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Altari di San Giuseppe. Strutture profonde e strutture apparenti

Borgetto (foto Cucco)

Borgetto (foto Cucco)

di Angelo Cucco

Il calendario cerimoniale siciliano si articola attorno ad alcune feste che segnano momenti di passaggio stagionale o di frizione nella produzione agropastorale [1]. Una di queste è sicuramente quella di San Giuseppe, celebrata nella maggior parte dei comuni dell’Isola e molto sentita a livello popolare. La festa ha luogo il 19 marzo, qualche giorno prima dell’ equinozio, e nella ritualità conserva tratti della “grande festa” intesa come festa di Capodanno [2], quali i falò, le questue, lo spreco alimentare, il simbolismo vitalistico ecc.

Su alcuni tratti del rito influisce anche il periodo quaresimale in cui la festa si colloca, ad esempio la proibizione del consumo di carne, la presenza del grano germinato, l’intonare canti e lamenti riferiti alla Passione di Cristo accanto a quelli dedicati al Patriarca [3], il chiamare Cristu e Apostuli l’offerta a 13 bambini.  Alcuni particolari rituali, inoltre, sembrano richiamare la partecipazione di ulteriori figure dell’alterità: i morti, custodi per eccellenza della fertilità. Il pane a doppia spirale [4], l’uso di mettere alcune sedie vuote presso l’altare, il tramandare il voto per generazioni, l’interpretazione del rito come pranzo di consolato (Alimena, Leonforte) [5], sono solo alcuni dei rimandi al mondo dei morti e all’idea di eterno ritorno.

In Sicilia San Giuseppe è celebrato in due modi distinti: da un lato le azioni liturgiche controllate dalla Chiesa (processioni dei simulacri ufficiali, celebrazioni di messe, benedizioni), dall’altro le funzioni paraliturgiche che sfuggono ad un controllo diretto dell’autorità ecclesiale, per quanto da sempre cerca di inserirsi in questo secondo spazio di ritualità (tramite la benedizione degli altari o dei pani, ad esempio). Lo spazio paraliturgico offre al devoto un modo di esprimere il culto più libero e diretto. Il rapporto con il Patriarca non ha bisogno di intermediari ecclesiali, il voto è un patto contratto a prescindere dalla festa liturgica. L’intromissione del clero nelle scelte del rito domestico non sono viste di buon occhio.

Accensioni di fuochi, peregrinatio di quadri o statuine, costruzioni di altari o tavole domestiche, panificazione rituale, costruzione di artefatti devozionali, canti di novene, rosari, parti o raziuneddi dialettali costituiscono esempi di questi usi non confinati all’interno delle chiese. Centri nevralgici della festa domestica sono  l’altare [6] costruito e decorato in onore a San Giuseppe, e  l’offerta di cibo [7]. Diremo con  Giallombardo che «le celebrazioni siciliane riferite a San Giuseppe e alla Sacra Famiglia si pongono come esemplari rispetto alla modalità dell’invito fatto ai santi, in cambio di una grazia» [8]: Tramite l’offerta di cibo, a figure ben specifiche (poveri e bambini) [9], il devoto istituisce un rapporto con il Santo, dal quale si guadagna la grazia.

Nel corso degli ultimi decenni, le feste di San Giuseppe sono state investite da un incremento  di surplus  pubblicitario e da un’attenzione mediatica davvero particolare. Gli apparati devozionali –  che, come abbiamo visto, costituiscono parte e non totalità del rito – sono stati riscoperti anche come attrattori turistici, figure e topoi di memoria collettiva. Tavole, altari, mense, cene, vastuni, cannistri sono diventati icone di comunità e paesi che vi si riconoscono, ne fanno bandiera della propria identità e della propria cultura.

In un processo di “utilizzo” delle feste in funzione turistica, iniziato negli anni ’70, la spettacolare abbondanza degli altari di San Giuseppe ha trovato una sua nuova significazione e vocazione. Il rito, che prevedeva (e in certa misura prevede) un voto personale, ha iniziato a cambiare i suoi connotati, essendo incentivato anche presso associazioni, scuole e locali comunali. Gli attori del rito sono moltiplicati e cambiati. La necessità avvertita di perpetuare una tradizione ha, in certi casi, cancellato o depotenziato il bisogno culturale da cui originariamente muoveva: si offre la tavula per conservare la memoria.
Due nuove direzioni, che spesso si intrecciano, in alcuni casi in modo incestuoso, si sono prepotentemente imposte: memoria e turismo. Per molte realtà la possibilità di un incremento turistico, benché confinato a periodi dell’anno limitati, ha costituito una felice occasione di sviluppo economico.

Il rito ha registrato delle evidenti variazioni ma anche, contestualmente, un conservatorismo rigido e un bisogno di ieraticità estremo, quando il cambiamento non è tollerato. L’idea di un archetipo di altare tradizionale e perfetto è riproposto e riprodotto più volte conformandosi a dettami specifici, così che le varianti e le innovazioni sono bandite da gruppi che si adattano al nuovo modo di vedere. Il venire meno della spontaneità è strettamente legato al diffondersi di “istruzioni scritte”, spesso tratti da lavori di storici locali, che diventano vademecum per la costruzione e l’arredo della macchina rituale: così la necessaria generalizzazione di chi osserva per descrivere  diventa norma prescrittiva.

Borgetto foto Cucco)

Borgetto (foto Cucco)

Quest’ultimo processo di riproposizione più o meno filologica delle forme tradizionali è verificabile in paesi in cui l’uso si era perso ed è stato reintrodotto affidandosi ad un unico modello estra- polato dalla memoria collettiva, senza considerare che allo schema-base potevano affiancarsi e accompagnarsi infinite varianti delle usanze familiari. Casi di reintroduzione del rito o di ri- vitalizzazione ad opera di associazioni, pro-loco, confraternite e parrocchie non sono rari. Se nel caso della associazioni o delle confraternite si è solo variato il numero di soggetti che collaborano a pari merito nella realizzazione dell’altare (spesso a partire dal voto o dalla proposta di un singolo), diverso è il caso in cui ad occuparsene è la parrocchia o il clero: viene meno la distinzione tra i riti celebrati in chiesa e quelli domestici ed entrano in gioco nuove interpretazioni. Da un lato, un riconoscimento ecclesiale del rito e del bisogno di conservarlo come forma di devozione popolare, dall’altro limature degli aspetti considerati meno confacenti alla cattolicità e reinterpretazione dei simboli [9].

Nei casi di re-introduzione dopo parecchi anni di assenza, si assiste o alla riproposizione (con cura quasi antiquaria) esatta o a situazioni di compromesso con l’innovazione. È il caso, ad esempio, di Castelbuono dove, dopo  molti decenni, si è deciso di replicare sia la tavula aperta (a cura della Confraternita di San Giuseppe) che la tavula ad altare e u manciari di virginiddri. Gli ultimi due riti sono stati re-introdotti da un’associazione di volontariato (Associazione Sant’Anna) che ha deliberato di coniugare l’aspetto devozionale  e tradizionale ad uno più strettamente caritativo e umanitario, coinvolgendo tante altre persone ed enti in una staffetta di volontariato e solidarietà. Alle pietanze, una volta portate in dono dai vicini, si sono sostituiti alimenti a lunga conservazione da re-distribuire (così come avvenuto anche a Borgetto, San Giuseppe Jato, San Cipirello ecc.) e u manciari di virginiddri (così come a tavula aperta), volendo evitare una messa in mostra dei bisognosi non essendo il paese più abituato a questa modalità, è stato offerto a bambini curiosi di provare quest’esperienza, spesso sentita raccontare dai genitori e dai  nonni. Il momento del pranzo, avvertito come necessario, è stato conservato ma cambiando i propri attori. Un recupero di memoria è stato compiuto anche nella ri-proposizione dei canti e delle preghiere dialettali, accolte con favore dalla comunità.
Diverso è il caso in cui, come a Terrasini, su un “canovaccio” si è poi lasciata libertà interpretativa. Terrasini offre un ampio ventaglio dei modi di strutturare l’altare, da quello più tradizionale (spesso costruito per voto precedente al 2000, anno di rivitalizzazione della tradizione) a quello più originale e che cerca di stupire con tecnologie moderne e effetti di luci. L’amore per il Patriarca spinge gli abitanti a riunirsi, cantare, arredare le stanze, accendere falò e offrire da mangiare. La dimensione è ancora cittadina, ci si “mette in mostra” ma nei limiti della propria comunità.

 Castelbuono (foto Cucco)

Castelbuono (foto Cucco)

Questo non è un affatto un processo nuovo. In tutti i paesi che costruiscono altari  o mense, si sente il bisogno di mostrare agli altri gli apparati rituali, quasi un riconoscimento sociale che il voto sia stato sciolto. “Mettersi in mostra” –  ostentare pubblicamente (oggi anche oltre la dimensione comunitaria locale) ciò che privatamente si è elaborato a favore del Santo –  non ha dunque la connotazione negativa della vanagloria, ma  è un testimoniare la presenza, un notificare l’esistenza. Non avrebbe senso un altare senza qualcuno che lo veda o preparare il pranzo di San Giuseppe senza qualcuno che lo consumi.

Ben lontani dall’esprimere critiche ai nuovi modi di interpretare il rito in favore di una nostalgica purezza antica, osserviamo tra l’altro che, sebbene siano a volte cambiate le forme, la sua struttura profonda non è modificata: il rito non sempre è scaduto in ritualismo, conservando ancora un motivo per esistere. L’altare che le maestre fanno allestire ai bambini di Giarratana, San Giuseppe Jato o Borgetto, sebbene non rispetti lo schema del voto, è riconducibile al bisogno di in-culturare i bambini a questo tratto identitario. Come poterlo declassare a puro ritualismo? Passare la memoria, far conoscere la propria storia, consentire ai bambini di apprendere tecniche, nomi e modi di vita tradizionale è la nuova funzione assunta da quel simbolo. L’altare, invece, allestito all’interno di sedi comunali può essere letto come un’espressione, ancora più palese, del riconoscerlo tratto identitario del luogo, una sorta di riconoscimento ufficiale da parte dell’istituzione, un preciso segnale ai cittadini e ai forestieri. Un modo per costruire o ricostruire un’immagine fondativa e riconoscibile della città.

Castelbuono, Tavula aperta (foto Cucco)

Castelbuono, Tavula aperta (foto Cucco)

D’altronde anche in paesi non interessati dal fenomeno turistico e in tempi non sospetti, l’altare di San Giuseppe è stata l’occasione per ri-scoprirsi appartenenti ad una comunità specifica: è il caso di Salaparuta e Poggioreale. In questi due centri è forte il ricordo delle feste celebrate subito dopo il terremoto del Belice e si evidenzia come a li barracchi (presso le casette costruite per accogliere i senzatetto) si continuava a costruire gli altari, cercando di renderli più ricchi possibile e vedendovi la speranza della rinascita nonché il legame con le proprie origini, con quel passato che era stato materialmente cancellato dal rovinoso sisma. Laddove le pietre e le case non esistevano più, la memoria si custodiva nei riti. Anche oggi, dopo la costruzione dei due nuovi centri abitati,  si continua a costruire gli altari, sebbene al voto privato si accompagni  la modalità comunale, delle associazioni e della parrocchia (a Poggioreale, a Salaparuta un altare è allestito nei locali delle suore) che tende a valorizzare il rito enfatizzandone i valori caritativi. Non viene tuttavia meno il valore sacrale che si attribuisce all’allestimento dell’altare e, in nessun caso, manca l’offerta di cibo.

Diversa appare la situazione di quei paesi che sugli altari hanno costruito un evento turistico. È il caso, ad esempio, di Salemi, dove tuttavia convivono più anime, più bisogni. In molti ancora allestiscono le cene per voto ed emblematica è la volontà di questi ultimi di non essere inseriti in circuiti, una sorta di protesta sociale che mostra un distaccarsi dalla vocazione turistica promossa dai vertici. Un distacco che appare ancora più netto se si considera che accettano comunque di buon grado le visite e sono disponibili a raccontarsi: semplicemente rifiutano l’idea di “perdita di senso” del rito, tutelano ciò che sentono caro e nelle modalità che riconoscono come “autentiche”.

Salaparuta (foto Cucco)

Salaparuta (foto Cucco)

Se è innegabile che, proprio grazie ai pani e al rito di San Giuseppe, Salemi ha avuto una gran risonanza, le scarse presenze alle ultime edizioni della festa mostrano i limiti di un ritualismo ostentatamente turistico. Lo stridente contrasto fra locale-tradizionale e il turistico-internazionale e tra memoria e costruzione di memoria coinvolge anche l’attività del locale Museo del pane rituale (nato non a caso a Salemi e sulla scorta dell’enfasi posta sul pane), il quale cerca di mediare tra il bisogno collettivo di conservare la memoria salemitana e l’aprire ad altre sensibilità i propri orizzonti. Nell’idea che il pane possa essere “musealizzato” traspare già il bisogno di fissare la memoria prima che si perda, prima che le rivoluzioni in corso la rendano altra.

Diversa appare la situazione di Borgetto. Sebbene pubblicizzata e ormai abbastanza nota attrattiva del paese, la festa di San Giuseppe è ancora largamente legata all’intimità familiare. Ascoltando le storie dei proprietari delle mense, ci si accorge di come essi vivano la dimensione devozionale, di voto, non slegandola comunque dalla possibilità di attrazione turistica e al compiacimento di poter mostrare la propria creazione ad un flusso di gente crescente rispetto al passato. L’innovazione non è bandita e allestimenti più particolari riscuotono consensi e plausi da parte dei cittadini al pari dei più tradizionali. Ci troviamo forse in presenza di un paese in cui l’attrattiva mediatica non ha ancora avuto il predominio sull’aspetto devozionale e sentimentale. La differenza di atteggiamento è palese nel momento del pranzo dei bambini. Se la sera del 18 si mostra ai turisti e ai visitatori la bellezza dei parati e la ricchezza alimentare, il pranzo del 19 è connotato da un religioso rispetto, un’intimità ricreata dopo il frastuono della sera precedente.

Parlando di come i Comuni (o chi per loro) abbiano incentivato la creazione di altari per fini turistici non si possono non menzionare i finanziamenti pubblici elargiti e i concorsi a premio banditi per “l’altare più bello” o “il miglior allestimento”.  Le sovvenzioni, a mio parere, sono più deleterie perché il loro venire meno significherebbe probabilmente la fine del rito. Per quanto riguarda i concorsi non possiamo generalizzare. Sarebbe invece molto interessante analizzarli di volta in volta per capire cosa si premia e quali sono i criteri di scelta, il che ci consentirebbe di capire verso quale visione è diretta l’organizzazione: innovazione o conservazione radicale, turismo o memoria.

In altri paesi ancora, come Corleone, Montemaggiore, Prizzi o Santa Caterina di Villarmosa (dove non vi è neppure un giorno prestabilito per sciogliere il voto) la dimensione turistica sembra non interessare: l’unico occhio di cui importa il parere è quello dei concittadini. Esistono anche casi in cui gli usi legati ad altari e tavole migrano da un paese all’altro. Un esempio è costituito da Misilmeri, dove un’associazione ha deciso di introdurre questa tradizione. A migrare possono essere anche parti del rito ritenute “belle da vivere e vedere”. A Castelbuono, ad esempio, un circolo ricreativo ha conservato la tradizione del manciari di San Giuseppi, inserendovi tuttavia l’invito ai Santi in costume su suggerimento di una socia.

Palermo (foto Cucco)

Palermo (foto Cucco)

Estremamente interessante è il caso di Palermo. Nel capoluogo, infatti, accanto agli altarini tradizionali e alle tavole imbandite per voto nei vari quartieri, si sono introdotte usanze e modalità rituali provenienti da altri paesi. È il caso della signora T. Di Gangi che ha importato costumi di Castellana (i cibi, ad esempio) coniugandoli con i tipici apparati di carta comuni a San Giuseppe Jato e i pani votivi di varie forme. Alcune famiglie della zona di San Francesco di Paola allestiscono, invece, altari con pani devozionali dell’Agrigentino, volendo rievocare le proprie origini geografiche e rinnovando ogni anno il voto fatto. Ulteriore esempio è l’altare tipico di Salaparuta, allestito presso la parrocchia  di Sant’Agnese ai Danisinni, per interesse di Fra Giuseppe nativo di quel comune. I margini della migrazione, tuttavia, sono ben più ampi. Interessante è il caso di altari costruiti nel nord Italia (a Castelfranco Veneto ad esempio), Germania, America  e Australia da emigrati siciliani.

Da questa breve e incompleta rassegna di esempi, legati soprattutto alle forme più evidenti, è chiaro come la situazione attuale sia frastagliata ma sostanzialmente omogenea. Gli altari continuano ad essere costruiti, le motivazioni sono varie e si rielaborano di continuo. Gli altari stessi cambiano, accolgono cibi che sconoscevano, funzioni che non assolvevano, riti che appartenevano ad altri luoghi. A volte migrano, trovano nuove terre e nuovi sensi. Eppure continuano ad esistere, in forme di innovazione o resistenza. In ogni modo queste strutture continuano ad essere assunte a simboli e a figure della identità collettiva, a parlarci di comunità che rinnovano alleanze e ritrovano unità nel segno di precisi artefatti cerimoniali.

Dialoghi Mediterranei, n.18, marzo 2016
Note
[1] Cfr. Buttitta I., 2006, I morti e il grano, tempi del lavoro e ritmi della festa, Meltemi, Roma.
[2] Cfr. Castelli F., Grimaldi P. (a cura di), 1997, Maschere e corpi,tempi e luoghi del carnevale, Meltemi, Roma;  Buttitta I., 2013,  Continuità delle forme e  mutamento dei sensi, ricerche e analisi sul simbolismo festivo, Bonanno, Palermo: 77- 174.
[3] Cfr. Bonanzinga S., 2009, Tradizioni Musicali in Sicilia, materiali per il corso di Etnomusicologia, Palermo.
[4] Cfr. Buttitta I., 2008, Verità e menzogna dei simboli, Meltemi, Roma: 122.
[5] Cfr. Buttitta I., 2013, Continuità delle forme e  mutamento dei sensi, ricerche e analisi sul simbolismo festivo, Bonanno, Palermo: 100.
[6] Variamente denominato come altari, cena, mensa, tavula.
 [7] Che può attuarsi tramite l’aiuto a chi sta organizzando un altare, la distribuzione di pane,  prevedere l’invito di persone disagiate, cucinare per tutti o ancora tramite la distribuzione di cibi a suonatori o cantori itineranti.
[8] Giallombardo F., 2006, La Festa di San Giuseppe in Sicilia, Fondazione Ignazio Buttitta, Palermo: 14.
[9] Le denominazioni date alle figure che prendono parte al pranzo sono varie e dipendenti anche dal numero  di persone. In alcuni paesi si usano costumi particolari per rendere i Santi identificabili e indicarne l’alterità.
[10] Il bisogno di ri-descrivere in chiave cristiana tutto l’arredo dell’altare è antica, in certa misura queste spiegazioni permeano l’attuale interpretazione popolare mischiando tratti espressamente catechistici ad altri leggendari e vitalistici.
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Angelo Cucco, laureato in beni demoetnoantropologici e laureando in Studi storici, antropologici. e geografici, collabora con diversi siti internet e con associazioni locali per diffondere la conoscenza del patrimonio immateriale siciliano (www.isolainfesta.it, www.castelbuono.org, www.terradamare.org). Ha partecipato come relatore a diversi convegni sulla valorizzazione delle feste e delle tradizioni popolari.

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