Antonino Buttitta, un maestro di umanità

 Mazara 3 dicembre 2016

Antonino Buttitta,  Mazara, 3 dicembre 2016      (ph. L. Tumbarello)

di Antonino Cusumano

Ha ragionato a lungo sul visibile e sull’invisibile, sul’aldilà dell’aldiqua, sulla sottile linea d’ombra che separa la vita dalla morte. Antonino Buttitta aveva sulla sua scrivania le bozze di un libro in preparazione, il cui titolo, Vincere il drago, allude ad una silloge di Arturo Onofri, poeta a lui caro. Alla parola poetica attribuiva il privilegio di oltrepassare l’effimero del divenire e di attingere alla permanenza dell’essere. Ai poeti rico- nosceva il dono di percepire l’invisibile, di varcare la soglia dell’eterno, di affermare la vita sulla morte, di interpretare la voce più alta della memoria.

Per tutta la sua vita, Buttitta ha discusso e scritto intorno alla memoria, luogo geometrico e insistito crocevia dei suoi pensieri e dei suoi discorsi, sostanza culturale e ordito esistenziale, l’orizzonte di senso che in una dimensione laica della vita salva ogni nostra azione dal consumo definitivo e irreversibile. Amava citare Agostino e Borges ma forse non meno incisiva e persuasiva è la sua definizione di memoria, quale «presenza di tutto ciò che abbiamo vissuto e che ribadisce e ritorna a esistere nel momento in cui ne parliamo, nella sfera umana l’unica immortalità possibile».

In una delle sue battute apodittiche provocatorie una volta Buttitta mi disse che tutto ciò che è stato dimenticato non è mai stato vissuto. Perché è vero noi siamo ciò che ricordiamo e ciò che gli altri ricordano di noi. Ma siamo anche ciò che raccontiamo e ciò che gli altri raccontano a noi e di noi. A guardar bene, memoria e racconto erano consustanziali nella identità dell’uomo e dell’antropologo Buttitta, la cui vocazione al narrare apparteneva al suo modo di essere, di insegnare e di vivere, di entrare in rapporto con gli altri, di stare nel mondo. Dal padre Ignazio, poeta che ha attraversato e raccontato in versi un secolo di storia siciliana, ha ereditato la disposizione ad affabulare, il gusto di  teatralizzare le parole, il piacere di sedurre, ma anche, in tutta evidenza, la declinazione letteraria del suo fare antropologia, l’interesse per la cultura popolare, la coerenza nel mettere sempre l’uomo e l’umano al centro delle questioni fondanti della disciplina. Se è vero – come suggerisce Goethe –  che ciò che si è ereditato dal padre va riconquistato, se vogliamo davvero possederlo, Antonino Buttitta può dire di aver ampiamente saldato il debito col padre e di averne onorato la memoria attraverso il suo impegno di antropologo e soprattutto attraverso l’illustre Fondazione intitolata a Ignazio, alla cui testimonianza esistenziale e poetica ha in fondo sempre ricondotto il suo essere orgogliosamente siciliano.

1Tra gli antropologi italiani Buttitta è forse quello che meglio conosceva la rilevanza della dimensione eminentemente letteraria nell’ambito delle scienze sociali e nelle procedure di costruzione e rap- presentazione dei fatti culturali. Molti anni prima della svolta narratologica che ha investito le ultime acquisizioni teoriche e metodologiche della disciplina, Buttitta ha mostrato e ha dimostrato che il lavoro dell’antropologo si risolve alla fin fine nella produzione di narrazioni, che la stessa scrittura antropologica in quanto scrittura pertiene alla sfera letteraria e rinvia alla ineludibile dimensione dell’autorialità. Tant’è che si è spinto ad affermare che «la letteratura è la migliore delle antropologie», fino al punto da chiedersi: «Quale antropologo ma anche sociologo, storico, ha restituito la società russa o centrosudamericana di un preciso tempo, come Gogol e Tolstoj, Carpentier e Garcìa Màrquez?».

Ai rapporti tra letteratura e antropologia Buttitta ha guardato non come a due universi paralleli e incomunicanti ma come a espressioni di un unico discorso sull’uomo, pur nelle differenze che attengono alla natura dei rispettivi saperi. Quando diceva che «non è mai stato chiaro a quale preciso referente gli antropologi pensano quando usano la parola uomo», sollecitava l’antropologia a profonde revisioni autocritiche dei suoi stessi fondamenti epistemologici. Quando affermava che «le cosiddette classi subalterne erano probabilmente soltanto i soggetti grammaticali dei nostri discorsi», ribadiva il sospetto e lo scetticismo nei riguardi di certi esiti teorici di formule riduzioniste o certe mode effimere che pretendono di conoscere la realtà senza conoscere l’uomo.

Tenendosi lontano da approcci e orientamenti intellettuali affetti da onnipotenza euristica, Buttitta ha sempre ritenuto i confini disciplinari fissati dallo statuto dell’Antropologia – di per sé debole e incerto – semplici convenzioni formali, rappresentazioni arbitrarie, essi stessi costruzioni culturali da destrutturare e ripensare criticamente. Ha per questo privilegiato il dialogo fecondo con le altre scienze, soprattutto con quelle che studiano le procedure del pensiero umano, con la fisica di Einstein e di Heisenberg, con la semiotica di Greimas e di Lotman, con la logica e con la filosofia da Aristotele a Popper, nella consapevolezza che il linguaggio delle scienze umane è fatto di lessemi polisemici e multireferenziali e nell’attenzione costante a distinguere la realtà in re dalla realtà in intellectu, i significati dai significanti.

2Antonino Buttitta ha attraversato da protagonista i grandi tornanti della storia dell’antropologia italiana del secondo Novecento, avendo traghettato l’imponente eredità pitreana, lungo le vie della linguistica post-saussuriana, al di là della tradizione demologica e filologica, e avendo contribuito a sprovincializzare e a rinnovare il campo della ricerca scientifica sulla scia dell’insegnamento di Giuseppe Cocchiara. All’ombra del suo magistero, si è fatto precursore di originali e raffinate letture di temi e aspetti dei fatti e dei prodotti culturali, secondo il paradigma teorico-metodologico che assimila la loro natura a quella dei fatti e dei prodotti linguistici. Buttitta è stato tra quegli studiosi che con più sagacia si sono interrogati sui sistemi di relazione tra il naturale e il simbolico, quali momenti di un unico processo umano.

Pur avendo vissuto e rielaborato le diverse avventure scientifiche, dalla formazione marxista agli orientamenti strutturalisti e all’esperienza semiotica, ha sempre guadagnato uno spazio di originale autonomia e di indipendenza critica, restando estraneo ai furori ideologici e fondalmentalmente fedele alla lezione gramsciana della filosofia della prassi, nella concezione della cultura come sistema di produzione di simboli che però vanno letti e ricondotti all’interno di precisi contesti socioeconomici. La stessa adesione alla semiotica quale snodo ermeneutico della linguistica, della logica e dell’antropologia non lo portò mai ad impantanarsi nelle secche mortali del formalismo, ricercando – secondo il modello di Greimas – nel significato degli artefatti il loro “senso”, ovvero «quel particolare significato che essi assumono nei contesti di fruizione, la concreta funzione che essi assolvono nell’universo culturale e sociale degli individui che ne sono i consumatori».

3Per Buttitta tutti i fatti culturali sono riconducibili a strutture e dinamiche linguistiche, dal momento che «quanto riteniamo reale, non è soltanto il visibile. È soltanto il suo apparire. Al di là del visibile c’è dell’altro. Questo altro lo ritroviamo soprattutto nel linguaggio. In esso abbiamo solo la superficie costituita dalla successione delle parole. Al di sotto c’è un sistema, c’è una struttura, che non vediamo, che non percepiamo. Eppure è questa a dare significato alle parole. L’aspetto fondativo e sostantivo della nostra realtà è il linguaggio». Se lo spazio abitato dagli uomini è fatto di segni, si comprende perché la lingua contribuisce a costruire la realtà essendo «l’anello della catena natura-cultura e forse ragion d’essere della sua stessa catena». Buttitta amava richiamare le lezioni di Vico, di Schopenhauer, di Jaspers – classici del pensiero occidentale, per molti aspetti precursori di fondamentali intuizioni scientifiche – per spiegare i percorsi e gli orditi di ciò che chiamava «umanamento dell’uomo», il flusso che dal continuum della realtà ontologica conduce al discretum della realtà gnoseologica, come dire dal naturale al simbolico.

Nelle sue opere di maggiore impegno teorico, da Ideologia e folklore (1971) a Semiotica e antropologia (1979), da Percorsi simbolici (1979) a L’effimero sfavillìo (1995), da Dei segni e dei miti (1996) fino a Mito, fiaba e rito (2016), Antonino Buttitta ha descritto un lungo e intenso percorso intellettuale, che si caratterizza per la incessante ricerca delle invarianze e delle logiche soggiacenti ai sistemi culturali, per lo sforzo di connettere e ricondurre le differenze nell’ordine universale della natura umana, per la sistematica disposizione a decostruire presunzioni scientifiche e assiomi concettuali fondati su inveterate dicotomie e consumate rappresentazioni ideologiche. Al centro del suo itinerario antropologico può riconoscersi l’idea dell’indissociabilità tra gli aspetti naturali dell’umano e quelli culturali prodotti dalla storia. Ma, a leggere più in profondità l’opera complessiva di Buttitta, si può forse individuare nel mito, nello scandaglio attento e penetrante dei processi genetici, delle dinamiche e delle implicazioni culturali delle immagini e delle costruzioni mitiche, il fil rouge del suo instancabile esercizio speculativo.

4Alla riflessione rigorosa su questioni teoriche relative all’epistemologia di una disciplina aperta agli sconfinamenti e alle contaminazioni, Buttitta ha associato nei suoi scritti la ricognizione analitica dei diversi aspetti della cultura popolare, così che la sua è stata un’antropologia scientificamente formalizzata e tuttavia umanisticamente connotata. Muovendo dalla Cultura figurativa popolare in Sicilia, la sua prima pubblicazione edita nel 1961, la sua attenzione è stata negli anni successivi prevalentemente orientata ad approfondire lo studio delle diverse forme dell’arte popolare siciliana, dalle tavolette votive alla pittura su carro e su vetro, dalle ceramiche ai cartelloni dell’opera dei pupi. Si tratta di opere che, alla luce dei modelli saussuriani del rapporto langue-parole, hanno profon- damente innovato il settore tradizionale di cui era stato maestro Paolo Toschi, facendo chiarezza sull’ambiguità di certe formule di derivazione crociana che tendevano a essenzializzare e divaricare le categorie del colto e del popolare. A Buttitta si deve anche la rilettura critica, secondo inedite griglie di interpretazione semiotica, delle feste e dei riti ovvero dei momenti simbolici e cerimoniali tradizionali non meno delle produzioni orali della letteratura popolare. Basterà ricordare quanto ha esemplarmente scritto sul Natale e sulla Pasqua in Sicilia, sui cantastorie, sulle fiabe e sulle varie e formalizzate espressioni dell’immaginario e dei miti.

Un altro merito che gli va indubbiamente attribuito è quello di aver recuperato il valore della cultura materiale folklorica, un ambito di interesse scientifico fino ad allora poco frequentato dagli antropologi, e aver elaborato concrete ipotesi museografiche, sperimentando nuovi sistemi di ordinamento, esposizione e catalogazione dei materiali etnografici e privilegiando la contestualizzazione dei reperti all’interno dei cicli di produzione. Da qui la promozione di vaste operazioni di censimento e schedatura dei beni etnoantropologici a livello regionale e la realizzazione di mostre e musei della cultura contadina che si sono moltiplicati tra gli anni settanta e ottanta in ogni angolo della Sicilia. Da qui la organizzazione di seminari e convegni che, grazie anche al contributo di un altro grande maestro dell’antropologia italiana, quale fu Alberto Maria Cirese, hanno aperto la strada ad un profondo ripensamento del modello di museo folklorico come centro di ricerca e documentazione.

5Antonino Buttitta è stato non solo un originale e formidabile studioso ma anche l’impareggiabile tessitore di una straordinaria trama di esperienze umane e culturali, dentro e fuori l’accademia, incarnando con responsabilità e generosità il ruolo politico dell’intellettuale nelle istituzioni e nella società siciliana, impegnato a proporre e a partecipare a dibattiti, a sostenere idee e iniziative coraggiose, a mobilitare ed aggregare attorno alla comunità scientifica l’opinione pubblica e soprattutto i giovani. La sua stessa antropologia tendeva ad incrociare la lettura dei sistemi simbolici con quella dei rapporti di potere. Ha fondato prestigiose riviste di respiro europeo, tra le quali Uomo&Cultura nel 1968, Nuove Effemeridi nel 1988, Archivio Antropologico Mediterraneo nel 1998, spazi di diffusione e di riflessione dei temi e delle questioni teorico-metodologiche della ricerca antropologica più avanzata. Ha ideato e organizzato numerose edizioni di congressi internazionali, invitando a Palermo i più noti storici, filosofi, linguisti e antropologi italiani e stranieri, che hanno discusso tematiche di notevole rilievo scientifico: la cultura materiale, i mestieri, il mito, la donna, l’amore, il dolore, l’amicizia, la menzogna, la prova. Gli atti, editi dal Circolo semiologico siciliano, attestano l’ampiezza del dibattito e l’altezza degli interventi, nel  confronto critico e inedito tra  saperi classici e storici e approcci antropologici, logici e semiotici.

Buttitta ha collaborato fin dalla nascita con la casa editrice Sellerio, ha diretto collane editoriali e costituito e, in alcuni casi, presieduto società e istituti culturali di grande rilevanza scientifica, quali l’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari, il Folkstudio, il Circolo semiologico siciliano, la Scuola internazionale di scienze umane, l’Orchestra sinfonica siciliana, il Centro sperimentale di cinematografia. È stato presidente del Centro di studi filologici e linguistici siciliani, della Società italiana di studi semiotici e Segretario generale dell’International association for semiotic studies. Una vita intensa e poliedrica, proiettata su un orizzonte europeo e sostenuta da uno sguardo trasversale e interdisciplinare. Una impresa intellettuale ambiziosa e coraggiosa, condotta soprattutto insieme agli amici ed eminenti studiosi Antonio Pasqualino e Janne Vibaek, fondatori del Museo internazionale delle marionette, una feconda progettualità culturale destinata a trasformare la Palermo di quegli anni, ostaggio del sacco edilizio e della mafia, in una capitale cosmopolita, aperta alle sperimentazioni, alle innovazioni, a quanto si andava elaborando oltralpe, in Francia ad opera di Lévi-Strauss e Barthes,  esponenti di spicco dello strutturalismo, e in Unione Sovietica per iniziativa di Jurij Lotman, Boris Uspenskij e Pëtr Bogatyrëv, pionieri della scienza semiologica.

6Non c’è chi non riconosca che Buttitta è stato protagonista di un’importante stagione di studi per l’antropologia italiana, avendo contribuito a sprovincializzarla e a liberarla – come ha scritto Marino Niola – «dall’abbraccio spesso soffocante dello storicismo crociano e marxista». Agli sviluppi più maturi del pensiero scientifico europeo  ha tuttavia guardato restando convintamente radicato e legato alla tradizione culturale siciliana, alla sua identità di uomo e di studioso che ha sentito forte il peso e l’orgoglio di essere nato nell’Isola degli dèì, come negli ultimi anni amava chiamarla, «l’isola abitata da uomini che – come aveva capito il Gattopardo – non rinunciano contro ogni evidenza a viversi come dèì». Lontanissimo da ogni asfittica retorica e da certo sicilianismo vissuto come vittimismo, Antonino Buttitta non ha mai cessato di pensare che nascere in Sicilia, pur tra mille contraddizioni e  storiche maledizioni, è comunque un privilegio, così come in ogni occasione ribadiva il padre Ignazio a cui con l’incedere degli anni aveva finito con l’ispirare ogni suo gesto e ogni suo ragionamento fino ad incorporare la sua stessa vita.

La Sicilia, dunque, «abitata da esseri mitici che salgono e scendono dal cielo», è stata il particolare osservatorio da cui fin da giovane ha imparato a leggere il mondo, a interpretare la realtà, a studiare la più ampia civiltà mediterranea. Da qui muoveva la sua lunga e mai interrotta riflessione sulla complessa vicenda culturale dell’Isola, sui siciliani e sulle loro ipertrofiche identità, sui miti e le utopie che ne sostengono e ne alimentano le ragioni e gli eccessi, sulle stratificazioni etniche che hanno interessato questa terra che non è mai stata isolata e segregata ma incessante e intenso crocevia di attraversamenti e insediamenti umani. Buttitta ci ha aiutato a capire i fenomeni di permanenza, frutto di una storia che ha definito sostanzialmente cumulativa e non evolutiva, di una  tradizione di convivenza che non ha conosciuto conflitti etnici e ha insegnato ad accettare ed ospitare le diversità.

7Non è mai stato angusto lo sguardo che lo ha orientato né è stato sfiorato dall’idea di una romantica difesa di un improbabile etnicismo e di un ancor più anacronistico sciovinismo. La patria culturale che ha rivendicato scavalcava, sulle orme di Cirese, cosmopolitismo e campanilismo, avendo «il cuore nel luogo e il cervello nel mondo; o anche, e l’immagine è speculare, il cervello nel luogo e il cuore nel mondo». Nel tempo in cui trionfano globalizzazione e delocalizzazione l’antropologia ha il compito di rendere visibili e riconoscibili i rapporti tra gli uomini e i luoghi. Ma a fronte della frammentazione e della separatezza delle diversità culturali oggi strumentalmente enfatizzate e trasformate in alterità reificate e irriducibili, ha anche la responsabilità di ricondurre il continuum di quelle differenze all’unicum della vita umana iscritta nell’universalità della natura, la cui unicità ne spiega e giustifica le infinite e infinitesimali varianti. In questa impresa il dialogo con la letteratura che Buttitta ha lungamente praticato ha senza dubbio contribuito a aprire nuove brecce nei saperi delle scienze sociali e inedite frontiere nella complicata conoscenza dell’uomo e dell’umano, l’alfa e l’omega di ogni discorso antropologico.

Se è vero che mutano i confini e le forme dell’umanità, anche in ragione delle più avanzate  scoperte scientifiche e dello straordinario sviluppo delle nuove tecnologie, resta tuttavia davanti agli uomini, tutti gli uomini, il problema di vincere il drago, di affermare la vita oltre la morte, di oltrepassare il divenire per attingere alla permanenza dell’essere, di trascendere l’apparire delle cose per cogliere il senso profondo dell’invisibile. Perché – affermava Buttitta – «una cultura è fatta più di cose invisibili che visibili. Le prime sono molto più durature. Il trascorrere della storia destina al tramonto soprattutto la parte visibile, dei passi degli uomini restano tuttavia le orme, nelle parole, nei monumenti».

8Ora che ha varcato quella soglia dell’invisibile di cui ha scritto con l’acuta raffinatezza dei grandi siciliani che con la morte hanno un rapporto di sfida e di complicità, l’eredità che ci lascia sta certo dentro i suoi libri, «memoria formalizzata» di una vasta e complessa opera intellettuale, compendio di un coerente e articolato percorso scientifico. Buttitta conosceva bene il valore fondativo e creativo delle parole, i segni che hanno il potere di rappresentare, ordinare e costruire la realtà, grumi e depositi dell’insieme delle esperienze umane, destinate a tracimare il tempo e a convertire il passato nel presente, il caos nel logos, la morte nella vita. Le parole che Buttitta ci ha dato, al di là del loro contenuto, costituiscono una lezione di metodo, un modello rigoroso di logica, restituendo una visione del mondo e del vivere profondamente ispirata ad una cultura che parla dell’uomo e all’uomo e anziché distinguere e separare il “noi” dagli altri colloca il noi in mezzo agli altri. Amava leggere Giambattista Vico e riconosceva in un passo tratto dalla sua Autobiografia, «sapere è cercare connessioni tra cose diverse», una illuminante anticipazione dello strutturalismo. L’interesse  per i “nessi” e la ricerca dei fili sottili che tengono insieme gli stami e gli intrami della storia, le discipline e i saperi delle diverse scienze, nella consapevolezza che nessuna cultura basta a se stessa, hanno guidato e permeato la vita e il magistero di Antonino Buttitta, la sua stessa personalità e identità.

9Ha dialogato e fatto incontrare durante tutta la sua vita mondi diversi, orizzonti umani e culturali lontani: i contadini e i carrettieri di Bagheria con la borghesia intellettuale dell’accademia, l’impegno politico nel quotidiano con la partecipazione alle istituzioni scientifiche più prestigiose, la vitalità creatrice del dialetto e delle arti popolari con le più nobili espressioni della lingua e della letteratura. Ha scardinato i confini delle appartenenze, le evidenze delle rappresentazioni. Ha guardato oltre le differenze per attingere all’umano che costitutivamente tutte le attraversa e le comprende.  «L’uomo è umano – ha scritto – in quanto parte di un tutto, ma la sua umanità consiste nell’essere un tutto in una parte».

Prima che Derrida introducesse nel lessico antropologico la parola “decostruzione”, Buttitta ne praticava già da tempo l’arte e le strategie. Costante è stata la sua critica ai luoghi comuni, lo  sforzo di sfuggire alle convenzioni ideologiche e alle trappole di pensiero, la sua vocazione a  togliere il velo a stereotipi, schematismi e provincialismi. Per certi aspetti è stato un visionario nel panorama degli studi dell’antropologia italiana, restando fino alla fine in qualche modo un ammutinato della storia, per la incondizionata libertà e onestà di giudizi e la capacità di muoversi e schierarsi spesso contro corrente. Negli ultimi anni aveva accentuato questa sua percezione, questo posizionamento solitario. Alla fine di una lunga conversazione, confluita nel volume Orizzonti della memoria (2015), Buttitta così concludeva: «Sono un uomo fuori da questo tempo. Appartengo a quel Novecento che ha coltivato miti e utopie destinati ad essere travolti e umiliati dalla Storia. Ma continuo a pensare che “il legno storto dell’umanità” non può fare a meno di miti e utopie. Ciò che penso di me appartiene ad una cultura varia ma sostanzialmente omogenea, caratterizzata dal rispetto per le altre culture. La mia stessa vita, in fondo, è stata un mosaico di tessere diverse ma tenute insieme dal sentimento di appartenenza all’unico e plurale disegno dell’identità siciliana».

10A pensar bene, la lezione fondamentale che da sempre Buttitta ha insegnato è forse quella di non prendersi troppo sul serio, di ironizzare su se stessi, di relativizzare quanto si ritiene assoluto, di sottoporre a revisione critica e autocritica certe impalcature teoriche omnicomprensive e totalizzanti, di tenersi lontani dalle tesi improbabili che proclamano verità assolute e certezze inamovibili. Alle diverse generazioni degli allievi della sua Scuola ha insegnato a dubitare, a rovesciare spesso provocatoriamente le più facili e conformistiche opinioni, ad assumere nel dibattito pubblico una posizione meno scontata e più meditata. Chi come me ha avuto il privilegio di seguire da vicino il magistero di Antonino Buttitta non può non essergli grato per aver insegnato a far prevalere sempre sugli artifici formali, sulle scorciatoie ideologiche e sulla evanescenza delle mode, il primato della ragione, il diritto della critica, la forza dell’indignazione, la curiosità per gli uomini e le cose, la disposizione a ricercare,  in altre parole la fatica del pensare e dello studiare.

Ci eravamo incontrati pochi giorni prima, mi aveva comunicato nuove idee e nuovi progetti editoriali, accompagnati da analisi politiche e da passioni civili mai spente. Buttitta era preoccupato dei rigurgiti statalisti e nazionalistici che oggi usa chiamare sovranismi. Vi intravedeva i segnali inquietanti della crisi delle democrazie, del declino dell’Occidente e del paradossale destino della nazione più potente del mondo affidato ad un uomo che si vanta di non aver mai letto un libro. Da tempo soffriva d’insonnia e passava le notti leggendo. Si vantava come Borges di ciò che aveva letto più di quel che aveva scritto. «Non siamo ciò che scriviamo – diceva – ma ciò che leggiamo». Se ne è andato una notte leggendo e mi piace pensare che dal paese dove non si muore mai oggi ci sorrida con l’arguzia di sempre e ci inviti ancora a leggere e a studiare.

Dialoghi Mediterranei, n.24, marzo 2017

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Antonino Cusumano, ha insegnato nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo. La sua pubblicazione, Il ritorno infelice, edita da Sellerio nel 1976, rappresenta la prima indagine condotta in Sicilia sull’immigrazione straniera. Sullo stesso argomento ha scritto un rapporto edito dal Cresm nel 2000, Cittadini senza cittadinanza, nonché numerosi altri saggi e articoli su riviste specializzate e volumi collettanei. Ha dedicato particolare attenzione anche ai temi dell’arte popolare, della cultura materiale e della museografia.
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