante il contributo informativo della Rassegna su Lampedusa curata dall’associazione culturale Archivio Storico Lampedusa e presentata nel corso della V edizione del Festival nel luglio 2013. Cfr. http://www.lampedusainfestival.com/lampedusainfestival2013/programma2013.html, ultimo accesso giugno 2014. D’interesse anche il sito dell’Archivio Storico Lampedusa: http://www.archiviostoricolampedusa.it/, ultimo accesso giugno 2014.
[6] Per la descrizione completa della sezione, si veda:            http://www.lampedusainfestival.com/lampedusainfestival2012/bando2012.html, ultimo accesso giugno 2014. Riguardo all’Archivio delle Memorie Migranti e alle sue attività, si rimanda al sito internet dell’associazione: http://www.archiviomemoriemigranti.net/, ultimo accesso giugno 2014.
Riferimenti bibliografici
         Agamben G., Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Torino, Einaudi, 2008 [1995].
Appadurai A., Modernità in polvere, Roma, Meltemi, 2001 [1996].
 Balibar É., Noi, cittadini d’Europa? Le frontiere, lo stato, il popolo, Torino, Manifestolibri, 2004 [2003]
Brambilla C.,“Exploring the Critical Potential of the Borderscapes Concept”, Geopolitics, maggio 2014a,   DOI:10.1080/14650045.2014.884561.
Brambilla C., “Shifting Italy/Libya Borderscapes at the Interface of EU/Africa Borderland: A “Genealogical” Outlook from the Colonial Era to Post-Colonial Scenarios”, ACME – An International E-journal for Critical Geographies, 13(2),2014b, pp. 220-245.
Cuttitta P., Lo spettacolo del confine. Lampedusa tra produzione e messa in scena della frontiera, Sesto san Giovanni (MI), Mimesis Edizioni, 2012.
         Fassin D., “Policing Borders, Producing Boundaries. The Governmentality of Immigration in Dark Times”, Annual Review of Anthropology, 40, 2011, pp. 213-226.
        Gatta G., “Come in uno specchio. Il gioco delle identità a Lampedusa”, in Chelati Dirar U., Palma S., Triulzi A., Volterra A. (a cura di), Colonia e postcolonia come spazi diasporici. Attraversamenti di memorie, identità e confini nel Corno d’Africa, Carocci, Roma, 2011, pp. 353-366.
      Glick-Schiller N., Basch L., Blanc-Szanton C. (eds.), Nations Unbound: Transnational Projects, Postcolonial Predicaments, and Deterritorialized Nation-States, Lanhorne, Gordon & Breach, 1994.
 Mezzadra S., Neilson B., “Borderscapes of Differential Inclusion: Subjectivity and Struggles on the             Threshold of Justice’s Excess”, in Balibar É., Mezzadra S., Samaddar R. (eds.), The Borders of Justice, Philadelphia, Temple University Press, 2011, pp. 181-203.
         Newman D., “Borders and Bordering: Towards an Interdisciplinary Dialogue”, European Journal of Social Theory, 9(2), 2006, pp. 171-186.
       Perera S., Australia and the Insular Imagination: Beaches, Borders, Boats, and the Bodies, New York, Palgrave Macmillan,2009.
        Rajaram P. K., Grundy-Warr C., “Introduction”, in Rajaram P. K., Grundy-Warr C. (eds.), Borderscapes: Hidden Geographies and Politics at Territory’s Edge, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2007, pp. ix-xl.
           Rancière J., Dissensus. On Politics and Aesthetics, Londra, Continuum International  Publishing  Group, 2010.
       Riccio B., Brambilla C., “Preface”, in Riccio B., Brambilla C. (a cura di), Transnational Migration,             Cosmopolitanism and Dis-located Borders, Rimini, Guaraldi, 2010, pp. 7-9.
           Van Houtum H., Kramsch O., Zierhofer W. (eds.), B/Ordering Space, Aldershot, Ashgate, 2005.
         Van Houtum H., van Naerssen T., “Bordering, Ordering and Othering”, Tijdschrift voor Economische en Sociale Geografie, 93(2) 2002, pp. 125-136.
        Wright S., Lampedusa’s Gaze: Messages from the Outpost of Europe, articolo non pubblicato 2013,             scaricabile al link: http://www.archiviomemoriemigranti.net/Home/PostExtended/6c26d1bc-3812-4          381-b29c-1da1be356a70.             _____________________________________________________________________________
 Chiara Brambilla, dottore di ricerca in Antropologia ed Epistemologia della Complessità, è researchfellow presso il Centro di Ricerca sulla Complessità dell’Università di Bergamo nell’ambito del Progetto Europeo del 7° PQ EUBORDERSCAPES. Si occupa di antropologia, geopolitica critica ed epistemologia delle frontiere; migrazioni, transnazionalismo e globalizzazione; colonialismo e post-colonialismo in Africa. Tra le sue pubblicazioni, Ripensare le frontiere in Africa. Il caso Angola/Namibia e l’identità Kwanyama (2009) e Migrazioni e religioni. Un’esperienza locale di dialogo tra cristiani e musulmani (con Massimo Rizzi, 2011). Ha curato, con Bruno Riccio, il volume Transnational Migration, Cosmopolitanism and Dis-locatedBorders (2010).            _____________________________________________________________________________
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