Associazionismo e resistenza a Bologna. I migranti prendono la parola

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Bologna, manifestazione delle associazioni

di Lella Di Marco

Le iniziative a Bologna si susseguono in continuazione: il Decreto-sicurezza di Salvini è stato la scintilla ma il malessere era diffuso e forte. Il ministro ha avuto il potere di rilanciare un movimento di contrasto, di aggregazione e di ricomposizione. Si discute sugli effetti della normativa entrata in vigore nello scorso ottobre ma anche sullo sfruttamento nellavoro, sui nuovi schiavi, sul “ghetto Italia”. I punti di collegamento con l’occupazione dei “nativi” sono molti, come le difficoltà di sopravvivenza.  Si discute di razzismo, anzi delle diverse forme di razzismo, di discriminazione, esclusione, emarginazione, ma fondamentalmente di diritti, di riconoscimento della dignità delle persone.

Mi sembra sia più facile avere solidarietà umana e adesione da italiani singoli o aggregati che non da certi immigrati, da qualche decennio in Italia con documenti regolari e magari con discreta tranquillità economica. È vero che molti di costoro non hanno risolto del tutto i loro problemi, soprattutto con i figli e le figlie ormai maggiorenni, o non sono soddisfatti del loro percorso migratorio, ma è reale, per quanto imbarazzante, il fatto che accettano e condividono la politica di chiusura, dei rimpatri e respingimenti. Non vogliono, in pratica, altri concorrenti con i quali dividere quei vantaggi che pur hanno raggiunto.

Ma questo è un altro problema, che ci fa ricordare anche altre esperienze migratorie in cui noi siamo stati protagonisti. La realtà positiva che emerge e si rende visibile a Bologna è comunque il proliferare di iniziative e di sigle sindacali e di associazioni, che si muovono a favore dell’accoglienza e della solidarietà e su iniziative concrete di opposizione politica. Prendere la parola, nell’attuale fase, è l’esercizio quotidiano di molti migranti che nel raccontare le loro storie riescono egregiamente a contestualizzare e a reclamare un ruolo diverso dell’Occidente nella democratizzazione dell’Africa o nell’accesso allo studio, al lavoro, ad una vita dignitosa.

Abbiamo scoperto associazioni di cui ignoravamo l’esistenza come MigraBO, costituita per la difesa di uomini e donne migranti omosessuali fuggiti dai loro Paesi perché perseguitati, umiliati, torturati   o in pericolo di vita. Persone che rifiutano, per primi, il loro stato, avendone interiorizzato la connotazione negativa, assunto come colpa, disgrazia, vergogna per la stessa comunità di appartenenza che li rifiuta anche in Italia. Sono costoro, a volte, accolti con il permesso umanitario per motivi di persecuzione sessuale. La portavoce Jasmine Joelle Tsimi, originaria del Camerun, ne descrive le sofferenze e anche le difficoltà ad intervenire per sostenerli in una presa di coscienza, in una accettazione che dia loro la forza di vivere con dignità e rivendicare il riconoscimento dei loro diritti. Marinella Constantin, attivista rom, illustra le difficili condizioni della sua comunità, del problema per i bambini e adolescenti di crescere senza vergogna e rifiuto della identità rom.

I circoli ARCI sono impegnati sul fronte dell’accoglienza e dell’antifascismo. Hanno istituito uno sportello che raccoglie denunce e segnalazioni di atti discriminatori o di episodi di palese razzismo. Gli avvocati di strada aumentano i loro gruppi sparsi nella regione, per garantire sostegno e difesa legali gratuitamente, mentre iniziative pubbliche sono promosse da famiglie che in collegamento con Prefettura e Regione hanno accolto giovani o minori non accompagnati. Nove scuole fra gli istituti superiori, con un manifesto firmato da un centinaio di docenti, hanno lanciato appelli a tutta la comunità scolastica per organizzare seminari di conoscenza e riflessioni di approfondimento sulla Costituzione italiana e sulla carta dei diritti umani. I docenti rivendicano il diritto a trattare il tema delle migrazioni all’interno del programma scolastico, come loro dovere educativo che li spinge a far partecipare anche i migranti. Ritengono che «rimanere indifferenti di fronte alla violazione delle leggi internazionali che mette a repentaglio vite umane sfida anche il senso di umanità e la coscienza civile della comunità nazionale».

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Bologna

Il tema della legalità e dei diritti è una costante puntuale in ogni iniziativa. Del resto sono tematiche che si intersecano in maniera complessa nell’attualità politica e non, rappresentando anche una sfida per chi si occupa di cooperazione internazionale. Ne parlerà ampiamente in un incontro nei prossimi giorni a Bologna, Yvan Sagnet. Arrivato dal Camerun per studiare al Politecnico di Torino, poi lavoratore nei campi agricoli in Puglia e leader dei braccianti con i quali ha realizzato il primo sciopero contro il caporalato per il diritto a vivere con dignità. Scrittore e fondatore dell’associazione No Cap è riuscito a fare approvare in Parlamento la legge contro il caporalato che gli ha fruttato anche una onorificenza da parte del Presidente Mattarella. Nonostante tutto, non sembra che il caporalato sia stato sconfitto e il lavoro in nero continua come sostegno indispensabile alla sopravvivenza di quella economia agricola.

Alcune associazioni della Rete metropolitana bolognese contro le discriminazioni stanno realizzando incontri come “Speak Up! Prendi la parola! La parola ai migranti: per i diritti, contro razzismo e disuguaglianze”. Il progetto intende costruire un’altra narrazione della migrazione nello spazio pubblico a partire dalle esperienze e riflessioni che gli attivisti migranti portano con sé, per imparare a prevenire le discriminazioni con la cultura dell’azione collettiva da parte dei cittadini. Non mi risulta che il Sindaco Merola e la regione abbiano praticato la “disobbedienza civile” inserendo i migranti nella lista dei residenti, hanno scelto la via legale di denuncia di anticostituzionalità del Decreto sicurezza.

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Bologna, il presidente MigraBO, Jasmine J. Tsimi, Associazione Diversa/mente

L’associazione Antigone organizza dibattiti sull’insicurezza prodotta dal Decreto. Notevole è l’attenzione da parte del mondo cattolico che attiva incontri diffusi nei luoghi di culto con numerose presenze di migranti “in accoglienza” nelle loro strutture, nonché di relatori quali noti giuristi e magistrati a riposo, che analizzano gli aspetti illegali e anticostituzionali delle scelte del ministro. Sono stati attivi e coinvolgenti anche i nuovi teologi come Vito Mancuso e Roberto Mancini che hanno esposto le loro dottrine di revisionismo critico dei testi sacri e dell’avvio di un nuovo cristianesimo teso a ricondurre l’umanità verso la sua vera funzione. Incontri suggestivi e decisamente interessanti, seguiti con attenzione dai giovani immigrati africani, molto numerosi in città, che non si riconoscono nella religione musulmana.

Presente alle iniziative cittadine e nelle scuole, con interventi significativi, il giovane maliano Youlsa Tangara, referente dell’associazione Asahi, nata nel 2016 con l’intento di aiutare i connazionali e favorire la convivenza sul territorio e la relazione con i nativi. Si occupano di cultura, sport, formazione, ricerca lavoro, organizzano mostre e iniziative per far conoscere l’Africa. Youlsa parla un italiano corretto e chiaro. Al suo Paese ha conseguito un diploma in contabilità e scienze amministrative e il mito dell’Europa per lui significa accedere all’Università e potere “assaporare” la democrazia. Lavora in una struttura per minori non accompagnati e la sua associazione ha sede in uno dei quartieri periferici e multietnici della città. Non si fida dei politici italiani, anche delle loro promesse più allettanti. Non può credere alla buonafede di chi con l’Africa realizza affari vantaggiosi, ovviamente con la complicità dei corrotti governanti africani. Youlsa è l’espressione lampante dell’omologazione giovanile. Credo che l’africanità come orgoglio di essere o la spontaneità che abbiamo imparato studiando Frantz Fanon, non esistano più, nei giovani c’è una certa omogeneizzazione di gusti, obiettivi di vita, di sogni maturati su Internet e attraverso le paraboliche ormai presenti anche nel profondo deserto. Numerose anche le iniziative in piazza e itineranti con gruppi teatrali noti per il loro lavoro transnazionale, come Cantieri Meticci o Il teatro dell’argine. 

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Bologna, associazione africana

Tra i molti racconti narrati dai migranti anche nel contesto dei pubblici incontri organizzati in città prevalgono quelli sulle torture subìte in Libia ma poco si sa e si dice dei libici che emigrano e cercano in Europa anche la possibilità di curarsi. Un giovane è protagonista della storia che ho raccolto, una vicenda dolorosa e tragica di un percorso che dalla Libia dilaniata da mille rivolte lo ha portato a Bologna per cercare delle cure.

«Mi chiamo Tabouni Mohamed ElBashir Mohamed, nato il 14-06-1985 a Garian (Libia) ma ho sempre abitato a Tripoli con mia madre, mio padre, tre sorelle e tre fratelli. Ho frequentato regolarmente la scuola dell’obbligo fino al diploma della terza media, ho lavorato come mio padre nei camion da trasporto come autista- dipendente. Mi sono sposato a 21 anni e ho tre figli: uno di 8 anni, uno di 7 e il più piccolo di 10 mesi. A 28 anni mi sono ammalato di leucemia … ed è cominciata la mia odissea, tra pericolo di morte imminente e desiderio disperato di continuare a vivere. In Libia la situazione è drammatica in tutti i sensi. È una guerriglia continua, fazioni avverse che terrorizzano con spari, bombe, attacchi alla popolazione, devastazione, incendi ai centri abitati e a quei pochi presidi sanitari che non riescono a garantire sufficienti cure e protezione. Si rischia di rimanere vittima di un attentato mentre ti sei recato in uno di quei centri per avere sollievo alle tue sofferenze. In Libia non sono possibili né visite mediche né interventi chirurgici né cure sanitarie, neppure a pagamento. Mancano strutture e personale medico specializzato.

La solidarietà dei miei genitori, che materialmente si è concretizzata nella vendita degli unici immobili di proprietà di mio padre, mi ha permesso di recarmi in Turchia almeno per le prime cure specialistiche, dopo la diagnosi di leucemia.  In quel Paese è possibile fare le cure a pagamento, così ho fatto la chemio per tre mesi, a dir la verità con poche speranze di sopravvivenza. I medici hanno continuato a sostenere che anche con il trapianto osseo avrei avuto scarse possibilità di sopravvivere e che l’unica possibilità sarebbe stata tentare il trapianto nella capitale del Sudafrica.

Recatomi in quel luogo ho verificato l’impossibilità a sostenere economicamente il costo assai elevato dell’intervento e del soggiorno dei miei familiari per accudirmi. Allora ho deciso di tornare in Libia dove era rimasta la mia famiglia. Speravo nel mio Paese di poter continuare almeno le cure chemioterapiche ma neppure questo è stato possibile. La Libia è senza un governo stabile. Non ci sono leggi, il loro rispetto può garantire una certa sicurezza. Non si è sicuri da nessuna parte. La guerra tra le tribù pro e contro Gheddafi è sempre in corso e spesso anche fra tribù della stessa appartenenza.  Quella sicurezza garantita sotto Gheddafi è sparita. Mi consigliano di andare in Egitto almeno per le cure che sono possibili soltanto a pagamento, mentre qualsiasi medico diagnostica che soltanto in Europa avrei potuto essere operato e sperare di sopravvivere all’intervento del trapianto osseo.

Intanto avevo finito gli 85 mila euro disponibili dopo la vendita degli immobili di mio padre  e così con alcune dosi di chemio sono ritornato in Libia a Sabrata a soli 80 km da Tripoli. Non mi è stato possibile portare avanti la terapia in quanto ad un certo punto la strada per raggiungere il presidio sanitario più vicino è stata bloccata perché erano arrivate le rappresaglie dei ribelli. Noi appartenenti alla tribù Ouershefana siamo stati perseguitati e costretti a fuggire ancora verso Tripoli.

Qui ho atteso disperatamente il turno per imbarcarmi sul barcone con mio fratello per potere venire in Italia. Io da solo non potevo stare. Rischiavo di cadere per terra continuamente. Non avevo forza né la capacità di stare in piedi. Ero frastornato con dolori lancinanti, confusione mentale che mi impediva anche di vedere bene. Ho aspettato quindici giorni prima di imbarcarmi con un ticket per viaggio “di favore”, in quanto libico ho pagato soltanto 500 euro. Il viaggio in mare è stato tremendo, sempre fra dolori e debolezza fisica. Sono sbarcato a Siracusa per essere portato subito a Palermo, mentre mio fratello raggiungeva Trapani per sbrigare la pratica per un soggiorno provvisorio, per motivi politici.

A Palermo sono stato preso in carica dalla Croce Rossa che mi ha condotto all’Ospedale civico dove   ho vissuto due mesi infernali con sporcizia ovunque, bagni impraticabili, cibo poco e scadente, fra il disinteresse del personale medico e sanitario tutto. L’unico medico che mi ha visitato ha diagnosticato che ero senza speranza, ormai in stato terminale e quindi l’ordine era di lasciare subito l’ospedale, prendere un aereo al più presto per tornare in Libia. Operazione, a dire il vero, impossibile, senza passaporto ritornare in un Paese che non è rappresentato neppure da un’ambasciata, dove non si sa chi è l’autorità, senza riferimenti politici e amministrativi certi. Con la guerra fra bande tribali che avevano perseguitato e cacciato via dal centro urbano i miei familiari sono stati costretti a rifugiarsi fra le montagne nella zona interna

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Bologna, Associazione Famiglie accoglienti

Mi sentivo perseguitato dal mio Paese, ostaggio della Croce Rossa, che dopo la collocazione in ospedale mi aveva abbandonato, ma anche “vittima” dell’ospedale di Palermo che aveva decretato la mia fine imminente. Ero solo, senza la famiglia, mia moglie e i miei bambini che pensavo di non rivedere mai più. In ospedale ho incontrato un libico che stava seguendo la sua giovane figlia per un intervento chirurgico. Abbiamo parlato e lui mi ha dimostrato cosa è la vera “fratellanza”, l’umanità oltre ogni credo religioso. Lui era emigrato molti anni prima ormai, con la residenza e il lavoro di operaio a Palermo. Su consiglio di una dottoressa che sosteneva che avrei potuto essere salvato con il trapianto del midollo osseo, mi ha incoraggiato a scappare dall’ospedale e a venire a Bologna. Quel fratello musulmano libico ha pagato il biglietto del treno a me e a mio fratello e siamo partiti alla volta di Bologna. Viaggio lungo e doloroso per me che ero sempre sull’orlo di un collasso, digiuno e senza forze per stare in piedi. Alla stazione di Bologna, sostenuto da mio fratello, mentre stavo per accasciarmi al suolo, mi viene incontro una sorella marocchina mai vista prima, che capisce la mia situazione e ci accompagna all’ospedale Maggiore. Qui senza alcun problema sono stato accolto subito e trattenuto per dieci giorni in rianimazione. Dopo sono stato trasferito, per via interna, al Sant’Orsola reparto ematologia, dove sono rimasto venti giorni per accertamenti e, in seguito, per fare una terapia preoperatoria per quasi tre mesi nella casa di accoglienza S. Francesco.

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Bologna, riunione Associazione di migranti, Centro Zonarelli

Il trapianto mi è stato fatto al Malpighi dove sono rimasto in osservazione h 24 per un mese. Dal 24 aprile scorso sono ospite in una struttura (casa) di accoglienza    per gli ammalati di linfomi e leucemia gestita da Bologna Ailonlus legato all’ospedale S. Orsola di Bologna. Devo provvedere in parte alle spese di sostentamento, e in assenza di familiari che mi possano garantire, in questo periodo il sostegno mi viene da alcuni uomini e donne arabi che ho conosciuto nel mio peregrinare. La struttura è pulita, accogliente. Mi preparo il pasto da solo. Sto migliorando di giorno in giorno, mi mancano i miei figli, mia moglie e il sostegno dei parenti. Spero di poter riprendere presto a lavorare e vivere in un Paese democratico senza conflitti continui, con la mia famiglia, ma finché non cambia la situazione politica in Libia in quel Paese la vita è un inferno».

Questa la testimonianza del giovane libico che è morto pochi giorni dopo.

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Bologna, Associazione Diaspora africana, al tavolo al centro l’artista algerino Tahar Lamri

Stranamente parlando di diritti non vengono mai citati i diritti delle donne migranti. Neppure un cenno alle inchieste che la regione Emilia Romagna ha fatto sulla prostituzione, dalla tratta nigeriana a quella cinese, diffusissima, ben organizzata e invisibile, camuffata e protetta. Le innumerevoli sigle e singoli attivi mantengono la voce “bassa”, più propensi a creare conoscenza che spingersi su un piano di “antagonismo militante”, tanto per usare un termine arcaico che sta a indicare contrasto reale alle politiche ufficiali e determinazione nella volontà di cambiamento. È anche vero che il decreto sicurezza inasprisce le pene per l’occupazione illegale di stabili e per i blocchi stradali. E di fronte alla legge sono uguali nativi e migranti.

Manca da tutte le parti una analisi complessiva del fenomeno migratorio. Si vuol vedere soltanto corpi che si spostano, non si vedono le persone, non si vedono i bisogni, i sentimenti, la sofferenza. Anche l’intervento umanitario mostra tutti i suoi limiti, incapace di arginare e contrastare la forza e la violenza contenuta nelle nuove politiche xenofobe. La benevolenza caritatevole è lodevole nelle intenzioni ma è lungi dall’essere soluzione del problema.

Non è soltanto un problema di volontà politica. Urgenti e indispensabili sono conoscenza e competenze, è necessario ri-conoscere le molte facce della migrazione nella globalizzazione, fra esplosione demografica e guerre (pseudo)religiose. Occorre avere un minimo di chiarezza sulle rotte migratorie di chi, per non morire, fugge dai Paesi subsahariani verso l’Europa. Dei popoli in movimento, molto spesso, vittime delle tratte occorre capire fino in fondo la sofferenza psichica, le malattie mentali, la solitudine, scandagliare lo sconvolgimento sociopsichico che investe le personalità di chi fugge e cerca scampo. Ma serve anche uno sguardo attento ed esperto per capire le dinamiche socio-economiche, il riordino dei mercati su scala globale, la massa di “Rifiuti umani” gli “esuberi” (come li ha chiamati Bauman), capire e progettare a livello europeo una forma comune di “accoglienza” assieme alla protezione internazionale.

Probabilmente il nostro Paese si è trovato impreparato, culturalmente prima ancora che politicamente, di fronte a tale esodo di massa.  Ha sottovalutato il fenomeno, delegando a privati di buona o di meno buona volontà, sostenendo e incentivando assistenzialismo e medicalizzazione, quando non sarebbe stato necessario. Tutta la prima generazione di immigrati, nonostante l’utilizzo della forza lavoro indispensabile alla nostra economia, ha visto tali forme di accoglienza che hanno generato molte vittime passive, riducendo così le capacità resilienti nelle persone assistite, trasformando la violenza politica in condizione di malattia individuale, vissuta così come colpa, come fallimento soggettivo, rarefazione dell’autostima, tendenza all’autodistruzione. Sono noti, come cronaca nera, numerosi casi di suicidio o sterminio della intera famiglia.

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Bologna, Associazione Sopra i Ponti

Ma oggi ci sono strumenti conoscitivi, ricerche scientifiche, studi statistici sulle diverse forme della migrazione, sulle differenze culturali, etniche, sulle zone di provenienza. È diffusa anche fra i nuovi arrivati la consapevolezza di aver diritto ai diritti e la coscienza di rivendicarli. Il problema è estremamente complesso ma la semplificazione politica ne aggrava le conseguenze. È possibile programmare e realizzare dei piani di azione locale per l’integrazione e il riconoscimento dei diritti umani e della cittadinanza, con un punto di vista anche ecologico, sia sul fenomeno migratorio che più ampiamente sull’evoluzione uomo/ambiente, tra variazioni climatiche e i movimenti transnazionali. Da qui l’obiettivo di scoprire il valore dei migranti per un loro contributo allo sviluppo dell’economia europea, saper individuare le dinamiche principali dei modelli di co-sviluppo, per esempio agricolo. Locali e globali.

Gustavo Gozzi, docente di Diritti Umani e Storia del Diritto internazionale all’Università di Bologna, è artefice della elaborazione teorica di tali tematiche e autore di precise indicazioni progettuali presso la Comunità Europea, nel quadro di programmazioni che tengono insieme sviluppo e migrazioni, riconosciute queste ultime come potenziale moltiplicatore di crescita in grado di favorire tanto i Paesi di origine quanto quelli di accoglienza. Da qui la promozione di politiche nazionali coordinate e comunitarie con un nesso centrale migrazione-sviluppo e un approccio basato sul riconoscimento universale dei diritti umani. Tanto servirebbe a cambiare anche la percezione che i migranti hanno di sé stessi, superando le ambiguità nella loro rappresentazione e nelle narrazioni ad opera dei media, nelle loro esperienze e soprattutto nelle dinamiche di costruzione dell’identità nell’adolescenza delle seconde generazioni. Si tratta dunque di mettere al centro i diritti umani e i diritti culturali, i diritti connessi alla cittadinanza, le conoscenze prodotte da etica e scienza per affrontare e gestire contestualmente migrazioni e sviluppo.

Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019
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Lella Di Marco, laureata in filosofia all’Università di Palermo, emigrata a Bologna dove vive, per insegnare nella scuola secondaria. Da sempre attiva nel movimento degli insegnanti, è fra le fondatrici delle riviste Eco-Ecole e dell’associazione “Scholefuturo”. Si occupa di problemi legati all’immigrazione, ai diritti umani, all’ambiente, al genere. È fra le fondatrici dell’associazione Annassim.

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