Antropologia del lavoro nella Fiat di Termini Imerese

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di   Tommaso India

Il 2014 si è aperto con una importante notizia per la più grande azienda automobilistica italiana: la Fiat ha acquisito la totale proprietà della Chrysler. Pressoché tutta la stampa nazionale ha plaudito la fusione dei due marchi automobilistici lodando le eccezionali doti di contrattazione del suo amministratore delegato, Sergio Marchionne, e ipotizzando quali possano essere i vantaggi di tale fusione per le fabbriche del gruppo sul territorio nazionale.

Seppure fiduciosi che questa operazione aziendale e finanziaria possa portare vantaggi al nostro Paese e fare ripartire gli investimenti in uno dei comparti industriali, quello automobilistico, fra i più strategici per le economie di ogni nazione, ci si deve chiedere quali sono le ombre di un’operazione apparentemente[1] così luminosa e di successo. Se uno degli scopi dell’antropologia è quello di mettere in evidenza le contraddizioni e i cortocircuiti che si verificano all’interno di ogni sistema socio-culturale, è necessario considerare che all’ombra di questo successo, finora solo finanziario, sono state immolate diverse comunità di lavoratori e di operai che per diversi anni hanno basato il loro sostentamento economico sugli introiti ricavati dal lavoro in Fiat.

Fra le vittime sacrificate sull’altare del successo e della logica capitalista della delocalizzazione dei capitali e dei mezzi di produzione vi sono, senza ombra di dubbio, i lavoratori della Fiat e dell’indotto di Termini Imerese. Vittime per un duplice motivo: il primo perché il territorio termitano fu fra i primi “esperimenti” di una massiccia allocazione di capitali che ne trasformò radicalmente e in profondità le caratteristiche sociali ed economiche[2]; il secondo motivo perché è sempre all’interno delle medesime logiche di profitto che lo stabilimento automobilistico siciliano venne chiuso per portare altrove il grande sogno e l’invitante promessa di un posto all’interno dei flussi globali dell’industria contemporanea.

Era il 1963 quando la Casa automobilistica torinese firmò un contratto con la So.Fi.S. (Società Finanziaria Siciliana), che rappresentava la Regione Siciliana, per l’istallazione di uno stabilimento di assemblaggio di automobili nel territorio isolano. Il contratto prevedeva la compartecipazione agli investimenti dell’azienda privata e dell’ente pubblico in una proporzione rispettivamente del 75 e del 25 per cento. Lo stabilimento entrò in funzione nel 1970 e fu l’irruzione dell’industria e della modernità in un territorio con un regime economico prettamente agro-pastorale e marinaro. Le poche attività manifatturiere presenti avevano un carattere artigianale e una struttura di tipo familiare. Molte di esse erano già in crisi al momento dell’apertura dello stabilimento e non riuscirono a reggere all’irruento ingresso della cosiddetta modernità[3]. Troppo forte era, infatti, il richiamo di quella realtà così diversa, promettente, che quasi miracolosamente spazzava via la povertà, la fatica, l’incertezza legata a una economia che per comodità indicherò con il termine tradizionale[4]. È usuale, infatti, che i lavoratori entrati in fabbrica negli anni Settanta e nella prima metà degli anni Ottanta, ricordino quel periodo come una mitica età dell’oro. Potersi permettere un’automobile, comprare nuovi elettrodomestici, fare studiare i figli significava avere la possibilità di una via di fuga dalla povertà, di un futuro migliore che poteva essere costruito anche senza una straziante emigrazione.

Francesco[5], operaio di circa 50 anni, ha da sempre abitato a Termini Imerese, dove, prima di essere assunto dalla Fiat, ha svolto diversi lavori, quasi sempre in nero. Operaio alla catena di montaggio, egli stesso figlio di operaio, Francesco è stato anche un militante politico e sindacale che ha pagato la sua militanza svolgendo per 25 anni la mansione assegnatali in diversi reparti, spesso fra i più faticosi. È così che Francesco racconta cosa ha significato l’apertura della fabbrica e il lavoro al suo interno:

«Io nascivi nto ’63, me patri nto ’70 trasìu a Fiat e noi abbiamo avuto, come si dice, un innalzamento sociale… Me patri di ncampagna vineva. Nuatri pani e cipudda manciavamu, va. Me patri trasìu â Fiat e allora gli stipendi si aggiravano intorno alle 100.000 lire al mese; un impiegato in banca nni pigghiava 80. Me patri s’accattò televisioni, lavabiancheria, figrorifero. ’A televisioni, nno quartieri, l’avìamu sulu nuatri e i cristiani si vinevanu a taliari ’a televisioni e i partiti dintra a me casa, ca parìamu a u stadiu… […]. Per farti capire che, la gente come me, che ha avuto questo innalzamento sociale grazie a Fiat, picchì a Fiat ti ha consentito di fàriti na casa, me patri s’accattò l’850 che allora, l’850 era, chi t’ha diri, un Mercedes di ora… si caminava ca Topolino, ca 600, insomma era un machinuni. Perciò hai avuto questo innalzamento sociale grazie alla Fiat… Minchia, regali ai picciriddi pi Natali, circhi, cinema!… cose alla grande, perciò la mia generazione, che è cresciuta con questa fase, gli anni ’70 gli anni ’80, unni a Fiat ca a Termini era tutto. Minchia, guai ai cristiani ca ci tuccavi… parravi mali da Fiat? Minchia, c’avi a fari… na Santa Inquisizione, nna cruci e t’abbruciavano: o rogo ti mittèvano. A questi livelli. Viri ca cu tuccava a Fiat… Ma perché ti dava questa immagine e poi c’è stato, effettivamente c’è stato, no?»[6]

Termini Imerese

Termini Imerese

Una nuova prospettiva di vita, un benessere patinato e una sicurezza economica prima sconosciuta. Ecco cosa proveniva dall’istallazione della fabbrica: sensazioni, percezioni, aspettative di vita che si materializzavano con l’acquisto di beni di consumo. Naturalmente l’arrivo della Fiat e la sua storia nel territorio siciliano non fu soltanto fatta di benessere e prosperità. Molte sono le lotte e le crisi che nel corso degli anni i lavoratori hanno dovuto affrontare facendo ricorso a strategie per attenuare i ritmi di lavoro sempre più stringenti. Crisi e cambiamenti provocati principalmente dalle modificazioni dei modi di produzione e della filosofia produttiva che la Fiat attuò nel corso degli anni per rimanere al passo di un’economia globale sempre più capace di allocare/dislocare capitali e risorse dove era più conveniente e dove le condizioni politico-sociali permettevano una sicura crescita dei guadagni e una notevole contrazione delle spese [7]. Se, infatti, la filosofia produttiva della Fiat nei primi anni di nascita dello stabilimento poteva essere annoverata all’interno di quello che è comunemente conosciuto come il modello di produzione tayloristico-fordistico, un modello di crescita continua in cui tutto è organizzato con estrema precisione e rigidità, con il passare degli anni le aziende, prime fra tutte quelle automobilistiche, si resero conto che produrre senza interruzioni, creando grandi quantità di merce invendute, aveva portato il mercato ad uno stato di saturazione tale per cui molte aziende furono costrette a modificare i loro piani di produzione. Secondo David Harvey:

«[…] nel periodo compreso fra il 1965 e il 1973 divenne sempre più evidente l’incapacità del sistema fordista e keynesiano di tenere sotto controllo le intrinseche contraddizioni del capitalismo. Apparentemente queste difficoltà potevano essere ben definite con una parola sola: rigidità. Vi erano problemi di rigidità negli immobilizzi a lungo termine e negli investimenti su larga scala nei sistemi di produzione in serie, il che impediva un’adeguata flessibilità dei progetti e presumeva una crescita stabile in mercati di consumo immutabili. Vi erano problemi di rigidità nei mercati del lavoro, nell’allocazione della forza lavoro e nei contratti di lavoro (soprattutto nel cosiddetto settore di «monopolio»)»[8].

I problemi di rigidità rilevati da Harvey vennero affrontati facendo ricorso a nuovi modi di produzione, che investirono il mondo delle aziende, compreso la filosofia produttiva di Termini Imerese. Questo nuovo modo flessibile di produzione fece ricorso a un apparato economico, ideologico e anche legislativo, dal momento che i vari governi dovettero varare leggi che introducessero nuove forme contrattuali [9], il tutto seguendo le logiche e le fluttuazioni di un mercato sempre più imperante e dinamico. Produzione just in time, qualità totale, fabbrica integrata e nuovi calcoli della tempistica delle operazioni di lavorazione delle automobili furono le parole d’ordine e le nuove linee-guida che acquisirono un aspetto sempre più pervasivo e dirigista, non solo dei processi produttivi, ma, soprattutto, delle vite quotidiane dei lavoratori. Nella pratica, tuttavia, quei principi si concretizzarono in una accelerazione dei tempi di lavorazione, un ricorso alla cassa integrazione sempre più massiccio e il lento e inesorabile declino di un attaccamento al proprio lavoro dovuto alla percezione, costantemente sottolineata dall’azienda, di essere soltanto dei tasselli molto trascurabili all’interno del complesso quadro economico internazionale da parte dei lavoratori termitani. È sempre Francesco a raccontarmi, molto sinteticamente, ciò che è successo all’interno della fabbrica nell’ultimo decennio:

«… già negli ultimi 10 anni, abbiamo avuto 10 anni di inferno. Dopo il 2002, noi un anno, un mese pieno non l’abbiamo fatto più dentro lo stabilimento. Ogni mese puntualmente cassa integrazione. Negli ultimi due anni noi non lavoravamo più una settimana intera: noi lavoravamo soltanto il martedì, il mercoledì e il giovedì. A Fiat nni faceva fari il lunedì e venerdì cassa integrazione, tutti i lunedì, tutti i venerdì del mese e ti faceva travagghiari 3 giorni alla settimana, con il punto interrogativo: ogni tantu ti mancava materiale, guarda caso, no? Picchì prima, quannu si travagghiava, a Fiat i mutura i facìa arrivari cu l’elicottero, i ittavanu cu paracaduti. Poi eravamo arrivati al punto che ogni colpo di tussi chi c’era: “Sciopero di camionisti in Belgio”. Minchia, un arrìvanu i muturi e tu un travagghiavi mancu chiù martedì, mercoledì e giovedì. Travagghiavi un ghiornu a simana. Cioè noi già eravamo… questo era il clima, così si lavorava. Perciò tu già eri, in un certo senso… non è stato un traghetto, dall’oggi al domani ci passasti tuttu nsemmula, capisti? È stato un percorso che, furbescamente, hanno col tempo, piano piano. T’abbituaro a un travagghiari. E quasi quasi, quannu capitò, ca na vota di fari 3 ghiorna, fìcimu 4 jorna nta na simana, minchia succirìu un casino: i cristiani già eranu abituati. Perciò quindi loro ti hanno abituato con il tempo piano, piano… ti fìciru arrivari… perciò quindi non l’hai subìto come un trauma di chiddu dici: “Ti tagghiaru un vrazzu tuttu nsemmula”. No, picchì prima ti tagghiaru un pizzuddu, poi ti tagghiaru un ghitu, poi ti tagghiaru a manu»[10].

È l’immagine di questo corpo sociale comunitario che lentamente, pezzo dopo pezzo, si smembra nel silenzio e nell’ombra ad illustrare il passaggio dalla fase della flessibilità a quella in cui i lavoratori scivolano in uno stato di precarietà professionale, economica ed esistenziale. Come afferma Guy Standing, infatti:

«Quel che manca ai precari, oltre la sicurezza lavorativa e il reddito sociale, è l’identità professionale. Quando vengono assunti, occupano posti che non danno prospettive di carriera, per cui non vi è una tradizione o una memoria condivisa e non si prova la sensazione di appartenere a una comunità occupazionale inquadrata in pratiche consolidate, con codici e norme di comportamento e rapporti di reciprocità e fraternità. Il lavoratore precario non si sente integrato in una collettività lavorativa solidale. Ciò accresce il senso di alienazione e strumentalizzazione nell’assolvimento del proprio compito. [...] Al precariato manca un’identità professionale, sebbene alcuni una qualifica ce l’abbiano, mentre altri rispondono a titoli alla moda e improbabili» [11].

Partendo dalla costatazione che la condizione di precariato implica una mancanza di elementi identitari importanti nell’ambito del lavoro (sicurezza lavorativa, reddito sociale e identità professionale), Standing osserva principalmente come il processo lavorativo attualmente sia caratterizzato da una condizione di parcellizzazione individuale ed esistenziale e sia incapace di creare, in prospettiva, le basi per una organizzazione comunitaria. La mancanza degli elementi identitari forti, nota sempre Standing, appartiene, oltre che ai lavoratori che non hanno particolari specializzazioni, anche a coloro che pur avendo titoli e qualifiche, non riescono a trovare o hanno perso il lavoro. Questa condizione sembra essere applicabile alla situazione degli operai della Fiat di Termini Imerese, i quali nonostante alcuni di essi abbiano lavorato in fabbrica per molti anni e siano arrivati a posizioni di responsabilità e comando, vengono riportati ad una condizione in cui la loro esperienza conta poco o nulla [12].

In definitiva, ciò che sembra essere accaduto a Termini Imerese è la frantumazione della comunità locale di lavoratori in tante piccole soggettività che attualmente non riescono a rimodulare il loro presente né la loro aspettativa di vita. Una precarietà che ha colpito diverse generazioni di lavoratori e che sembra sempre più imponente e pervasiva. È attraverso le parole di Mariano, operaio prossimo al licenziamento in seguito alla chiusura dello stabilimento automobilistico, che tale condizione precaria emerge in modo lampante:

«’A matina mi susu, m’affacciu duocu fora: e oggi c’ha fari? Prima tu eri fissatu cu ddu ritmo, ca tu eri di pomeriggio ’a matina sapevi chiddu ca t’avevi a fari cca e poi ti nni javi a travagghiari. […] Ora inveci mi susu: chi cosa ha fari? […] Certi voti idda [la moglie] fa: “Io a ghiri a Caccamu”. “Io puru ci vegnu”. Chi cosa ha fari? Mi mettu cca… ora haju quattru pecuri, quattru cunigghi… Vaju babbiannu accussì. Haju anticchia di terrenu cca a furriari inturnu, tempu d’aliva ninni jamu a cutulari alivi. Chi cosa ha fari?»[13]

Ciò che colpisce in questa testimonianza è il paragone con il passato, scandito e ritmato (eri fissatu ccu ddu ritmo) dai tempi della fabbrica taylorista, di contro ad un presente incerto a cui si fa fatica a dare un senso e che sembra essere sospeso nella domanda conclusiva, ripetuta più volte dall’informatore, e nell’attesa di una risposta plausibile: Chi cosa ha fari?

Al di là delle varie differenze nelle storie dei soggetti che hanno lavorato nello stabilimento Fiat siciliano, ciò che emerge nella fase immediatamente successiva alla chiusura dello stabilimento è la condizione liminale[14] dei soggetti che hanno lavorato nello stabilimento. Essi, infatti, non sono più operai Fiat, poiché lo stabilimento è chiuso, ma sono ancora formalmente dipendenti dall’azienda, dal momento che, nella maggior parte dei casi, percepiscono un contributo di cassa integrazione. È in questa condizione di liminalità indefinita che vivono i lavoratori dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. Una liminalità che, allo stato attuale, non permette una piena e completa ridefinizione del proprio sé individuale e collettivo e che, in definitiva, ne segna una lacerante condizione di precarietà. Una liminalità, infine, in cui la dimensione temporale è sospesa in un perpetuo, inesauribile ed estenuante presente [15].

Dialoghi Mediterranei, n.6, marzo 2014

Note


1   Apparentemente perché i vantaggi dell’operazione ideata e realizzata da Marchionne presenta dei problemi economici e di dispendio di capitali non indifferenti.

2  A questo proposito si rinvia all’intervista al primo direttore dello stabilimento siciliano, ingegner D’Andrea, apparsa in un numero speciale del giornale L’Ora del 6 marzo 1972. Come affermò il dirigente aziendale: «Questo è uno stabilimento pilota, il primo del genere in funzione nel Meridione. Prima di pensare all’espansione dobbiamo avere la certezza di avere risolto i problemi enormi che ci stanno di fronte» (Saladino G. «Dalla zappa alla catena di montaggio», in L’Ora, 6 marzo 1972, p. 11).

3  Per approfondimenti sull’ingresso del capitalismo industriale nel contesto del Meridione italiano cfr. Perna T., 1994, Lo sviluppo insostenibile. La crisi del capitalismo nelle aree periferiche: il caso del Mezzogiorno, Liguori, Napoli, pp. 37-75.

4  A rendere ancora più irresistibile il richiamo dell’industria, inoltre, vi erano le retoriche pubbliche dominanti che, per usare un termine coniato da Olivier de Sardan, rientravano all’interno delle logiche e delle retoriche pubbliche dello sviluppismo, cioè di quell’atteggiamento sostenuto da enti nazionali e sovranazionali che hanno tentato e tentano di indurre lo sviluppo economico e sociale, principalmente di stampo capitalista, in quelle aree ritenute economicamente arretrate. Cfr. Olivier de Sardan J. P., 1995, Anthropologie e développement. Assai en socio-anthropologie du changement social, Apad-Kathala, Paris.

5  In questo come in tutti gli altri casi del presente scritto gli informatori sono indicati con nomi fittizi.

6   «Io sono nato nel ’63, mio padre nel ’70 è entrato in Fiat e noi abbiamo avuto, come si dice, un innalzamento sociale… Mio padre veniva dalla campagna. Noi mangiavamo pane e cipolla. Mio padre è entrato in Fiat e, allora, gli stipendi si aggiravano intorno alle 100.000 lire al mese; un impiegato in banca ne prendeva 80. Mio padre si comprò la televisione, la lavabiancheria, il frigorifero. La televisione, nel quartiere, ce l’avevamo solo noi e le persone venivano a guardare la televisione e le partite a casa mia, che sembra di essere allo stadio […]. Per farti capire che, la gente, che ha avuto , la gente come me, ha avuto questo innalzamento sociale grazie alla Fiat, perché la Fiat ti ha consentito di farti una casa. Mio padre si è comprato la 850 che allora, l’850 era, cosa ti devo dire, un Mercedes di ora… si andava in giro con la Topolino, con la 600, insomma era un macchinone. Perciò, hai avuto questo innalzamento sociale grazie alla Fiat… minchia regali ai bambini per Natale, circo, cinema… cose alla grande. Perciò la mia generazione, che è cresciuta con questa fase, gli anni ’70, gli anni ’80 dove la Fiat qui a Termini era tutto. Minchia, guai alle persone che la toccavano!… Parlavi male della Fiat? Minchia, cosa doveva fare… una Santa Inquisizione? Sulla croce e ti bruciavano: ti mettevano al rogo. A questi livelli. Guarda che chi toccava la Fiat… Ma perché ti dava questa immagine e poi c’è stato, effettivamente, c’è stato, no?»

7   Cfr. Harvey D., 2001, Spaces of capital. Towards a critical geography, Routledge, New York.

8  Harvey D., 2002, La crisi della modernità, trad. it. Il Saggiatore, Milano, pp. 181-183 (ed. or. 1990, The Condition of Postmodernity, Blackwell, Cambidge-Oxford).

9   In questo contesto l’ingresso della flessibilizzazione del mercato del lavoro nel nostro Paese avviene nel 1997 con la legge n. 196. È questo il primo intervento legislativo organico che introduce per la prima volta in Italia forme contrattuali, cosiddette, atipiche.

10 «Già negli ultimi 10 anni, abbiamo avuto 10 anni di inferno. Dopo il 2002, noi un anno, un mese pieno non l’abbiamo fatto più dentro lo stabilimento. Ogni mese puntualmente cassa integrazione. Negli ultimi due anni noi non lavoravamo più una settimana intera: noi lavoravamo soltanto il martedì, il mercoledì e il giovedì. La Fiat ci faceva fare il lunedì e venerdì cassa integrazione, tutti i lunedì, tutti i venerdì del mese e ti faceva lavorare 3 giorni alla settimana, con il punto interrogativo: ogni tanto ti mancava il materiale, guarda caso, no? Perché prima, quando si lavorava, la Fiat i motori li faceva arrivare con l’elicottero, li buttavano con i paracaduti. Poi eravamo arrivati al punto che ogni colpo di tosse che c’’era: “Sciopero dei camionisti in Belgio”. Minchia, non arrivano i motori e tu non lavoravi nemmeno il martedì, il mercoledì e il giovedì. Lavoravi un giorno a settimana. Cioè noi eravamo già… questo era il clima, così si lavorava. Perciò tu eri già, in un certo senso… non è stato un traghettamento, dall’oggi al domani ci sei ci sei passato all’improvviso, hai capito? È stato un percorso che, furbescamente, hanno con il tempo, piano piano. Ti hanno abituato a non lavorare. E quasi, quando è capitato, che una volta che abbiamo fatto 3 giorni, ne abbiamo fatti 4 giorni in una settimana, minchia è successo un casino: le persone si erano già abituate. Perciò quindi loro ti hanno abituato con il tempo piano, piano… ti hanno fatto arrivare… perciò, quindi non lo hai subito come un trauma di quelli che tu dici: “ Ti hanno tagliato un braccio all’improvviso”. No, perché prima ti hanno tagliato un pezzettino, poi ti hanno tagliato un dito, poi ti hanno tagliato la mano».

11    Standing G., 2012, Precari. La nuova classe esplosiva, trad. it. Il Mulino, Bologna, pp. 29-30 (ed. or. 2011, The Precariat: The new dangerous class, Bloomsbury Academic, London-New York).

12   È esemplare, in questo senso, la vicenda di G. S., una donna di 33 anni entrata alla Fiat a 19. G. S. è stata assunta in Fiat tramite un contratto di lavoro interinale di pochi mesi. Dopo essere stata licenziata per un certo periodo e quindi riassunta, ha svolto all’interno dello stabilimento una grande varietà di mansioni in diversi reparti (lastratura, montaggio motori e qualità). Da semplice operaia si è presto fatta notare per la sua caparbietà ed abnegazione al lavoro, qualità queste che le hanno permesso di diventare team leader di una UTE. Negli ultimi anni alla Fiat ha svolto anche la mansione di capo-UTE senza, tuttavia, che l’azienda le conferisse una ufficiale qualifica ed una adeguata retribuzione. Negli ultimi mesi del 2011, allorché lo stabilimento era in fase di chiusura, G. S. è stata inviata nello stabilimento automobilistico di Pomigliano d’Arco per addestrare i lavoratori ad eseguire in maniera corretta le dovute operazioni alla qualità. Al rientro dalla fabbrica campana, nell’aprile del 2012 (a circa 5 mesi dalla chiusura dello stabilimento termitano), G. S. è stata messa in cassa integrazione, tranciando di netto la sua crescita professionale all’interno della Fiat e, secondo la stessa informatrice, anche all’esterno.

13  «La mattina mi alzo, mi affaccio fuori: e oggi cosa devo fare? Prima tu eri tarato su quel ritmo, che tu eri di       pomeriggio, la mattina sapevi ciò che dovevi fare qui e poi andavi a lavorare. […] Ora, invece, mi alzo: che cosa devo fare […] Certe volte lei dice: “Io devo andare a Caccamo”. “Io pure ci vengo”. Che cosa devo fare? Mi metto qui… ora ho quattro pecore, quattro conigli… Passo il tempo così. Ho un po’ di terreno qui intorno e nel periodo delle olive andiamo a raccogliere olive. Che cosa devo fare?»

14 Sul concetto di liminalità nell’ambito degli studi antropologici cfr. solo a titolo di esempio Van Gennep A., 2012, I riti di passaggio, trad. it. Bollati Boringhieri, Torino, (ed. or. 1909, Les rites de passage, Paris); Turner V., 2001, Il processo rituale. Struttura e anti-struttura, trad. it. Morcelliana, Brescia (ed. or. 1969, The ritual process. Strucutre and anti-strucuture, London).

15  Hartog F., 2007, Regimi di storicità, trad. it. Sellerio, Palermo, p. 58.
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Una risposta a Antropologia del lavoro nella Fiat di Termini Imerese

  1. Eugenio Giorgianni scrive:

    Ritengo molto, molto importante la riflessione sull’identità professionale, nell’ottica di una riflessione politica sulle modifiche dell’industria siciliana durante gli ultimi decenni. La condivisione del senso di appartenenza all’azienda, vissuta durante i “tempi d’oro” come un veicolo di promozione sociale, ha determinato negli operai la consapevolezza dell’appartenenza di classe, alla base dell’attivismo sindacale e delle lotte operaie, una volta esaurito l’entusiasmo del boom economico. In Sicilia l’industrializzazione è stato un fenomeno incompleto e di limitatissima diffusione, ma nei contesti in cui si è verificato ha dato vita a una cultura operaia antagonista: è il caso della Fincantieri di Palermo, per decenni attività trainante del settore industriale del capoluogo, le cui organizzazioni sindacali sfilavano in corteo accanto agli studenti nei decenni della “contestazione”. La costanza dell’azione sindacale operaia si conciliava con le tendenze libertarie della cultura popolare siciliana, quali la tradizionale diffidenza nei confronti delle imposizioni calate dall’alto e l’avversione contro le forze dell’ordine in quanto agenti di controllo sociale. La consapevolezza degli operai rispetto alla propria posizione socioeconomica in quanto attore collettivo a livello sistemico si sovrapponeva alla quotidiana condivisione della dimensione esistenziale ed economica del lavoro in fabbrica e della comune residenzialità nell’area Via dei Cantieri-Via Montalbo. Il conflitto è assorto a dimensione culturale di parte della classe operaia palermitana, che l’ha incarnato in azione politica, fino agli ultimissimi anni in cui scioperi e blocchi stradali hanno ripetutamente paralizzato la città nel tentativo da parte della Fiom di contrastare il piano di smantellamento dei Cantieri Navali di Palermo in ragione della delocalizzazione industriale.

    Propongo queste notazioni, per niente esaustive, a conferma della cruciale asserzione che “uno degli scopi dell’antropologia è quello di mettere in evidenza le contraddizioni e i cortocircuiti che si verificano all’interno di ogni sistema socio-culturale”. Ritengo che la condizione del precariato, oltre a mettere in crisi la dimensione esistenziale dei lavoratori, ne annulli l’entità politica. Ne è una prova la maniera in cui le istanze sociali dei lavoratori siciliani vengono portate avanti negli anni successivi all’applicazione della Legge Biagi – prendo in riferimento il provvedimento legislativo come spartiacque che sancisce il concetto economico, sociale e politico del lavoratore precario in Italia.
    Proteste quali quelle dei lavoratori Gesip, o degli ex Pip, rispondono a gravissime emergenze sociali ed economiche, ma si indirizzano a singole questioni legali o categorie lavorative senza alcuna coordinazione tra le diverse rivendicazioni, dando vita a violenti episodi di contestazione che si spengono facilmente con la contrattazione e con piccole concessioni da parte delle istituzioni. L’unico episodio, forse, in cui il malcontento sociale del precariato ha realizzato un’entità politica è quello del movimento dei Forconi, realtà quanto mai ambigua ed eterogenea, spentasi nella stessa caotica e imprevedibile fenomenologia con la quale si era innescata.
    La brutalità del precariato annulla i lavoratori come classe, costringe milioni di italiani ad affrontare individualmente l’arena sociale, in competizione con gli altri precari per l’utilizzo di risorse sempre più limitate. Quale idea, quale pratica sociale, quale intimo bisogno umano bisogna interrogare per trovare un antidoto a questo piano di smaterializzazione dell’uomo in società?

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