Appunti su migrazione e detenzione

copertinadi Chiara Dallavalle

Che l’immigrazione sia al centro dell’agenda politica di questo Governo non è certo un mistero. Ma di quale immigrazione stiamo parlando? Le rappresentazioni dell’esperienza migratoria più diffuse nel nostro Paese da ormai diversi anni si focalizzano principalmente su immagini quali quella di numeri massivi, di competizione con gli italiani per le (poche) risorse disponibili, di scontro culturale e, non da ultimo, di sicurezza e criminalità. In realtà queste visioni risultano spesso intrecciate tra loro, laddove ad esempio la valutazione erronea della presenza di stranieri sul territorio nazionale si associa ad un livello di ostilità maggiore nei loro confronti (Valtolina 2018).  Una sorta di gatto che si morde la coda: il crescere di sentimenti avversi all’immigrazione si nutre di percezioni parzialmente erronee del fenomeno, che a loro volta spesso hanno alla base paure ancestrali nei confronti dell’Altro.

Questi meccanismi sono volutamente alimentati da parte del discorso politico degli ultimi decenni, che certo non ha contribuito a promuovere un’idea dei flussi migratori veritiera e ne ha invece enfatizzato gli aspetti problematici al fine di guadagnare consenso tra gli elettori. A questo si aggiungono le modalità di diffusione delle notizie sul web, anche attraverso l’utilizzo dei social network, che di per sé tendono a perpetrare un modo di fare comunicazione facile all’errore e alla misinterpretazione dei fatti. Il fenomeno delle fake news ne è un esempio. Notizie volutamente false trovano una diffusione amplissima ed immediata in rete, creando allarmismi e diffondendo atteggiamenti e preconcetti verso persone e gruppi assolutamente senza fondamento [1]. Non possiamo quindi prescindere dal ruolo giocato dai mass media nel veicolare un certo tipo di messaggio stereotipizzato del migrante. Sono infatti i mass media, e più recentemente i social network, a promuovere una certa immagine dell’immigrazione, al di là dall’effettiva corrispondenza tra questa immagine e la realtà (Schlein 2010). Nel caso del nesso tra migrazione e devianza si è ad esempio osservato che l’intensità delle notizie, soprattutto delle notizie di cronaca nera, viene indubbiamente aumentata dal fatto che il protagonista sia uno straniero.

1Questi esempi sono utili a capire come i canali di comunicazione di massa, soprattutto attraverso il web, contribuiscano in maniera sostanziale a veicolare visioni distorte del fenomeno migratorio, alimentando quei sentimenti ancestrali di paura che da sempre accompagnano l’incontro con coloro che provengono “da fuori”. L’allarmismo nei confronti degli stranieri si innesta su meccanismi tipici dei processi di globalizzazione, che vedono un assottigliarsi dei confini identitari tra nazioni, e che conseguentemente provocano un senso di perdita del sentimento di appartenenza e di radicamento in una data comunità etnico-culturale. L’immigrato diventa così l’incarnazione di tutto ciò che minaccia il proprio sentimento identitario e che rischia di sgretolare il senso di unità del gruppo. Conseguentemente diventa anche il nemico pubblico privilegiato contro cui scagliarsi nel momento in cui vengono ad emergere fragilità e pecche nel sistema di distribuzione delle risorse.

La necessità di individuare un capro espiatorio verso cui far convergere l’aggressività e la frustrazione collettiva trova una facile soluzione nell’immigrazione. Tra l’altro va osservato che il nesso tra migranti e devianza non è nuovo. Schlein (Schlein 2010) riferisce che negli anni ’60, ai tempi della massiva migrazione italiana in Svizzera e Germania, gli italiani venivano guardati con sospetto e indicati come responsabili di tassi elevati di criminalità. Quindi le rappresentazioni dell’immigrato come potenziale deviante sembrano diffondersi “naturalmente” all’interno di tutti i contesti sociali e sono facilmente associabili alla paura del diverso e alla minaccia che tale diversità viene a rappresentare nei confronti di uno status quo simbolico ma anche socio-economico, laddove lo straniero accede alle stesse risorse materiali e immateriali dell’autoctono, cui viene accusato di sottrarle.

2Tornando alla situazione italiana, possiamo affermare con sicurezza che esista un nesso concreto tra immigrazione e criminalità? Il presunto aumento dei reati può essere associato all’aumento degli stranieri in Italia? Uno sguardo possibile per tentare di rispondere a questa domanda riguarda l’osservazione di coloro che sono effettivamente stati intercettati dal sistema di giustizia penale e che attualmente si trovano nelle carceri italiane. Quanti di loro sono stranieri? Per che tipo di reati sono reclusi?

Ad un primo sguardo i numeri sembrano confermare il nesso tra immigrazione e devianza, nel senso che la percentuale di stranieri nelle carceri italiane non riflette in modo proporzionale il rapporto tra presenze straniere in Italia e popolazione complessiva, ma al contrario è di molto superiore. Infatti, laddove il numero di stranieri presenti (regolari ed irregolari) in Italia nel 2017 si colloca a 5.958 unità (Rapporto Ismu 2018) a fronte di una popolazione complessiva italiana che nello stesso anno superava di poco i 60 milioni di persone, i detenuti di nazionalità non italiana in quello stesso periodo si attestavano complessivamente intorno al 34% dei detenuti totali (Gonnella 2017), in calo rispetto a dieci anni prima ma in lieve aumento rispetto all’anno precedente. Portando l’attenzione al presente, al 31 gennaio 2019 nelle carceri italiane sono reclusi 20.309 detenuti stranieri, di cui 942 donne. Il primato è detenuto dalla Lombardia con 3.710 presenze (dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria). Oltre la metà di questi numeri sono rappresentati da detenuti in attesa di giudizio, molti dei quali alla fine del procedimento verranno assolti.

3Possiamo quindi leggere queste statistiche come una naturale tendenza dei migranti a deviare? Uno sguardo più approfondito in realtà fa emergere altri elementi che sembrano disconfermare questa affermazione. Una prima considerazione riguarda la maggiore fragilità delle condizioni socio-economiche dei migranti rispetto agli italiani, cosa che rende più probabile il loro coinvolgimento in circuiti di devianza. La difficoltà a trovare mezzi di sostentamento leciti, in primis un impiego continuativo nel tempo ed in regola, è decisamente più marcata tra gli stranieri, per evidenti ragioni linguistiche, ma anche culturali e non da ultimo anche amministrative. La situazione documentale ad esempio spesso costituisce una criticità non da poco rispetto alla possibilità di ottenere un lavoro regolare. Il rinnovo non scontato del permesso di soggiorno, l’impossibilità ad ottenere la carta d’identità per i richiedenti asilo e altre problematiche del genere spesso riducono in maniera considerevole l’opportunità di essere presi in considerazione da un potenziale datore di lavoro. Questo aumenta la precarietà delle condizioni di vita dei migranti e ne favorisce così il loro coinvolgimento in attività illecite. La cosiddetta attitudine a deviare è quindi da ricercare nelle condizioni stesse di vita degli stranieri.

Inoltre va fatto notare che l’incarcerazione è al tempo stesso una misura punitiva e una misura di criminalizzazione (Schlein 2010), ovverosia vengono più facilmente reclusi coloro che sono ritenuti “più criminali di altri”. A questo proposito è interessante osservare che la maggior parte dei detenuti stranieri si trova ancora nella fase della custodia cautelare, ovverosia in attesa di una condanna definitiva. Detto in altri termini, la persona viene incarcerata sulla base di accuse che le vengono rivolte, accuse che però devono ancora essere validate dalla fase processuale vera e propria. L’elevato numero di stranieri in questa condizione (se paragonato a quello degli italiani nello stesso status giuridico) fa pensare ad una sorta di discriminazione nella fase iniziale, che porta ad un arresto più facile per gli stranieri. Questo sembra essere confermato dal fatto che al termine dell’iter processuale si ha un esito di vera e propria condanna per numeri decisamente inferiori rispetto a quelli degli arresti iniziali (Gonnella 2017). Sembra quindi che lo stesso accesso al sistema della giustizia possa essere influenzato dall’appartenenza etnico-culturale, dal momento che sono i cittadini e le forze dell’ordine a decidere di volta in volta se e chi denunciare sulla base anche delle proprie percezioni e dalle singole sensibilità (Schlein 2010).  A questo si aggiunge il discorso sulla visibilità, che rende gli stranieri, quantomeno quelli dai tratti etnici differenti da quelli dell’italiano medio, più facilmente individuabili e quindi soggetti a maggiore controllo.

Anche l’iter processuale sembra avere esiti differenti per gli stranieri rispetto agli italiani:

4«La probabilità per uno straniero di essere sanzionato a una condanna detentiva è statisticamente più di otto volte quella di un italiano, sempre secondo la ricerca di Melossi. Questo può essere dovuto a diversi fattori, tra cui, secondo Barbagli, le scarse conoscenze del procedimento, le difficoltà linguistiche, una cattiva difesa d’ufficio e un carente servizio dell’interprete, ma pure il fatto che essendo i processi ad autoctoni più lunghi (poiché ricorrono più spesso alle impugnazioni), essi hanno usufruito maggiormente delle numerose amnistie e più facilmente si vedono prosciolti per prescrizione del reato» (Schlein 2010:18).

Sicuramente la mancanza di mezzi economici adeguati, unita all’assenza di una rete famigliare e/o sociale, fa sì che lo straniero usufruisca di una minore tutela difensiva rispetto agli italiani, cosa che spesso si traduce in un numero maggiore di condanne. La scarsa conoscenza del sistema giuridico italiano e le carenze a livello linguistico fanno sì che gli imputati abbiano un atteggiamento di maggiore passività rispetto all’iter giuridico, cosa che porta ad una maggiore frequenza nel patteggiamento della pena. Inoltre spesso gli stranieri, non avendo un domicilio stabile, non usufruiscono delle misure alternative alla detenzione quali ad esempio gli arresti domiciliari.

Un’ultima osservazione riguarda le provenienze nazionali dei detenuti stranieri. La maggior parte di coloro che sono attualmente reclusi nelle carceri italiane proviene dalla sponda sud e della sponda est del Mediterraneo. In Italia quasi la metà dei detenuti stranieri è originaria del continente africano mentre circa il 35% dei detenuti stranieri proviene dai Balcani ed est Europa. Vi è inoltre una discreta presenza di detenuti sudamericani, soprattutto peruviani, colombiani, cileni e venezuelani. Complessivamente più del 70% dei detenuti stranieri nelle carceri italiane proviene da Paesi che sono alla periferia dell’Unione europea e che sono di diretta emigrazione verso l’Italia.

5Questi dati sottolineano il fatto che le comunità straniere meno rappresentate nelle carceri italiane sono quelle presenti da più tempo in Italia, a conferma del fatto che i processi di radicamento socio-economico limitino dal compiere atti criminali. Un’ulteriore conferma viene dal fatto che, a fronte dell’aumento esponenziale degli stranieri presenti in Italia, il tasso di detenzione è in realtà diminuito (Gonnella 2017). Questo significa che il rapporto tra presenze straniere complessive in Italia e detenuti stranieri è in realtà in calo, un dato importante che sottolinea come l’allarme legato alla criminalità ad opera dei migranti sia in realtà totalmente ingiustificato. In valori assoluti, negli ultimi dieci anni i detenuti stranieri sono diminuiti di circa 2.000 unità mentre gli stranieri residenti sono aumentati dello stesso numero. L’Associazione Antigone sottolinea come siano proprio i percorsi di inclusione la strada da percorrere per limitare la deriva criminale di parte della popolazione straniera, e che laddove vengano perseguite politiche di inserimento sociale ed economico degli stranieri, gli stessi tendono a delinquere meno.

Per concludere, questo breve excursus mostra in modo evidente come gli allarmismi che portano ad individuare nei migranti la causa di problemi di ordine pubblico e di sicurezza abbiano effettivamente poco fondamento. Le ragioni di una massiccia presenza straniera nelle carceri italiane sembra vada invece attribuita alle condizioni di maggiore precarietà socio-economica in cui i migranti vivono, che spesso ne accentuano la situazione di esclusione sociale. È possibile allora affermare che gli indirizzi politici che favoriscono l’entrata in condizioni di clandestinità dei migranti e che ne impediscono un percorso di stabilizzazione lavorativa e abitativa ottengano l’effetto opposto, cioè quello di aumentare il loro coinvolgimento in pratiche devianti. Ancora una volta, la legalità e l’integrazione pagano.

Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019
Note
[1] Un interessante progetto di data journalism realizzato dall’Università di Bolzano si è focalizzato proprio sulla percezione da parte dei bolzanini di essere vittime di una vera e propria invasione cinese. I ricercatori coinvolti sono partiti dalla costatazione che in anni recenti l’arena web locale fosse stata invasa da news inneggianti su vari fronti al crescere della popolazione cinese in città, con conseguente minaccia per l’identità culturale degli autoctoni, oltre che per la tenuta delle attività commerciali gestite dagli stessi. Analizzando i registri dell’anagrafe e quelli della Camera di Commercio si è in realtà rilevato come questa idea di una vera e propria invasione cinese fosse assolutamente infondata, pur provocando nella popolazione locale sentimenti di sospetto e diffidenza nei confronti dei cinesi effettivamente presenti. Il risultato è stato un’azione di vera e propria controinformazione, sfociato nel sito http://repubblicapopolaredibolzano.it/
Riferimenti bibliografici
AAVV (2018), Fondazione ISMU. Ventiquattresimo Rapporto sulle migrazioni 2018., Milano:FrancoAngeli.
Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, risorsa online: https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.page
Gonnella, P. (2017), “Stranieri in Carcere: il Grande Bluff Populista”, in Antigone 2017. Un Anno in Carcere. XIV Rapporto sulle Condizioni di Detenzione.
Schlein, E. (2010), “Le carceri “nere”. Criminalizzazione e sovrarappresentazione dei migranti nelle carceri europee”, in Diacronie. Studi di Storia Contemporanea, n.1(2) 2010: 1-27.
Valtolina, G. (2018), “Atteggiamenti ed Orientamenti  degli Italiani nei Confronti degli Immigrati”, in 2018. Fondazione ISMU. Ventiquattresimo Rapporto sulle migrazioni 2018, Milano:FrancoAngeli.
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Chiara Dallavalle, già Assistant Lecturer presso la National University of Ireland di Maynooth, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Antropologia Culturale, collabora con il settore Welfare e Salute della Fondazione Ismu di Milano. Si interessa agli aspetti sociali e antropologici dei processi migratori ed è autrice di saggi e studi pubblicati su riviste e volumi di atti di seminari e convegni.
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