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Alleanze da rifare per un ambiente-in-crisi: prospettive relazionali per l’apicoltura

Apiraio a 1400 metri di atitudine (ph. Matilde Coletta)

Val Camonica, Apiaio a 1400 metri di altitudine (ph. Francesco Coletta)

di Francesco Coletta, Matilde Messina [*] 

Il silenzio dell’alveare 

Da decenni l’allarme sull’estinzione degli impollinatori spopola nella cultura mainstream proliferando in numerose campagne di sensibilizzazione promosse da governi, associazioni e privati. La cosiddetta Sindrome da spopolamento dell’alveare (SSA), anche conosciuta come Colony collapse disorder (CCD) resta uno degli enigmi più angoscianti dell’apicoltura moderna. Dopo il primo caso negli USA nel 2006, in pochi anni, il fenomeno ha interessato anche il continente europeo e quello asiatico. Si tratta di una patologia controversa e i tossicologi non sono riusciti a tracciare un’eziologia chiara all’improvvisa e repentina scomparsa delle api adulte che abbandonano la regina e le scorte di miele senza lasciare traccia di malattie o contaminazioni nell’arnia deserta.

Nonostante numerosi studiosi abbiano tentato di determinare l’agente patogeno decisivo individuandolo di volta in volta in un parassita, in un fungo o in una sostanza chimica i risultati sono rimasti parziali e poco convincenti. Le ricerche scientifiche sulla crisi ecologica delle api, del resto, sono viziate da priorità accademiche e interessi del settore agrofarmaceutico (Kleiman e Suryanarayanan 2013) tanto da produrre una «falsa conoscenza» (Smithson 1985) che rischia di trasferire l’attenzione verso cause non antropogeniche, come parassiti e agenti patogeni, piuttosto che su pesticidi e inquinanti chimici. La direzione epistemica di questi studi predilige “risposte definitive” in breve tempo, esponendo singole api a differenti gradienti di tossicità di singole sostanze, senza valutare «l’insieme complesso di fattori interagenti» che potrebbero avere effetti a lungo termine e attraverso più generazioni (deep time). Sulla scia dei più avanzati studi di epidemiologia critica che indagano «a monte» la condizione socio-politica che ha consentito a un agente patogeno di innescare un processo patologico (Vineis 1990), nelle scienze sociali si riconosce la multi-causalità dei fenomeni che legano crisi ambientali e salute pubblica. Come gli esseri umani, anche le api attraversano e sono attraversate da «campi di causazione» (Ravenda 2018), che le espongono ad una molteplicità di rischi concorrenti alla diffusione di un’epidemia e alla sua mala gestione.

È stato riconosciuto infatti che la Sindrome da spopolamento da alveare non sia dovuta ad un singolo agente patogeno quanto piuttosto ad una concomitanza di più fattori di stress (Neumann et al. 2010) i cui effetti cumulativi, suscettibili alle contingenze, conducono la colonia al collasso. L’ingestione di pesticidi coordinata ad un attacco batterico può rendere letale un’infezione che in una normale situazione immunitaria sarebbe piuttosto tollerabile; così come la malnutrizione dovuta allo sfasamento fenologico dato dalla crisi climatica rende le api cronicamente più deboli e vulnerabili; mentre il nomadismo, il blocco della sciamatura o altre pratiche invasive che impediscono i naturali cicli biologici sovraccaricano il lavoro delle famiglie inducendo a stress e irascibilità (Naug e Gibbs 2009). 

tingSentinelle dell’Antropocene

Collocandoci nelle pieghe dell’Antropocene non possiamo che guardare al futuro, come ci ricorda Morin (2001), per cercare di superare l’impasse dell’astrattismo verbale – che porta equivoci e illusioni – bisogna passare ad azioni guidate dall’etica della cura e della responsabilità (Barad 2010) favorendo il rigenerarsi di assemblaggi multispecie come modi di vivere in mezzo alle perturbazioni (Tsing 2021). Un con-divenire in intrecci (Haraway 2019), un groviglio simpoietico per generare nuove storie e narrazioni per il futuro (ibidem).

Mentre il silenzio dell’alveare abbandonato esprime la drammatica situazione in cui si trovano le api dopo due secoli di abusi ecosistemici – e denuncia il rapporto che l’essere umano razionale ha realizzato con i non-umani – le api, se ascoltate tempestivamente o prima del collasso, risultano preziose alleate, o sentinelle, capaci non solo di monitorare la progressiva tossicità a cui siamo esposti tutti, ma anche di rivelare la nostra tossicità a cui esponiamo l’ecosistema e chi lo compone.

Seguendo il paradigma presentato nel terzo numero di Limn da Lakoff e Keck (2013), anche l’ape mellifera si presta a fornire un servizio di «vigilanza che può aiutare nella preparazione di un futuro incerto» perché «fornisce i primi segni di una catastrofe imminente». Del resto, la capacità dell’ape mellifera di testimoniare i cambiamenti in atto fino a misurarne gli sviluppi è stata riconosciuta dalla letteratura scientifica già da più di vent’anni (Devillers e Pham-Delègue, 2002). Nell’introduzione a Sentinel Devices, Lakoff e Keck (2013) insistono su quanto siano limitate le capacità sensoriali umane di percepire le variabili della crisi ecologica in tutte le sue possibili espressioni eziologiche, mentre le interferenze dell’Antropocene come microplastiche, radiazioni, agenti chimici vengono più facilmente incorporate (embodied) dagli organismi più piccoli, di cui gli insetti rappresentano l’ultima frontiera del visibile per l’occhio umano.

Nacsita di un ape (ph. Matilde Messina)

Nascita di un’ape (ph. Matilde Messina)

Se il paradigma delle sentinelle si rivela utile agli antropologi per indagare le interazioni umano-non umano rese più suscettibili dalla crisi climatica, restringere l’indagine alle sentinelle alpine (Dall’Ò, 2022) si rivela un ulteriore indice paradigmatico per circoscrivere il campo di ricerca all’insieme di sentinelle che vivono le terre alte e, che proprio per questo, si rivelano più prossime e in-contatto con la comunità residente (ibidem). Per via della loro posizione ecologica (relazionale) e del ruolo focale assunto nell’agricoltura industriale, non sorprende che nel corpo delle api mellifere, così come nei materiali da esse prodotti (miele, cera, propoli), siano state rintracciate sostanze chimiche come pesticidi, idrocarburi policiclici aromatici metalli pesanti e piombo.

In Italia, autori e autrici come Celli, Maccagnani (2003) e Porrini (2003) hanno dimostrato che anche nelle nostre campagne le api durante le loro attività di foraggiamento sono esposte a numerosi inquinanti provenienti dall’agricoltura. Secondo Bellucci (2016), nel corso degli ultimi anni, sul territorio nazionale si sono registrate perdite di api tra cento e mille volte superiori a quanto osservato in quelli passati. Eppure se il paradigma dei Sentinel Devices avesse solo a che fare con la misurazione dei dati, verrebbe meno la caratteristica che Lakoff e Keck hanno voluto attribuire a questi organismi, giacché la sottile sensibilità dell’ape mellifera non è solo un numero estraibile dal loro corpo e misurato in laboratorio. Ridurre le api da miele a meri dispositivi di misurazione, o biomonitor, continuerebbe a riprodurre il carattere strumentale che questi organismi hanno rivestito e rivestono nell’ontologia utilitaristica e razionale. 

devillersDa sentinelle a compagne

In effetti le api hanno saputo comunicare gli svantaggi dell’agricoltura industrializzata già molti anni fa e verosimilmente si prestavano a rientrare nel paradigma delle sentinelle all’indomani degli anni Ottanta, con le prime crisi sanitarie globali (Varroa, ecc), quando cioè potevano «essere pensate come sentinelle o araldi di un pericolo in avvicinamento». Se ammettiamo di non aver ascoltato illo tempore quello che le api cominciavano a bisbigliarci, adesso ci ritroviamo inevitabilmente di fronte a queste sentinelle mentre tornano dal fronte di guerra così terrorizzate da non essere più in grado di raccontare cosa è successo.

La categoria teorica ed interpretativa delle sentinelle, fuor di metafora, resta utile per gli antropologi contemporanei per comprendere qualcosa in più della crisi ecologica in atto. Qualcosa che, in riferimento alle api mellifere, ha a che fare con l’eredità dell’entenglement sviluppatosi in più di 5000 anni di convivenza. Dall’incontro tra antropologia medica e antropologia ambientale, le scienze sociali hanno cominciato a riconoscere la presenza – e l’assenza – dei non umani negli ambienti condivisi, nel tentativo di far intrecciare la giustizia sociale con quella ambientale (Rock 2016). È questo entanglement che nell’odierna crisi ecologica rivela la reciproca dipendenza e la vulnerabilità condivisa (Green & Ginn 2014). Se gli impollinatori sono immersi in una rete di intrecci in cui molteplici fattori di rischio, sommandosi, causano il declino di singole specie e rendono vulnerabili tutti coloro che dipendono da esse, appare decisamente irrazionale agire solo, per esempio, sulla singola specie ape per risolvere le criticità ecosistemiche che la attraversano. Un’etica di parentela e cura (kin), come quella delineata in questa ricerca etnografica, si configura come uno dei fondamentali approcci per superare la dicotomia tra dominio della natura e della cultura soprattutto perché «staying with troubles» nella nostra epoca è un’opportunità di cambiamento e rielaborazione dei modi di con-vivere (Haraway 2008).

Gli apicoltori biologici, soprattutto i più piccoli – definiti qui “domestici” visto il numero limitato di arnie e la collocazione che coincide con la propria abitazione – si rivelano interlocutori ideali per una etnografia multispecie interessata alle possibilità relazionali. La prossimità fisica permette a questi bio-apicoltori un contatto intimo negoziato quotidianamente nello spazio domestico, co-progetta gli elementi ecosistemici (altre piante o animali), condividendo l’imprevedibilità climatica, e definendo i propri spazi vitali e di vulnerabilità. Questa possibilità abitativa – esacerbata dall’architettura post umana, ma già praticata nell’apicoltura vernacolare –, mette in evidenza la possibilità di organizzare spazi abitativi multispecifici e polifunzionali. In questa etnografia gli apicoltori domestici sono stati ascoltati come intermediari culturali tra esseri umani, le api e l’intera ecologia dell’impollinazione. Le motivazioni di questo riconoscimento non andrebbero cercate nelle conoscenze tecniche o nelle metodologie rigorose degli apicoltori biologici, piuttosto nelle esperienze sensuali che si incorporano nell’interazione quotidiana, negli ascolti reciproci, nelle negoziazioni continue. Essere in quotidiano contatto “fisico” con le api, rende l’apicoltore capace di ascoltarne e accoglierne necessità, problematiche (Oishi, 2021) e benessere (Whitaker 2023). 

Val Camonica, Nutrimento con sciroppo biologico (ph. Matilde Messina)

Val Camonica, Nutrimento con sciroppo biologico (ph. Matilde Messina)

Una ento-etnografia alpina. Il caso

Proponiamo qui un’etnografia multispecie nata con l’obiettivo di indagare la possibile relazione di cura api-umani nonostante gli esiti nefasti dell’apicoltura razionale e nel contesto della coeva crisi ambientale. Tra gli obiettivi di questa ricerca antropologica che sulle prime può apparire “fuori campo” poiché applicata a soggetti di studio propri dell’entomologia, si è reso subito stimolante tentare di individuare l’ethos delle api mellifere, intesi quali insetti selvatici predisposti all’interazione con l’ambiente e con gli esseri umani. Questa ipotesi di ricerca poteva essere tracciata solo attraverso la possibilità di indagare l’ethos di un gruppo di bioapicoltori il cui obiettivo produttivo è anzitutto riproduttivo: non riducibile al profitto economico quanto piuttosto a garantire il benessere degli alveari e permettere l’affermazione dell’intenzionalità (agency) delle api.

La pratica della bioapicoltura si è rivelata la porta d’accesso per comprendere la possibilità di una riscoperta del rapporto api-umani in un’ottica non più utilitaristica – tipica dell’apicoltura razionale – bensì relazionale, offrendo la possibilità di ulteriori considerazioni su quello che Haraway (2019) definisce «creare parentele». Vivere in un mondo danneggiato diventa possibile quando esseri umani e non umani si alleano sullo stesso fronte e creano una cooperazione organica, ognuno secondo forma.

L’indagine sul campo si è svolta in Val Camonica attraverso l’osservazione partecipante di un completo anno produttivo – dall’autunno del 2022 all’estate del 2023 – presso l’azienda biologica Lares (attiva sul territorio da più di 40 anni) e ha beneficiato della possibilità di partecipazione ai corsi di formazione di apicoltura biologica svolti presso l’Apiario Didattico del Biodistretto camuno. La convivialità di queste lezioni ci ha permesso di entrare in confidenza con decine di persone interessate ai metodi biologici dell’apicoltura, alcune di loro già in possesso di una piccola azienda familiare, altre interessate a cominciare grazie al corso, altre ancora semplicemente curiose. Se prendere parte alle lezioni e alle attività dell’apiario didattico ci ha messi nella condizione di indossare – letteralmente – i panni dell’apicoltore; trascorrere lunghe giornate nei giardini dei nostri interlocutori, tra osservazioni ravvicinate dell’organismo-alveare e letture tecniche sulla sua fisio-sociologia, ci ha consentito l’accesso discreto al sottile sentire delle api. In modo analogo a quanto affermato dalle antropologhe Moore e Kosut (2014) nella loro ricerca sull’apicoltura urbana, anche noi realizzavamo di procedere nella ricerca registrando sia appunti etnografici che pratiche e saperi del mestiere, fino a coglierne e incorporarne preoccupazioni, sofferenze e speranze condivise tra gli apicoltori.

Sciamatura fuori stagione (ph. Coletta

Sciamatura fuori stagione (ph. Francesco Coletta)

La ricerca sul campo, nonché l’interazione con gli attori coinvolti, ha potuto beneficiare dell’ausilio di una videocamera (e di un microfono) con il fine di realizzare un breve documentario ento-etnografico che fornisse ai nostri interlocutori una restituzione più agevole del nostro lavoro. Tra i vantaggi di una videocamera per la ricerca etnografica (Pennacini 2008) curvata sul micro-mondo degli insetti, spicca la possibilità di poter potenziare lo sguardo e l’ascolto, regolando velocità e messa a fuoco, soprattutto in vista della vulnerabilità dei corpi – poter posizionare la fotocamera davanti le arnie ci ha permesso un’osservazione altrimenti rischiosa. Inoltre realizzare un cortometraggio sulle criticità emergenti dovute al cambiamento climatico ci ha offerto la possibilità di essere riconosciuti noi stessi come interlocutori consapevoli e interessati, da allertare e tenere aggiornati anche durante i periodi fuori campo.

Proprio come accade nell’apicoltura che qui definiamo “relazionale”, curiosità e stupore hanno permeato i nostri sensi mentre scoprivamo la trama sottesa di questi intrecci simbiotici tra umani e non umani, ai limiti del naturalismo e nel tentativo di superare la dicotomia natura-cultura (Descola 2014). Alla luce spettrale dei cambiamenti climatici, questa pratica produttiva può essere riscoperta come rapporto simbiotico e mutualistico, dove l’utilitarismo lascia il posto alle implicazioni del rapporto di cura-responsabilità, e il domestico diventa famigliare. Se è vero che l’ape mellifera senza apicoltori non sopravviverebbe alle attuali condizioni ambientali, così l’apicoltore senza i suoi alveari perderebbe l’opportunità di vivere e riprodurre quella relazione intima e irriducibile che è chiave d’accesso per una relazione sincera con l’ecosistema.

Val Camonica, riprese del documentario entoetnografico (ph. Francesco Coletta)

Val Camonica, riprese del documentario entoetnografico (ph. Francesco Coletta)

Il breve documentario ento-etnografico che abbiamo realizzato tra l’autunno del 2022 e l’estate successiva, segue l’esperienza di Gianni, un apicoltore biologico con alle spalle più di quaranta anni di attività. Quando gli abbiamo proposto di partecipare alla ricerca si è mostrato così entusiasta che, oltre ad acconsentire all’intervista con microfono e videocamera, ci ha offerto la possibilità di alloggiare nella propria residenza di montagna (per quattro stagioni), e l’accesso diretto all’apiario, alla libreria e all’orto nel giardino.

Un tempo professore di educazione fisica a Brescia, seguiva le api come attività secondaria. E chi altri meglio di lui poteva introdurci alle corrispondenze da manuale del “super organismo-alveare” dove l’arnia è l’involucro-corpo di un animale a sangue caldo  (35°C), polifunzionale, in cui le api sono piccole cellule mobili a sangue freddo (15°C), i favi sono tessuti in cera che rivestono la struttura del telaio, la regina è l’organo sessuale femminile, i fuchi quello maschile, mentre muscoli, nervi e organi di questo “super organismo” sono proprietà emergenti dalla collaborazione di più cellule specializzate? Il valore di poter avere accesso a un interlocutore come Gianni si è rivelato anche nella sua fitta rete sociale. È stato presidente del Bio-distretto della Valle Camonica e ora ospita nel proprio giardino l’Apiario Didattico inaugurato dalla comunità biologica nel 2018. Ogni anno, infatti, Gianni tiene corsi di formazione di apicoltura biologica, nonché gruppi di scolaresche di varie età a cui permette di familiarizzare con le api e conoscere il ruolo relazionale che esse hanno all’interno dell’ecosistema. Eretto tra le arnie e la sua abitazione, l’Apiario Didattico risulta essere un luogo intermediario fra due ecologie dell’abitare, punto di incontro fra specie che in questa sede hanno l’opportunità di riconoscere la propria interdipendenza. 

craneAgency, adattamento e compromesso

Il recupero dell’agency delle api avviene tramite il riconoscimento delle capacità di autogestione e rigenerazione che hanno questi insetti, promuovendo inevitabilmente quello che Fukuoka (1980, 2003) ha definito il «lasciar fare». In molte occasioni Gianni ha manifestato l’intenzione di mettersi in una posizione di collaborazione con le sue api, anziché di leadership paternalista (Pellegrini 2008). È proprio “lasciando fare” alle api, ai fiori, all’ecosistema, che pochi accorgimenti sono sufficienti a far sì che tutto funzioni in modo efficiente e durevole.

Eppure alle attuali condizioni ambientali, con l’alterazione dei cicli fisiologici di piante e animali, gli apicoltori biologici che vorrebbero aderire al principio “secondo natura” si sentono costretti ad adottare pratiche di cura ponderate, preventive, che rasentano la responsabilità assistenziale, dovendo supportare e ri-attivare da sé ciò che l’ambiente non riesce più a garantire. In questo modo l’apicoltura nell’Antropocene corre il rischio di diventare allevamento di «bestiame lillipuziano – erbivori sfocati con le ali» (Nabhan & Buchmann 1997) che va accudito, curato, nutrito e alloggiato – secondo la definizione di addomesticamento – , perdendo il senso di un rapporto paritario.

Seguendo l’inizio delle attività dei nostri interlocutori, notiamo lo stato di allarme e la preoccupazione ricorrente: anche questa primavera (2023), la maggior parte delle arnie sono deboli e necessitano di booster demografici e nutritivi. L’apicoltore, visto il numero ridotto di unità dopo l’ultimo inverno (2022), si deve attivare per riequilibrare la popolazione. Inserisce nel corpo dell’arnia nuove cellule-api, in modo che lo sciame diventi più forte, anzi si senta più forte, e la regina sia incentivata a deporre più uova. Se la regina sente di essere circondata da una colonia numerosa, depone tranquilla, sicura che ci sarà abbondanza sufficiente per l’intero organismo-alveare.

51qdjoqcial-_ac_uf10001000_ql80_A questa forma di assistenza se ne aggiunge un’altra: anche quest’anno, l’apicoltore è costretto ad utilizzare le proprie risorse finanziarie per nutrire le famiglie. Ma a queste altitudini se il clima primaverile resta secco, le api non trovano abbastanza risorse, consumano energie e scorte. E “sono arrabbiate” dice Gianni riferendosi allo stato di agitazione e di allarme che le api comunicano all’apicoltore attraverso i movimenti del volo, la gravità del ronzìo, le punture, la danza che intrattengono all’esterno dell’arnia. Nonostante il previsto arrivo delle piogge, nell’incertezza costante di un pianeta danneggiato, l’apicoltore vuole garantire la sopravvivenza delle api e decide di nutrirle impiegando (denaro in) prodotti biologici di assistenza. Fra i contributi del terzo numero della rivista Limn, Chloe Silverman (2013) si è chiesta Come si individua un’ape da miele sana? E noi aggiungiamo: chi è in grado di stabilirlo?

Diffidare dai rapporti scientifici permette di ponderare meglio la complessità sistemica, e l’antropologia medica riconosce la possibilità di integrare nuove indagini socio-politiche per rielaborare i dati tossicologici estratti dall’ambiente-in-crisi (Alliegro 2020: 8-9) e incoraggiare il dibattito sulla produzione di conoscenza (Kleiman e Suryanarayanan 2013). Studiosi affiliati ad aziende farmaceutiche o bramosi di «assicurarsi pubblicazioni, sovvenzioni e incarichi» rivelano le fragili fondamenta dell’oggettività scientifica, soprattutto se messa a confronto, in questo caso, con l’esperienza diretta degli apicoltori che, più di altri, hanno imparato a riconoscere «la differenza fra un alveare malato e un alveare sano con api malate». Secondo la nostra ricerca, molti apicoltori hanno perso fiducia nei rimedi proposti da tossicologi e professori, perché si sono accorti dell’inefficacia (a lungo termine) di prodotti agrofarmaceutici proposti a garanzia di successo.

fukoutaDalla fine degli anni Ottanta, i primi sviluppi dell’apicoltura biologica cominciano ad emergere e a farsi strada come modello produttivo alternativo – i cui contributi più interessanti restano R. Steiner (1923, 1982) e M. Fukuoka (1980, 2003). Gli apicoltori biologici, più di tecnici e scienziati, in virtù del contatto quotidiano con le proprie arnie e con l’ambiente circostante, risultano testimoni più onesti, “famigliari”, in grado di muoversi con un approccio precauzionale, sensibile all’agentività delle api e attento anche a ciò che non sempre è registrabile in forma di dato (Magnus 2017). Cogliere come l’organismo-alveare venga percepito e raccontato da questi bio-apicoltori, permette di ricostruire gli esiti storici di una millenaria prossimità umano-non umano. Chi è in grado di conoscere le api oggi?

Dalla sistematizzazione razionale dell’apicoltura si sono sviluppate forme tossiche di convivenza a favore dei biechi interessi della produzione intensiva e delle ingenue aspettative della fitofarmacia. La storica interazione api-umani (Crane 1983), già immortalata cinquemila anni fa nella pittura rupestre di Valencia, ci suggerisce le tappe di una lunga e complessa negoziazione fra specie divenuta problematica quanto meno negli ultimi centocinquanta anni. Se accettiamo la predazione quale pratica tra le altre di socializzazione (Descola 2014), possiamo immaginare quali compromessi api e umani abbiano concesso per ritrovarsi oggi ad abitare lo stesso luogo domestico. Le api, d’altronde, dimostrano una grande capacità di adattamento proprio come gli umani, e il loro sistema socio-politico, nonché l’ethos che le caratterizza fra gli altri impollinatori, le rende animali altamente soci-abili (ibidem). 

Val Camonica, Lezioni all'apiario didattico (ph. Matilde Messina)

Val Camonica, Lezioni all’apiario didattico (ph. Matilde Messina)

Conclusioni

L’orientamento di ricerca qui adottato è dunque multispecifico ma ha inevitabilmente beneficiato di una pratica analitica multisensoriale. La possibilità di attraversare la biodiversità della montagna e di vestire i panni di interlocutori umani e non umani, indossando le lenti del «sentinel device», ha attivato in noi la capacità epistemologica del corpo, incoraggiando i sensi a decostruire inedite percezioni mentre venivamo coinvolti in questi assemblaggi di forme viventi.

L’apicoltura relazionale (non già biologica) ai tempi del dibattito antropocenico (Yusoff 2018) supera l’impasse del naturalismo riscoprendo il rapporto umano-ape in ottica post-umana scavalcando le teorie umaniste e materialiste (Nimmo 2015), carburanti della domesticazione forzata delle api e della trasfigurazione della natura in risorsa da sfruttare. L’interesse di questo articolo è quello di porre in evidenza la cooperazione rinnovata tra soci-abilità specifiche per la creazione di un fronte comune – sopravvivere e benvivere – nel contesto di un pianeta danneggiato: se si chiama l’ape al ruolo di sentinella del cambiamento climatico, allora l’apicoltore viene promosso ad ambasciatore della specie. Se Nimmo specifica che 

«[i]nvece di trattare gli apicoltori come poco più che allevatori intensivi di bestiame, potrebbero essere considerati praticanti interspecie, impegnati sensorialmente e materialmente in un mondo liminale che intercede tra le categorie purificate di natura e cultura» 

noi vogliamo riconoscere con più esattezza quali sono gli apicoltori da considerarsi tali: non già quelli etichettati come biologici, piuttosto coloro che al profitto antepongono istanze eco-relazionali. Lontana da finalità produttive, l’apicoltura relazionale osservata fra alcuni bio-apicoltori in Val Camonica corrisponde a un’attitudine alla convivenza, più che ad un’attività produttiva, e si realizza in pratiche e saperi non standardizzati e quotidianamente negoziati dalle parti. Né i libri di apicoltura più sensibili né gli apicoltori biologici da noi interpellati fanno uso di questa espressione per identificare la propria attività, sono piuttosto gli autori di questa etnografia che hanno voluto accogliere tale proposta analitica per indicare con più franchezza le possibili alternative al rapporto di potere dell’apicoltura razionale.

Noi potremmo considerare gli apicoltori biologici come gli scienziati di Keck (2010), sentinelle, oppure, «sentinelle delle sentinelle». Tuttavia, in virtù della relazione situata e continuativa tra questi bioapicoltori relazionali e le api, diversa da quella alienata e impersonale dei luoghi di ricerca, gli apicoltori da noi ascoltati rispondono piuttosto al ruolo di “ambasciatori delle sentinelle” del cambiamento climatico, poiché, proprio in virtù della relazione attivata nei parametri dell’apicoltura relazionale, si scoprono le vestigia di un’ambasceria della cura che è capace di ascoltare i bisogni di un’altra specie e comunicarli alla propria. 

Dialoghi Mediterranei, n. 65, gennaio 2024 
[*] I paragrafi 1 e 2 sono stati scritti da Coletta, il terzo e le conclusioni sono opera di Messina. Il resoconto etnografico invece è attribuibile ad entrambi gli autori. 
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Yusoff, K. (2018), A billion black Anthropocenes or none. U of Minnesota Press. 
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Francesco Coletta, laureando magistrale in Antropologia culturale ed etnologia presso l’università di Torino, dove si specializza in Antropologia della natura, Economia solidale e sostenibilità e presso il Laboratorio di antropologia dei cambiamenti climatici, di recente ha realizzato con la collega Matilde Messina il cortometraggio etnografico Nutrire l’eternità (2023) sui disagi prodotti dal cambiamento climatico. Attualmente è impegnato in una ricerca multisituata a quattro mani su alcune realtà neorurali italiane dove le capacità koino-poietiche della permacultura sono esempio di rigenerazione olistica del tessuto sociale e territoriale, e consentono uno sviluppo rurale proporzionato ai limiti e alle possibilità ecologiche locali. 
Matilde Messina, laureanda magistrale in Antropologia ed Etnologia presso l’università di Torino, a seguito di una laurea triennale in Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, i suoi principali ambiti di interesse riguardano l’ambiente, il cambiamento climatico e le interazioni tra umani e non umani. Di recente ha realizzato tre brevi videodocumentari: Frammenti di me stesso (2022), Ritratto poetico a Mirafiori Sud (2022) e Nutrire l’eternità (2023). Attualmente sta conducendo una ricerca accademica in collaborazione con il collega Francesco Coletta su neo-ruralismo, permacultura e teorie post-umane.

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